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domenica 8 giugno 2025

Abbandoniamo la superficie per comprendere le profondità

All’alba del 6 giugno, al centro della Rotonda dei Mille che ospita il monumento di Giuseppe Garibaldi a Bergamo, gli abitanti della città lombarda hanno avuto una sorpresa (piacevole o meno dipende dai punti di vista).



Sulle spalle della statua del “Re dei due mondi” appare un bambino che con la mano destra mima una pistola, dopo i primi attimi di smarrimento ecco svelato l’arcano: si tratta di un’installazione di Maurizio Cattelan.

Come ogni opera realizzata dall’artista padovano anche questa suscita immediatamente reazioni differenti, anche se soprattutto negative, alla mente tornano i bambini impiccati apparsi a Milano nel 2004 (ne ho parlato qui)

L’installazione inaugura la mostra diffusa “Season” che dal 7 giugno al 26 ottobre sarà visibile nella città “Dei Mille”.

Cos’è che scatena il fastidio di molti? Un bambino che “spara”? Il gesto dissacratorio che tocca uno dei simboli cittadini? O lo sdegno per qualsiasi cosa non sia comprensibile nell’immediato?

Non sarò certo io a scandalizzarmi per un’opera d’arte anzi, sono proprio queste occasioni, dove al primo sguardo non si hanno le giuste coordinate, in cui possiamo iniziare ad esplorare gli anfratti di una visione, nostra e altrui, che rimangono in ombra.

Chi o cosa rappresenta il bambino “armato” a cavalcioni sul monumento di una figura simbolo della città ma non solo? La difesa o l’aggressione delle nuove generazioni a tutto ciò che è il passato, oppure il bambino che impugna un’arma, anche solo metaforica, ci riporta ai tristi fatti di cronaca che denunciano un degrado morale in cui sono proprio i bambini a farne le spese (qui l’accostamento all’opera di Milano pare evidente).

Naturalmente non possiamo escludere l’aspetto giocoso ma sembra più legato alle generazioni passate, semmai è il tentativo di emergere, con la forza, in un mondo che non sembra conoscere alternative alla forza stessa.

Dietro alle opere di Cattelan c’è sempre un messaggio anche se fatica ad emergere, la totale assenza di riferimenti da parte dell’autore ingarbuglia ulteriormente i tentativi di darne una definizione logica, in fondo Cattelan ha sempre fatto della provocazione un suo cavallo di battaglia, ma solo se ci si ferma alla superficie non si vede altro. Dai “bambini” già citati al dito medio in Piazza Affari, dal papa colpito da un meteorite fino alla celeberrima “banana” (curioso che le opere siano conosciute con nomi differenti dal titolo scelto dall’artista) apparentemente sembra che l’unico obbiettivo sia provocare ma in ogni singolo caso dietro c’è un preciso percorso, artistico, sociale e culturale.

Come richiesto a qualsiasi un’opera d’arte anche questa fa discutere, se riuscisse anche a far riflettere …

martedì 5 dicembre 2023

Un'altra occasione sprecata?

Yayoi Kusama, l’artista giapponese definita dai media “la più amata al mondo” (come sempre l’importante è esagerare, se pensiamo che questa definizione sarebbe un valido sostegno ad una tesi contraria ...) dal 17 novembre è “presente” a Bergamo nell’ambito di: “Bergamo-Brescia capitali della cultura 2023”.


Il successo di pubblico è stato immediato, già nei primi giorni di maggio, quando ha preso il via la prevendita, i biglietti sono andati a ruba al punto che la prevista conclusione della mostra (?) prevista per il 14 gennaio 2024, è stata posticipata al 24 marzo.

Anche in questo caso il tagliandi d’ingresso, all'inizio c'erano a disposizione più di 22 mila e con la proroga sono diventati il triplo, sono andati esauriti.

Tutto bene e tutto bello, almeno secondo gli organizzatori, ma di artistico e culturale in questa … mostra, che mostra non è, non vi è traccia.

All’interno del Palazzo della Ragione troviamo solamente un’installazione, che di per se è tutt’altro che insignificante, ma che è la sola opera esposta, cosa che viene volutamente tenuta nascosta, o perlomeno relegata in secondo piano (altrimenti come giustificare il prezzo d’ingresso?)

E non è la quindicina di euro a spostare gli equilibri di un bilancio economico famigliare, ma a lasciare perplessi è il fatto che all’interno dell’installazione ci si può rimanere solo per 60 secondi.

Sicuramente interessante il lavoro della Kusama, “ Fireflies on the Water”, un’esperienza intima e profonda ma che necessita di molto più tempo.

All’interno della sala ci si trova in un ambiente buio circondato da specchi, al centro uno specchio d’acqua che vuole trasmettere il senso di quiete, appese al soffitto 150 luci a rappresentare le lucciole del titolo, un ambiente dove i riflessi dell’acqua e degli specchi moltiplicano le luci. Tutto poeticamente magico ma che non può essere tale se il tempo a disposizione è di un misero minuto.

