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giovedì 1 agosto 2024

Rompere la perfezione del silenzio (e qualcos'altro)

“Quanto schifo in queste opere d'arte... perchè si è comunque arte ma è arte che fa pena... Michelangelo, Leonardo e Buonarroti, ecc, ecc, ecc si stanno rigirando nella tomba”.


Questo commento, che riporto pari pari, è uno dei tanti esempi del pubblico che infesta il web con frasi che non hanno alcun senso.

Le parole, scritte dal solito anonimo che si nasconde dietro ad un nickname (perché oggigiorno metterci la faccia non va di moda) fanno da corollario ad un video dedicato all’arte del secondo dopoguerra dove brevemente si racconta dell’evoluzione artistica del tempo, molti gli artisti nominati, Burri, Fautrier, Hartung, Dubuffet, Fontana, Soulages, Tàpies e Mathieu (nell’immagine una sua opera del 1952).

Il commento presenta una serie di “limiti” mentali e culturali che fanno impallidire e che purtroppo sono più frequenti di quanto possiamo pensare.

Innanzitutto definire “schifo” ciò che non si comprende è quantomeno scorretto, è una questione di educazione, invece di approfondire, di cercare di capire perché una cosa non ci piace, è più semplice denigrarla.

Enorme contraddizione con “... è comunque arte ma è arte che fa pena ...”, il nostro/nostra amico/a denigra le opere ma, andando contro ogni logica, le considera opere d’arte, il fatto che aggiunga che si tratta di arte che fa pena …

Altro punto nevralgico è la pessima abitudine, molto comune, di paragonare opere di diversi periodi storici, mettere in competizione la “Venere di Urbino” di Tiziano con un “Achrome” di Manzoni non ha alcun senso.

Ma se proprio non è possibile farne a meno e vogliamo tirare in ballo artisti del passato, quando si parla di arte contemporanea, sarebbe auspicabile andare oltre i soliti nomi, Leonardo, Michelangelo, Raffaello o Caravaggio (se sostituiamo quest’ultimo con Donatello ecco che abbiamo le Tartarughe Ninja, forse è per questo che sono conosciuti da certa gente). Se si ha anche una leggerissima “infarinatura” di storia dell’arte, è impossibile non ampliare l’elenco con moltissimi altri nomi, tirare in ballo i soliti quattro è sinonimo di assenza di conoscenza dell’argomento.

Ma il nostro anonimo esperto d’arte riesce ad andare oltre “Michelangelo, Leonardo e Buonarroti” solo questo basta per far capire che il fondo del barile è raggiunto e che gli scavi sono in atto.

E pensare che sarebbe sufficiente evitare di commentare.

Questo però non è un commento isolato, video lezioni, articoli, spunti, tutto quello che è divulgazione artistica, e da la possibilità di interagire, è sommerso da una marea di considerazioni e giudizi (soprattutto gli ultimi) che spesso nulla hanno a che fare con l'argomento, osservazioni che non cercano la civile discussione, un confronto, si sparano sentenze senza motivare ciò che si scrive, le parole che aprono il post sono solo lo spunto per sottolineare quanto sia diffusa questa abitudine (non solo nell'arte). 

lunedì 15 luglio 2024

Ma alla fine c'è sempre una speranza

Pochi giorni fa è scomparso Bill Viola, artista newyorkese, a tutti gli effetti una delle massime espressioni dell’arte contemporanea, considerato il padre della video art.

Per ricordarlo ho scelto “The raft”, opera del 2004.


Bill Viola, con quest'opera, ha rappresentato il mondo, l’umanità, prima e dopo un cataclisma immane, una moderna “Zattera della Medusa”.

Il video ci mostra un gruppo eterogeneo di persone, diversi per genere, etnia, stato sociale, sono disconnesse l’una dall’altra, sono sospese in un’attesa "a tempo" dove sembra poter accadere qualunque cosa in qualsiasi momento ma nessuna delle diciannove figure pensa ad altro che non a sé stessa.

Il mondo dove il gruppo è collocato è quello contemporaneo dove però è assente ogni riferimento ambientale, niente cielo, niente terra, non ci sono alberi, non ci sono costruzioni di alcun tipo, è tutto asettico, nulla si è formato o tutto è scomparso.

All’improvviso  un getto d’acqua investe il gruppo che ne viene travolto, nemmeno il tempo di rendersi conto dell’accaduto che un altro violento flusso colpisce dalla parte opposta, un autentico diluvio che sommerge tutto (anche se del tutto c’è solo il suo contrario) e tutti.

Ad un certo punto il cataclisma perde forza fino a scomparire, ciò che resta è un cumulo di “macerie” umane, questa distruzione però non riesce a radere al suolo qualunque stato d’animo anzi, quelle che erano persone isolate dalle altre mutano il loro modo di agire, si aiutano a vicenda cercando di dare conforto all’altro e cercando a propria volta conforto nell’altro.

Bill Viola con quest’opera ci dona un po’ di speranza, forse è proprio nei momenti difficili che emerge quel senso di umanità che a volte pensiamo sia in via d’estinzione.


giovedì 30 maggio 2024

Onestà intellettuale cercansi

Un canale su Youtube, dedicato all’arte, pubblica un video dove si discute sul “senso” dell’arte contemporanea, il proprietario del canale ospita uno storico dell’arte (o sedicente tale) in quelle che sono diventate (tristemente) la moda di questi ultimi anni, le famigerate Live.

