martedì 16 agosto 2022

La conoscenza del gesto, la comprensione dell'opera, Lucio Fontana

 

“Un giorno un noto chirurgo venne nel mio studio e notando una mia opera mi disse che quei buchi li sapeva fare anche lui.

Gli risposi che una gamba la so tagliare anch’io ma nel mio caso il paziente sarebbe morto mentre con lui la faccenda sarebbe stata diversa”.

Lucio Fontana


Ci sono “gesti” che possiamo fare tutti ma non tutti comprendono la genesi del gesto stesso e ne sanno indirizzare il percorso.


Lucio Fontana - Concetto spaziale (1965)

sabato 6 agosto 2022

Giornata di sole ... apparente

Benito Quinquela Martín – Día de sol, 1956

Olio su tela - cm 200 x 170   -  

MUMART (Museo Municipal de Arte de La Plata, Buenos Aires


Noto nel suo paese, l’Argentina, dove è considerato una delle figure più importanti nel mondo dell’arte e non solo, è meno conosciuto, quantomeno tra il grande pubblico, in Europa nonostante abbia esposto le sue opere nelle maggiori città del vecchio continente, Madrid, Londra, Roma, Parigi, stella indiscussa a New York, capitale assoluta dell’arte mondiale nella seconda metà del secolo scorso.

Quinquela ha dedicato molto tempo e molte opere alla rappresentazione della sua città, Buenos Aires, in particolare la zona portuale di La Boca, centro nevralgico dell’economia  argentina e specchio di un’umanità laboriosa ma ai margini.

Abbandonato in fasce davanti ad un orfanotrofio accompagnato da un foglio dove si indicavano il nome e il cognome con cui era stato battezzato (Benito Juan Martín) la data di nascita è stata ipotizzata dalle suore che lo avevano raccolto nel 1 marzo 1890 (è stato stimato che il bimbo, al momento del rinvenimento, avesse una ventina di giorni).

Qualche anno dopo, venne adottato da una famiglia di origini italiane, da qui l’aggiunta del cognome del patrigno, Chinchella, che in seguito si trasforma in uno spagnoleggiante Quinquela.

Il dipinto a cui voglio dedicarmi è realizzato a metà degli anni cinquanta, la città di Buenos Aires è in continua espansione ed evoluzione, il pittore ne racconta una giornata qualunque, Día de sol, è la rappresentazione di una comune giornata di sole ma bastano pochi istanti davanti alla tela per capire che il mondo a cui si riferisce Quinquela è tutt’altro che un semplice giorno soleggiato.

Il quadro può essere diviso in tre “fasce” ben distinte, quella in primo piano, all’ombra, quasi perennemente al buio, racconta le sofferenze, gli stenti e i sotterfugi di chi fatica ad arrivare a sera, economicamente e fisicamente, sono scure le figure al lavoro, scure le imbarcazioni, scura l’acqua, tutto ha un’accezione negativa.

La “fascia” centrale al contrario è illuminata dal sole, i colori sono accesi, gioiosi, quella parte della città vive nell’abbondanza, tra gli agi e confortata da un benessere che ad altri è negato, le case e le barche ci parlano di un mondo “positivo” dove la gente vive la propria vita serenamente ignara, più o meno consapevolmente, di ciò che accade nel quartiere vicino.

La terza “fascia” ci mostra il cielo azzurro, o almeno cosi dovrebbe essere, che viene a sua volta oscurato da quello che è il prezzo da pagare per l’eccesso di consumo di una parte della popolazione, le abitazioni, le fabbriche, la città stessa, sono un susseguirsi di ciminiere e camini che eruttano costantemente fumo nero che va a colorare di grigio il paesaggio, l’azzurro del cielo dunque viene sommerso da una costante produzione di gas e fumi.

Contestualizzando l’opera, cosa tutt’altro che semplice, potremmo vedere la rappresentazione di uno stile di vita discutibile ma che allora poteva essere inteso come il classico “progresso che avanza”, vista ai giorni nostri è il racconto della fine.

