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domenica 10 maggio 2026

Il tempo si è fermato?

“Un edificio grande, grandissimo, piccolo o medio diviso in varie stanze. Alle pareti tele piccole, grandi, medie. Spesso, migliaia di tele.

Pinacoteca di Brera, Milano - Salone napoleonico

Su di esse il colore ha riprodotto frammenti di “natura”: animali in luce e in ombra che bevono acqua, che stanno vicine all’acqua, sdraiati nell’erba; accanto ad essi una Crocifissione dipinta da un artista che non crede in Cristo, fiori, figure sedute o in piedi o in movimento, spesso nude, molte donne nude (spesso viste di scorcio di schiena) mele e vassoi d’argento, il ritratto dell’eminenza grigia N., un tramonto, una signora in rosa, un volo d’anatre, il ritratto della baronessa X., vitelli all’ombra con macchie abbaglianti di sole, il ritratto di sua eccellenza Y.

Tutto è accuratamente riprodotto in catalogo: i nomi degli artisti, i titoli dei quadri.

La gente tiene in mano i cataloghi, li sfoglia, legge i nomi passando da una tela all’altra. Poi se ne va, povera o ricca com’era venuta, ed è subito riassorbita dai suoi interessi che non hanno niente a che fare con l’arte.

Perché è venuta?

[…] l’armonia d’insieme è la strada che conduce all’opera d’arte. Eppure quest’opera viene osservata  con sguardi freddi e indifferenti.

I conoscitori ammirano la fattura e gustano la pittura […] La grande massa gira per le sale e trova le tele “carine” e “meravigliose”, chi poteva parlare non ha detto nulla, chi poteva sentire non ha udito nulla …”

Se, in questo “passaggio” tratto da Lo spirituale nell’arte di Vassilij Kandinskij del 1910, aggiungiamo le contemporanee audio guide in sostituzione (o in aggiunta) ai cataloghi, possiamo tranquillamente pensare che sia stato scritto in questi giorni.

Di tempo ne è trascorso parecchio ma nessuno se n’è accorto.

 

 

lunedì 10 luglio 2023

L'ingresso dell'umano pensiero

 

La porta dell’inferno in  un’illustrazione di Gustave Doré  



«Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'eterno dolore,

per me si va tra la perduta gente".

 

“Dante Alighieri – La Comedìa, canto III

sabato 9 luglio 2022

il caso al servizio dell'arte

Anthony Burgess, musicista, poeta, sceneggiatore e scrittore, deve la sua fama al romanzo A Clockwork Orange, tradotto inizialmente in italiano con il titolo: Un’arancia ad orologeria ma che diviene un cult con l’adattamento cinematografico firmato da Stanley Kubrik, Arancia Meccanica.

Due delle più iconiche copertine del romanzo, a sinistra l'edizione originale ad opera di Barry Trengove, a destra quella più celebre di David Pelham (post film)

Non sono né il romanzo né il film l’obbiettivo della mia riflessione, al di là delle percezioni personali riguardo alle due opere è la genesi del romanzo che mi interessa.

Sono due le circostanze che hanno dato il via alla scrittura del libro, una diagnosi medica e un fatto di cronaca, entrambi hanno toccato da vicino la psiche dell’artista  britannico.

Il fatto di cronaca risale al periodo bellico, Londra 1944, tre militari statunitensi aggrediscono la moglie di Burgess, Llewela Jones, le strappano la fede rompendole l’anulare, infine la abbandonano a terra priva di sensi, la donna è incinta e la violenza la costringe ad abortire e le nega definitivamente una futura gravidanza.

Inutile sottolineare che questo episodio viene riproposto diciotto anni dopo nel celebre romanzo diventandone il fulcro.

Ma senza il già citato “parere medico” quest’opera forse non sarebbe nata, nel 1959, a 38 anni, gli viene diagnosticato un cancro alla testa, gli rimaneva da vivere meno di un anno.