Ogni visitatore entrerà nello spazio creato dall’artista giapponese ma non riuscirà nemmeno a guardarsi attorno che verrà invitato ad uscire per permettere ad altri di vivere la stessa (inutilmente vuota) esperienza.

Cultura zero, arte poca, business tanto, si ha la sensazione di essere al cospetto di un’occasione buttata al vento, un evento messo in atto esclusivamente a fini di lucro.

A confermare l’assenza di ogni pretesa che vada oltre il “parco a tema” ci sono gli articoli di alcune testate, nazionali e locali, che galleggiano in superficie, un esempio  sono queste righe che svelano il valore di questo avvenimento: ”un’occasione di vivere un’esperienza intensa da poter poi condividere sui social”.

Il sindaco di Bergamo, Gori, ha dichiarato, riguardo alla corsa al biglietto: “non si era mai vista una cosa simile per una manifestazione d’arte”, peccato che quella messa in scena a Bergamo sia si una manifestazione ma di “arte” c’è poco o nulla.

Peccato perché Yayoi Kusama ha moltissimo da dire, artista a tutto tondo che, ha saputo dirigere il proprio pensiero cavalcando l’onda lunga del “pop” ma evitando di ripetere metodo e concetti cari alla Pop Art dei decenni scorsi.

Philippe Daverio ha sempre insistito sul fatto che per godere di un’opera d’arte fosse necessario tutto il tempo utilizzato normalmente per visitare un’intera mostra, pensare che siano sufficienti 60 secondi per entrare nel mondo creato dalla Kusama è un’assurdità.

Ma forse oggi è questo che vuole il visitatore medio, una mostra celebre (se i biglietti sono introvabili meglio perché il vanto sui social acquisisce valore) un tempo ridotto che non richiede impegno intellettuale e la possibilità di scattare qualche foto (da alcune ricerche sembra che le mostre dove è vietato fare selfie sono meno appetibili) ingredienti che permettono di dare vita a “piatti” multicolore ma senza alcun sapore.

venerdì 20 ottobre 2023

La linea di confine è stata oltrepassata? L'arte tra etica e trasgressione

Dal 1997 quest’opera di Cattelan, intitolata “Novecento”, fa inevitabilmente discutere, può irritare, infastidire, ci può lasciare indifferenti o incuriosire.

Maurizio Cattelan - Novecento

Possiamo definirla di cattivo gusto, posiamo dubitare che sia arte o credere che sia tale, è impossibile avere un giudizio uniforme, ognuno di noi può trarne delle conclusioni (la conclusione dipende dalla quantità e qualità di informazioni in nostro possesso, quantità è qualità non fanno propendere per forza verso un giudizio positivo, anzi avere le giuste informazioni può spingerci a rifiutare l’opera come artistica).

Ma non è questo il punto, a lasciarmi perplesso è il fatto che dopo più di 25 anni ci sia ancora qualcuno che chiede: “ma il cavallo è vivo?”.

Onestamente sono domande che lasciano basiti, trovo incredibile che, con l’accesso ad un’infinità quantità di informazioni, ci sia ancora qualcuno (sono moltissimi, le stesse domande le hanno fatte per un’opera simile esposta qualche anno fa sulle rive del lago d’Iseo) incapace di valutare ciò che vede ed eventualmente informarsi.

Spesso a queste domande corrispondono le risposte più disparate, da chi conferma che Cattelan esponga un cavallo vivo e di conseguenza aumenta l’indignazione, a chi da la stessa risposta ma in modo ironico.

In entrambi i casi chi ha posto il quesito non distingue il “tono” della risposta, da per scontato che la propria impressione sia l’unica esatta ed è per questo che non vengono poste le domande "giuste" (virgolettato perché la domanda giusta non esiste) ma si innescano futili polemiche ignorando quelli che forse sono quesiti fondamentali. 

Infatti non è questa sterile diatriba l'obbiettivo del mio scritto (è evidente che il cavallo non sia vivo) la questione è un’altra, il cavallo di Cattelan è una scultura o si tratta di un animale imbalsamato?

Siccome si tratta appunto di un animale imbalsamato ci dobbiamo interrogare se l’esibizione di un animale impagliato (o “in tassidermia” per rendere la cosa più accettabile) sia corretta, infatti il “Rinoceronte appeso” di Stefano Bombardieri, che ho ammirato sulle rive del lago d’Iseo, citato poco fa, è in resina, in questo caso si elimina la questione legata all'utilizzo di un essere "organico".


Stefano Bombardieri - Tempo sospeso

Da una parte la discutibile scelta di Cattelan, dall’altra quella di Stefano Bombardieri, entrambe artisticamente e concettualmente ineccepibili, al di là del fatto che le si possa o meno considerare opere d’arte, ma materialmente diverse.

Questo ci porta ad un’altra opera, per l'esattezza A Thousand Years di Damien Hirst, dove lo scontro tra l’artista è chi ha a cuore il rispetto degli animali raggiunge l’apice.

