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mercoledì 20 maggio 2026

In nostro sguardo è unico?

Quest’immagine potrebbe capovolgere l'ordine nella percezione artistica di ciò che vediamo.

Immagine dal web

La fotografia racconta di una visitatrice davanti ad una creazione di Warhol al Tate Modern di Londra.

A questo punto la protagonista è l’opera del padre della pop-art o la donna seduta al centro, il dipinto di Warhol o lo scatto dell’anonimo fotografo?

Senza dubbio è la fotografia l’opera in questione, ma cosa voleva rappresentare chi l’ha scattata? Non l’opera di Warhol ma la donna di spalle che osserva il dipinto.

La narrazione dunque è lineare e immediata, di “artistico”, come viene concepito questo vocabolo, non c’è nulla, si tratta solo di raccontare un istante.

Ma se fotografo un dipinto, escludendo tutto ciò che lo circonda ecco che la fotografia si trasforma e cede il posto d’onore all’opera raffigurata, non è più un racconto di un dipinto ma è il dipinto stesso (almeno cosi è percepito) basti pensare alle visite virtuali dei più importanti musei.

Qualcuno dirà che si tratta di dettagli di poca importanza, e probabilmente ha ragione nel sostenere questa ipotesi, ma d’altro canto perché fermarsi all’ovvio privandoci del piacere dell’approfondimento, anche se apparentemente inutile?

In sostanza, quello che vediamo è uguale per tutti (al netto dell’approccio di ognuno) o è la stessa base di partenza ad essere diversa?

Se davanti ad una riproduzione di un celebre (o anche sconosciuto, non è questo il punto) dipinto alcuni sostengono che si tratti di una rappresentazione del quadro ma l’opera è la fotografia mentre altri possono riferirsi direttamente al dipinto, entrambi vedono la stessa cosa? La percezione cambia a seconda della visione di partenza?

lunedì 5 giugno 2023

Le amministrazioni locali e la cultura, storie di (rare) eccellenze.

Nel mare dell’incompetenza, della burocrazia che immobilizza, dell'incultura, che soffocano il nostro paese, emergono, nonostante tutto e tutti, realtà che sanno andare oltre le solite “pessime abitudini”.

Antonio Mancini - Florence Phillips, 1909 
(Florence Phillips è la fondatrice della Johannesburg Art Gallery)

L'arte e il lago d’Iseo si erano già incontrati nel 2016, in quell’estate incredibile dove Christo e Jean-Claude hanno dato vita al celebre “Floatin piers”, in zona meglio conosciuta come “la passerella”.

A distanza di sette anni le acque del Sebino tornano a lambire la grande arte, non si tratta di una gigantesca installazione ma di una mostra dove si racconta, grazie ad una sessantina di opere, il percorso che l’arte ha effettuato dalla metà dell’ottocento fino agli anni sessanta del secolo successivo.

Da Monet a Warhol”, questo è il titolo della rassegna, propone dipinti, disegni, litografie, provenienti dalla “Johannesburg Art Gallery”, dal 19 maggio al 3 settembre (parlando con i responsabili è emerso che c’è l’intenzione di prorogarla almeno fino a fine settembre) si possono ammirare opere realizzate dai più grandi artisti occidentali e con una parte dedicata ai pittori sudafricani.

Qualcuno potrebbe ribattere che questo tipo di mostre si trovano spesso nelle grandi città italiane, quotidianamente in infatti possiamo visitare esposizioni di questo livello a Milano. Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Genova ecc. ma appunto si tratta di grandi città, in questo caso però non si tratta di città grandi medie, o anche piccoli capoluoghi di provincia, stiamo parlando di Sarnico, un comune con poco più di seimila abitanti, una piccola realtà che ha investito moltissimo nell’arte e che in questi giorni raggiunge un obbiettivo che sembrava solo una chimera.

Nelle sale della “Pinacoteca Gianni Bellini” possiamo incontrare artisti che hanno scritto la storia dell’arte, da Turner a Courbet, Monet, Degas, Boudin, Fantin-Latour, Sisley, Surat, Cezanne, Van Gogh, Modigliani, Rodin, Millais, Rossetti, Picasso, Alma Tadema, solo per citarne alcuni.

Naturalmente l’eco di questo evento non è paragonabile a quello del 2016 ma ciò non significa che sia meno importante anzi, un viaggio che inizia negli anni della più clamorosa rottura artistica e si protrae fino all’arte Pop, movimento che ha dato vita ad una lunghissima scia che arriva ai giorni nostri.