Manolo Valdés - Recent Works

Il titolo, “Comprendere l’arte contemporanea” mi incuriosisce, mi aspettavo una visione “altra” su un argomento sempre molto discusso.

L’ospite inizia con una frase perentoria “l’arte contemporanea non ha alcun senso”, e motiva la sua affermazione sostenendo che chiunque si recasse in un museo d’arte contemporanea “Il MoMA di New York o la Tate di Londra (curioso che non sia uscito dalla banalità citando i luoghi più celebri, lasciando il sospetto che non ne conoscesse altri) quando esce proverà sempre una sensazione di vuoto, non potrebbe essere altrimenti perché nei suddetti musei non c’è nulla”.

Chi visita una esposizione d’arte contemporanea normalmente parte da due posizioni differenti ma entrambe a seguito di una logica, entra perché è attirato da ciò che si appresta a vedere o con la curiosità di vedere ciò che non lo attira ma con la curiosità di capire perché per alcuni è cosi interessante. Nel caso uno entrasse senza interesse o curiosità ci porta ad una domanda: Non aveva nulla di meglio da fare?

Gli appassionati dell’arte dei giorni nostri non hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi il senso, resta dunque la persona curiosa che cerca di capire quello che non apprezza.

Senza scomodare i due celebri musei sopracitati basterebbe entrare in un piccolo spazio di provincia dedicato alle opere degli ultimi decenni per capire che se uno esce con una sensazione di vuoto è perché il vuoto ce l’ha dentro, l’arte contemporanea può non piacere, sa essere spiazzante, incomprensibile, destabilizzante, ma ci spinge sempre a porci delle domande.

Alla fine del percorso potremmo trovarci in una situazione di scombussolamento, sommersi da informazioni apparentemente incomprensibili, magari storditi, un’overdose di “dati” da decifrare, possiamo dire che non ci è piaciuto ma non potremo mai affermare che di quello che abbiamo visto non è rimasto nulla.

Il vuoto semmai è in queste “lezioni”, che “influencer” improvvisati alla ricerca del famoso quarto d’ora di celebrità, buttano nel mucchio l’esca della superficialità aspettando che qualcuno, insofferente all’approfondimento, abbocchi.

sabato 20 gennaio 2024

Ridiamo di noi stessi (ma pensiamo che si tratti di qualcun altro)

Penso che in molti conoscano il celebre sketch di Aldo Giovanni e Giacomo dedicato all’arte contemporanea, una divertente parodia dei “personaggi” che possiamo trovare in una galleria o un museo in qualsiasi città del modo.

È naturalmente tutto portato all’estremo o … forse non cosi lontano da quello che ci immaginiamo.


Giacomo è l’appassionato, l’esperto d’arte che cerca di divulgare il proprio sapere, gli altri due sono i visitatori della galleria, Giovanni, pur senza molte conoscenze cerca quantomeno di imparare qualcosa, anche se in fondo non sembra particolarmente interessato.

Aldo invece sembra capitato lì per caso, più che ascoltare si limita a “sentire” senza assimilare alcunché.

I tre personaggi sono l’estremizzazione di quello che vediamo ogni giorno in qualsiasi luogo deputato all’arte, l’esperto un po’ saccente, spesso eccessivamente “poetico” dove la poesia è soprattutto in chi guarda con un certo pensiero interiore, inoltre non manca un briciolo di snobismo verso chi l’arte la “vede” un tantino superficialmente.

I due visitatori, con obbiettivi, interessi e capacità differenti si limitano ad osservare e a vedere le opere per ciò che appaiono, l’idea di scendere in profondità non è considerata, l’arte “parla da sola senza bisogno di conoscenze, se non la capisco significa che non è arte”.

Si tratta di due mondi, di due modi di vedere che nonostante i tentativi di avvicinarsi non riescono quasi mai ad incontrarsi, entrambi gli schieramenti mantengono le proprie posizioni, l’uno vive in un mondo tutto suo, gli altri non sanno guardare oltre il proprio naso.

Tutti hanno ragione, gli addetti ai lavori spesso si nascondono dietro a barriere linguistiche complesse (molte volte volutamente incomprensibili) i visitatori occasionali si trincerano dietro a convinzioni personali che non hanno nulla da dividere con il concetto artistico.

Aldo Giovanni e Giacomo mettono in scena i difetti di queste due categorie, Giacomo eccede con i toni, ha ragione quando si sofferma sulle singole opere mettendo in risalto i concetti che vanno oltre la visione “retinica”, ma lo fa senza nascondere un certo fastidio per la carenza degli amici.

La stessa cosa vale per Aldo e Giovanni, che faticano, senza per altro impegnarsi particolarmente, a comprendere ciò che gli viene raccontato.

Quello che il terzetto comico mette in scena è lo specchio fedele della realtà, lo fa con maestria divertendo il pubblico al punto che lo stesso non riesce a comprendere che si sta parlando proprio di lui.



martedì 5 dicembre 2023

Un'altra occasione sprecata?

Yayoi Kusama, l’artista giapponese definita dai media “la più amata al mondo” (come sempre l’importante è esagerare, se pensiamo che questa definizione sarebbe un valido sostegno ad una tesi contraria ...) dal 17 novembre è “presente” a Bergamo nell’ambito di: “Bergamo-Brescia capitali della cultura 2023”.