Damien Hirst, - A Thousand Years

La struttura consiste in una teca di vetro e acciaio di grandi dimensioni divisa al centro da una lastra in plexiglas forata, da una parte vi è una scatola contenente delle larve di mosca, dall’altra la testa di una mucca appena acquistata, e ancora abbondantemente grondante di sangue, da un mattatoio (Hirst si difende sostenendo che la mucca non è stata soppressa apposta ma che la testa sarebbe stata gettata come rifiuto organico) le larve si trasformano in mosche che a loro volta si dirigono verso la carcassa sanguinolenta (la testa è reale, il sangue no in quanto acqua zuccherata e colorata di rosso, per rendere l'effetto più duraturo).

Ma la cosa che ha fatto infuriare gli animalisti è il fatto che sopra la testa era posizionata una lampada anti zanzare che uccideva sistematicamente le mosche accorse verso la carne in decomposizione.

Riepilogando, tre modi di esprimere un pensiero artistico, in tutti e tre i casi emerge un concetto sicuramente profondo, tutti partono dalla stessa idea ma utilizzando metodi differenti.

Se vogliamo evitare di fare del falso moralismo e limitare un’immancabile ipocrisia dovremmo constatare che nel nostro quotidiano non ci comportiamo molto meglio, è sicuramente il caso di sottolineare le storture di queste opere d’arte (tali per ciò che esprimono) senza eccedere in false indignazioni.

Pur apprezzando tutti e tre gli artisti citati non posso non provare un certo fastidio per le opere di Cattelan e Hirst, la domanda che mi faccio è: si potevano “costruire” diversamente queste opere?

Per quanto riguarda Novecento di Cattelan sicuramente si, infatti Bombardieri lo ha fatto, riguardo a Hirst è il discorso è più complesso, la testa era uno scarto di macelleria (anche le larve delle mosche erano destinate alla pesca ma stranamente nessuno ha alcunché da eccepire, nonostante la si possa affiancare alla caccia) ma l’eliminazione sistematica delle mosche per un futile motivo non è accettabile, questo ci porta a più profondi ragionamenti, qual è il limite che possiamo raggiungere? Forse il vero significato di queste opere è questo: Il limite è abbondantemente superato? sarebbe forse il caso di prenderne coscienza e fare un passo indietro?

Partendo dalle puerili domande che in molti si fanno davanti al cavallo di Cattelan ho cercato di andare oltre, porci ulteriori domande che alla fine ci portano alla conoscenza dei nostri lati oscuri.


venerdì 30 giugno 2023

Pezzi unici o fruizione "popolare"? [ Pensieri in libertà ]

Big Bench, ovvero le ormai famosissime “panchine giganti”.

Creata da Chris Bangle inizialmente presentata come opera d’arte ora viene definita oggetto di design, ma la moltiplicazione dei “pezzi” (siamo a quasi 240 esemplari distribuiti in varie valli italiane) ne sta svalutando l’aspetto artistico.



E’ innegabile l’apprezzamento del grande pubblico affascinato dal “fuori scala” e dai favolosi panorami che ci si presentano quando ci sediamo sentendoci un po’ bambini.

All’inizio si è cercata una possibile “singolarità” dividendo le panchine per colore ma il moltiplicarsi delle stesse ha inevitabilmente moltiplicato anche l’aspetto cromatico annullando anche questa possibilità del “pezzo unico”( idea comunque non originalissima considerato che panchine giganti anche se di altra forma ce ne sono già in tutto il mondo).

La domanda che mi pongo (perché devo sempre pormi delle domande) è: ha più valore l’opera d’arte unica e di conseguenza meno fruibile o la crescente distribuzione di queste installazioni permanenti che permettono a tutti di goderne azzerando il lato artistico a favore di un utilizzo più ludico?

Ammetto che concettualmente avrei preferito il pezzo unico ma forse sarebbe stata un’azione più elitaria anche se sicuramente più incisiva nel tempo.

venerdì 5 maggio 2023

La fiera delle banalità. Nel tempo effimero dei social la moltiplicazione dell'ovvietà.

Nel 2019, a Miami all’interno di Art Basel, Maurizio Cattelan espone Comedian, l’opera consiste in una banana (vera) fissata alla parete con un pezzo di nastro adesivo grigio, l’interesse si è immediatamente “alzato”, al punto che un anonimo collezionista sborsa la ragguardevole cifra di 120 mila dollari per accaparrarsela, l’opera verrà poi donata dal misterioso filantropo al Guggenheim di New York.




Il geniale artista veneto ha al suo attivo moltissime opere che sono diventate icone rappresentative dell’arte contemporanea, Comedian è forse quella meno originale e, se non fosse per il titolo che ne ribalta il concetto, quella più banale.

Ma da un’opera che pecca di originalità non possono che nascere situazioni ancor meno uniche, banali appunto.