Burgess non si perde d’animo, decide di scrivere, quello che per lui deve essere un capolavoro, in questo modo le vendite del libro possono garantire alla famiglia un sussidio che le premetta di vivere dignitosamente.

Il romanzo è un successo, e ancor più grande è il successo del film di Kubrik realizzato nove anni dopo, il trionfo di critica e di pubblico della trasposizione cinematografica vedono, nonostante la “sentenza” dei medici, la presenza dello scrittore, la diagnosi nefasta si dimostra errata, non tanto per valutazione sbagliata del medico quanto per un assurdo scambio di identità (questo porta a immaginare le conseguenze di chi era stato dichiarato sano al posto dello scrittore di Manchester).

Tutto questo per arrivare al nocciolo della questione, Burgess senza quella diagnosi avrebbe scritto il romanzo?

L’aggressione alla moglie era evidentemente un peso che andava “sollevato” ma se non ci fosse stato quel limite temporale che lo avvicinava alla morte si sarebbe deciso a scrivere e a liberarsi di questo pesante fardello?

Difficile se non impossibile rispondere con certezza, ma è da questo che nasce il mio pensiero, ogni istante della nostra vita è un bivio, dobbiamo sempre prendere una decisione che influirà inevitabilmente sul nostro futuro, le decisioni però non sono sempre prese autonomamente, c’è sempre una variabile “esterna” che dirige il nostro cammino.

L’esempio di Arancia meccanica è illuminante, la violenza subita da Llewela Jones ha sicuramente influenzato il marito ma senza l’errore dei medici probabilmente non sarebbe nato il romanzo, magari Burgess, più avanti negli anni, sarebbe potuto tornare sull’argomento, magari proprio in un romanzo, magari simile, ma sicuramente lontano da ciò che realizza nel 1962, senza la necessità di colmare gli ultimi mesi di vita (la necessità di liberarsi di un peso opprimente ha più importanza del desiderio di lasciare la famiglia in buone condizioni economiche) non sarebbe nato uno dei romanzi più importanti del secondo novecento.  

Come ogni “medaglia” che si rispetti anche questa ha un secondo lato che si oppone al primo, le circostanze che hanno dato vita al romanzo si trasformano nella causa che ha spinto Burgess a prendere le distanze dal film di Kubrik, lo scrittore ha accusato il regista di non aver compreso il concetto di base del suo romanzo trasformando l’idea in una esibizione gratuita di violenza tradendo il pensiero fondante della storia.

E’ una questione personale tra Burgess e Kubrik, ognuno perora la propria causa, lo scrittore ha comunque sempre ragione in quanto autore dell’originale, probabilmente Kubrik ha colto delle sfumature che per l’artista inglese erano secondarie.

Per quanto può valere la mia opinione l’idea che il film sia un’esibizione gratuita di violenza non è campata in aria ma sarebbe riduttivo limitarci a questo.

Cosa ci sia veramente dietro il libro e il film non lo sapremo mai, cosi come non sapremo mai come sarebbero andate le cose senza quella grave disattenzione dei medici.


sabato 30 dicembre 2017

Il mito Norreno ed il confrondo con gli dei. Midgard, Wolgfang Hohlbein.


Autore geniale, “creatore” di originali punti di vista Wolfgang Hohlbein, in collaborazione con la moglie Heike, ha raccontato i miti del nord Europa  presentandoli da un’angolazione opposta rispetto alla tradizione.

Un esempio è il romanzo Hagen di Tronje dove nell’epopea di Sigfrido il protagonista diviene Hagen ribaltando la canonica percezione della storia, la saga dei Nibelunghi viene cosi “vista” da un’altra angolazione.


Inizialmente ottiene un enorme successo nei paesi in lingua tedesca e in Scandinavia – dov'è paragonato a Stephen King -  in seguito le traduzioni in lingua inglese gli permettono di varcare la soglia europea fino a sbarcare in Asia dove ottiene numerosi riconoscimenti, è poco conosciuto in Italia limitato dalla carenza di traduzioni di molti suoi romanzi.


