domenica 30 agosto 2026

Moderno o contemporaneo?

Arte moderna e arte contemporanea, due terminologie che dicono molto sull’arte nel tempo ma che al contempo non dicono nulla di specifico.

J. M. W. Turner - La nave degli schiavi  (Schiavisti che gettano in mare i morti e i moribondi - Arriva il tifone) 1840 – Olio su tela, cm 91 x 123 – Museum of Fine Arts, Boston

Spesso vengono utilizzate per indicare l’arte di oggi, non è raro che l’utilizzo di “arte moderna” abbia il fine di denigrare l’arte contemporanea che l’osservatore non riesce a comprendere. (davanti ad un groviglio incomprensibile, non necessariamente artistico, viene pronunciata la fatidica frase: “Sembra un’opera d’arte moderna”).

L’arte moderna è intesa come l’arte che si rinnova, si distacca dal passato ma che non è più quella dell’oggi.

Moderna è la pittura di Giotto che stravolge il concetto di rappresentazione rispetto al “classico”.

Moderni sono stati Michelangelo, Raffaello e, prima di loro, Piero della Francesca.

Caravaggio e Turner sono stati al loro tempo artefici di un cambiamento “moderno” fino agli impressionisti che vengono considerati i padri dell’arte moderna.

Le avanguardie dei primi anni del 900 hanno raggiunto il livello massimo di modernità al punto che dal secondo dopoguerra, per distinguere l’arte di quegli anni da quella del recente passato si usa il termine “contemporanea”.

Ma il tempo scorre inesorabilmente, se oggi parliamo di arte contemporanea dobbiamo per forza riferirci all’arte del XXI secolo, ma sotto questa etichetta troviamo ancora Pollock e la rivoluzione degli anni cinquanta, la Pop Art, i Video-Art degli anni ottanta, le installazioni e le performance degli ultimi anni del novecento.

E’ dunque riduttivo, (anche se può facilitare le cose) limitarsi a racchiudere l’arte in tre maxi aree, antica, moderna o contemporanea, idee, artisti e materiali si sono succeduti, ogni decennio offre delle novità, figuriamoci ogni secolo o addirittura oltre, ed è dunque impossibile rinchiuderli in gabbie temporali che coprono tempi cosi lunghi.

La soluzione è ben lungi dall’essere a portata di mano, ma questo può aiutarci ad approfondire le singole opere e di conseguenza accorgerci che la magia dell’arte si cela all’interno di ogni sua rappresentazione.

giovedì 20 agosto 2026

Parole e colori

Siamo a Tokyo nei primi giorni del mese di luglio del 2019, all’interno della manifestazione “Calpis 100th year anniversary, Let's Meet at Tanabata”, l’architetta e designer, francese di nascita e giapponese d’adozione, Emanuelle Moreaux, mette in scena Universo di colori, un’installazione dove il colore e la parola si fondono abbracciando lo spettatore che, a sua volta si rende partecipe “viaggiando” attraverso l’opera.



Il 7 luglio è il giorno di Tanabata, i giapponesi lo festeggiano scrivendo i propri sogni, i desideri più reconditi, su un foglietto di carta e li appendono ad un ramo di bambù, in attesa, speranzosi, che si avveri, almeno in parte, quello che hanno indicato.

La Moreaux reinterpreta questa tradizione allestendo un percorso formato da 140.000 hiragana (si tratta dell’alfabeto più semplice, quello che i bambini utilizzano per imparare a leggere e scrivere) questi pannelli tridimensionali ognuno di una differente sfumatura di colore, compongono un cammino fatto di bellezza e cultura, dove ad emergere è la preziosa, e sempre più rara, sensazione di serenità.

Il continuo susseguirsi di lettere “entrano” nel “viandante” dando forma alle più svariate forme comunicative, l’opera non racconta una storia, ne racconta tante quante sono le persone che la percorrono.

Lo stesso vale per i colori, lo stato d’animo di chi percorre la via ne determinerà la percezione tanto che ognuno dei pellegrini dell’arte dovrà fare i conti con un colore in particolare, quale sia il risultato finale non è dato sapersi, possiamo solo cercare di immaginare come avremmo potuto reagire, se non ci siamo stati, o come lo ha fatto chi era presente.