Sempre durante Art Basel del 2019 un artista, David Atuna, non si sa quanto spontaneamente, stacca la banana, la sbuccia e la mangia, nulla di eclatante ma è la giustificazione ad essere quantomeno interessante: “Amo il lavoro di Maurizio Cattelan e adoro questa installazione. È deliziosa”.

La frase di Atuna è sicuramente la cosa più sensata di tutta la messa in scena, resta il fatto che tutto questo è servito per dare all’opera una fama internazionale che va oltre ogni aspettativa.

Ma la fiera delle banalità era solo agli albori, a distanza di quattro anni a Seul, nelle sale del Leeum Museum of Art, all’interno di “WE”, personale dedicata a Cattelan, troviamo esposta la discussa opera. Uno studente coreano, in cerca del warholiano quarto d’ora di celebrità o tanto ignorante da non sapere che quello che stava facendo era già stato fatto, stacca la banana e la mangia, la giustificazione è puerile e tutt’altro che illuminata: “Ho saltato la colazione e avevo fame”.

Se davanti ad un gesto scontato, che è una patetica copia di qualcosa di già visto, aggiungiamo una frase che è una via di mezzo tra il ridicolo e lo squallido a quale risultato giungiamo?

Il risultato sono gli articoli che appaiono su tutte le testate online del mondo, naturalmente quelle del nostro paese non possono mancare là dove c’è il nulla da esaltare, infatti, a parte qualche sito artisticamente serio, è partita la celebrazione del “gesto di ribellione”, ribellione a cosa non è dato sapere.

L’opera di Cattelan Comedian (il titolo ne è la chiave di lettura) si era già proposto come una forma di ribellione al mercato dell’arte (anche se ne fa parte a tutti gli effetti) questa puerile sceneggiata non è altro che la spasmodica ricerca di “visualizzazioni” di qualcuno che, senza arte ne parte, non ha nulla da offrire, questo gesto potrebbe essere paragonato ad un “imbrattamento” di una tela famosa fatto per protesta verso il sistema, in questo caso non ci sono danni (Cattelan ha anticipato tutti quattro anni orsono dichiarando che per mantenere viva l’opera si devono sostituire periodicamente nastro e banana) e in fondo non c’è null’altro

giovedì 30 marzo 2023

Uso, abuso e depotenziamento dell'idea di "provocazione".

A Vevey, una località svizzera bagnata dalle acque del lago Di Ginevra, una forchetta di grandi dimensioni si erge maestosa infilzando prepotentemente le acque del limpido specchio d'acqua.

L’opera in sé è decisamente piacevole, interessante punto di vista, originale (almeno parzialmente) nella sua concezione legata al Museo dell’Alimentazione (Nestlè Alimentarium Museum) che ha sede nella cittadina.


Potremmo approfondire l’opera in quanto tale, infatti solo “pensandola” come riferimento all’alimentazione, al legame vitale con l’acqua, alla comunione con la “terra” andiamo oltre il mero aspetto visivo. Ma non c’è molto altro da aggiungere.

Allora mi soffermo su altri particolari, sfumature nate più da come viene “raccontata” l’opera che da solide basi artistiche.

Innanzitutto la “Fourchette geante” viene attribuita a Georges Favre che l’ha realizzata sul disegno di Jean-Pierre Zaugg.

Le varie testate online riportano quasi esclusivamente il nome di Favre, solo in seguito ci dicono chi l’ha disegnata, chi è in pratica l’autore dell’opera?

Mi verrebbe da dire che il merito va dato esclusivamente a Zaugg, l’idea è predominante, a meno che sia Favre ad avere avuto l’illuminazione di infilarla nelle acque di fronte a Vevey.

Ma ad incuriosirmi, e a deprimermi, è l’inclusione di quest’opera, in moltissimi articoli di varie testate online, tra le più strane, provocatorie, destabilizzanti (hanno usato proprio questo termine) e incomprensibili, opere d’arte contemporanea.

Ad accompagnare la “forchetta” tra i manufatti più assurdi (sempre secondo tali testate) troviamo il solito “orinatoio” di Duchamp, La “Merda d’artista” di Manzoni, l’immancabile “taglio" di Fontana e, forse l’unica veramente provocatoria e comunque nulla di più, “Brown-nosers di David Černý.

Inutile sottolineate che chi si chiede, nella terza decade del XXI secolo, che senso hanno le opere sopracitate evidentemente di è dedicato ad altro, evitando di perdere tempo studiando la storia dell’arte occidentale del secolo scorso.

La forchetta lacustre non è certo provocatoria, strana, spiazzante o incomprensibile, si tratta di una forma, molto ben fatta, di marketing “artistico”, dove l’installazione è  legata indissolubilmente ad un determinato marchio.

Casomai se c’è qualcosa di provocatorio è nel contenuto di certi articoli, accostare, mettendole sullo stesso piano, opere come quelle di Fontana, Manzoni e Duchamp con questa del duo Zaugg-Favre, mi lascia quantomeno perplesso.