Sono passati quasi settant’anni dalla realizzazione di questo dipinto, d'istinto potremmo ricollocare la scena ai giorni nostri e sottolineare che siamo esattamente nelle stesse condizioni, ma l'arte vuole andare oltre, quale sia la direzione non lo sappiamo, ognuno, forte (o debole) del proprio "sguardo" ne trarrà le conclusioni (ammesso che ci siano).


mercoledì 3 agosto 2022

[Pillole] L'anima cromatica

Yves Klein sosteneva che l’azzurro è l’invisibile diventato visibile … non ha dimensioni. E’ oltre le dimensioni di cui sono partecipi gli altri colori”.

Pizzi Cannella - Blue K (omaggio a Yves Klein)

L’azzurro è un colore che sovrasta gli altri colori senza metterli in secondo piano anzi, ne risalta le “capacità” eleggendoli a protagonisti assoluti.

L’azzurro come essenza stessa del colore?


sabato 30 luglio 2022

Le "nostre" poesie

Ci sono poesie che il tempo ha reso immortali, poesie che entrano nell’immaginario collettivo e diventano parte del patrimonio culturale.

Nonostante l'immortalità alcune di queste le “sentiamo” lontane, forti, intense ma che appartengono ad altri.

Poi ci sono le poesie che ti entrano nell’anima, sono quelle che senti "tue", sono quelle che per svariati motivi entrano a far parte del tuo essere.

Per quanto mi riguarda è il caso di questa poesia, Destinazione amore il titolo, GianPiera Sironi l’autrice.

Qualche anno fa, all’interno di una spazio virtuale dedicato alle arti, La vostra arte di Carla Colombo, ho scoperto la poesia della Sironi, tra le varie proposte ne ho colte un paio e per la prima volta mi sono lasciato andare ad un’interpretazione personale.

La risposta di GianPiera Sironi al mio commento è stata l’inizio di una frequentazione, anche se solo virtuale, che continua tutt’ora, questi versi mi hanno permesso di incontrare una persona di rara sensibilità.

Ci confrontiamo non solo sulla poesia (sua o di altri) ma di tutte le “sfumature” dell’arte, d’altro canto l’artista sa andare oltre la propria forma d’arte, l’artista è tale perché ha una visione che altri non hanno.

Ora passiamo al testo della poesia:

Destinazione Amore

Siamo come due treni

Che viaggiano su binari paralleli

Sguardi

Sorrisi

Saluti dal finestrino

Come vorrei vincere

La paura di deragliare

Come vorrei perdere

Il controllo

Uscire dai binari

Scontrarmi finalmente con te

 

Leggendo e rileggendo questi versi (la poesia è contenuta nella raccolta: Vuoto a perdere) la mia visione, la mia interpretazione è diversa da ciò che scrissi sei anni fa, allora commentai “… qui c’è il desiderio di superare quello che è il limite umano, soprattutto di questi giorni, il sogno di “scontrarci” con l’altro invece del solito cordiale “salutarsi dal finestrino”, un’intensa e intelligente metafora delle difficoltà relazionali che vorremmo più facili ma che ostacoliamo con barriere invisibili ma percettibili”.

Oggi, grazie anche al confronto con l’autrice, vedo questi versi per quelli che in effetti sono, un’espressione, una dichiarazione d’amore.

Quel “siamo come due treni” è ben diverso dal “siamo come su due treni” che ho interpretato allora, c’è evidentemente un “su” di troppo, due lettere che deviano il percorso interpretativo.

Tutto questo mi ha fatto capire quanto un determinato periodo storico, con un pensiero, un vissuto, una determinata situazione ambientale, particolari, ci permettono di “vedere” da alcuni punti di osservazione, con il trascorrere del tempo, se sappiamo raccogliere le nostre esperienze, i punti di vista si moltiplicano e solo allora possiamo cogliere a pieno l’essenza dell’arte.


Nell'immagine: Claude Monet, Il treno nella neve (1877), olio su tela 78x59 Parigi, Musée Marmottan-Monet

mercoledì 27 luglio 2022

Analfabetismo, l' ultima frontiera.

Il patrimonio linguistico italiano conta circa 270.000 unità lessicali, se aggiungiamo le flessioni (declinazioni, coniugazioni) arriviamo a più di 2 milioni di vocaboli.

