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venerdì 26 gennaio 2024

Il tempo della semina e il tempo della meditazione

Anselm Kiefer – Nürnburg, 1982 - Olio paglia e tecnica mista su tela - cm 280,35 x 380,68


Le molteplici facce di Norimberga, una delle città più importanti nella storia della Germania, luogo in cui ha visto i natali Dürer, sede delle più importanti corporazioni d’Europa di artigiani, un centro nevralgico dell’economia tedesca nei secoli.

Festspiel-Wiese, la scritta che appare in alto a destra (dopo il titolo del dipinto o parte dello stesso) proprio questo ci indica, “terreno delle feste” o “prato del festival”, un luogo  deputato alla crescita sociale del paese.

Ma Norimberga deve la sua fama anche a “eventi” tutt’altro che festosi, Hitler negli anni che hanno preceduto la seconda guerra mondiale ha scelto questo posto per mettere in scena la grandezza nazista, manifestazioni che avevano lo scopo di esaltare il pensiero del terzo reich.

L’apice della celebrità Norimberga lo raggiunge alla fine del conflitto, viene scelta come sede del Tribunale Militare Internazionale incaricato di giudicare i crimini dell’Olocausto e dei molteplici orrori nazisti.

Kiefer ci mostra probabilmente proprio quest’ultima Norimberga, una terra martoriata da un pensiero di morte e distruzione, dove aleggia la sensazione che non tutto si è compiuto, i fantasmi di un recente passato sono ancora parte di un presente che fatica a “schiarirsi”.

I solchi nel terreno coperti di paglia sono la raffigurazione della storia che è ancora presente anche se qualcuno ha pietosamente cercato di coprire, un lenzuolo che precede una sepoltura non ancora messa in atto.

La città, o la sagoma degli edifici, si staglia in lontananza, il cielo che si copre di nubi e al contempo cerca di rasserenarsi,  si percepisce  il freddo dell’anima, la neve non accenna a sciogliersi, l’inverno della memoria non vuole lasciare il passo alla primavera della rinascita.

L’impatto visivo con questa grande tela è devastante, quando si considera Kiefer uno dei più grandi pittori degli ultimi decenni (forse l’ultimo, finora, grande artista) ci si riferisce alla capacità di esprimere le più intense emozioni, le sensazioni più disparate, con una tecnica che elude ogni concezione conosciuta.

Norimberga come detto è una città storicamente importante in Germania, per secoli è stata il fulcro, il centro dove convertivano le imprese artigiane più importanti d'Europa. In questo dipinto, la città stessa si staglia scura in lontananza, come a prendere possesso del terreno che le si srotola dinnanzi. Proprio questo campo, che Anselm Kiefer illustra con cumuli di paglia e colori acrilici, doveva, secondo Adolf Hitler, rappresentare la grandezza del Terzo Reich ma che alla fine ne ha esibito la miseria. 

Doveva essere un simbolo e simbolo è diventata, ha cambiato il senso di marcia accompagnando quello della storia, ha assunto una valenza definitiva, da vessillo della grandezza arbitraria e oppressiva a bandiera di qualcosa che non ha ancora preso la forma definitiva.

I fantasmi in questo campo sono tanti, rappresentati da nomi su cartoncino ormai per lo più illeggibili. Norimberga viene mostrata come un luogo della memoria, un luogo di resa dei conti, un campo non ancora pronto per essere riseminato.


venerdì 27 gennaio 2023

La narrazione del dolore come terapia (e prevenzione) dell'orrore, Edit Birkin

Edit Birkin (nata Hofmann, nome con cui firma le sue opere) viene deportata nel ghetto di Lódz nel 1941, allora aveva 14 anni, successivamente viene trasferita ad Auschwitz dove vive l'orrore dell'olocausto.


L'ultimo respiro-camera a gas, 1980 cm 50,8 x 60,9  Imperial War Museum, Londra

“Auschwitz era molto spaventoso, perché c’era pieno di tedeschi”, bastano queste parole per farci comprendere quanto era radicato, nella Germania di allora, il concetto di odio.

Ancora più pesanti delle parole sono alcuni dipinti che Edit realizza più tardi, opere che raccontano l’inenarrabile e al contempo riescono ad alleviare, seppur molto parzialmente, l’angoscia che pervade chi ha conosciuto l’orrore.


Giorno della liberazione, 1980-82   cm 53,3 x 45,7   Imperial War Museum, Londra



Carretto della morte, ghetto di Łódź, 1980-82  cm 71,2 x 91,4    Imperial War Museum, Londra



Un campo di gemelli - Auschwitz, 1980-82  cm 71,2 x 91,4  Imperial War Museum, Londra



mercoledì 26 gennaio 2022

La memoria, il tesoro nascosto (sempre meno ricercato)

Siamo a Berlino, più precisamente al Museo Ebraico, l’architetto Daniel Libeskind, che ha progettato l’edificio ha voluto inserire quelli che conosciamo come gli “Spazi vuoti della memoria” dove il significato si fa ampio, dove racconta le molte sfaccettature dell’integrazione mai accettata degli ebrei in Germania in particolare e nel mondo in generale.


Questi spazi vuoti simboleggiano l’assenza della cultura ebraica nella società tedesca, un vuoto che si fa inquietante e assordante alla luce di ciò che è successo.