Il successo di pubblico è stato immediato, già nei primi giorni di maggio, quando ha preso il via la prevendita, i biglietti sono andati a ruba al punto che la prevista conclusione della mostra (?) prevista per il 14 gennaio 2024, è stata posticipata al 24 marzo.

Anche in questo caso il tagliandi d’ingresso, all'inizio c'erano a disposizione più di 22 mila e con la proroga sono diventati il triplo, sono andati esauriti.

Tutto bene e tutto bello, almeno secondo gli organizzatori, ma di artistico e culturale in questa … mostra, che mostra non è, non vi è traccia.

All’interno del Palazzo della Ragione troviamo solamente un’installazione, che di per se è tutt’altro che insignificante, ma che è la sola opera esposta, cosa che viene volutamente tenuta nascosta, o perlomeno relegata in secondo piano (altrimenti come giustificare il prezzo d’ingresso?)

E non è la quindicina di euro a spostare gli equilibri di un bilancio economico famigliare, ma a lasciare perplessi è il fatto che all’interno dell’installazione ci si può rimanere solo per 60 secondi.

Sicuramente interessante il lavoro della Kusama, “ Fireflies on the Water”, un’esperienza intima e profonda ma che necessita di molto più tempo.

All’interno della sala ci si trova in un ambiente buio circondato da specchi, al centro uno specchio d’acqua che vuole trasmettere il senso di quiete, appese al soffitto 150 luci a rappresentare le lucciole del titolo, un ambiente dove i riflessi dell’acqua e degli specchi moltiplicano le luci. Tutto poeticamente magico ma che non può essere tale se il tempo a disposizione è di un misero minuto.

Ogni visitatore entrerà nello spazio creato dall’artista giapponese ma non riuscirà nemmeno a guardarsi attorno che verrà invitato ad uscire per permettere ad altri di vivere la stessa (inutilmente vuota) esperienza.

Cultura zero, arte poca, business tanto, si ha la sensazione di essere al cospetto di un’occasione buttata al vento, un evento messo in atto esclusivamente a fini di lucro.

A confermare l’assenza di ogni pretesa che vada oltre il “parco a tema” ci sono gli articoli di alcune testate, nazionali e locali, che galleggiano in superficie, un esempio  sono queste righe che svelano il valore di questo avvenimento: ”un’occasione di vivere un’esperienza intensa da poter poi condividere sui social”.

Il sindaco di Bergamo, Gori, ha dichiarato, riguardo alla corsa al biglietto: “non si era mai vista una cosa simile per una manifestazione d’arte”, peccato che quella messa in scena a Bergamo sia si una manifestazione ma di “arte” c’è poco o nulla.

Peccato perché Yayoi Kusama ha moltissimo da dire, artista a tutto tondo che, ha saputo dirigere il proprio pensiero cavalcando l’onda lunga del “pop” ma evitando di ripetere metodo e concetti cari alla Pop Art dei decenni scorsi.

Philippe Daverio ha sempre insistito sul fatto che per godere di un’opera d’arte fosse necessario tutto il tempo utilizzato normalmente per visitare un’intera mostra, pensare che siano sufficienti 60 secondi per entrare nel mondo creato dalla Kusama è un’assurdità.

Ma forse oggi è questo che vuole il visitatore medio, una mostra celebre (se i biglietti sono introvabili meglio perché il vanto sui social acquisisce valore) un tempo ridotto che non richiede impegno intellettuale e la possibilità di scattare qualche foto (da alcune ricerche sembra che le mostre dove è vietato fare selfie sono meno appetibili) ingredienti che permettono di dare vita a “piatti” multicolore ma senza alcun sapore.

domenica 10 settembre 2023

L'immortalità delle idee

Un’icona casuale, come entrare nella storia dell’arte (o del costume) malgrado l’obbiettivo fosse tutt’altro.

Nel 1957 a Los Angeles il giovane Walter Hopps, fonda la Ferus Gallery, luogo d’arte che supplisce alla mancanza di un movimento, una “scuola” artistica, in una città nota per l’emergente movimento hollywoodiano in contrapposizione alla più impegnata, artisticamente, culturalmente e socialmente, New York.

Hopps grazie alla propria tenacia e alle capacità oratorie tesse una rete di amicizie che gli permettono di esporre nella propria galleria opere di grandi artisti contemporanei.

Nel 1963, per l’esattezza nel mese di ottobre, Hopps, da poco assunto al Museo d’Arte di Pasadena, riesce a dare vita ad un evento epocale, allestisce una personale di quello che era definito il più grande artista contemporaneo, Marcel Duchamp.

Il giovane e intraprendente curatore della mostra aveva un piccolo segreto da celare, la moglie Shirley, cofondatrice della Ferus Gallery, aveva una giovane rivale in amore, una certa Eve Babiz, che in seguito diventerà una celebre scrittrice, è l’amante del marito, finora tutto era andato per il meglio (almeno per l’ingenuo Walter).

Al cocktail di inaugurazione della mostra Hopps invita numerose personalità che hanno il compito di elevare l'importanza dell’evento (non che ce ne fosse bisogno visto il nome in cartello) la serata glamour non poteva non attirare l’attenzione della ventenne Eve, alla ricerca spasmodica di celebrità, una vetrina come questa era irrinunciabile.