Oggi in un linguaggio evoluto si possono utilizzare più di 7.000 parole(come base minima, possono superare tranquillamente le 10.000 quando un linguaggio si evolve) il lessico comune non va però oltre i 2.000 vocaboli che si riducono ulteriormente nel linguaggio dei due terzi della popolazione (analfabetismo funzionale) che impedisce di comprendere un testo scritto di media difficoltà e che si evidenzia nella scrittura (i social ne sono invasi) con la sistematica ripetizione, escludendo qualsiasi forma “apertura” lessicale.

 

Emilio Isgrò - Libro Cancellato, 1964, Museo del ‘900 Milano

Secondo gli studi delle maggiori università italiane e straniere il nostro paese è nettamente in testa a questa tutt’altro che onorevole classifica, si legge pochissimo e male, manca la capacità di confrontare il nostro pensiero con quello altrui, siamo un popolo convinto di avere sempre le risposte su argomenti di cui non conosciamo assolutamente nulla … e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Questi limiti basilari si riflettono sulla percezione che abbiamo di ciò che ci circonda, la mancanza di un’apertura mentale sufficiente per “vedere” oltre il visibile limita inevitabilmente ogni ragionamento critico, impedisce di leggere tra le righe portandoci a rifiutare tutto quello che non comprendiamo.

L’arte non ne è esente anzi, ogni parvenza di novità è rifiutata perché non rispetta i nostri canoni (risalenti addirittura al XIX secolo) e più ci immergiamo nei pantani di una sicurezza ideologica antiquata più rigettiamo ogni possibile apertura verso il futuro.

sabato 23 luglio 2022

Restauri mentali, rigenerazioni culturali

1980, 1994, queste due date delimitano un arco di tempo in cui si è realizzato quello che viene definito il restauro del secolo, sicuramente possiamo considerarlo il restauro più importante e discusso di sempre.


Il Giudizio Universale prima e dopo il restauro

La Cappella Sistina diviene il centro di discussione del mondo intero, quello che è già il luogo simbolo della grande pittura diventa motivo di scontro, i pareri contrastanti non si contano, intervengono figure prettamente tecniche, economiche, politiche e non sono pochi gli artisti che si schierano pro o contro (la maggioranza) il restauro.

Moltissimi gli oppositore dunque, molte petizioni vengono fatte per impedire i lavori, una delle più celebri (non so quanto competenti nel dettaglio) è quella firmata da alcuni artisti tra i quali Christo e Warhol, petizione organizzata da un commerciante d’arte, tale Feldman.

Tra i più importanti oppositori del restauro troviamo lo storico dell’arte James Beck che, al contrario di moltissimi altri, ha un confronto diretto con chi deve effettuare il restauro, Gianluigi Colalucci.

Naturalmente sono comprensibili i dubbi riguardo ad un intervento di questa portata, i restauri precedenti non avevano certo aiutato anzi, avevano arrecato ulteriori danni e per questo motivo bisognava procedere con estrema cautela.

Dopo due anni di discussioni e di studio seguono sei mesi di preparativi che  danno il via libera ai lavori, nel 1980 si inizia con le lunette, l’ottimo risultato scioglie ogni dubbio e si passa alla volta, da qui al Giudizio Universale fono agli affreschi laterali.

Colalucci ha sempre sottolineato che il suo intervento era di “pulitura”, il colore originale non avrebbe subito alcun danno, al contrario sarebbe tornato allo splendore originale.


La "Volta" prima e dopo il lavori di restauro

I musei Vaticani hanno raggiunto un importante accordo commerciale con un’emittente giapponese che acquista l’esclusiva delle riprese dell’intero restauro, ottenendo cosi i diritti di pubblicazione di ogni singolo fotogramma. Per tutto il tempo dei lavori ogni minuto è stato immortalato ottenendo un doppio scopo, un introito economico per il museo e al contempo la documentazione di ogni singolo movimento da parte del team di restauro, il minimo errore non sarebbe passato inosservato.

Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti, dopo secoli abbiamo finalmente l’opportunità di ammirare l’opera di Michelangelo (e degli altri artisti che hanno realizzato gli affreschi laterali) come appariva cinquecento anni fa, questo ha completamente ribaltato la percezione che avevamo sull’arte e sulla personalità del Buonarroti, le opere che apparivano scure, che hanno contribuito a dettare un profilo del pittore quantomeno forzato, svelano un mondo di colori che la dice lunga sulle certezze che tendiamo spesso ad avere.

Che molte delle critiche al restauro fossero mosse da “ideologie” faziose appare evidente da alcune dichiarazioni quantomeno bizzarre, tra le altre quella di aver minato la convinzione della gente che con questo lavoro ha sconvolto il credo popolare che aveva del periodo e della pittura di Michelangelo una certezza che è svanita alla fine della “pulitura”.

Infatti Antonio Paolucci, Che sarà direttore dei Musei Vaticani dal 2007 al 1016, riferendosi alla “patina” di sporco che Colaluci e il suo staff hanno tolto dagli affreschi sistini ha affermato: «la patina più difficile da togliere resta quella mentale di chi non riesce a vedere più in là di ciò che comprende».

mercoledì 20 luglio 2022

[Pillole] Follie matematiche

Identità di Eulero, quella che viene considerata la formula matematica più bella del mondo, fino a considerarla un’autentica opera d’arte.


Non sono un matematico, anche se questo non mi impedisce di “entrare” (in punta di piedi) in questo mondo straordinariamente affascinante.

Sul significato della formula stessa vi rimando a siti internet, libri, video, conferenze, dove chi ha le giuste competenze lo può spiegare dettagliatamente, io mi concentro sulla fatto che sia stata definita “un’opera d’arte”.

Perché è affascinante questa sequenza matematica? Per il suo valore concettuale sicuramente ma il “valore” estetico può essere preso in considerazione?

Per la maggioranza della gente l’idea che l’estetica di una formula possa essere un’opera d’arte è pura follia, probabilmente a ragione ma cosi come un’opera astratta, monocroma, o comunque apparentemente senza senso ha una sua logica, anche questa serie di numeri, lettere e simboli ha una logica ma questa decade quando il significato della formula passa in secondo piano?

Sono sempre affascinato dalle idee, la formula di Eulero non è un’idea recente anzi, on il tempo ha ottenuto il riconoscimento che le spetta, semmai è l’idea che ce la mostra sotto un’altra luce, l’opera d’arte appunto.

Che lo sia o meno poco importa, solo la libertà, e il piacere, di prendere tutto questo in considerazione vale più di ogni risposta certa.

sabato 16 luglio 2022

Identiche nella diversità

Opere che a prima vista sono l’una distante dall’altra, ma approfondendone il concetto si rivelano praticamente identiche.

All’apparenza due opere agli antipodi, l’una “realista” l’altra “astratta”.


Frida Kahlo – Colonna spezzata, 1944                       Mark Rothko - No. 14 (Red, Blue over Black)


Ma in entrambi i casi guai a contraddire gli autori che non accettavano queste definizioni, Frida Kahlo non rappresentava sé stessa nella realtà ma mostrava il proprio sentire, l’opera è lo specchio della sua “profondità”, la raffigurazione del suo Io più intimo, pur raccontando il suo quotidiano andava oltre il dolore fisico.

Al contrario Rothko mostrava gli abissi della sua anima, lo faceva dando vita, luce, a ciò che non è rappresentabile, possiamo dipingere l’esteriorità del nostro corpo, non la nostra anima.

Il pittore americano è riuscito a mostrarsi svelando i propri impedimenti, una faticosa risalita che non ha mai raggiunto la meta.

Queste due opere sono un esempio di quanto sia complessa la rappresentazione della vita attraverso l’arte se ci si limita all’aspetto esteriore, se il giudizio non va oltre l’impressione impressa sulla retina.

Kahlo e Rotkho hanno avuto una storia diversa ma in entrambi i casi complicata, la pittrice messicana ha vissuto nel proprio paese ma ha dovuto fare i conti con grandi problemi fisici, ha dovuto scontrarsi con un mondo, quello maschile, che non dava (e non da tutt’ora) spazio all’altro sesso.