In uno di questi vuoti , l’unico in cui si possa entrare, prende vita Shalechet, l’opera di Menashe Kadishman, diecimila dischi in metallo che raffigurano altrettanti volti dalle espressioni diverse.

Camminando in questo angusto e claustrofobico luogo, calpestando i volti metallici, si entra in una dimensione dove è l’angoscia a prevalere, il suono (o frastuono) che si leva diventa quasi insopportabile, al rumore metallico si aggiunge il significato simbolico che attivando le coscienze spesso spinge i visitatori a cercare una via di fuga, ma per raggiungere l’uscita si deve camminare ulteriormente sul pavimento che nel frattempo sostituisce i volti metallici con i volti delle innumerevoli vittime della Shoah ma anche di tutte le guerre che continuano ad esistere.

Premetto che la mia rappresentazione non è basata su una visita personale ma su una ricerca delle reazioni emozionali dei moltissimi visitatori che sono entrati in contatto con l’opera. Da una parte non mi permette di esprimere un punto di vista legato all’esperienza diretta, dall’altra posso vedere l’insieme, cercando, dove possibile, un quadro più ampio e più lucido.

La memoria è un tesoro poco considerato, nel tempo del consumo come status assoluto, il termine “tesoro” porta immediatamente al denaro, alla ricchezza  materiale, tutto ciò che non è tangibile non ha molta considerazione, la memoria dunque non va di moda.

Se tutti fossimo in grado di fermarci ogni tanto a riflettere su quello che è stato avremmo risolto tutti i nostri problemi, non ripetere gli errori e sfruttandoli per innovare vivremmo in un mondo completamente diverso.


sabato 27 gennaio 2018

Senza via di scampo?, Felix Nussbaum

Autore:   Felix Nussbaum
(Osnabrück, 1904 – Auschwitz, fine 1944 - inizio 1945)
 
Titolo dell’opera: Paura (Autoritratto con la nipote Marianne) – 1941
 
Tecnica: Olio su tela
 
Ubicazione attuale:  Felix Nussbaum Haus Museum, Osnabrück.






L’arte di Nussbaum è quasi completamente incentrata sulle vicende personali legate all’orrore dell’olocausto.

Fuggito dalla Germania per non finire nella rete nazista, in quanto ebreo, si rifugia in Belgio, paese all’apparenza sicuro per via della dichiarazione di neutralità, ma pochi giorni dopo il suo arrivo la Germania invade il paese e per Felix inizia l’incubo.

Arrestato e trasportato in un campo francese riesce a fuggire quando sembrava imminente la fine.

Di nascosto torna a Bruxelles dove raggiunge la moglie nascosta in casa di amici, vivrà quattro anni in clandestinità dove tra la terribile solitudine e l’onnipresente terrore di essere catturato descrive l’ansia e la paura di quei giorni, lo fa con la pittura in un modo unico nel suo genere.

Questo dipinto del 1941 ci trasmette lo stato d’animo di quei mesi infiniti dove la follia umana raggiunge livelli di rara esasperazione.

Difficile dare interpretazioni personali ad un’opera come questa, i colori cupi, il senso di claustrofobia, l’assenza di una via di fuga e l’espressione terrorizzata dei due protagonisti parlano da soli.

Tradito da un vicino Nussbaum viene arrestato (mentre l’amico che lo aveva aiutato a nascondersi riesce a fuggire) morirà non ancora quarantenne, in un periodo imprecisato tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, in un campo di concentramento di Auchwitz, stessa sorte tocca alla moglie e a gran parte della sua famiglia.

Restano le sue opere che ci ricordano costantemente quanto l’umanità possa spingersi oltre ogni più buia dimensione. Opere che non permettono alcuna interpretazione che non sia quella di condanna e che testimoniano i momenti tragici che sembrano, al giorno d’oggi, tutt’altro che lontani … per chi ha la volontà di comprenderli.

 

lunedì 26 gennaio 2015

Matricola 62978, Daniel Piquée Audrian


Il "coraggio" di creare.

Creare vuol dire esternare i propri sentimenti, mostrare quello che con le parole non si riesce o non ti lasciano dire, superare i muri che risultano invalicabili se affrontati con la sola parola ma che possono essere superati con l'utilizzo della creatività appunto con un'opera d'arte indipendentemente dal livello artistico esteriore ma che raggiunge l'obbiettivo di farci partecipi dell'emozione dell'artista.



Dalla stazione al campo
E parlando di coraggio, chi più di loro, i sopravvissuti all'orrore dei lager, è più coraggioso nell'affrontare un'esperienza devastante che riapre ferite mai rimarginate ogni qualvolta ne parlano o ne scrivono



Per non dimenticare quel terribile periodo voglio mostrarvi alcuni disegni di Daniel Piquée Audrian, un deportato francese  matricola 62978  che racconta la sua storia con un'intensità e profondità che solo in questo modo riesce ad esprimere tutta la drammaticità di quei giorni.

 
 

Esecuzioni con l'alta tensione
 
Il blocco di quarantena
Il carro bestiame


La "compagnia di disciplina"


L'impiccagione
Interno di una baracca
Uscita dei "commandi"
La distribuzione del pane

 


La sezione di Hartheim




La zuppa di mezzogiorno


Lavoro all'esterno

Le docce


Ritorno al campo


La marsigliese della liberazione