Il dubbio non nasce dalla visione delle opere ma da ciò che rappresentano e da quello che hanno saputo dare all’arte negli anni, è vero che la “Forchetta” è più giovane delle altre e che probabilmente necessita di altro tempo per evolvere, ma nei suoi trent’anni di vita non ha dato il benché minimo contributo all’evoluzione artistica nel suo insieme, al contrario delle altre si limita a stupire (o cercare di farlo) i turisti che si trovano a passare da quelle parti, insomma opera di discreto valore “visivo”, molto meno "stimolante" quello artistico.

martedì 20 dicembre 2022

La geniale visione di Bruce Nauman

Siamo nel 1968, sono gli anni del boom economico ma anche quelli della contestazione giovanile, della guerra fredda e della corsa allo spazio.

Bruce Nauman - Il mio nome come se fosse scritto sulla superficie della luna, 1968

Nauman mischia tutto e lo presenta con quest’opera, "Il mio nome come se fosse scritto sulla superficie della luna" del  1968, che racconta il fiorire delle insegne al neon (cosa iniziata anni prima nel pieno della rivoluzione pop) ma soprattutto anticipa quello che accadrà a breve, il contatto dell’uomo con il nostro satellite naturale.

In quell’anno infatti (esattamente il 30 dicembre) viene pubblicata la celebre fotografia che mostra la terra che sorge dall’orizzonte lunare, l’anno seguente assisteremo all’epocale allunaggio, Bruce Nauman anticipa tutti scrivendo il proprio nome sulla Luna.

La gravità lunare, decisamente inferiore a quella terrestre (circa sei volte) permette un movimento più lento, leggero, dilatato nel tempo, ecco che “bruce”, bome lo leggeremmo sul nostro pianeta, diventa “bbbbbbrrrrrruuuuuucccccceeeeee”, ogni lettera si ripete per sei volte, il tempo per pronunciarlo è moltiplicato per lo stesso numero di volte, la sensazione di essere sulla Luna diviene palpabile.

In un certo senso potremmo considerarlo un elogio alla lentezza, una spinta a considerare la frenesia qualcosa da cui staccarsi, una condizione che col trascorrere degli anni si è alquanto acuita.

La luce artificiale ha contribuito ad un rovesciamento delle tempistiche naturali portando l’umanità ad annullare  la sequenza notte-giorno (in ambito lavorativo ma non solo) ci rendiamo conto che quella “lentezza” tanto agognata si va via via esaurendo ma non sembriamo in grado di invertire la rotta.

Nauman non cerca di cambiare le nostre abitudini, semmai in quegli anni fa esattamente i contrario, ma ci lascia con il dubbio che la rivoluzione dei consumi non sia esattamente l’ideale assoluto.

giovedì 10 novembre 2022

Le barriere mentali opposte all'infinito (temporale e spaziale)

Il vero nemico dell’arte contemporanea (intesa come arte del “presente”) è la velocità, oggigiorno tutto scorre freneticamente e anche chi si appresta ad “osservare” un dipinto, una scultura, un’installazione o una qualsiasi forma d’arte lo fa quasi di sfuggita.

Agli artisti non resta che scegliere tra due strade: o portare avanti comunque il proprio pensiero con il rischio di apparire “incomprensibili” e di conseguenza essere ignorati o criticati (se non addirittura dileggiati) oppure semplificare al massimo il messaggio che si vuole trasmettere con il risultato di “creare” delle banalità.

Michelangelo Pistoletto - Metrocubo d’infinito, 1966  - Fondazione Pistoletto, Biella


Il fruitore medio non ha ne la voglia ne, spesso, la capacità di approfondire ciò che vede, pretende di cogliere al volo l’essenza di un’opera artistica sbeffeggiando qualsiasi cosa che non riesce a comprendere.

Per questo motivo l’artista fatica ad avanzare nel proprio tempo per poi essere compreso “postumo”.

E’ vero che questa situazione si è verificata regolarmente anche in passato ma mai come oggi la capacità di osservare, comprendere e approfondire ha toccato i minimi storici, si hanno immense fonti di approvvigionamento culturale, fonti che necessitano di impegno e perseveranza, oltre alla capacità di discernere, qualità ormai in via d’estinzione.

Dobbiamo abbandonare la frenesia e tornare a quella lentezza che ci permette di riflettere, invece di prendere per buono (definitivo) quello che ci appare ad un primo sguardo, dobbiamo pensare che si tratta solo di una porta d'ingresso, per comprendere ciò che sta dietro i battenti dobbiamo per forza entrare.

Uno dei tanti esempi può venire dall'opera di Michelangelo Pistoletto, Metrocubo d'infinito, all'apparenza non vediamo altro che un cubo di un metro per lato, nessuna attrattiva cromatica, un semplice manufatto che può o meno destare interesse.

Ma avvicinandoci alla scultura (o installazione) e scendendo con lo sguardo in profondità, tramite delle fessure sui bordi, un incredibile gioco di specchi ci offre una visuale senza fine, racchiuso in un metro cubo (appunto) scorgiamo l'infinito. Cosa impossibile se ci limitiamo all'aspetto esteriore.