L’artista di origini russe, al contrario, deve le sue difficoltà al forzato allontanamento dalla sua terra e anch’egli ha dovuto combattere con l’antisemitismo (anche in questo caso nulla è cambiato nel tempo).

La vita apparentemente più difficile di Frida Kahlo le ha comunque regalato un’esistenza più intensa, seppure costellata dal costante dolore. Meno evidente la sofferenza di Rothko, una sofferenza “dell’anima” che ha portato ad un epilogo tragico.

I due dipinti dunque raccontano entrambi di vite complicate, di sofferenze, di un baratro più o meno profondo, lo fanno in modo diverso e se ci fermiamo a riflettere lo specchio del pittore statunitense è addirittura più tragico di quello della Kahlo, la forza interiore dell’artista di Coyocán, superiore probabilmente a quella del collega, è la vera differenza che emerge dalle due opere.

Sono proprio la forza e le debolezze di entrambi, motore inesauribile, la  spinta fondamentale che li ha fatti diventare due tra le figure artistiche più importanti del novecento, .


martedì 12 luglio 2022

[ Pillole ] L'arte della critica

Amalia Del Ponte, allieva di Marino Marini, ricordava che lo stesso Marini ribadiva continuamente l’importanza nello scoraggiare un artista anziché incoraggiarlo.

Amalia Del Ponte - Musica in gocce

Nell’arte, come nella vita, gli elogi eccessivi portano a sentirsi realizzati prima ancora di iniziare.

Uno scoraggiamento critico-costruttivo invece spinge a dare sempre il meglio di sé, solo in questo modo si può raggiungere l’eccellenza.



sabato 9 luglio 2022

il caso al servizio dell'arte

Anthony Burgess, musicista, poeta, sceneggiatore e scrittore, deve la sua fama al romanzo A Clockwork Orange, tradotto inizialmente in italiano con il titolo: Un’arancia ad orologeria ma che diviene un cult con l’adattamento cinematografico firmato da Stanley Kubrik, Arancia Meccanica.

Due delle più iconiche copertine del romanzo, a sinistra l'edizione originale ad opera di Barry Trengove, a destra quella più celebre di David Pelham (post film)

Non sono né il romanzo né il film l’obbiettivo della mia riflessione, al di là delle percezioni personali riguardo alle due opere è la genesi del romanzo che mi interessa.

Sono due le circostanze che hanno dato il via alla scrittura del libro, una diagnosi medica e un fatto di cronaca, entrambi hanno toccato da vicino la psiche dell’artista  britannico.

Il fatto di cronaca risale al periodo bellico, Londra 1944, tre militari statunitensi aggrediscono la moglie di Burgess, Llewela Jones, le strappano la fede rompendole l’anulare, infine la abbandonano a terra priva di sensi, la donna è incinta e la violenza la costringe ad abortire e le nega definitivamente una futura gravidanza.

Inutile sottolineare che questo episodio viene riproposto diciotto anni dopo nel celebre romanzo diventandone il fulcro.

Ma senza il già citato “parere medico” quest’opera forse non sarebbe nata, nel 1959, a 38 anni, gli viene diagnosticato un cancro alla testa, gli rimaneva da vivere meno di un anno.

Burgess non si perde d’animo, decide di scrivere, quello che per lui deve essere un capolavoro, in questo modo le vendite del libro possono garantire alla famiglia un sussidio che le premetta di vivere dignitosamente.

Il romanzo è un successo, e ancor più grande è il successo del film di Kubrik realizzato nove anni dopo, il trionfo di critica e di pubblico della trasposizione cinematografica vedono, nonostante la “sentenza” dei medici, la presenza dello scrittore, la diagnosi nefasta si dimostra errata, non tanto per valutazione sbagliata del medico quanto per un assurdo scambio di identità (questo porta a immaginare le conseguenze di chi era stato dichiarato sano al posto dello scrittore di Manchester).

Tutto questo per arrivare al nocciolo della questione, Burgess senza quella diagnosi avrebbe scritto il romanzo?

L’aggressione alla moglie era evidentemente un peso che andava “sollevato” ma se non ci fosse stato quel limite temporale che lo avvicinava alla morte si sarebbe deciso a scrivere e a liberarsi di questo pesante fardello?