Passato inosservato nel nostro paese, Midgard dà uno spaccato del “mito” Norreno uscendo però, come è consuetudine dell'autore, dalla storia tradizionale che viene a contatto con il contemporaneo.

Il protagonista della storia è Lif un giovane orfano allevato fra infinite difficoltà da una povera famiglia di pescatori. Il ragazzo si trova, suo malgrado, catapultato nel magico, misterioso ma soprattutto terribile mondo di Odino.

Visita il Walhalla, il grandioso palazzo degli eroi dove ci si prepara per l’ultima grande battaglia, il Ragnarok.

Si trova ad affrontare i giganti del fuoco, i demoni degli inferi, schierato al fianco di Thor e dell’infimo ed enigmatico Loky attende nel gelo dell’ultimo inverno la venuta dell’ultimo fatale scontro in un mondo che non è il suo.

Altri personaggi entreranno in scena (non voglio svelare troppi dettagli) ma è su di lui che grava la decisione più importante, il giovane diventa l’unico in grado di decidere il futuro, di decidere la sorte del mondo degli umani (Midgard) e quello degli Dei (Asgard).

Un fantasy che scava in profondità nell’animo di tutti i protagonisti fino alla sorprendente rivelazione finale.
(Nell'immagine in alto: Yggdrasil, la mappa del mondo "Norreno". In basso: Wolgfang Hohlbein)



venerdì 21 aprile 2017

Lady of Shalott, Lord Alfred Tennyson

Alfred Tennyson


Struggente, tragico e intenso poema di Tennyson, la storia della dama del lago che per una maledizione non può volgere lo sguardo verso la mitica Camelot pena la perdita della propria vita. Sarà l'amore per un cavaliere che muterà il corso della sua esistenza.
Ci lascia senza parole la frase finale del giovane che, malgrado il tragico epilogo, ammanta il tutto di romanticismo.
La storia ha ispirato numerosi pittori tra cui  John William Waterhouse, William Holman Hunt e Dante Gabriel Rossetti.
 

 
 

La signora di Shalott.

Arthur Hughes
Lungo entrambe le rive del fiume si stendono
vasti campi di orzo e segale
che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada
verso la turrita Camelot;
e la gente va e viene,
guardando dove i gigli sbocciano
attorno all’isola, lì sotto,
l’Isola di Shalott.
 
Salici impalliditi, pioppi tremuli,
lievi brezze si oscurano e fremono
nella corrente che scorre perpetua
intorno all’isola nel fiume,
fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grigie
sovrastano un prato di fiori,
e l’isola silenziosa dimora

G. E. Robertson
la Signora di Shalott.
 
Solo i mietitori, falciando mattinieri,
nell’orzo barbuto
odono una canzone che echeggia lietamente
dal fiume che limpido si snoda,
verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore,
ammucchiando covoni sull’arioso altipiano,
ascoltando sussurra «È la maga»
la Signora di Shalott.
 
Lì intesse giorno e notte
una magica tela dai colori vivaci.
Ed aveva sentito una voce secondo cui
una maledizione l’avrebbe colpita
se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente,
ed altre preoccupazioni non aveva,
la Signora di Shalott.
 

John William Waterhouse
E muovendosi attraverso uno specchio limpido
appeso di fronte a lei tutto l’anno,
ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra
snodarsi verso Camelot;
ed a volte attraverso lo specchio azzurro
i Cavalieri giungono cavalcando a due a due
lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele,
la Signora di Shalott.

Ma con la tela ancor si diletta
ad intessere le magiche immagini dello specchio,
perché spesso attraverso le notti silenti
un funerale con pennacchi e luci
e musica andava a Camelot;
o quando la luna era alta,
venivano due innamorati sposati di recente.
«Mi sto stancando delle ombre» disse
la Signora di Shalott.
 

