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martedì 2 gennaio 2024

Post semiserio (sarebbe più onesto ammettere che di serio non ha nulla)

L’altro giorno, nel tentativo maldestro di cambiare la batteria, un orologio mi è scivolato dalle mani con la conseguente frattura, semi-composta, del vetro.

Le soluzioni erano due: quella logica (di mia moglie) è di cambiare il vetro, quella illogica (la mia) è l’occasione di aprire un’altra strada, quella di cambiare la “visione” dell’orologio.

La crepa nel vetro mi ha immediatamente portato al Grande vetro di Duchamp che, durante il trasporto per una mostra temporanea, si è rotto lasciando appunto un vasto reticolo di crepe.

Non è mia intenzione accostare l’opera in questione con il mio orologio ma sono le parole di Duchamp, dopo che gli avevano notificato l’accaduto, che ho preso in prestito: “le crepe nel vetro sono quello che mancavano all’opera, ora è completa”.

Se dunque prendessi in prestito le parole dell’artista francese e le convogliassi verso l’orologio? Potrei anch’io dire che la crepa completa l’orologio, è quello che mancava per renderlo perfetto, anche perché la caduta non ha inficiato il funzionamento dello stesso.

Immagino che la reazione di chi legge queste righe sia simile a quella di mia moglie (per la cronaca non ha detto nulla, si è limitata a scuotere la testa) ma converrete con me che il punto di vista (mio) per quanto assurdo è parte integrante di quella visione alternativa che tanto desidero promuovere, se poi questa visione abbia o meno senso …  


mercoledì 12 ottobre 2022

L'arte involontaria può essere considerata arte?

Voglio addentrarmi in una riflessione che definire complessa significa sminuirne il senso, desidero parlare di qualcosa che potrei definite non-arte, o se preferite dell’arte involontaria, il modo di trasformare oggetti di uso quotidiano e trasformarli con l’inserimento della parola in manufatti artistici.

 

Non mi riferisco a ciò che è stato fatto nel recente (più o meno) passato, i ready made di Duchamp ad esempio, voglio andare oltre la volontà artistica.

L’opera in questione, che vediamo nell'immagine, conosciuta come i “Funghi”, è stata realizzata da un artista anonimo del nord Europa, il titolo è: “Il riparo dei desideri irrealizzati” un’opera di arte ambientale che potrebbe raccontare l’impatto nel quotidiano della plastica (che però viene vista come riparo del legno sottoposto al degrado del tempo, soluzione forse efficace ma tutt'altro che "green").

Dico potrebbe perché questa “realizzazione” (non saprei come definirla diversamente) è di mio padre che, anni fa,  ha trasformato una siepe di abeti, morta, in una recinzione “diversamente logica”, ha lasciato i tronchi con il compito di assicurare un riparo ai mezzi in transito che altrimenti potevano sbandare e cadere nella scarpata a fianco del viale d’accesso della propria abitazione. Per impedire che l’acqua facesse marcire il legno ha coperto i tronchi con dei “cappelli”, dopo che le varie resine isolanti si sono dimostrate inefficienti.

Amici, parenti, conoscenti, davanti a questa recinzione, hanno avuto la stessa reazione, prima lo stupore per l’insolito steccato, poi la frase che si ripeteva ad ogni occasione: “sembra un’opera d’arte contemporanea”, detto tra il serio e il faceto (quasi sempre la seconda).

Naturalmente niente di tutto ciò è da considerare arte ma se riavvolgiamo il “nastro”, dimentichiamo ciò che ho detto, torniamo alle prime righe, fingiamo che sia il lavoro di un ipotetico artista (decidete voi la cittadinanza e la nazionalità) e prendiamo per buono il titolo che gli ho affibbiato, cosa potremmo pensare?

Chiunque può, a ragione, ribadire che non si tratta di arte, cosa in effetti vera, ma siamo sicuri che lasci totalmente indifferenti? Non tanto nel fatto che l’opera in sé sia arte ma se pensiamo che molti “lavori” ambientali e concettuali siano considerati (a ragione) arte seguendo le stesse dinamiche dei tronchi in questione non possiamo essere categorici, semmai l’unica eccezione sta nella volontà di definire il manufatto.

Se la recinzione in questione (comunque distrutta dal tempo che si è fatto beffe anche dei "ripari" in plastica) fosse stata realizzata con lo scopo di dare vita ad un’opera d’arte cambiava qualcosa concettualmente?

sabato 18 settembre 2021

Semplice goliardia o concetto basilare?

Una domanda fondamentale che non trova (mai) una risposta definitiva.

A volte i “social” ci ripropongono notizie e relativi commenti del passato più o meno recente, in questo caso viaggiamo a ritroso nel tempo per un solo lustro e comprendiamo quanto lentamente scorre il tempo (culturalmente) non potevamo che aspettarci la contemporaneità di questa notizia.

Siamo nel 2016 e all’interno del Museum of Modern Art di san Francisco va in scena quello che all’apparenza sembra uno scherzo atto a mettere alla berlina la considerazione che il pubblico “museale” ha dell’arte ma che invece tiene aperta la questione “arte concettuale”.

Molti ricorderanno l’idea di due giovani californiani che hanno semplicemente posato per terra un paio di occhiali in corrispondenza della targhetta che indicava il tema artistico della sala.

La reazione per molti è stata sconvolgente (in modo negativo) mentre per altri è sembrata meno sorprendente e soprattutto meno “stupida” di quanto la si volesse far passare.

I visitatori del museo davanti al paio di occhiali si sono comportati come se fossero davanti ad un’opera d’arte, alcuni con scetticismo, altri con curiosità, altri con entusiasmo.

I media di allora hanno commentato la vicenda limitandosi a schernire il pubblico “incapace di capire cosa sia arte e cosa non lo sia” ignorando quello che è, a tutt’oggi, il quesito fondamentale: cosa è arte e cosa non lo è?

All’interno del Museum of Modern Art di San Francisco i due giovani “creano” la scena per un semplice scherzo (posteranno sui social la reazione dei visitatori).

Non so quanto sia “ricercata” questa azione, probabilmente seguivano solo la moda della trappola in video per poi deridere chi ci casca(cosa che hanno fatto in molti). A distanza di cinque anni (comunque troppo pochi per avere un primo resoconto storico) si ribaltano le gerarchie, allora i ragazzi erano i “furbi”, i visitatori del museo gli idioti, i media i “professoroni” che deridono gli ingenui appassionati d’arte.

A distanza di tempo, secondo il mio personale pensiero, i ragazzi ne escono senza infamia e senza lode, i media e tutti quelli che hanno deriso chi si è lasciato coinvolgere hanno fatto la solita figuraccia da “sapientoni” senza competenza alcuna, mentre i visitatori hanno lasciato aperto un argomento che molti (quelli che “portano” i paraocchi) vorrebbero chiudere.

Continuo a pensare che la reazione del pubblico ci ha mostrato una visione dell’arte sempre più ampia e che non ci si ferma, come spesso accade, ai concetti del IXX secolo, periodo che purtroppo resta basilare per i canoni odierni.

Dopo cinque anni l’idea, che potrebbe essere considerata geniale se solo fosse nata con questo obbiettivo, si è rivelata “illuminante”, ha svelato la sensibilità di certo pubblico capace di incuriosirsi davanti all’apparente banalità, il rischio di sembrare ingenui è un prezzo minimo da pagare se ci permette di guardare oltre.