Ma Hopps la pensava diversamente, in fondo non poteva fare altrimenti, all’inaugurazione si è fatto accompagnare dalla moglie, cosa che all’amante non è piaciuta.

Eve Babiz non si arrende facilmente, deve presenziare a tutti i costi, inoltre c’era un conto da saldare con l’amato, qualcosa doveva inventarsi. Durante il ricevimento Hopps, da buon padrone di casa, ha invitato Duchamp ad una partita a scacchi, sotto gli occhi degli ospiti i due si sono sfidati amichevolmente, ma tra le dozzine di sguardi c’era anche quello del fotografo Julian Wasser, amico della Babiz, che ha un’idea illuminante, mette al corrente la giovane ragazza del proprio piano, idea che Eve avalla con entusiasmo.

Con qualche bicchiere di vino in corpo la Babiz si avvicina a Duchamp e lo sfida ad una partita a scacchi (sembra che lo abbia sfidato dicendogli che lo avrebbe battuto, ma queste voci non sono mai state confermate) l’allora ultrasettantenne Duchamp, tutt’altro che impermeabile al fascino femminile e capace di cogliere al volo le intuizioni geniali, proprie e altrui, accetta, la ragazza si siede al tavolo della sfida aggiungendo una variabile inattesa, lo fa completamente nuda mettendo in vista le generose curve, Julian Wasser immortala l’istante rendendolo iconico al punto che l’immagine simbolo di quella mostra diventa questo scatto, cosa che Duchamp non intende ostacolare anzi, cavalca il momento rendendolo suo.

Per la cronaca la partita a scacchi viene vinta dall’artista francese in pochissime mosse, a nulla vale il tentativo della donna di distrarre l'avversario, ma in fondo il vero obbiettivo della giovane e intraprendente Eve era tutt'altro.

domenica 14 maggio 2023

Una meraviglioso e insolito ... omaggio alla mamma

Maman” è un gigantesco omaggio alla mamma, Louise Borgeois nel 1999 da vita ad un’opera che condensa l’essenza del concetto di madre nella sua più pura rappresentazione.


La scultura, alta più di nove metri fatta di acciaio, bronzo e marmo, ha preso vita e dimora in molte città nel mondo, a Londra (davanti alla Tate Modern) Bilbao (probabilmente la più celebre, nei pressi del Guggenheim Museum) Otawa (nell’immagine) a Tokyo, in Arkansas e Iowa negli Stati Uniti e davanti al centro congressi di Doha, questi sono i luoghi dove possiamo osservarla in modo permanente.

Sono comunque molte le città che hanno ospitato una delle sculture per un periodo determinato, tra le quali Napoli e Parigi.

“The Spider è un'ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia si occupava di restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto intelligente. I ragni sono presenze amiche che mangiano le zanzare. Sappiamo che le zanzare diffondono malattie e sono quindi indesiderate. Quindi i ragni sono utili e protettivi, proprio come mia madre".

Queste celebri parole di Luise Bourgeois accompagnano la gigantesca scultura e ne tracciano un profilo diverso da quello che "costruiamo" al primo sguardo, il grande ragno sovrasta l’osservatore che, avanzando tra le sue zampe, finisce per trovarsi sotto il corpo dell’animale, solo cosi può ammirare l’addome che regge la sacca che a sua volta contiene 32 uova di marmo, il vero centro nevralgico della scultura.

La mamma prende una forma apparentemente “disturbante", è infatti innegabile l’alto numero di persone con una visione tutt’altro che positiva dei ragni, ma l’artista, parigina di nascita e americana d’adozione, ribalta l’angolo visivo e percettivo e da al ragno quella dignità che la concezione comune rifiuta sistematicamente.


La “mamma” della Bourgeois è una creatura che è ancorata saldamente al suolo, ha un forte legame con la terra, è praticamente inattaccabile, difende la propria progenie garantendo una protezione assoluta.

L’amore di una madre è qualcosa che trascende il tempo, va al di là di ogni rappresentazione tangibile, probabilmente questa è una delle poche opere che ne “raccontano” la smisurata concezione.

"Ovunque e per sempre", quante volte abbiamo sentito queste parole sottoforma di promessa, c’è solo un "essere" che può enunciarle …

domenica 30 aprile 2023

Chi considera Lucio Fontana solo quello dei tagli ... probabilmente non conosce Lucio Fontana

Ho spesso fatto il nome di Lucio Fontana quando volevo indicare uno dei “simboli” fondamentali dell’arte contemporanea, uno degli snodi cruciali dell’evoluzione artistica del secondo novecento, uno degli artisti imprescindibili nello sviluppo del nostro punto di vista, non solo artistico.

Lucio Fontana, Esa 1953 - Collezione privata

Ma Lucio Fontana non è riconosciuto come tale (se non dagli addetti e dagli appassionati) è considerato quello dei “tagli”, accezione usata in modo dispregiativo.

