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martedì 15 ottobre 2024

"Tu sei quella che paga di più"

Artemisia Gentileschi – Susanna e i vecchioni (part.), 1610 – Olio su tela cm 170 x 119 – Collezione Graf von Schönbom, Pommersfelden


 

Siamo nel 1977, Edoardo Bennato pubblica l’album che l’ha reso celebre, Burattino senza fili è  un concept album che parte da un soggetto di fantasia per raccontare le tematiche di quegli anni.

L’album riprende Le avventure di Pinocchio e le utilizza metaforicamente per mettere in luce alcuni aspetti dell’epoca, le problematiche del mercato discografico (Il gatto e la volpe) l’impatto della cultura sulla società (Dotti, medici e sapienti) la coscienza (Tu grillo parlante) la condizione femminile (La fata).

Ed è proprio di quest’ultimo brano che voglio parlarvi, probabilmente uno dei più belli dell’intera discografia del cantautore napoletano, una poesia amara che, partendo dal dolce sapore musicale, ci mette in guardia (o meglio mette in guardia le donne) dalla falsità delle percezioni maschili di quegli anni, che poi non sono diverse da quelle di oggi a quasi cinquant’anni di distanza.

Il testo parte da un ribaltamento dei personaggi, Pinocchio diventa il maschio adulto “dominante”, la Fata si trasforma nella giovane e ingenua fanciulla ammaliata dal “principe azzurro”, mito che inizia a sgretolarsi proprio negli anni settanta con la presa di coscienza femminista ma che è ancora inconsapevolmente forte.

Ci sono vari modi di ascoltare questo pezzo, lasciarsi cullare dalla melodia dando poco peso alle parole, anche se il ritornello ci “sveglia” e tenta di metterci sulla giusta via, o concentrarci sul testo poeticamente tragico, dove la musica rende il tutto tristemente malinconico.

Possiamo prendere ogni strofa ed interpretarla, non credo che le “letture” di ognuno di noi possano differire se non per piccole sfumature che la sensibilità soggettiva ci porta a cogliere o, al contrario, ci possono sfuggire, il senso penso non si possa travisare, anche nella sua ammaliante vena poetica il messaggio è chiarissimo.

Alcuni passaggi sono apparentemente contrastanti ma tutto fila alla perfezione, lui “Farà per te qualunque cosa” ma tutto ha un prezzo, la freschezza, la bellezza della gioventù sono destinate a cedere il passo, l’inizio è passione dove la “fata” può chiedere e ottenere ciò che vuole ma poi …

Lascio a voi la lettura di questa poesia ma soprattutto vi lascio all’ascolto di un brano meraviglioso, ognuno coglierà ciò che “sente”.  

La fata

C'è solo un fiore in quella stanza
E tu ti muovi con pazienza
La medicina è amara ma
Tu già lo sai che la berrà

Se non si arrende tu lo tenti
E sciogli il nodo dei tuoi fianchi
Che quel vestito scopre già
Chi coglie il fiore impazzirà

Farà per te qualunque cosa
E tu sorella madre e sposa
E tu regina o fata tu
Non puoi pretendere di più

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

E insegui sogni da bambina
E chiedi amore e sei sincera
Non fai magie, né trucchi, ma
Nessuno ormai ci crederà

C'è chi ti urla che sei bella
Che sei una fata, sei una stella
Poi ti fa schiava, però no
Chiamarlo amore non si può

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

C'è chi ti esalta, chi ti adula
C'è chi ti espone anche in vetrina
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

sabato 13 novembre 2021

L'altra metà del cielo perennemente oscurata

Le donne e l’arte, se volgiamo lo sguardo indietro nel tempo constatiamo che se c’è un’anomalia è senza dubbio l’assenza (o quasi) delle donne nell’ambito artistico.

Niente di nuovo purtroppo, si tratta di un dato conosciuto ma che non impedisce di fare alcune considerazioni.

E’ innegabile che nel complesso la donna rispetto all’uomo ha una profondità “sentimentale” che emerge maggiormente, ha una sensibilità maggiore (o quantomeno non si vergogna a mostrarla) una capacità di ragionare razionalmente (al contrario dell’uomo che tende a lasciarsi sopraffare dall’istinto) che non le impedisce di aprirsi alla fantasia e soprattutto alla poesia.

Per carità non voglio fare, come si dice, “di tutta l’erba un fascio”, conosco uomini artisticamente eccelsi e donne al cui confronto un sasso è l’espressione del più alto pensiero, ma non possiamo negare che il concetto “arte” nella sua accezione più ampia sia probabilmente femminile più che maschile, se proprio vogliamo essere salomonici mettiamo entrambi sullo stesso piano, ma la considerazione a cui accennavo prima va comunque fatta.

Perché, considerando quanto detto, le donne nella storia dell’arte sono pressoché invisibili? La cultura secolare maschilista è la risposta ovvia e inequivocabile, nel passato vi era una chiusura totale alle donne, nel presente, nonostante i passi avanti, le porte non si sono ancora aperte, consideriamole socchiuse.