Questo evento dimostra che se ci sono la volontà, la competenza e il desiderio di andare fino in fondo, a costo di scontrarsi con chi non è d’accordo (purtroppo c’è sempre qualcuno che alza il muro davanti alla cultura) si possono raggiungere traguardi che si credevano utopici.

A seguire alcune opere, in ordine sparso, presenti alla mostra.


Dante Gabriel Rossetti-Regina Cordium-1860

Eugene Louis Boudin-Il porto di Trouville -1893

Joseph Mallord William Turner - Hammerstein sotto Andernach, 1817

Paul Signac - Barche a Locmalo, 1922

Selby Mvusi - Measure of the city, 1962

William Kentridge - Soho in una stanza allagata, 1999

Alfred Sisley - Sulla riva del fiume a Veneux, 1881

Claude Monet -Primavera, 1875

Pablo Picasso - Testa di Arlecchino II, 1971


domenica 5 marzo 2023

L'immagine artistica della musica

Le copertine degli album realizzate da grandi artisti sono opere d’arte in quanto tali o per il semplice motivo che sono state “disegnate” da un artista?

L’immenso mondo delle copertine dei vari LP ci ha regalato perle di valore assoluto, molte sono entrate nella storia per ciò che gli album hanno rappresentato, altre per l’immagine che diventa icona indipendentemente dal disco.


Per dare un giudizio globale dovremmo scandagliare l’intero panorama musicale da decenni a questa parte, cosa complessa soprattutto per quello che un LP rappresenta per ognuno di noi.

Trascuriamo per un momento l’insieme prendendo in considerazione un piccolo “spezzone” dei questo vasto mondo, ho scelto a caso (più o meno) alcune opere realizzate da artisti che hanno scritto la storia dell’arte degli ultimi 60 70 anni.

Lasciamo da parte le celebri copertine di Andy Warhol, dalla “banana” dei “The Velvet Undergound & Nico” al famosissimo album degli Stones, in questo caso le copertine sono opere d’arte in quanto hanno trasmesso una visione fino ad allora mai presa in considerazione.

Altri sono i casi da prendere in considerazione, quand'è che il nome dell’artista orienta lo spettatore? Quanto, al contrario, l’opera riesce ad andare oltre il nome che l’ha creata?

Ne propongo alcune dandone una personalissima interpretazione, lettura che si slega (operazione non proprio corretta) da ciò che il disco ci offre. 

Prendiamo ad esempio Damien Hirst, con “Ali in the Jungle” dei The Hours  sembra ricalcare uno schema già visto e riproposto in tutte le salse, con “I’m With You“, dei Red Hot Chili Peppers  sa, al contrario, andare al di là dei suoi schemi abituali, pur rimanendo fedele ai suoi dettami.

Poco originali “Artpop” di Lady Gaga realizzato da Jeff Koons, sembra eseguire lo schema pseudo artistico del periodo "Staller", e “Think Tank” dei Blur ad opera di Banksy che copia sé stesso per l’ennesima volta.

“Let’s Dance” di  David Bowie è lo specchio di Keith Haring, un marchio di fabbrica per un artista che a causa della precoce scomparsa non ha potuto evolvere il proprio sguardo artistico, resta l'impronta iconica, sicuramente legata a quegli anni ma che è entrata nell'immaginario collettivo.

Andres Serrano artista di primissimo piano che con “Load” dei  Metallica ricalca una controversa tecnica che mischia il sacro con il profano, anche in questo caso copertina d’effetto ma l’idea non è innovativa, inoltre sembra autocelebrarsi senza prendere in considerazione ciò che dovrebbe rappresentare.

Molto interessante “Live in Shanghai”  di Day & Taxi dove Ai Weiwei riesce a trasmettere la sensazione di un ribaltamento apparente che a prima vista non si percepisce.

Robert Mapplethorpe  con “Night Work”  degli Scissor Sisters si perde tra la provocazione sensazionalistica (che in fondo non è riuscita) e il tentativo di dare vita a qualcosa di nuovo (anche in questo caso non sembra riuscirci) peccato perché sembrerebbe giusta la strada intrapresa.

Con “One Hit (To The Body)” dei  Rolling Stones  Francesco Clemente emerge con prepotenza, esteticamente efficace, mantiene un equilibrio complesso reggendo il peso degli Stones, potrebbe sembrare ininfluente ma certi nomi si sentono eccome.