Sono convinto che chi considera Fontana solo quello dei tagli evidentemente non conosce Fontana, non comprende che ai “concetti spaziali”, perché è questo il nome, è giunto dopo decenni di studio, di sperimentazione, di ricerca, ci è arrivato partendo da basi artistiche solide, pittore, scultore, ceramista di livello assoluto, su queste fondamenta ha innalzato il suo pensiero che emerge dalle “ferite” inflitte alla tela (e prima ancora dai buchi) completando il tutto con i suoi celebri “ambienti spaziali” che si evolvono nelle “installazioni ambientali”, realizzati negli anni precedenti.

Lucio Fontana - Ambiente spaziale - Pirelli Hangar Bicocca Milano

L’artista italiano nato in Argentina ha fatto della sua esplorazione spazialista un punto fermo nella storia dell’arte, ha effettuato un passo decisivo andando oltre l’idea classica di pittura e scultura, dando vita ad uno spazio fino ad allora sconosciuto e di conseguenza inesplorato.

Il talento, secondo il punto di vista dei più,  sovrasta il concetto, ma se un artista è in possesso di entrambe le cose? Fontana è accusato di saper fare solo ciò che saprebbe fare chiunque (di solito lo sostiene chi non sa fare alcunché) tagliare una tela è, sempre secondo il pensiero comune, cosa semplicissima oltre che senza un senso logico, si giudica l’apparenza senza comprenderla (figuriamoci comprendere ciò che non appare) e si ignora, se non deride, il percorso decennale che stà dietro a queste opere.

Il nostro Lucio però è anche artista di grande talento, perché allora non viene riconosciuto come tale? Forse la moda impone il pensiero dell’arte contemporanea come  costruzione del “mercato” e Fontana sarebbe, alla pari di Manzoni, uno dei tanti bluff dell’arte del novecento.

Il tempo, come sempre da il suo verdetto e siccome di tempo ne è passato parecchio si sta delineando quello che la maggior parte del pubblico non condivide: Fontana è a tutti gli effetti uno dei più grandi artisti del secolo scorso e i famigerati “tagli” ne sono la testimonianza. 

mercoledì 25 gennaio 2023

Il genio e la follia dell'arte invisibile, Lana Newstrom

Lana Newstrom, performer statunitense che ha fatto parlare di sé per le idee rivoluzionarie, probabilmente si tratta dell’artista concettuale più estrema, la sua visione essenziale ha dato vita a discussioni accese e interminabili.

Nel 2014, all’età di 27 anni, da vita alla sua prima mostra personale, dipinti e sculture riempivano le sale dove fiumi di gente “scorrevano” tra l’entusiasmo e lo stupore, l’esposizione era di per sé unica, le opere infatti erano invisibili.



Davanti alle pareti spoglie, ai piedistalli che non reggevano nulla, lo spettatore si chiedeva quale fosse il senso di ciò, la Newstrom lasciava all’osservatore il compito di dare vita all’opera. Il tutto era reso ancora più complicato dalla totale assenza di indicazioni, niente cartellino con il titolo, non vi era una seppur minima descrizione, il nulla.

La mostra naturalmente ha scatenato un autentico vespaio, le testate giornalistiche di tutto il mondo hanno riportato la notizia non lesinando le critiche più dure, ma in questo modo hanno a loro volta dato importanza all’evento.

Il sito internet dell’artista americana è stato preso d’assalto da collezionisti provenienti da ogni latitudine, le sue opere, accompagnate da certificati di autenticità, sono state vendute a cifre astronomiche, in poche parole la nostra Lana ha ceduto le proprie “creazioni” incassando milioni di dollari.

L’artista stessa ha motivato i suoi lavori ed il successo che ne deriva: la mia mostra restituisce all’arte il ruolo che essa dovrebbe avere: quella di far sognare, stimolare l’immaginazione – cosa che non accadrebbe con le opere di chi si impegna ad esprimersi ‘alla vecchia maniera”.

La Newstrom risponde anche alle critiche affermando che “Arte è immaginazione e questo è ciò che il mio lavoro richiede alle persone che interagiscono con lui. Bisogna immaginare un dipinto o una scultura proprio davanti ai vostri occhi.” E a chi, pur riconoscendole il pensiero ma accusandola di non fare assolutamente nulla risponde: “Solo perché non si vede niente, questo non vuol dire che io non abbia impegnato ore di lavoro per creare l’opera.

A rincarare la dose interviene anche l’agente della Newstrom, affermando che da ora l’arte prende una nuova e definitiva strada, la sua assistita, secondo lui, è l’artista di cui avevamo bisogno, una grande visionaria che darà una svolta epocale al mondo dell’arte.

Ci si è chiesti, e lo si fa tutt'ora, cosa spinga il visitatore di una mostra come questa a ritenere le opere cosi importanti (le stime dei giornali di quell’anno parlano di migliaia di persone in fila per ammirare i dipinti e le sculture invisibili) e soprattutto cosa spinge un collezionista a portarsi a casa, a suon di milioni di dollari, opere che non vede e non vedrà mai, forte solo di un certificato di autenticità.

Queste domande sono state per molto tempo il filo conduttore nelle discussioni nate dalle opere di Lana, domande che, in un tempo fondamentalmente breve, hanno perso la loro forza fino a scomparire.

Infatti tutto si è spento quando due conduttori radiofonici americani, Pat Kelly e Peter Oldringhanno svelato che tutto quanto era pura finzione, dall’immagine della sala vuota piena di visitatori, con un sapiente e accurato fotoritocco hanno tolto i quadri nello scatto riferito ad un’altra mostra (nella foto in basso) fino al finto sito internet creato ad arte, al punto da non lasciare dubbi sull’autenticità.