Questo modo di procedere vale, a maggior ragione, anche per opere che non hanno un pertugio in cui guardare, la profondità va colta immaginando l'invisibile partendo da quello che vediamo.

È un "lavoro" impegnativo ma il risultato che possiamo raggiungere ripaga abbondantemente lo sforzo profuso.



sabato 5 novembre 2022

Corrersi incontro per non incontrarsi mai

La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, più nota come Il grande vetro, è l’opera più complessa ed enigmatica di Marcel Duchamp.



Se Fontaine è il simbolo del pensiero “duchampiano” e se Dati:1 la caduta dell’acqua, 2 il gas d’illuminazione è probabilmente il suo capolavoro, quest’opera completa il quadro concettuale dell’artista normanno.

Olio, vernice, filo di piombo e polvere su due lastre di vetro montate con alluminio e legno, la cornice è di acciaio, l’opera viene realizzata in un arco di tempo piuttosto lungo, dal 1915 al 1923.

Il dipinto, se cosi vogliamo chiamarlo, è nettamente diviso in due parti, quella superiore dedicata alla “sposa”, quella inferiore agli scapoli del titolo.

"vetro" inferiore

Nella parte in basso a sinistra sono rappresentati nove maschi, vediamo gli abiti consueti di alcune categoria prettamente maschili, il prete, il vigile, l’operaio ecc. i nove pretendenti sono sospesi su una sorta di carrello che a sua volta è retto da una ruota che permette un movimento in circolo attorno alla “macchina che, al centro, è il perno dell’intero meccanismo.

Il macchinario che da energia al carrello degli scapoli è un vecchia macinatrice di cioccolato appoggiata su un elegante tavolino da salotto.

Il cioccolato come fonte di energia e di piacere, quell’energia e quel piacere che mette in moto i protagonisti di sesso maschile.

"vetro" superiore

Nella parte alta viene rappresentato il mondo femminile, la “sposa” o anche la “vergine” (tutte le descrizioni sono fornite dagli scritti di Duchamp stesso) si presenta sotto forma di una vespa, l’addome sottile, la vita “da vespa” appunto, fino all’estremità dove spunta quello che possiamo definire l’organo del desiderio, è rappresentato esternamente perché simboleggia il tentativo di avvicinarsi al mondo maschile che ruota in tondo senza sosta.

I due poli però sono divisi irrimediabilmente, non si possono incontrare, questo mantiene vivo il desiderio dando vita a una perpetua ricerca, ad un infinito rincorrersi, l’uomo ruota senza sosta, la donna cerca, senza riuscirci, un contatto.

Il genio di Duchamp emerge ulteriormente nel momento in cui, dopo l’unico trasferimento dell’opera per una mostra, gli addetti al trasporto, evidentemente poco professionali, hanno riconsegnato il manufatto pesantemente danneggiato. A causa di un urto i vetri si sono rotti creando una serie di crepe che hanno creato delle griglie, senza scomporsi l’artista si è detto entusiasta della situazione, secondo il suo pensiero: “le crepe nel vetro sono quello che mancavano all’opera, ora è completa”.

Duchamp, che non si era dimenticato di essere un eccelso pittore (semmai sono altri ad esserselo dimenticato) ha piombato le “ferite” nel vetro rendendole definitivamente parte dell’opera, alla perenne ricerca di unione tra il cosmo femminile e quello maschile, unione che non avverrà mai e proprio per questo il desiderio non scemerà nutrendo cosi il meccanismo di inseguimento reciproco, si aggiungono le linee totalmente fortuite che sono l’espressione inequivocabile del concetto di “caso”, come forma imprescindibile nel rapporto quotidiano tra i due sessi, che lo stesso pittore non era riuscito ad esprimere prima dell’incidente occorso all'opera stessa.

sabato 8 ottobre 2022

Fiere d'arte e arte da fiera

Il confine tra la performance artistica ed il fenomeno da baraccone è sottilissimo, sempre più labile.

Nel 2014 Sven Sachsalber, nelle sale del Palais de Tokyo a Parigi, fa “costruire” un pagliaio al cui interno viene nascosto un ago, l’artista italiano si da 48 ore per ritrovarlo e ci riesce in 18.


Per poter definire arte tutto questo potremmo rifarci a Duchamp “è arte se l’opera è scelta dall’artista ed è esposta in un museo o in un luogo deputato all'arte stessa”, ma a questa performance mancano i requisiti.

Non sono il pagliaio o l’ago al centro della scena a destare alcune perplessità ma la ricerca, la "gara" a chi lo trova nel minor tempo, quest'ultimo particolare rende complicata l'idea di definire l’insieme “concettuale”.

Da un altro punto di vista potrebbe prendere in considerazione la "visione proiettata in avanti” ma anche da questo punto di vista la performance è tutt'altro che innovativa.