Chiudo con “By the Way” dei Red Hot Chili Peppers opera di  Julian Schnabel, visivamente forse la copertina più “bella” (con tutte le virgolette del caso) tra quelle proposte, probabilmente quella che più rappresenta lo stile del gruppo o del cantante, veri “padroni del disco.

Queste mie interpretazioni si elevano (o si abbassano) staccandosi dai brani inclusi nei vari album, si tratta solamente di un piccolo viaggio in un mondo che vede incrociarsi l’arte della pittura, della fotografia e, naturalmente, della musica.

“Ali in the Jungle” The Hours – Damien Hirst

I’m With You“ Red Hot Chili Peppers - Damien Hirst

“Artpop” Lady Gaga - Jeff Koons

“Think Tank” Blur - Banksy

“Let’s Dance” David Bowie – Keith Haring

"Load" Metallica - Andres Serrano

“Live in Shanghai” Day & Taxi - Ai Weiwei

“Night Work” Scissor Sisters – Robert Mapplethorpe

“One Hit (To The Body)” The Rolling Stones – Francesco Clemente

“By the Way” Red Hot Chili Peppers – Julian Schnabel

sabato 24 ottobre 2020

I codici d'accesso dell'arte, Andy Warhol

Faccio sempre molta fatica a “seguire” le opere di Andy Warhol, altrettanto complessa è la comprensione dell’insieme artistico, del concetto di base che ha scatenato un’autentica rivoluzione culturale.

Da sempre i lavori dell’artista di Pittsburgh non riescono a “prendermi”, ne esteticamente ne nel profondo dell’idea, questo mi spinge da molto tempo a capire il perché, ho letto molte biografie, ho ascoltato svariate dichiarazioni e interviste, dello stesso Warhol e di chi lo ha conosciuto ma il senso non mi è mai stato chiaro.

Finché un giorno, leggendo una biografia firmata da Francesca Romana Orlando, mi sono imbattuto in una frase, attribuita a Marcel Duchamp, che ai miei occhi ha svelato  quello che è la base dell’arte di Warhol: “Quello che mi interessa di Warhol non sono i barattoli Campbell in sé ma il tipo di mente che deciderebbe di dipingere i barattoli Campbell senza fine”.

Ancora una volta mi rendo conto che l’arte è tutto tranne che l’immediatezza visiva, spesso non è sufficiente nemmeno conoscere le principali “nozioni” di un’opera, non bastano il piacere o il fastidio che proviamo quando la osserviamo, e non basta conoscere la vita dell’artista e tutto ciò che ha influito alla sua crescita, umana e artistica, serve quella scintilla che apre ad una comprensione più profonda, l’indicazione della strada da seguire.

Naturalmente, essendo Warhol parte integrante di quel movimento, il “New Dada”, che verte inequivocabilmente al concetto sopra tutto e tutti, avevo intuito che la via da seguire era questa ma non sapevo dove iniziare e come procedere.

Chi mi conosce sa quanto io sia legato all’idea artistica di Duchamp e di conseguenza il rischio di subirne l’influenza è alto ma se questo aiuta a comprendere perché non provare?

Non so a cosa porterà questo ennesimo percorso ma il solo fatto di iniziare il viaggio è elettrizzante.

Probabilmente continuerò a non apprezzare a fondo le opere di Warhol ma spero quantomeno di scoprire quei lati più in ombra che servono a decodificare un codice sempre più complesso.


Nell’immagine: Andy Warhol – Dick Tracy, 1860 - Caseina e pastello su tela, 121,9 x 83,9 cm.

The Brant Foundiaton, Greenwich


lunedì 24 marzo 2014

Andy Warhol

Inizio con una premessa, in passato ho spesso pensato che le opere di Andy Warhol mancassero di entusiasmo, non mi davano particolari emozioni, sembravano quasi banali e senz’anima. Poi mi sono chiesto, perché non fare una ricerca per capire il significato e le intenzioni dell’autore e, magari apprezzare di più i suoi lavori? Detto fatto dopo un viaggio nel mondo di Warhol sono arrivato alla conclusione: le sue opere forse non riescono a trasmettermi emozioni intense e sensazioni forti, ma hanno un significato ben preciso e portano il loro contributo all'evoluzione dell'arte. Voglio farvi partecipi di questa mia piccola ricerca, magari tra di voi c’è qualcuno che riesce a percepire, a creare un contatto più profondo che gli permette di apprezzare fino in fondo l’artista americano.
Se vi va poi lasciate un commento.



Pittore, scultore, regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia, attore, sceneggiatore e montatore statunitense, figura predominante del movimento della Pop Art e tra gli artisti più influenti del XX secolo.