A questo punto però lasciar cadere la cosa con una risata diventa pericoloso, se prima ci si chiedeva il perché del successo della fantomatica mostra e del motivo dell’escalation dei prezzi, ora ci si deve chiedere perché questa notizia sia stata considerata plausibile, al netto dell’incompetenza delle varie testate che hanno pubblicato gli effetti dell’evento senza curarsi di verificare le fonti, dovremmo concentrarci sul fatto che in molti hanno creduto alla mostra perché la cosa non è poi cosi assurda, almeno secondo il percorso preso ultimamente dall’arte contemporanea.

A dare una spiegazione potrebbero bastare le parole di Joseph Kosuth, lui sì grande esponente dell’arte concettuale: “In un certo senso l’arte può essere seria come la scienza o la filosofia. Può essere interessante o no, dipende dal fatto che ne siamo più o meno informati”. 

Tirate le somme e ricostruita questa bizzarra vicenda emerge un’altra riflessione, se Lana Newstrom non fosse stata un’intuizione del duo Kelly-Oldring ma fosse veramente esistita, se realmente avesse dato vita ad opere invisibili e se davvero i collezionisti avessero preso d’assalto i suoi lavori, avremmo potuto etichettare il tutto come una cosa “senza senso”? 




venerdì 20 gennaio 2023

Quali sono le "basi" dell'arte?

Maurizio Cattelan sostiene di non saper dipingere, di non saper disegnare o scolpire, solo il vuoto riesce a dargli le idee.

E’ sufficiente?

Maurizio Cattelan - Untitled, 2001


Istintivamente potremmo rispondere con una negazione, se un artista non ha le competenze tecniche per “creare” arte non dovrebbe essere considerato un artista.

Ma, perché c’è sempre un ma, dobbiamo per forza prendere in considerazione l’idea, nel caso di Cattelan le idee nascono quando non ci sono imput esterni, quando appunto ci si trova circondati dal vuoto.

È difficile estraniarsi completamente da ciò che ci circonda, riuscire in questa impresa e dare vita a concetti artistici nuovi, rivoluzionari, è sinonimo di grande arte, saper trasformare l’idea in qualcosa di tangibile è a sua volta un’impresa tutt’altro che semplice.

C’è un altro passo da compiere, se non sappiamo dipingere, scolpire, disegnare, se non siamo in grado di costruire materialmente alcunché ma abbiamo nella testa un’idea dobbiamo rivolgerci ad altri per poterla realizzare.

Il concetto che sta alla base dell’opera d’arte è ben chiaro nella testa dell’artista ma se è difficile metterla in pratica per chi ne ha le capacità è ancora più complicato trasmettere l’idea stessa a qualcun altro, far capire cosa si vuole realizzare, e farlo seguendo un preciso percorso mentale, è di una difficoltà estrema.

A questo punto, pur avendo la classica idea geniale ma in assenza di capacità manuali il talento dell’artista emerge nella capacità di convogliare il proprio pensiero nell’altro, in chi realizzerà la propria visione.

Alla domanda posta all’inizio ho praticamente dato una mia risposta che non vuole essere la risposta ma solo un’interpretazione, ad ognuno la libertà di esprimere la propria ma soprattutto il piacere, per chi lo trova piacevole, di cercare una via d’uscita (o d’entrata).

 

mercoledì 30 novembre 2022

Seguendo una strada alternativa, Dubuffet e l'arte "Brut"

 Jean Dubuffet ha fatto del realismo crudo il suo centro gravitazionale attorno a cui si muove l’arte al di fuori dei concetti accademici.

Il pittore francese accusa la civiltà greca di aver deciso arbitrariamente cosa sia bello e cosa no.

Jean Dubuffet - Dhôtel nuancé d'abricot (1947) - Olio su tela, cm. 116 x 89

Centre Georges Pompidou, Parigi

La sua idea di base prevede un’assoluta istintività nel creare, nel costruire una visione del mondo che ci circonda, esponente di spicco dell’arte “brut”, intesa come arte grezza, cruda, senza contaminazioni, fondamentalmente una forma d’arte per pochi, solo chi è esente da contagi artistici è in grado di dare vita all’arte perfetta, più pura.

Il ritratto quasi grottesco, inconcepibile per chi cerca una rappresentazione fedele della realtà, è esattamente quello che potrebbe creare un bambino nei primissimi anni di vita, prima che le molte informazioni possano deviarne la purezza di pensiero.

Dubuffet sosteneva che oltre ai bambini solo i malati di mente possono raggiungere tali vette incontaminate in quanto sono gli unici a seguire le proprie strade senza che la società e la cultura che ci avvolgono possano spingerci verso mete prestabilite.

L’artista di Le Havre può essere scandagliato nel suo essere più profondo ma è difficile approcciare le sue opere senza una visione alternativa, la conoscenza della sua rappresentazione, del suo personale realismo, possono sfuggirci in qualsiasi momento, per mantenere la rotta dobbiamo deviare dai nostri consueti binari e guardare nel suo specchio cercando qualcosa che non conosciamo.