Chi mi conosce sa che non mi permetterei mai di dare un giudizio definitivo, sono aperto a tutte le nuove proposte artistiche, solo che non riesco a scorgerne una profondità di pensiero, sembra (a me che probabilmente non ho le giuste conoscenze) un rifacimento di qualcosa di “già visto”, come in una vecchia fiera di paese dove il fenomeno di turno scommetteva con gli astanti di essere in grado di fare ciò che sembra impossibile.

Idea artistica sarebbe potuta essere quella che spinge ad andare oltre le scarse probabilità di trovare il fatidico “ago nel pagliaio” senza però che venisse messo in moto il meccanismo di ricerca, se non psicologica.

Cos’ha di artistico un mucchio di fieno (o paglia, con il fieno è più difficile) dove più o meno casualmente (ecco che torna il fenomeno da fiera) viene nascosto un ago e per concludere chi ce lo ha messo scommette di trovarlo entro un determinato tempo?

Qual è il fine ultimo (sempre artisticamente parlando) di tale performance? Non credo che il fatto di riuscire nell’impresa in meno della metà del tempo previsto sia di per sé un’esibizione tale da definirsi “arte”, semmai è una dimostrazione di destrezza, ma anche a questo livello, nel secondo decennio del XXI secolo, “un senso non ce l’ha”.

Mi ricorda quella moltitudine di pittori che danno vita a lavori, talvolta tecnicamente eccelsi, ma che non hanno il crisma dell’opera d’arte per il semplice motivo che al loro interno non hanno un’idea innovativa, un concetto che non sia visto e stravisto (spesso non hanno un’idea e basta).

Certo, almeno questi pittori (o alcuni di loro) mettono in campo una discreta, se non eccellente, tecnica, cosa che il nostro Sachsalber non ci mostra, almeno in questo lavoro, ma alla base c’è sempre l’assenza di un pensiero artistico, quel pensiero che immobilizza e ci impone una riflessione più profonda. Davanti a questa esibizione il primo pensiero è: “l’ago è stato inserito in modo casuale o no? E siamo sicuri che ce ne sia solo uno?”. In poche parole: “dove sta il trucco?”.

Questa è una riflessione che normalmente si fa ad una sagra davanti al classico "baraccone", non davanti ad un’opera d’arte.

Tutto ciò non toglie che io stesso abbia dei limiti di comprensione, dovrò sicuramente applicarmi di più, chissà che il tempo tolga quel velo che mi divide dall’opera, non so se accadrà ma quantomeno me lo auguro.


martedì 12 luglio 2022

[ Pillole ] L'arte della critica

Amalia Del Ponte, allieva di Marino Marini, ricordava che lo stesso Marini ribadiva continuamente l’importanza nello scoraggiare un artista anziché incoraggiarlo.

Amalia Del Ponte - Musica in gocce

Nell’arte, come nella vita, gli elogi eccessivi portano a sentirsi realizzati prima ancora di iniziare.

Uno scoraggiamento critico-costruttivo invece spinge a dare sempre il meglio di sé, solo in questo modo si può raggiungere l’eccellenza.



sabato 12 marzo 2022

il concetto di bene prezioso

Dopo un lungo periodo servito per recuperare i “materiali” ci sono voluti altri due mesi per sistemarli in modo che prendesse vita la “Cascata” dell’artista cinese Shu Yong.

10.000 mila tra WC, orinatoi, bidet e lavandini, sanitari invenduti, usati da smaltire, donati dalla popolazione cinese e non solo.


Nel centro di Foshan, città cinese nella provincia di Guandong, ci si trova davanti ad una struttura alta cinque metri e lunga più di cento, tutti i sanitari sono collegati tra loro e ad un rubinetto dove scaturisce l’acqua che passando da un WC all’altro scende fino a scomparire nel terreno (l’acqua viene riutilizzata in continuazione evitando cosi lo spreco che è al centro del progetto).

Yong vuole mettere in evidenza quanto un piccolo “filo” d’acqua, fluito dalle perdite di migliaia di sanitari in tutto il mondo, possa trasformarsi in una imponente massa d’acqua letteralmente buttata al vento.

Il rumore del rigagnolo che percorre tutti i “materiali” utilizzati crea il suono di un’autentica cascata, questo ci fa capire l’imponente spreco in atto ovunque nel mondo.

Naturalmente le reazioni del pubblicano sono diverse, chi si limita sorridere, chi a disprezzare, alcuni se ne vanno rabbuiati scuotendo la testa, altri ancora, specie se si fermano a riflettere andando oltre il primo impatto visivo, raccolgono il messaggio e ne apprezzano il concetto artistico.

E’ sempre complicato districarsi mentalmente davanti a questo tipo di installazione, siamo tentati di lasciarci influenzare dall’aspetto esteriore, in questo caso i sanitari utilizzati hanno un impatto ancor più negativo, è faticoso ma fondamentale tentare di superare l’ostacolo che l’utilizzo che se ne fa di WC e orinatoi nella vita quotidiana, è necessario ribaltare la nostra visione o addirittura cercarne una nuova, solo cosi possiamo apprezzare l’insieme.

sabato 5 marzo 2022

La dimensione "ambientale", la ricerca di una personale percezione .