Difficile se non impossibile rispondere con certezza, ma è da questo che nasce il mio pensiero, ogni istante della nostra vita è un bivio, dobbiamo sempre prendere una decisione che influirà inevitabilmente sul nostro futuro, le decisioni però non sono sempre prese autonomamente, c’è sempre una variabile “esterna” che dirige il nostro cammino.

L’esempio di Arancia meccanica è illuminante, la violenza subita da Llewela Jones ha sicuramente influenzato il marito ma senza l’errore dei medici probabilmente non sarebbe nato il romanzo, magari Burgess, più avanti negli anni, sarebbe potuto tornare sull’argomento, magari proprio in un romanzo, magari simile, ma sicuramente lontano da ciò che realizza nel 1962, senza la necessità di colmare gli ultimi mesi di vita (la necessità di liberarsi di un peso opprimente ha più importanza del desiderio di lasciare la famiglia in buone condizioni economiche) non sarebbe nato uno dei romanzi più importanti del secondo novecento.  

Come ogni “medaglia” che si rispetti anche questa ha un secondo lato che si oppone al primo, le circostanze che hanno dato vita al romanzo si trasformano nella causa che ha spinto Burgess a prendere le distanze dal film di Kubrik, lo scrittore ha accusato il regista di non aver compreso il concetto di base del suo romanzo trasformando l’idea in una esibizione gratuita di violenza tradendo il pensiero fondante della storia.

E’ una questione personale tra Burgess e Kubrik, ognuno perora la propria causa, lo scrittore ha comunque sempre ragione in quanto autore dell’originale, probabilmente Kubrik ha colto delle sfumature che per l’artista inglese erano secondarie.

Per quanto può valere la mia opinione l’idea che il film sia un’esibizione gratuita di violenza non è campata in aria ma sarebbe riduttivo limitarci a questo.

Cosa ci sia veramente dietro il libro e il film non lo sapremo mai, cosi come non sapremo mai come sarebbero andate le cose senza quella grave disattenzione dei medici.


martedì 5 luglio 2022

[ Pillole ] ... il passato è un'ipotesi

“Si ignora tutto dell’arte. Gli effetti determinano la causa. Coloro che scrivono la storia appoggiandosi al passato non sanno che questo passato è solo un’ipotesi.

L’origine del cubismo? Io stesso non l’ho poi cosi bene scoperta.

Era una preoccupazione di ricerca spaziale, come i papier collés erano una introduzione del colore al di fuori delle forme”.

Georges Braque

George Braque - Port en Normandie, 1909
Olio su tela, cm 81 x 80
Art Institude of Chicago


sabato 2 luglio 2022

Quando c'era ... e forse non c'è più

Voglio parlare di un film, un lungometraggio animato giapponese prodotto dall’ormai mitico “Studio Ghibli”.

“Quando c’era Marnie” del regista giapponese Hiromasa Yonebayashi, realizzato nel 2014 è tratto dal romanzo omonimo della scrittrice britannica Joan G. Robinson.


Non è sulla trama che voglio porre l’attenzione, storia comunque semplice ma interessante, quello che mi ha colpito è la sensazione di serenità che la pellicola trasmette.

Mi riferisco alla versione doppiata in italiano, oltre agli scenari, alla musica che fa da sottofondo all’intera vicenda, è il linguaggio che rende tutto lieve, “elegante”.

Un italiano forse d’altri tempi, tempi in cui si comunicava in modo intelligente, parolacce, insulti, dialoghi logorroici, tutto questo è bandito (i dialoghi nipponici sono spesso scarni e lasciano al silenzio, alle espressioni del viso e del corpo, il compito di “parlare” con il risultato di dare vita ad un mondo che non esiste più, almeno nel "civile" occidente).

Al di là di qualche sparuta caduta di stile (necessaria per lo svolgimento della trama) il linguaggio fa perno sull’educazione, emerge un rispetto per il prossimo, la violenza gratuita è assente, anche le azioni meno “nobili” vengono denunciate senza però forzature inutili.

In un periodo dove un film senza insulti, violenze, urla e sproloqui non viene nemmeno preso in considerazione pellicole come queste sono un toccasana.