Il rischio che corriamo è quello di voler interpretare l’espressione della figura ritratta, nulla è reale, per i nostri canoni, per questo motivo è difficile pensare che il volto abbia dei messaggi da inviarci, solo osservandolo con un occhio diverso possiamo immaginare dove è diretto. 


giovedì 10 novembre 2022

Le barriere mentali opposte all'infinito (temporale e spaziale)

Il vero nemico dell’arte contemporanea (intesa come arte del “presente”) è la velocità, oggigiorno tutto scorre freneticamente e anche chi si appresta ad “osservare” un dipinto, una scultura, un’installazione o una qualsiasi forma d’arte lo fa quasi di sfuggita.

Agli artisti non resta che scegliere tra due strade: o portare avanti comunque il proprio pensiero con il rischio di apparire “incomprensibili” e di conseguenza essere ignorati o criticati (se non addirittura dileggiati) oppure semplificare al massimo il messaggio che si vuole trasmettere con il risultato di “creare” delle banalità.

Michelangelo Pistoletto - Metrocubo d’infinito, 1966  - Fondazione Pistoletto, Biella


Il fruitore medio non ha ne la voglia ne, spesso, la capacità di approfondire ciò che vede, pretende di cogliere al volo l’essenza di un’opera artistica sbeffeggiando qualsiasi cosa che non riesce a comprendere.

Per questo motivo l’artista fatica ad avanzare nel proprio tempo per poi essere compreso “postumo”.

E’ vero che questa situazione si è verificata regolarmente anche in passato ma mai come oggi la capacità di osservare, comprendere e approfondire ha toccato i minimi storici, si hanno immense fonti di approvvigionamento culturale, fonti che necessitano di impegno e perseveranza, oltre alla capacità di discernere, qualità ormai in via d’estinzione.

Dobbiamo abbandonare la frenesia e tornare a quella lentezza che ci permette di riflettere, invece di prendere per buono (definitivo) quello che ci appare ad un primo sguardo, dobbiamo pensare che si tratta solo di una porta d'ingresso, per comprendere ciò che sta dietro i battenti dobbiamo per forza entrare.

Uno dei tanti esempi può venire dall'opera di Michelangelo Pistoletto, Metrocubo d'infinito, all'apparenza non vediamo altro che un cubo di un metro per lato, nessuna attrattiva cromatica, un semplice manufatto che può o meno destare interesse.

Ma avvicinandoci alla scultura (o installazione) e scendendo con lo sguardo in profondità, tramite delle fessure sui bordi, un incredibile gioco di specchi ci offre una visuale senza fine, racchiuso in un metro cubo (appunto) scorgiamo l'infinito. Cosa impossibile se ci limitiamo all'aspetto esteriore.

Questo modo di procedere vale, a maggior ragione, anche per opere che non hanno un pertugio in cui guardare, la profondità va colta immaginando l'invisibile partendo da quello che vediamo.

È un "lavoro" impegnativo ma il risultato che possiamo raggiungere ripaga abbondantemente lo sforzo profuso.



sabato 24 settembre 2022

L'archeologia industriale e l'arte contemporanea.

Difficile pensare che ciò che è "archeologia" possa essere "contemporaneo" ma la dismissione del compito del sito industriale in quanto tale lo trasforma in qualcosa di diverso.


L’archeologia industriale nasce negli anni cinquanta, il concetto prende piede prevalentemente nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti (i paesi con una profonda impronta classica storcono il naso, l’assenza di una cultura storica che non si limiti ad un paio di secoli ci spiega il motivo del successo nel paese nord americano).

Industriale e archeologia sembrerebbero  distanti tra loro, e forse lo sono, ma cerchiamo di guardare da un altro punto di vista, concentriamoci su quello che vuole raccontarci.

Quello che un tempo era "utile" oggi è esattamente il contrario, un sito un tempo produttivo oggi non lo è più, almeno per ciò che rappresentava, in questo contesto storico si erge a monumento silenzioso di un passato più o meno remoto e in quanto memoria "visiva" si ricicla e rigenera all'infinito, o almeno finché qualcuno lo osserva.

Se l’artista cerca uno spiraglio che permetta di far parte di un pensiero “futuro” l’opera d’arte è la produzione di tale pensiero, ma l’opera, quando prende vita, inizia un viaggio che va al di là del volere dell’artista, parla per sé, diventa autonoma.

Ma l’archeologia industriale non ha alcun creatore, è la rappresentazione di un tempo che non c’è più, racconta la genesi o un momento di passaggio di qualcosa che si è evoluto arrivando fino ai giorni nostri in una veste completamente diversa.

Siamo di fronte a quella che viene definita una scienza e non certo una forma d’arte, ma il racconto di un monumento industriale che a sua volta è un racconto di un tempo “altro” cos’è se non una forma di narrazione artistica?

In quest’immagine vediamo il “Parco delle chiatte” posto sulla riva a sud del lago D’Iseo, per l’esattezza a Paratico, sponda bresciana, qui attraccavano le chiatte che trasportavano i vagoni con vari materiali provenienti dai paesi a nord del “Sebino” e rimessi su rotaia proseguivano il viaggio diretti in tutto il nord Italia (e non solo).