La vita che hai scelto può non sussistere, la morte che vedi può non esistere” (cit.)

Queste parole mi hanno immediatamente “trasportato” nell’arte spazialista di Lucio Fontana, più che ai celebri Concetti spaziali, che sono l’emblema della ricerca dello spazio in pittura, la mia mente si è rivolta agli Ambienti spaziali, luoghi dove tutto e il proprio contrario trovano cittadinanza.

Lucio Fontana - Ambiente spaziale: “Utopie”, nella XIII Triennale di Milano, 1964/2017, installazione in Pirelli Hangar Bicocca, Milano, 2017 -  Foto: Agostino Osio

L’esperienza, la conoscenza, la percezione di sé, tutto è reale anche se non lo è, le nostre scelte le nostre convinzioni perdono la sicurezza di cui siamo certi, se le basi che ci hanno sostenuto finora vengono messe in discussione possiamo pensare che ci sostengano ancora?

Gli Ambienti di Fontana sono un viaggio senza meta, un percorso al di fuori delle nostre sensazioni, sensazioni che si trasformano in continuazione alla ricerca di qualcosa che esiste indipendentemente dal nostro volere.

Nei Concetti spaziali c’era l’Attesa, in questo frangente l’attesa non è contemplata, dobbiamo immergerci in un ambito che esula da ogni logica, dobbiamo lasciarci alle spalle ogni preconcetto, ciò che abbiamo di fronte (o meglio attorno) fa parte di una dimensione “altra” e “alta”, complessa, impervia, ma non irraggiungibile.

Utopie, questa è l’indicazione che l’artista italo - argentino  ci offre, sta a noi comprendere quale era, e qual è, il riferimento, se l’utopia è solo mentale o se realmente si tratta di un concetto ivalicabile.

Non importa se l’ambiente in cui decidiamo di entrare risponde alle logiche necessarie per essere assimilato, secondo le nostre abitudini, luci irreali, pavimenti che mutano l’equilibrio, pareti che sembrano svanire pur mantenendo la loro originale “forma”, Lucio Fontana apre ad una dimensione alternativa conscio che può portare a logiche incomprensioni ma anche certo che qualcuno, con una visione più evoluta, possa comprenderne il pensiero.

L’arte spazialista di Lucio Fontana è a tutt’oggi messa in discussione, a distanza di più di mezzo secolo c’è ancora chi mette in dubbio la portata artistica delle sue opere, concetti su cui si fonda un pensiero evoluto, la negazione di tale fondamento è forse la spiegazione dell’inversione di marcia, oggi in atto, dell’evoluzione del pensiero.

mercoledì 26 gennaio 2022

La memoria, il tesoro nascosto (sempre meno ricercato)

Siamo a Berlino, più precisamente al Museo Ebraico, l’architetto Daniel Libeskind, che ha progettato l’edificio ha voluto inserire quelli che conosciamo come gli “Spazi vuoti della memoria” dove il significato si fa ampio, dove racconta le molte sfaccettature dell’integrazione mai accettata degli ebrei in Germania in particolare e nel mondo in generale.


Questi spazi vuoti simboleggiano l’assenza della cultura ebraica nella società tedesca, un vuoto che si fa inquietante e assordante alla luce di ciò che è successo.

In uno di questi vuoti , l’unico in cui si possa entrare, prende vita Shalechet, l’opera di Menashe Kadishman, diecimila dischi in metallo che raffigurano altrettanti volti dalle espressioni diverse.

Camminando in questo angusto e claustrofobico luogo, calpestando i volti metallici, si entra in una dimensione dove è l’angoscia a prevalere, il suono (o frastuono) che si leva diventa quasi insopportabile, al rumore metallico si aggiunge il significato simbolico che attivando le coscienze spesso spinge i visitatori a cercare una via di fuga, ma per raggiungere l’uscita si deve camminare ulteriormente sul pavimento che nel frattempo sostituisce i volti metallici con i volti delle innumerevoli vittime della Shoah ma anche di tutte le guerre che continuano ad esistere.

Premetto che la mia rappresentazione non è basata su una visita personale ma su una ricerca delle reazioni emozionali dei moltissimi visitatori che sono entrati in contatto con l’opera. Da una parte non mi permette di esprimere un punto di vista legato all’esperienza diretta, dall’altra posso vedere l’insieme, cercando, dove possibile, un quadro più ampio e più lucido.

La memoria è un tesoro poco considerato, nel tempo del consumo come status assoluto, il termine “tesoro” porta immediatamente al denaro, alla ricchezza  materiale, tutto ciò che non è tangibile non ha molta considerazione, la memoria dunque non va di moda.

Se tutti fossimo in grado di fermarci ogni tanto a riflettere su quello che è stato avremmo risolto tutti i nostri problemi, non ripetere gli errori e sfruttandoli per innovare vivremmo in un mondo completamente diverso.