Yayoi Kusama, l’artista giapponese definita dai media “la più amata al mondo” (come sempre l’importante è esagerare, se pensiamo che questa definizione sarebbe un valido sostegno ad una tesi contraria ...) dal 17 novembre è “presente” a Bergamo nell’ambito di: “Bergamo-Brescia capitali della cultura 2023”.
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Il
successo di pubblico è stato immediato, già nei primi giorni di maggio, quando
ha preso il via la prevendita, i biglietti sono andati a ruba al punto che la
prevista conclusione della mostra (?) prevista per il 14 gennaio 2024, è stata posticipata al
24 marzo.
Anche
in questo caso il tagliandi d’ingresso, all'inizio c'erano a disposizione più di 22 mila e con
la proroga sono diventati il triplo, sono andati esauriti.
Tutto
bene e tutto bello, almeno secondo gli organizzatori, ma di artistico e
culturale in questa … mostra, che mostra non è, non vi è traccia.
All’interno
del Palazzo della Ragione troviamo solamente un’installazione, che di per se è
tutt’altro che insignificante, ma che è la sola opera esposta, cosa che viene
volutamente tenuta nascosta, o perlomeno relegata in secondo piano (altrimenti come
giustificare il prezzo d’ingresso?)
E
non è la quindicina di euro a spostare gli equilibri di un bilancio economico famigliare, ma a lasciare perplessi è il fatto che all’interno
dell’installazione ci si può rimanere solo per 60 secondi.
Sicuramente interessante
il lavoro della Kusama, “ Fireflies on the Water”, un’esperienza
intima e profonda ma che necessita di molto più tempo.
All’interno
della sala ci si trova in un ambiente buio circondato da specchi, al centro uno
specchio d’acqua che vuole trasmettere il senso di quiete, appese al soffitto
150 luci a rappresentare le lucciole del titolo, un ambiente dove i riflessi
dell’acqua e degli specchi moltiplicano le luci. Tutto poeticamente magico ma che
non può essere tale se il tempo a disposizione è di un misero minuto.
Ogni
visitatore entrerà nello spazio creato dall’artista giapponese ma non riuscirà
nemmeno a guardarsi attorno che verrà invitato ad uscire per permettere ad
altri di vivere la stessa (inutilmente vuota) esperienza.
Cultura
zero, arte poca, business tanto, si ha la sensazione di essere al cospetto di un’occasione buttata al
vento, un evento messo in atto esclusivamente a fini di lucro.
A
confermare l’assenza di ogni pretesa che vada oltre il “parco a tema” ci sono
gli articoli di alcune testate, nazionali e locali, che galleggiano in superficie,
un esempio sono queste righe che svelano
il valore di questo avvenimento: ”un’occasione di vivere un’esperienza intensa
da poter poi condividere sui social”.
Il
sindaco di Bergamo, Gori, ha dichiarato, riguardo alla corsa al biglietto: “non
si era mai vista una cosa simile per una manifestazione d’arte”, peccato che
quella messa in scena a Bergamo sia si una manifestazione ma di “arte” c’è poco
o nulla.
Peccato
perché Yayoi Kusama ha moltissimo da dire, artista a tutto tondo che, ha saputo dirigere il proprio pensiero cavalcando l’onda lunga del
“pop” ma evitando di ripetere metodo e concetti cari alla Pop Art dei decenni
scorsi.
Philippe
Daverio ha sempre insistito sul fatto che per godere di un’opera d’arte fosse
necessario tutto il tempo utilizzato normalmente per visitare un’intera mostra,
pensare che siano sufficienti 60 secondi per entrare nel mondo creato dalla
Kusama è un’assurdità.
Ma
forse oggi è questo che vuole il visitatore medio, una mostra celebre (se i
biglietti sono introvabili meglio perché il vanto sui social acquisisce valore)
un tempo ridotto che non richiede impegno intellettuale e la possibilità di
scattare qualche foto (da alcune ricerche sembra che le mostre dove è vietato
fare selfie sono meno appetibili) ingredienti che permettono di dare vita a “piatti”
multicolore ma senza alcun sapore.