Oggi è un luogo di svago dove quotidianamente, in particolare durante i fine settimana, centinaia di persone si trovano di fronte un monumento alla storia industriale del lago, molti passano quasi senza rendersi conto di ciò che hanno di fronte, altri si chiedono quale sia il significato di questo sito, altri ancora, quelli meno giovani, rivedono gli anni della gioventù dove queste strutture erano il simbolo della modernità che avanzava.

In fondo non è anche questo uno dei "compiti" dell'arte?

sabato 7 maggio 2022

Lo sconosciuto più famoso della contemporaneità

La strana storia del pittore conosciuto da tutti e al contempo da nessuno.

Thomas Kinkade è forse l’artista, o per meglio dire pittore, contemporaneo  più “venduto” di sempre, se il nome non ci dice nulla non possiamo dire la stessa cosa dei suoi quadri, stampe, puzzle, le immagini dei suoi dipinti le troviamo dappertutto, alcune stime dicono che in almeno una casa americana su venti è appeso un suo quadro (originale o molto più probabilmente una riproduzione).


Se non ci sono dubbi sul suo successo commerciale non si può dire lo stesso riguardo all’aspetto puramente artistico, i paesaggi bucolici, dove regna una costante sensazione di pace e dove si percepisce un’immobile sospensione temporale non sembrano riuscire ad andare oltre.

E’ innegabile la piacevole reazione immediata davanti alle sue opere ma nonostante si cerchi di andare in profondità c’è qualcosa che ce lo impedisce, forse perché in fondo niente ce lo impedisce, non c’è una profondità, tutto è in superficie.


Che il kitsch possa essere arte non sarò certo io a confermarlo o a negarlo, per chi come me cerca ciò che sta nascosto in profondità e di conseguenza “trova” più valore di quanto possa averne ciò che appare, è difficile apprezzare oltre un certo punto questi quadri, non vi è traccia di narrazione, non ci sono possibilità di un confronto, non c’è comunicazione, i dipinti sono pura decorazione, forse è proprio per questo che li troviamo ovunque.

Kinkade lascia un qualsivoglia messaggio? Cerca il dialogo con lo spettatore attraverso i suoi lavori? O si limita a mostrarci una bellezza statica, seguendo determinati canoni estetici prevalentemente alla ricerca di un facile riconoscimento popolare?


Quale sia il motivo che spinge ad acquistare, e ad appendere alle pareti di casa, i quadri del pittore californiano possiamo immaginarlo ma non escludo che possiamo anche sbagliarci nel formulare una risposta, sicuramente un motivo, più o meno valido artisticamente c’è: i dipinti di Kinkade piacciono, il resto rischia di essere un’articolata introspezione che rischia di essere fine a sé stessa.

L’ultimo appunto va al talento del nostro Thomas, indipendentemente dalle “profondità” artistiche (fondamentalmente a chi interessano se non a pochi appassionati?) la tecnica è più che discreta, l’idea di bellezza “sognante” è ben presente, ciò che potremmo trovare oltre l’orizzonte estetico …


Nelle immagini dall’alto: A Peaceful Retreat, 2002 – Beacon of hope, 1994 – Christmas evening, 2005

sabato 19 marzo 2022

Da zero all'eternità

Jasper Johns – Zero through Nine , 1961  - Olio su tela, cm 137 x 105

Tate Modern, London


Noto per le Bandiere e per i Bersagli Jasper Johns raggiunge il suo apice creativo con la serie “Da 0 9”, dodici opere, tra disegni e dipinti, che trova il completamento ideale con il quadro esposto alla Tate Modern di Londra.

Da zero a nove è la concezione del pittore americano che  toglie i numeri dal loro naturale, o usuale, contesto proiettandoli in una sfera prettamente simbolica.

I numeri diventano forme, perdono il loro status e si trasformano in un corpo astratto, sono celati dalla predominanza del colore, diventano l’emblema di un’entità presente che però necessita di attenzione, concentrazione, approfondimento per poter essere compresi.

E interessante il fatto che ogni osservatore noti un numero diverso, ne trova alcuni immediatamente mentre fatica a scovare il resto, tutto è legato alla percezione immediata, in alcuni casi, non essendo a conoscenza del titolo, il primo sguardo cattura l’insieme escludendo ogni forma, emerge solo il colore, l’astrazione ha la meglio sulla rappresentazione simbolica dei numeri.

Ma l’intento di Johns è quello di forzare l’attenzione dello spettatore o quello di disorientarlo spingendolo oltre l’ovvia (apparentemente) visione?

Probabilmente entrambi, l’obiettivo è dunque quello di aprire una strada nella comprensione partendo da una semplice serie numerica tramutata in forma e in colore, la fusione da vita a un concetto più complesso o forse solo differente.

Jasper Johns viene accostato a diversi movimenti artistici del secondo dopoguerra, New Dada, Espressionismo astratto e Pop Art, difficile inserire le sue opere in qualsivoglia schema, se le Bandiere possono essere accostate all’arte Pop è più complicato farlo con i Bersagli, quanto alla serie di cui stiamo parlando non sembra trovare collocazione, dal mio punto di vista Jasper Johns, cosa che potrebbe valere anche per artisti come Mark Rothko, va considerato come un movimento indipendente, d’altro canto rinchiudere ogni forma d’arte in schemi più o meno rigidi è una forzatura che ha lo scopo di rendere più semplice una catalogazione tutt’altro che lineare ma forse necessaria per mettere ordine nell’infinito artistico.