Come già detto anche l’ambientazione aiuta a vivere la storia di Anna e Marnie con “leggerezza”, cullati da un concetto profondo che fa leva sui sentimenti più veri tralasciando chiacchiere e isterismi fini a se stessi.

Personaggi che non incontreremo per strada, scenari lontani dal caos che siamo abituati ad incontrare, una pace, interiore ed esteriore, che oggi sembra pura utopia, un mondo ideale che se è difficile da immaginare nella follia quotidiana che viviamo, è il viatico di un momento unico.



Naturalmente (per un film è fondamentale) la storia c'è eccome, seppur tutt'altro che complessa, si dipana lieve, quasi eterea, Anna, una ragazzina dalla salute cagionevole e con problemi di accettazione di sé, si reca in vacanza da alcuni parenti, ci va controvoglia, abituata alla vita di città si sente fuori luogo nel bellissimo paesino adagiato sulla riva del mare.

Nonostante l'accoglienza calorosa dei due zii fatica a legare con chi la ospita e con la popolazione del luogo finché un giorno, tutta sola si reca sulla spiaggia e ... 

martedì 28 giugno 2022

[Pillole] "... perché nessuno sapeva chi era ..."

“Ho dato inizio a un happening a New York dichiarando davanti a tremila spettatori che Cézanne era di una catastrofica inesperienza, un pittore di decrepite strutture del passato. Sono stato applaudito, soprattutto perché nessuno sapeva chi era Cézanne”

Salvador Dalí


Appunto …


Nell’immagine: Paul Cézanne, Castagni e fattoria al Jas de Bouffan, 1884 – Olio su tela, cm 92 x 73. Norton simon Museum, Pasadena


sabato 25 giugno 2022

Tre punti di vista, gli sguardi artistici di Corot

Jean-Baptiste Camille Corot fa il suo primo viaggio di studio a Roma e soggiorna nella capitale italiana tra il 1825 e il 1828, in quel periodo era fondamentale, per la formazione di un artista, visitare la città eterna.

Durante questi tre anni Corot dipinse spesso all’aperto ed è ne 1826 che, in poco più di due settimane realizza tre dipinti che hanno in comune il fatto di essere la realizzazione di altrettante vedute dipinte nello stesso posto e contemporaneamente.

Veduta dai giardini Farnese a Roma, 1826  Olio su carte incollata su tela, cm 24,5 x 41,5
Phillips Collection, Washinnton

Il mattino lavorava alla Veduta dai Giardini Farnese a Roma, a mezzogiorno dirigeva lo sguardo ad est e da quella posizione realizza Il Colosseo, nel tardo pomeriggio lo sguardo si dirigeva a nord dove si poteva vedere il Foro romano, da qui il titolo del terzo quadro.


Il Colosseo, 1826  Olio su carte incollata su tela, cm 30 x 49
Museo del Louvre, Parigi

Le tre opere sono messe in risalto dalle luci del sole che ci indicano il momento del giorno in cui sono realizzate, le ombre si allungano o si accorciano a seconda dell’ora, anche se è possibile notare la resa degli alberi che, al contrario delle costrizioni, sembra meno nitida, l’influenza della pittura paesaggistica da atelier è ancora presente nel giovane Corot, influenza che col tempo si farà sempre più impalpabile, nonostante questo piccolo e probabilmente insignificante particolare la maestria del pittore francese va oltre e ci regala tre capolavori assoluti, il primo custodito nella collezione di Duncan Phillips, gli altri due al Louvre.


Il Foro visto dai giardini Farnese, 1826  Olio su carte incollata su tela, cm 28 x 50
Museo del Louvre, Parigi

Tre punti di vista di un singolo luogo, la capacità di Corot di cogliere gli effetti luminosi naturali, la sapienza nel saper concentrare lo sguardo su un soggetto, subito dopo averne “abbandonato” un altro.



mercoledì 22 giugno 2022

Viviamo il "tempo" sbagliato?

Secondo Raimon Panikkar il passato è passato in quanto ricordo del presente, il passato in quanto passato non esiste, il futuro in quanto futuro non esiste, l’unica cosa che esiste è il presente.