(le immagini sono prese dal web)






lunedì 10 agosto 2026

Viaggio nel colore (e ritorno)

Il mondo attende di essere colorato dallo spirito artistico di ognuno di noi, dobbiamo solo iniziare a personalizzare il nostro percorso e magicamente appariranno i colori della nostra anima.

Foto by Alessandra Roggeri


Perché la fotografia in bianco e nero affascina più di una a colori? I toni dimessi sono considerati più poetici, l’assenza di colore permette all’opera di viaggiare più lontano, soprattutto in profondità.

La poesia trattiene solo ciò che è fondamentale, si stringe attorno all’essenza liberandosi di tutto quello che è superfluo, è lo stesso meccanismo utilizzato dalla fotografia in bianco e nero e, parzialmente, dalla pittura in assenza di colore.

Quando si parla di poesia si pensa ad un luogo dell’anima dove le emozioni forti vengono meno, a resistere sono la leggerezza e quella lieve malinconia che ci tiene in bilico tra una sensazione di serenità e benessere è un moto di tristezza che quasi ci fa sentire meglio.

Naturalmente il soggetto ha una parte importante ma ad arrivare al cuore è la rappresentazione di qualcosa di poco definito, qualcosa che può significare tutto o niente, la rappresentazione diviene soggettiva, in questo stato emotivo tutto si mescola, ognuno di noi ne vedrà una parte (e non è detto che quella parte esista veramente).

Ma se da quell’immagine senza colori iniziamo ad aggiungerne qualcuno? Per molti potrebbe essere un risveglio, una rinascita, la malinconia lascia via via il posto alla gioia, i colori riprendono il pieno possesso del “quadro”fino a riempire ogni anfratto, è dunque questo il raggiungimento del piacere? Probabilmente no, quando l’immagine è satura di colore il nostro umore cambia, si trasforma fino a cercare con tutte le nostre forze l’essenza poetica, fino a desiderare il bianco e il nero.

sabato 1 agosto 2026

La grandezza di ciò che c'è e non si vede

«Come un nulla senza possibilità, un nulla morto dopo la morte del sole, come un silenzio eterno senza avvenire, risuona interiormente il nero»

Wassily Kandinskji

Silvia Galgani  - Nero di mummia

Colore (o assenza dello stesso) spesso accusato di essere il male assoluto, quanti sono i santoni della pittura che inorridiscono davanti alla sola idea di utilizzarlo.

Eppure senza il nero, o un suo surrogato il mondo, dell’arte e non solo, non sarebbe quello che conosciamo.

Il nero, quello vero, quello puro, quello assoluto, non è visibile, oppure lo è proprio perche, in sua presenza, non è visibile qualsiasi altro colore.

Il fascino di questo colore-non colore sta nel suo essere inafferrabile, indecifrabile, un muro inconcepibile che diviene porta sull’infinito.


lunedì 20 luglio 2026

Il classismo dell’intelligenza artificiale

L’avvento delle AI renderà l’arte alla portata di tutti”, cosi si esprimono i (fuffa) guru che presenziano ovunque sul web.

Altri sostengono che l’arte verrà affossata dall’intelligenza artificiale perché da la possibilità a tutti di millantare il capolavoro.



Nulla di tutto questo è plausibile, l’arte resterà tale nelle sue eccezioni, nessuno può millantare il capolavoro fatto con le AI pensando di far credere sia proprio.

Io penso che l’arte, con l’avvento dei “cervelli” sintetici, sia destinata a tornare nelle nicchie elitarie dove si trovava fino a poco tempo fa.

La pittura e la scultura sono al riparo da ogni problema, qualche rischio in più lo corre la fotografia, mentre il disegno digitale rischia il tracollo (in quanto a credibilità).

Perché classista dunque, perché il dipinto o la scultura possono essere modificati nelle loro riproduzioni ma se ci mettiamo di fronte ad un quadro (e non ci limitiamo ad uno sguardo sommario) non possiamo non accorgerci della “mano” che l’ha realizzato, naturalmente questo vale per le sculture viste dal vivo.

L’opportunità di ammirare le opere d’arte live non è di tutti i giorni, qualche anno fa sono nati i tour virtuali nei vari musei dislocati in tutto il pianeta che hanno permesso a tutti di ammirare, anche se riprodotti fotograficamente, i grandi dipinti.