J. A. Grimshaw
A un tiro d’arco dal cornicione della sua dimora,
lui cavalcò fra i mannelli d’orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie,
e splendente sui gambali di ottone
del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato
ad una dama nel suo scudo,
che scintillò sul campo giallo,
presso la remota Shalott.

La sua fronte ampia e chiara scintillò al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava,
i suoi riccioli neri come il carbone,
Mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume
egli brillò nello specchio di cristallo,
“Tirra lirra” presso il fiume
cantò Sir Lancelot.
 

Walter Crane
Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio,
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
«La maledizione mi ha colta» urlò
la Signora di Shalott.
 
Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice,
e intorno alla prua scrisse
la Signora di Shalott.

Dante Gabriel Rossetti
 
Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un’audace veggente in estasi,
che contempli tutta la propria mala sorte -
con una espressione vitrea
guardò verso Camelot.
E sul finir del giorno
mollò gli ormeggi, e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Signora di Shalott.
 
Si udì un inno triste, sacro
cantato forte, cantato sommessamente
finché il suo sangue si freddò, lentamente
ed i suoi occhi furono oscurati completamente,
volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla corrente,
raggiungesse la prima casa lungo l’argine
canticchiando il proprio canto morì
la Signora di Shalott.


William Holman Hunt
Sotto la torre ed il balcone
vicino il muro del giardino e la loggia
lei galleggiò, figura splendente
di un pallor mortale, tra le case alte
silente dentro Camelot.
Vennero sulla banchina
il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
e intorno alla prua lessero il suo nome
La signora di Shalott

 
 
Chi è? Che c’è qui?
Nel vicino palazzo illuminato
si spensero i regali applausi
e, per la paura, si segnarono
tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto rifletté per un po’
E disse «Ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace
La Signora di Shalott».

domenica 15 maggio 2016

La paranoia si fa poesia, l'intuizione geniale di Stephen King.




Premetto che sono consapevole del fatto che sia azzardato definire questo brano una “poesia”, ma in fondo perché no?

Si tratta di uno scritto inedito pubblicato nel 1985 all’interno "scheletri", una raccolta di racconti.
Stephen King compone questi versi mantenendo una forma narrativa in prima persona dove racconta la paranoia nella sua forma più eclatante.

Non voglio ripetere quello che troverete scritto in seguito ma mi piace sottolineare lo spunto, a tratti divertente e irriverente, che lo scrittore americano riesce a cogliere in una situazione che è spesso drammatica e terribilmente angosciante.


ODE DEL PARANOIDE (Stephen King)

Non posso più uscire.
c’è un uomo alla porta
con l’impermeabile
che fuma una sigaretta
ma
 