Nasce a Pittsburgh, in Pennsylvania, il 6 agosto del 1928, Il padre, Ondrej Varchola anglofonizza il nome in Andrew Warhola poco dopo il suo arrivo negli Stati Uniti.

Warhol mette in mostra precocemente il suo talento artistico e studia arte pubblicitaria al Carnegie Institute of Technology di Pittsburgh. Nel 1949 si laurea e si trasferisce a New York, dove approfitta delle enormi opportunità che la città gli offre per affermarsi nel mondo della pubblicità lavorando per riviste come Vogue e Glamour.

Nel giugno del 1968 una femminista radicale tale Valery Solanas, frequentatrice della “Factory” (luogo creato dallo stesso Warhol per dare ai giovani Newyorkesi la possibilità di esprimere liberamente la propria arte)  spara a Warhol e al compagno di allora. Entrambi sopravvivono all’accaduto, Andy in particolare riporta gravi ferite e si salva quasi per miracolo. Warhol da allora diminuisce sensibilmente le apparizioni in pubblico e si rifiuta di testimoniare al processo della sua tentata carnefice. 

La vicenda passa però in secondo piano per via dell'omicidio Kennedy che avviene due giorni dopo.

La sua attività artistica conta tantissime opere, che produceva in serie con l'ausilio dell'impianto serigrafico.

 

Le sue opere più famose sono diventate delle icone: Marilyn Monroe, Mao Tse-Tung, Guevara e tante altre. La ripetizione è il suo successo riproduce moltissime volte la stessa immagine modificando solamente il colore, insistendo soprattutto con colori forti e vivaci. Prendendo immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali (famose le sue bottiglie di Coca Cola) o immagini d'impatto come incidenti stradali o sedie elettriche, riusciva a svuotare di ogni significato le immagini che rappresentava proprio con la ripetizione dell'immagine stessa su vasta scala.

La sua arte è naturalmente una provocazione, secondo un esponente della Pop Art l'arte dev'essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale.

Ha spesso ribadito che i prodotti di massa rappresentano la democrazia sociale e come tali devono essere riconosciuti: anche il più povero può bere la stessa Coca Cola che beve Jimmy Carter o Liz Taylor.

Rivisita a modo suo anche grandi capolavori del passato come L’ultima cena di Leonardo o dipinti di Paolo Uccello e Piero della Francesca: anche in questo caso cerca di rendere omaggio alle opere d’arte che i mass media non considerano. Tuttavia la Pop Art è l’icona principale del boom economico.

Andy Warhol ha anche creato alcune sculture che riproponevano in più dimensioni alcuni suoi lavori serigrafici più famosi, come ad esempio scatole di detersivo Brillo ed altri prodotti in scatola.

 Warhol si dedica ad altre forme d’arte come ad esempio il cinema e la musica, ha collaborato con Lou Reed per il quale ha disegnato la celebre copertina dell’album “The Velvet Underground & Nico, e altri numerosi artisti tra cui l’italiana Loredana Bertè. Un posto importante nella produzione cinematografica di Warhol riguarda i cinquecento rulli di Screen Test, film ritratti di personaggi in vista alla Factory che vengono ripresi con camera fissa per tre minuti su un fondo nero. Warhol chiede ad ogni partecipante del provino (screen-test) di fissare la camera, di non muoversi durante la ripresa e di non sbattere le ciglia, restando con lo sguardo fisso.
 
«Trovo il montaggio troppo stancante, lascio che la camera funzioni fino a che la pellicola finisce, così posso guardare le persone per come sono veramente.»

(Andy Warhol)



L'idea è quella di fissare in un ritratto un personaggio che compie un'azione banale, ma che per Warhol ha un importante significato. L'obiettivo non è solo quello di entrare nell'intimità del personaggio ripreso ma anche quello di colpire lo stesso spettatore e farlo riflettere.

Muore a New York il 22 febbraio 1987, in seguito a un intervento chirurgico alla cistifellea, dopo aver realizzato Last Supper, ispirato all'Ultima Cena di Leonardo da Vinci. I funerali si svolsero a Pittsburgh, sua città natale, e a New York venne celebrata una messa commemorativa. Nella primavera del 1988, 10.000 oggetti di sua proprietà vengono venduti all'asta da Sotheby's per finanziare la "Andy Warhol Foundation for the Visual Arts". Nel 1989 il Museum of Modern Art di New York gli dedicò una grande retrospettiva.