Alcune ricerche hanno svelato che più del 70 percento dei dipinti (le foto che li ritraggono)  che i vari pittori, dilettanti o professionisti, pubblicano su internet sono quantomeno ritoccati digitalmente, se non generati completamente.

Alcuni hanno la delicatezza di scrivere che sono “migliorati dall’AI”, anche se non comprendo il senso, se lo ritocchi non è più credibile, se un dipinto subisce una modifica digitale come faccio a sapere cosa sia vero e cosa finto?

Il mondo dell’arte contemporanea resterà sul web ma solo alcuni vedranno le opere direttamente nelle gallerie, la maggior parte della gente si limiterà a vederli sui social, regno incontrastato della finzione, che per poca competenza, mancanza di impegno o assenza di senso critico, fa scattare frequentemente quelle trappole pseudo culturali che catturano tanti malcapitati.

Aggiungiamo che le gallerie sono elitarie da sempre, non tanto nel selezionare le competenze ma nel fare nette distinzioni tra chi ha i soldi (tutto gira attorno al denaro) e chi entra solo per conoscere le novità artistiche, anche perché spesso chi lavora nelle gallerie è attento all’aspetto, alla retorica, al servilismo verso i ricchi, molto meno alla competenza.

L’aumento delle distanze tra le varie classi sociali passa anche da queste cose, si spaccia l’evoluzione tecnologica per un mezzo di livellamento sociale e culturale ma il suo compito è esattamente il contrario, far credere di andare avanti, distraendo con le meraviglie della tecnologia, cosi che non ci si accorga che si sta precipitando.

venerdì 10 luglio 2026

Ricominciamo dalle basi

Viviamo in un mondo invaso dalle immagini, si parla per immagini e di conseguenza il linguaggio scritto ritorna ad essere un’esclusiva elitaria.

Henri Matisse – Oceania, il cielo, 1946 – Stampa su lino cm 185,3 x 379 – Centre Pompidou, Parigi


I grandi testi che hanno tracciato, costruito e raccontato, la storia dell’umanità, necessitano di una “scolarizzazione, una predisposizione di base che manca in questo periodo storico” (cit. Angela Vettese).

Questo impedisce quella profondità di giudizio che prende l’immagine e la “seziona” fino a decontestualizzarla, la studia nel particolare, la reinserisce nel contesto cosi da comprenderne l’insieme.

I testi delle canzoni devono essere di semplice e immediata comprensione, altrimenti vengono ignorati, non ci sono ne il tempo ne la voglia di approfondire.

L’arte contemporanea e la poesia necessitano di spazi ampi di comprensione e di conseguenza di tempi dilatati e di capacità di concentrazione non indifferenti, nel mondo in cui viviamo si cerca l’immagine “semplice” e immediata per supplire a questa mancanza, il risultato è che siamo in balìa di chiunque sia in grado (cosa tutt’altro che complicata) di manipolare la rappresentazione della realtà, che in quanto rappresentazione soggettiva, non può essere reale.

martedì 30 giugno 2026

Ribaltamento dei ruoli (o dei canoni)

“Un giorno ho capito che le mie mani, gli strumenti con cui ho manipolato il colore, non erano più sufficienti. Avevo bisogno di dipingere tele monocromatiche con le modelle stesse ”

Yves Klein

Yves Klein – Barbara (ANT 113), 1960 – Pigmento e resina sintetica su carta applicata su tela, cm 200 x 145 – Collezione privata



Partendo dal suo blu (IKV) Klein va oltre i passaggi canonici che prevedono la linea pittore- supporto-modella, nel senso che l’artista replica su un supporto (tela, carta, legno) la figura della modella, spesso interpretandone la visione.

Il pittore francese esce, materialmente, dal percorso creativo, si limita all’idea, dipinge il corpo della modella che a sua volta imprime la propria figura sulla carta.

Quale sia il senso di tutto questo è difficile e al contempo semplice da capire, l’artista cerca una dimensione nuova rispetto a tutto ciò che si è fatto fino ad allora, questo per ottenete un risultato che impedisce all’artista stesso di controllare ogni passaggio, infatti anche se la modella entrerà in contatto con il supporto seguendo alla lettera le istruzioni ricevute lascerà inevitabilmente una propria firma, un singolo movimento, conscio o meno, andrà oltre il volere dell’artista.