Non è mia intenzione fare un trattato di sociologia, lasciamolo a chi ne ha le competenze, mi chiedo solo cosa abbiamo perso nei secoli a causa di tutto questo?

A fronte di migliaia di artisti maschi, che hanno dato vita alla meraviglia dell’arte, le donne si contano sulle dita di un mano o poco più, da Artemisia Gentileschi a Frida Kalho, da Sofonisba Anguissola a Tamara de Lempicka, Berthe Morisot, Fede Gallizia, Susan Valadon, Angelika Kauffmann, fino alle contemporanee Abramovic, Shermann o Kusama.

Ci sono naturalmente altri nomi che però sono conosciuti dagli appassionati, per il resto sono tutti o quasi relegati in secondo piano, i testi di storia dell’arte spesso li ignorano.

Quello che vale per la pittura vale a maggior ragione per la letteratura e la poesia. Qualcuno può obbiettare che la musica dagli anni settanta del secolo scorso ha aperto alle donne più di quanto abbiano fatto le altre “arti” ma se andiamo a vedere con attenzione, a parte alcuni casi di grandi musiciste, l’aspetto femminile emerge, soprattutto nel Pop, come esibizione “fisica” più che artistico-musicale, tutto dunque al “servizio” di un pubblico maschile.

Al netto di donne cerebralmente  inferiori ai sassi (e a quanti uomini messi anche peggio) il panorama artistico è tutt’ora sbilanciato, ci siamo persi secoli di capolavori femminili caduti nell’oblio per questioni culturali, facciamo in modo che la bilancia torni ad essere in equilibrio, ne abbiamo estremamente bisogno.


nell’immagine: Élisabeth Vigée Le Brun, Autoritratto con tavolozza, 1782, National Gallery, Londra


sabato 18 luglio 2020

La lunga strada della civiltà, Judy Chicago

Un’opera definita epocale, viene considerata la prima opera d’arte femminista, il titolo è “The Dinner Party”, l’autrice è Judy Chicago, è esposta permanentemente al Brooklyn Museum di New York.

L’installazione è composta da tre tavoli disposti a formare un triangolo, ogni tavolo è apparecchiato per tredici persone (in riferimento all’ultima cena dove Gesù sedeva circondato dai dodici apostoli).

Ogni posto è assegnato ad una donna che, secondo la Chicago, ha scritto “pagine” indelebili nella storia, donne che sono cadute quasi sempre nel dimenticatoio, ad ogni posto troviamo un telo ricamato con il nome della donna accompagnato da simboli che la ricordano, oltre alle posate e a un calice vediamo un piatto di ceramica dalle diverse raffigurazioni, alcune legate al vissuto delle donne stesse altre raffigurano farfalle e fiori, questi ultimi sono spesso un evidente riferimento alla sessualità femminile.

La struttura poggia su una base costituita da centinaia di piastrelle dove sono scritti i nomi di altre 999 donne dal vissuto altrettanto fondamentale e che sono correlate alle 39 commensali.

I tre tavoli comprendono ognuno un differente periodo storico, il primo tavolo va “Dalla preistoria all’impero Romano” e ospita nomi come La dea della fertilità, Giuditta, Saffo e Ipazia, il secondo “Dagli inizi del cristianesimo alla Riforma” tra i nomi troviamo Santa Brigida, Isabella d’Este e Artemisia Gentileschi, il terzo tavolo “Dalla Rivoluzione americana al femminismo” ospita figure come Sojourner Truth, Emily Dickinson, Virginia Woolf e Georgia O’Keeffe.

Realizzata tra il 1974 e il 1979 quest’opera com'era naturale, ha fatto molto discutere. Se possiamo metterne in discussione il lato puramente estetico è più difficile ignorare ciò che ha dato vita all’idea, riportare alla luce la figura femminile volontariamente ignorata dalla storia.

Quando si cerca di rappresentare qualcosa di universalmente “elevato” succede che ci si dimentichi di qualcuno, la Chicago ha premesso di essersi concentrata sulle donne della cultura occidentale, questo fa da scudo alle critiche di chi chiede il perché dell’assenza quasi totale delle donne non bianche e non europee.

Altre discussioni sono nate naturalmente per i piatti in porcellana che alluderebbero, nemmeno troppo velatamente, al sesso femminile, il contesto storico deve però essere sottolineato, siamo nel periodo del movimento femminista che negli anni settanta ha messo al centro il corpo femminile e la sua sacralità.

Dopo quarant’anni vediamo l’insieme con un occhio diverso da quello di allora, siamo ormai abituati alle installazioni, ad una forma d'arte che in quel periodo era solo agli inizi, cosi come siamo abituati al concetto di corpo femminile anche se sembra che in quest’ultimo caso la visione appaia spesso distorta.

L’idea di base di Judy Chicago è oggi attualissima, lo sguardo verso un futuro più “rosa” era ed è rimasto prerogativa di pochi, c’è sempre tempo per imparare a guardare avanti, ma per farlo dobbiamo volerlo.