ne ho scritto nel mio diario
e le affrancatrici sono tutte allineate
sul letto, sanguigne nel riverbero
dell’insegna del bar accanto.
Lui sa che se io muoio
(o soltanto scompaio)
il diario va e tutti sapranno
che la CIA è in Virginia.
500 affrancatrici acquistate da
500 negozi tutti diversi
e 500 quaderni
con 500 pagine ciascuno.
Sono pronto.
Lo vedo da quassù.
La sua sigaretta ammicca appena
sopra il bavero del suo trench
e da qualche parte c’è un uomo in metropolitana
seduto sotto una pubblicità della Black Velvet e pensa il mio nome.
Si è discusso di me nel chiuso delle stanze.
Se il telefono squilla c’è solo fiato.
Nel bar di fronte una rivoltella
a canna mozza ha cambiato di mano in gabinetto.
Ogni proiettile ha su il mio nome.
Il mio nome è scritto in schedari segreti
e lo si cerca nei necrologi.
Si è indagato su mia madre;
grazie a Dio è morta.
Hanno campioni di scrittura
ed esaminano gli occhielli all’indietro delle pi
e le croci delle ti.
Mio fratello è con loro, ve l’ho detto?
Sua moglie è russa e lui
continua a chiedermi di riempire i moduli.
Ce l’ho scritto nel mio diario.
Ascoltate …
ascoltate
dovete ascoltare:
bisogna che ascoltiate.
Sotto la pioggia, alla fermata dell’autobus,
corvi neri con ombrelli neri
fingono di guardare l’orologio, ma
non sta piovendo. I loro occhi sono dollari d’argento.
Alcuni sono studiosi al soldo dell’FBI
i più sono gli stranieri che vagano
per le nostre strade. Li ho giocati.
Sono sceso dall’autobus all’angolo tra la 25esima e la Lex
dove un tassista mi sorvegliava da sopra il suo giornale.
Nella stanza sopra di me una vecchia
ha applicato una ventosa elettrica al pavimento.
Invia raggi attraverso il mio lampadario
e ora io scrivo al buio
alla luce dell’insegna del bar.
Vi ho detto che io so.
Mi hanno mandato un cane con macchie marrone
e una radio nel naso.
L’ho annegato nel lavandino e l’ho trascritto
nella cartella GAMMA.
Non guardo più nella cassetta della corrispondenza.
I biglietti d’auguri sono lettere-bomba.
(Indietro! Dico a te, dannazione!
Indietro, conosco persone alte!
Ti dico che conosco persone molto alte!)
Alla tavola calda hanno pavimenti parlanti
e la cameriera dice che era sale ma io riconosco l’arsenico
quando me lo mettono davanti. E il sapore giallo di senape
per nascondere l’odore amaro delle mandorle.
Ho visto luci, luci strane in cielo.
Ieri notte un uomo scuro senza faccia ha strisciato per nove miglia
di fogne per emergere nel mio water, ascoltare
le telefonate attraverso il legno scadente
con orecchie cromate.
Guarda che io sento
Ho visto le impronte fangose delle sue mani
sulla porcellana.
Non rispondo più al telefono,
ve l’ho detto?
Vogliono allagare la terra di fango,
tramano irruzioni.
 
Hanno medici
fautori di stravaganti posizioni sessuali.
Fabbricano lassativi che danno dipendenza.
E supposte che bruciano.
Sanno come spegnere il sole
con le cerbottane.
 
Mi riempio di ghiaccio… ve l’ho detto?
 
Svia i telescopi a raggi infrarossi.
Conosco nenie e porto amuleti.
Voi credete di avermi preso ma io vi posso distruggere
 
Da un momento all’altro.
 
Da un momento all’altro.
 
Vuoi del caffè amore?
 
Ti ho detto che non posso più uscire?
C’è un uomo alla porta
con l’impermeabile.

martedì 1 dicembre 2015

La coscenza e l'abisso :Sino al confine, Grazia Cosima Deledda.


Nel luglio del 1890 Gavina Sulis finì i suoi studi.
Suo padre, ex-impresario di strade comunali, uomo abbastanza intelligente, le aveva fatto ripetere la quarta classe elementare, perché nella piccola città non v'erano altre scuole femminili.
Il giorno degli esami ella se ne tornava a casa pensando che oramai erano finiti per lei i giorni di libertà e d'ozio. Aveva quasi quattordici anni; si credeva già una donna matura, e ricordava le parole del suo confessore:
«Il Signore ha detto che la donna deve custodire la casa, fuggire l'ozio e le cattive compagnie».


(Incipit  del romanzo : Sino al confine - G.C. Deledda)



La giovane Gavina vive nella campagna sarda influenzata dai valori, a tratti anche estremi, della famiglia. La vita è pesantemente condizionata da una forte e pressante religiosità.
Un giorno tra le vigne scappa un bacio con il seminarista Priamo, da quell'istante il senso di colpa la schiaccerà, il tutto accentuato dagli strali del suo confessore.



Gli anni passano ma la giovane Gavina non accetta di riconoscere i propri sentimenti per Priamo e continua a rifiutare gli approcci dell’innamorato.
Per mettere fine a questa situazione decide di sposare Francesco e si trasferisce con il marito a Roma.
Il matrimonio a nulla serve per dimenticare il giovane seminarista, e a far sprofondare la situazione arriva la notizia che Priamo, che non ha sopportato l'affronto, si è ucciso.