Siamo all’inizio degli anni 60, periodo in cui Manzoni realizza le celebre scatolette di “Merda d’artista”, periodo che vedeva il tentativo di rinascita artistica e culturale dopo le tenebre della seconda guerra mondiale, evento che ha segnato indelebilmente l’arte negli anni a seguire.

sabato 20 giugno 2026

Influenze e altri inconvenienti

Un pittore accetta la richiesta di un suo “ammiratore” e decide di permettere allo stesso di assistere quando dipinge.

Gustave Courbet – L’atelier del pittore, 1854-55 – Olio su tela cm 361 x 598 – Museo d’Orsay, Parigi


La prima domanda che mi sono posto è: l’artista riesce a mantenere la concentrazione e continua il proprio lavoro senza badare al fatto che ci sia qualcuno nel suo atelier o inevitabilmente subisce il condizionamento di chi osserva?

Ma soprattutto, se l’opera subisce l’intervento esterno ne apparirà migliorata considerato che in presenza di estranei il pittore darà il meglio di se oppure il risultato subirà l’assenza di spontaneità e di una naturale freschezza?

Resta da fare una considerazione, la presenza o meno di altre persone durante la “creazione”, di dipinti o sculture, traccia un percorso senza ritorno e dà all’opera una connotazione definitiva lasciandoci con la curiosità di come sarebbe apparsa in un altro contesto. O no?

In qualunque modo decide di proseguire l’artista non avrà mai la controprova, con il “pubblico” o senza il risultato sarà uno solo, i se non sono contemplati.

Le opere sono apprezzate particolarmente per la freschezza, per l’immediatezza del momento, anche là dove c’è alle spalle un progetto, la presenza di un osservatore riduce inevitabilmente l’autenticità, non è un caso che i lavori eseguiti davanti ad uno, o più, spettatori vengono considerati per quello che sono: esibizioni, per le opere d’arte si cerca altrove.

giovedì 11 giugno 2026

Aprire gli occhi e ascoltare

“Aprire gli occhi e ascoltare”, è l’invito di Jacopo Veneziani a chi si pone davanti ad un dipinto di Piet Mondrian.

Piet Mondrian – New York City, 1942 – Olio su tela, cm 119,3 x 114,2 – Centre Pompidou, Parigi


Il suggerimento è quanto mai prezioso per quest’opera New York City” del 1942.

“È la New York che mi apparve dalla nave”, sono le prole dello stesso Mondrian che ci spiega la sua visione dello schema urbanistico della grande mela.

Le linee che si sovrappongono ricalcano la viabilità di Manhattan, i colori si accavallano, il giallo in primo piano, il rosso in quello intermedio, il blu in lontananza, con questa struttura si crea la profondità prospettica ed emerge il flusso incessante della vita della città statunitense.

La griglia è composta dai soli colori primari, tanto cari al pittore olandese, la differenza con i dipinti precedenti sta nell’assenza del nero, una mancanza tutt’altro che secondaria, nella visione di Mondrian le “tenebre” europee vengono sostituite dalla luce del nuovo mondo, una nuova possibilità di rinascita.

Come dobbiamo dunque comportarci di fronte ad un lavoro apparentemente incomprensibile? Le parole di Veneziani ci vengono in soccorso, aprire lo sguardo oltre le nostre abitudini, osservare al di là dell’osservabile, ma non basta, a quel punto dobbiamo iniziare ad ascoltare, solo in questo modo possiamo percepire l’essenza di un’opera che è semplice e al contempo terribilmente complicata.

sabato 30 maggio 2026

Muro contro muro

Qualche anno fa avevo parlato di Piss Christ un’opera del fotografo Andres Serrano (ne ho parlato qui) che dal lontano 1987 suscita infinite polemiche.



Torno su questo lavoro partendo dall’anno di esposizione al pubblico passando dal 2011 fino alle recenti, immancabili, proteste che emergono ad ogni esposizione della fotografia.

Per chi non conoscesse l’opera in questione, e non avesse tempo e/o voglia di andare al post indicato dal link, si tratta di un crocifisso di plastica immerso nelle urine dello stesso artista, il tutto immortalato in quella che possiamo definire una delle opere più discusse di sempre.