Ma noi non sappiamo vivere il presente e proiettiamo tutte le nostre energie, fisiche e psichiche, nel tentativo di “vivere” in un tempo che non esiste, il risultato è semplicemente catastrofico.

Un altro punto imprescindibile dell’errore umano, sempre secondo Panikkar, sta nel pensare di essere eterni vivendo nel tempo, eternità e temporalità non sono assimilabili anzi, l’una esclude l’altra.

Non siamo eterni dunque viviamo nel “tempo” presente ed è lo stesso Panikkar che traccia quella che potrebbe essere la via maestra da seguire, anche se può apparire spiazzante: “non importa se viviamo quindici, trenta, cinquanta o novant’anni, la cosa fondamentale è vivere il presente consapevoli di essere unici tra miliardi di unicità”.

nell'immagine: Enrico Benetta - Mi riprendo il mio tempo



sabato 18 giugno 2022

Movimenti nascosti ... sotto la neve

«Questa Bonn è una vera città di pensionati. Tutto molto tranquillo, serio, discreto. La zona in cui viviamo ha molte caratteristiche interessanti. Branchi di cani, cavalli e cavalieri, bambini che si picchiano. Poi le case che ti guardano con occhi vivi. Amo molto questa città».

August Macke – Marienkirke sotto la neve 1911 - Olio su cartone, cm 105 x 80.  Hamburger Kunstalle, Amburgo


Questo estratto da una lettera che Macke ha scritto all’amico Franz Marc potrebbe essere la descrizione ufficiale del dipinto, è vero che non si vedono ne cani ne cavalli ne tantomeno cavalieri e bambini ma la dinamicità della scena è rappresentata dalle numerose costruzioni che sembrano stringersi l’una sull’altra senza trovare una posizione definitiva.

Le abitazioni in primo piano sono particolarmente basse, tanto da far pensare ad una sorta di fabbriche, per poi innalzarsi fino alla chiesa e ai campanili sullo sfondo.

Nonostante i colori non siano particolarmente vivi emerge la sensazione che il paesaggio cerchi di emergere dalle “strette” dell’inverno, la neve copre parzialmente i tetti, tutto è in bilico, in attesa.

Se non prendiamo in considerazione le parole della lettera spedita a Marc la sospensione sembra fissata dall’artista, bloccata nel tempo, ma dal punto di vista dello spettatore è impossibile sapere cosa succede nelle strade tra le case, possiamo solo immaginarlo.

La forma cubica degli edifici non può non portarci alle opere di Cezanne e al cubismo che ha da poco preso vita, certo l’evoluzione di Braque e Picasso non è presente ma il concetto espresso da Cezanne si, le “idee dei primi nascono da quella del secondo, difficile ignorarle anche se non sono correlate, almeno ufficialmente.

mercoledì 15 giugno 2022

L'uomo (nero) di San Pietroburgo

L’uomo di San Pietroburgo. Non credo alle premonizioni ma ci sono opere che spesso indagano il futuro, alcuni artisti riescono a farlo consciamente grazie ad una visione non comune, altri, inconsciamente, danno vita a proiezioni che rilette nel tempo aprono a scenari inimmaginabili.

Gennady Blokhin - Black crow, Night St. Petersburg

Questa immagine realizzata dal fotografo russo Gennady Blokhin è carica di energie negative, naturalmente la lettura è “contaminata” dagli eventi di queste ultime settimane, anche se “l’uomo di San Pietroburgo” a cui mi riferisco, da tempo è foriero di sventura.

Il corvo in primo piano e sullo sfondo la strada affiancata da numerose abitazioni, ci appare tetra, tutt’altro che rassicurante (e ben lontana da quella che è realmente, una città meravigliosa).

L’arte, a volte, illumina gli angoli bui della storia futura,  in questo caso la rappresentazione ha colto nel segno.

Sicuramente l’intento di Blokhin non era quello a cui mi riferisco ma … non posso nemmeno escludere il contrario.

Cosa ci voglia (o non voglia) dirci quest’opera non lo sappiamo con certezza ma, con gli occhi “contemporanei” il buio morale di San Pietroburgo, o meglio di un suo celebre, aimè, cittadino, traspare con una forza dirompente.