La vicenda continua, ma il centro della questione è quello che avete appena letto.
Un amore rinnegato in nome della religione e le tragiche conseguenze.


Gavina è l’ennesimo personaggio di donna di stampo "deleddiano", ma mai come questa volta il personaggio è soggetto a profondi cambiamenti.
Debole e vittima di antiche paure da ragazza, il trasferimento a Roma la cambia completamente.

Infatti il ritorno di Gavina al paese ci mostra una donna diversa, forte e consapevole, capace di resistere alle pressioni e alle accuse. Vediamo una persona disillusa e consapevole del proprio essere, presente e passato.

La personalità maturata le permette di non essere più in balìa della sua terra, delle donne anziane che avevano il potere di condizionare la vita dei giovani di quel tempo.
Riesce anche a prendere le distanze da una religione che l'ha costretta ed assillata per troppo tempo.

Sarà lei alla fine a provare a cambiare la mentalità del suo paesino e a sradicare antiche paure e convinzioni.

Un romanzo maturo, coinvolgente, pieno di riflessioni sulla modernità del pensiero.
 

mercoledì 24 giugno 2015

La magia della vita. In uno specchio in un enigma - Jostein Gaarder.


“Del resto potresti tranquillamente dire che è il mondo a venire al bambino. Nascere è come ricevere un mondo intero in regalo, col sole di giorno, la luna di notte e le stelle nel cielo blu. Un mare che bagna le spiagge, foreste tanto fitte da non conoscere i propri segreti, animali meravigliosi che attraversano il paesaggio. Perché il mondo non invecchia e non sbiadisce, mai. Siete voi a diventare vecchi e grigi. Finché vengono messi al mondo bambini, il mondo è nuovo fiammante, esattamente come il settimo giorno quando il signore si riposò.”
(da: In uno specchio in un enigma - Jostein Gaarder)

 
Noto al grande pubblico per Il mondo di Sofia, dove ci accompagna nella "storia" della filosofia ,Jostein Gaarder ci propone un emozionante romanzo, che mantenendo un approccio filosofico, illumina la mente e riscalda il cuore.

Cecile Skotbu vive con la famiglia in un villaggio della campagna norvegese, è un Natale particolarmente difficile: la ragazzina è costretta a letto da una grava malattia e trascorre tutto il tempo nella propria cameretta, circondata dalla preziosa collezione di pietre, una pila di fascicoli di Scienza Illustrata e soprattutto il diario cinese dove annota con cura avvenimenti e pensieri.
Non mancano gli affetti famigliari, le premure della mamma e del papà, l’allegra presenza di Lasse, il fratellino che non manca di riferire ogni movimento degli abitanti della casa, preziosa infine la figura della nonna che le racconta la saga di Odino.

Una notte tutto cambia per Cecile, che fluttua continuamente tra il sonno e la veglia, davanti alla finestra appare un curioso personaggio, totalmente privo di capelli e di peli, in grado di passare attraverso i muri e di volare.
Dice di chiamarsi Ariel e di essere … un angelo.

Lo scetticismo iniziale viene lentamente superato e i due stringono un patto: la ragazzina svelerà all’angelo, a cui è preclusa la possibilità di sperimentare esperienze sensibili, i misteri terreni – cosa si prova ad assaggiare il cibo, cosa significa ascoltare la musica o “sentire” il freddo tenendo in mano una palla di neve – mentre Ariel svelerà a Cecile i misteri celesti: la vera essenza degli angeli, il rapporto degli stessi con Dio e cosa siano la coscienza e soprattutto l’anima.

E’ la storia di un’incontro straordinario, che Gaarder ci propone con grande semplicità ma con innocente profondità, ci fa vedere il mondo con occhi “infantili” propri di chi mantiene valori assoluti che l’età adulta tende a nascondere. Un intenso e commovente dialogo che ci spinge a meditare sull’importanza della cosa più scontata ma nel contempo più magica e misteriosa, la vita.