Nel 2011, nella galleria d’arte di Y. Lambert ad Avignone nel sud della Francia, viene esposta l’opera incriminata, tre uomini si presentano all’ingresso armati di martelli e cacciaviti (o punteruoli da ghiaccio) minacciano gli addetti all’ingresso e si dirigono verso lo scatto di Serrano, con il martello rompono la protezione in plexiglass e con il cacciavite si accaniscono sull’opera.

I tre fanno parte di un gruppo di un migliaio di cristiani che i giorni precedenti hanno protestato per la presenza della fotografia nella galleria.

Perché ne accenno dopo tanti anni dall’accaduto? Poco tempo fa ho letto un articolo sulle continue proteste che la fotografia scatena e mi ha colpito una delle tante dichiarazioni dei malcontenti “dovevano bruciarla nel 2011, non solo danneggiarla”.

Questo ci fa capire quanto l’assenza di equilibrio possa fare danni immensi, quanto l’istinto impedisce anche un minimo ragionamento al punto che non si presta attenzione al punto di vista di chi vede le cose in modo differente da noi.

Innanzitutto è curioso che qualcuno si augurasse la distruzione della fotografia invece del solo sfregio, infatti quella che circola dopo quel 2011 è una nuova foto, non si tratta di un dipinto unico, di una scultura difficile da replicare, è una fotografia, il negativo permette continue repliche.

Già questo fa capire l’assenza di riflessione, ma è la mancanza di ricerca di comprensione del messaggio di Serrano che ci accompagna in questo, e in molti altri, frangenti.

L’arte del novecento ha spesso scatenato autentiche rivolte, in tutti i casi dietro la protesta c’è un’ideologia che non permette il confronto, ideologia che non dovrebbe esistere in un contesto come quello artistico.

Serrano, essendo ancora tra noi, da quarant’anni ci spiega cosa volesse rappresentare con quell’opera, se nei lontani anni ottanta erano in pochi a voler ascoltare l’opinione altrui cosa possiamo aspettarci oggi dove anche quei pochi sono introvabili?

mercoledì 20 maggio 2026

In nostro sguardo è unico?

Quest’immagine potrebbe capovolgere l'ordine nella percezione artistica di ciò che vediamo.

Immagine dal web

La fotografia racconta di una visitatrice davanti ad una creazione di Warhol al Tate Modern di Londra.

A questo punto la protagonista è l’opera del padre della pop-art o la donna seduta al centro, il dipinto di Warhol o lo scatto dell’anonimo fotografo?

Senza dubbio è la fotografia l’opera in questione, ma cosa voleva rappresentare chi l’ha scattata? Non l’opera di Warhol ma la donna di spalle che osserva il dipinto.

La narrazione dunque è lineare e immediata, di “artistico”, come viene concepito questo vocabolo, non c’è nulla, si tratta solo di raccontare un istante.

Ma se fotografo un dipinto, escludendo tutto ciò che lo circonda ecco che la fotografia si trasforma e cede il posto d’onore all’opera raffigurata, non è più un racconto di un dipinto ma è il dipinto stesso (almeno cosi è percepito) basti pensare alle visite virtuali dei più importanti musei.

Qualcuno dirà che si tratta di dettagli di poca importanza, e probabilmente ha ragione nel sostenere questa ipotesi, ma d’altro canto perché fermarsi all’ovvio privandoci del piacere dell’approfondimento, anche se apparentemente inutile?

In sostanza, quello che vediamo è uguale per tutti (al netto dell’approccio di ognuno) o è la stessa base di partenza ad essere diversa?

Se davanti ad una riproduzione di un celebre (o anche sconosciuto, non è questo il punto) dipinto alcuni sostengono che si tratti di una rappresentazione del quadro ma l’opera è la fotografia mentre altri possono riferirsi direttamente al dipinto, entrambi vedono la stessa cosa? La percezione cambia a seconda della visione di partenza?

domenica 10 maggio 2026

Il tempo si è fermato?

“Un edificio grande, grandissimo, piccolo o medio diviso in varie stanze. Alle pareti tele piccole, grandi, medie. Spesso, migliaia di tele.

Pinacoteca di Brera, Milano - Salone napoleonico

Su di esse il colore ha riprodotto frammenti di “natura”: animali in luce e in ombra che bevono acqua, che stanno vicine all’acqua, sdraiati nell’erba; accanto ad essi una Crocifissione dipinta da un artista che non crede in Cristo, fiori, figure sedute o in piedi o in movimento, spesso nude, molte donne nude (spesso viste di scorcio di schiena) mele e vassoi d’argento, il ritratto dell’eminenza grigia N., un tramonto, una signora in rosa, un volo d’anatre, il ritratto della baronessa X., vitelli all’ombra con macchie abbaglianti di sole, il ritratto di sua eccellenza Y.

Tutto è accuratamente riprodotto in catalogo: i nomi degli artisti, i titoli dei quadri.

La gente tiene in mano i cataloghi, li sfoglia, legge i nomi passando da una tela all’altra. Poi se ne va, povera o ricca com’era venuta, ed è subito riassorbita dai suoi interessi che non hanno niente a che fare con l’arte.

Perché è venuta?

[…] l’armonia d’insieme è la strada che conduce all’opera d’arte. Eppure quest’opera viene osservata  con sguardi freddi e indifferenti.

I conoscitori ammirano la fattura e gustano la pittura […] La grande massa gira per le sale e trova le tele “carine” e “meravigliose”, chi poteva parlare non ha detto nulla, chi poteva sentire non ha udito nulla …”

Se, in questo “passaggio” tratto da Lo spirituale nell’arte di Vassilij Kandinskij del 1910, aggiungiamo le contemporanee audio guide in sostituzione (o in aggiunta) ai cataloghi, possiamo tranquillamente pensare che sia stato scritto in questi giorni.

Di tempo ne è trascorso parecchio ma nessuno se n’è accorto.

 

 

giovedì 30 aprile 2026

Da dove arrivano le idee (breve concetto d'artista)

 

Meret Oppenheim – Capelli rossi corpo blu, 1936 – Olio su tela cm 80,2 x 80,3 – MoMA (Museum of Modern Art) New York

“Le idee nascono da qualche parte nel mondo, nella mente degli uomini, si formano e crescono.

Poi gli uomini muoiono, le idee si liberano e continuano a circolare nelle atmosfere su altri pianeti.”

Meret Oppenheim



martedì 21 aprile 2026

La natura è un'opera d'arte?

La natura non è in grado di produrre opere d’arte, quelle sono appannaggio del genere umano, la natura va oltre, crea dal nulla la bellezza, ogni istante è unico e irripetibile, ogni momento è l’espressione suprema della luce, l’essenza assoluta dell’irraggiungibile.

Foto by Camilla Roggeri - Okanagan Falls, Canada

Perché allora davanti ad un tramonto, ad un paesaggio montano, alle limpide acque di un atollo tropicale, ci lasciamo andare alla fatidica frase: “è un’opera d’arte”?

La risposta è nel fatto che si considera arte tutto ciò che istintivamente ci piace, quella bellezza estetica che ci fa stare bene nell’immediato.

A confermare tutto questo è la repulsione che molti provano davanti ad opere che non hanno lo stesso effetto immediato, quei dipinti o sculture che si scontrano con il comune concetto di “bello” al punto che non vengono considerate opere d’arte, anzi.

La bellezza è si soggettiva ma in fondo definire tale una qualsiasi cosa è difficile e spesso va a scontrarsi con il punto di vista altrui.

È bello solo quello che ci piace o una cosa è bella anche se per noi non lo è? E poi l’opera d’arte è solo quello che consideriamo bello o è arte anche ciò che apparentemente non ha nulla che si allinei al nostro personale canone di bellezza?

Ma la domanda principale è un’altra, può essere bello qualcosa di “brutto”?

Una giornata uggiosa è comunemente definita brutta, un paesaggio sotto la pioggia può essere definito bello, la fotografia o il dipinto di tale paesaggio possono essere definiti opere d’arte, nonostante il paesaggio stesso, da alcuni punti di vista, non lo sia.

La natura è affascinante, ci piace o ci disturba, è comunque meravigliosa, un dipinto è ipnotizzante o sconcertante, ci piace o lo detestiamo, è comunque opera d’arte, almeno partendo dai dati che abbiamo elencato, cosa non lo sia … beato (o dannato) chi ha la risposta.

Spoiler: io non ce l’ho (per quanto questa informazione possa avere un valore).

venerdì 10 aprile 2026

L'evoluzione come innalzamento culturale

L’arte moderna è colta quanto quella antica, forse lo è ancora di più, l’arte contemporanea è invece condannata alla cultura”.

Anselm Kiefer – Osiride e Iside, 1985-87, Tecnica mista su tela cm 379,7 x 561,3 – Museum of Modern Art, San Francisco


Questo pensiero di Massimo Cacciari può apparire esageratamente forzato ma se l’esperienza è un valore imprescindibile e l’approccio filosofico all’arte permette un’evoluzione della stessa è innegabile che ciò che raccoglie le “contaminazioni” del passato ha una visione più “completa” nel presente.

Abbiamo la convinzione, non si sa bene su cosa si basi, che il passato sia migliore del presente che a sua volta sarà meglio del futuro, non si capisce come questo può essere vero anche solo per ciò che rappresenta nell’evoluzione naturale delle cose.

Tutto ciò che viene dopo è la somma di ciò che è venuto prima con l’aggiunta di nuove idee, com'è possibile dunque che la somma di più idee sia peggio di una singola idea per giunta antiquata?

Qualcuno obietterà che l’evoluzione dell’arte ci ha portati ad una degenerazione della stessa, ma come possiamo confermare questa teoria con certezza?

Il passato ci ha proposto uno schema che si è ripetuto, uguale, in ogni epoca, chiunque cercasse di proporre una visione nuova, che ha comunque sempre le basi che poggiano nel passato, veniva denigrato in quanto autore di un pensiero incomprensibile e in quanto tale ben lontano dalla “bellezza” di ciò che già si conosceva.

Al di là che pensare che l’arte antica sia di semplice lettura ci fa deragliare in quanto pensare di capire è tutt’altra cosa che comprendere, l’arte contemporanea parla con un linguaggio corrente, perché allora se si rivolge a noi parlando la nostra lingua non capiamo quello che ci dice?

Non è che siamo noi a non volerla capire?

lunedì 30 marzo 2026

Congiunzione astrale

Siamo nel 1973, il gruppo rock progressive italiano Le Orme pubblica il suo quinto album, “Felona e Sorona”, dopo l’enorme successo dell’anno precedente con “Uomo di pezza”.



Il gruppo veneto, tra i pionieri di questo “genere” musicale e fondamentali per ciò che il “prog” ha lasciato i posteri, escono con un 33 giri che ne consacra la grandezza e ne sancisce l’ingresso tra gli immortali della musica italiana.

Ma non è dei brani che questo concept-album contiene che voglio parlarvi, voglio mettere in luce la copertina, l’album aperto con a sinistra il retro e a destra il lato principale, la cosiddetta "front cover", è una riproduzione del pittore surrealista Lanfranco Frigeri.

Il quadro dell’artista mantovano si fonde con il concetto espresso da Le Orme, il tema del dualismo, la luce e le tenebre, il bene e il male.

I due pianeti, Felona e Sorona rappresentano questa visione filosofica e l’opera di Frigeri la veste alla perfezione.

Il dipinto è ipnotico, le figure sembrano seguire un ritmo lieve ma continuo, senza sbavature, senza margini d’errore, la perfezione che solo l’unione di due contrapposizioni riesce a creare.

Il dipinto di Frigeri attraversa il tempo viaggiando spedito verso il futuro, il gruppo veneziano non lo ferma, non cerca di coinvolgerlo, semplicemente lo assimila e al contempo si lascia assorbire senza che l’opera pittorica venga rallentata e senza modificare lo spazio che il concetto dell’album e la musica hanno occupato.

Felona e Sorona sarebbe stato lo stesso senza il dipinto e l’opera di Frigerio avrebbe seguito altre destinazioni senza l’intervento della band?

Coerentemente con quello che ho appena scritto la risposta probabilmente è negativa ma quando si naviga tra i pensieri nati da dimensioni altre rispetto alla visione canonica è impossibile sostenere qualsiasi cosa con certezza.

venerdì 20 marzo 2026

Il bello, il brutto e ... l'arte

Matt Haig sostiene che “se pensi che qualcosa è brutto, stai guardando male”, il giudizio è dunque distorto? Solo un’attenta osservazione ti fa notare particolari che ribaltano la prima impressione?

Edvard Munch – Abbraccio sulla spiaggia, 1904 – Olio su tela cm 90,5 x 195 – Alte Nationalgalerie, Berlino


Certo, ogni giudizio è strettamente personale, ognuno “vede” con occhi diversi ma il rischio è che ci si soffermi al primo sguardo e si giunga cosi ad una conclusione affrettata.

Il bello ed il brutto esistono nella misura in cui dobbiamo etichettare le nostre emozioni, le nostre sensazioni.

Se fossimo capaci di armonizzare i nostri “sguardi” dando valore alle nostre percezioni allora ci accorgeremmo che ciò che ci circonda è molto di più di un semplicistico “bello” o “brutto”.

Dunque secondo il pensiero di Haig nell’arte non c’è niente di brutto, e su questo posso essere d’accordo, ma si pone un problema, se non c’è il “brutto” non può esserci nemmeno il “bello” (l’uno non esiste senza l’altro) cosa rimane?

Rimane l’arte, l’arte non è bellezza estetica, e di conseguenza non è “bruttezza”, l’arte è una condizione che trascende dai nostri vecchi, logori e limitati canoni, l’arte è una proiezione spirituale, è un invito a spingerci in un “luogo” di cui ignoriamo l’esistenza.

L’arte è conoscenza, senza conoscenza non possiamo comprendere quello che l’artista vuole rappresentare, spesso cerchiamo di scoprire quello che l’autore dell’opera d’arte vorrebbe dirci, ma un artista non vuole dirci alcunché, apre uno scenario complesso, apparentemente incomprensibile, sta alla sensibilità di ognuno di noi e alle necessarie conoscenze, trovare il giusto percorso.


martedì 10 marzo 2026

I lati oscuri (alla luce del sole) dell'arte

“Il mercato dell’arte non chiede opere originali, chiede opere riconoscibili”.

Mister E – Il colore dei soldi


Questa frase, che si ripresenta sempre e ovunque là dove l’arte deve fare i conti con il mercato, è la sintesi di quei ragionamenti che emergono in un settore dove i soldi sono più importanti dell’arte stessa.

L’innovazione artistica poggia le sue basi sull’originalità, se noi togliamo l’unica cosa che conta cosa altro ci può rimanere se non l’ovvietà, la banalità?

Naturalmente il mercato non è solo denaro ma il suo essere predominante oltre il lecito affossa il senso stesso di ciò che rappresenta.

La frase che inizia il post l’ho sentita durante un’intervista ad un gallerista, ma non ha formulato queste parole per giustificare l’andazzo, ha espresso questo concetto con sicurezza, con convinzione, come se fosse la cosa più naturale, evidentemente naturale lo è per chi “vede” l’arte esclusivamente come fonte di guadagno, se avesse avuto anche solo una piccola passione per l’arte stessa sarebbe inorridito al cospetto di tale dichiarazione.

Il mercato e l'arte sono due cose differenti che quando si uniscono lo fanno per mettere la seconda al servizio del primo, al contrario se si parla di concetti e manufatti esclusivamente artistici, cambia la visione d'insieme, e l'originalità riprende il sopravvento.

Quest'ultimo aspetto è l'unico che un semplice appassionato, uno studioso o chi dedica il suo tempo a questa disciplina, prenderanno in considerazione, ma più il terreno diviene una professione ecco che il lato economico diviene sempre più preponderante, e più i soldi in palio aumentano più si abbassa l’interesse artistico.

Tornando alla fatidica frase non ci resta che l’augurio che l’opera originale susciti più interesse di quella riconoscibile, in termini di movimento generale sappiamo che è impossibile che succeda, speriamo almeno che siano sempre più numerose le persone con il desiderio di saltare oltre l’ostacolo (dei canoni materiali sempre più forti).

sabato 28 febbraio 2026

Poesia, la luce sul cammino che verrà

 

Ogata Gekkō - Luna piena e fiori autunnali presso un ruscello (1895 ca.)

“Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso e ragionato sgretolamento di tutti i sensi.

Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, egli esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che le quintessenze.

Ineffabile tortura, in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, in cui diviene tra tutti il gran malato, il gran criminale, il gran maledetto e … il saggio supremo!

Perché egli arriva all'ignoto”.


Arthur Rimbaud, Lettera a P. Demeney (1871)