Visualizzazione post con etichetta Fontana Lucio. Mostra tutti i post
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lunedì 10 febbraio 2025

In alto, in attesa del tempo

Le scale mobili ci accompagnano al penultimo piano del Museo del 900 a Milano, salendo iniziamo immediatamente ad ammirare il soffitto che, a sua volta, fa da pavimento all’ultima sala.



L’opera che si erge a portale verso l’infinito è uno dei capolavori di Lucio Fontana, legato al concetto dei “buchi” e dei “tagli”, il Soffitto Spaziale sorregge la grande stanza dedicata allo stesso artista e al contempo apre un varco verso l’immaginazione.

L’impatto visivo del visitatore è di grande forza, il soffitto accompagna lo sguardo fino alla vetrata che da sul Duomo, avvicinandoci alla parete di vetro ci accorgiamo che il “tetto” spaziale lascia il posto ad una struttura luminosa, anch’essa realizzata da Fontana, un arabesco di luce che non è da meno a tutto il resto.

Come detto è l’anteprima alla stanza situata più in alto dedicata completamente al pittore nativo di Buenos Aires, sono infatti esposte alcune opere realizzate negli anni che vanno dal 1951 al 1962, quadri e sculture che hanno come comune denominatore l’attesa di una spazialità concettuale.

Il “Soffitto” è stato realizzato inizialmente per la sala da pranzo di un hotel sull’Isola d’Elba nel 1956, viene ricollocato nel museo milanese nel 2010.

sabato 25 novembre 2023

I (miei) riferimenti artistici oltre il tempo

Pensare alla situazione attuale e reinterpretarla con l’arte.

Cosa può rappresentare il momento che stiamo attraversando, non tanto riguardo alla causa quanto alle sensazioni che proviamo quando cerchiamo di osservare da una certa distanza un insieme di fattori al limite dell’assurdo.

Lucio Fontana - Concetto spaziale, attesa 1964

Gli eventi di questo momento storico mi portano ad un’opera di Lucio Fontana, un taglio netto nella tela e la differente interpretazione che può essere “trasposta” al nostro quotidiano.

Il taglio, se osservato con una certa distrazione, può apparire come una ferita inferta alla perfezione alla tela, senza approfondire non ci resta che il rimpianto della purezza perduta, una concezione che ci ha portato ad escludere tutte le possibili varianti.

Ma se andiamo oltre la visione che ci ha accompagnato fino ad ora ecco che tutto muta, la ferita inferta, con apparente violenza, si trasforma in una nuova opportunità.

“Concetto spaziale, attese” è il “nome” dato da Fontana a queste sue opere, se sappiamo andare oltre il canonico modo di vedere ciò che abbiamo di fronte, tutto si trasforma in un’occasione per crescere, il “taglio” non è più un’offesa, diventa il simbolo di rinascita.

Da quella fenditura, nella tela come nel tempo, può scaturire ciò che desideriamo, dobbiamo avere la pazienza di attendere e la convinzione che tutto è possibile.

E se dal “taglio” non dov’esse emergere nulla? L’apertura che prende forma per mano dell’artista ha comunque altre possibilità, può trasformarsi nell’invito ad entrare in una dimensione altra, forse migliore, sicuramente più aperta, dove la visione del tutto è a portata di mano, oppure non ci resta che attendere, anche all’infinito.

Ma è l’infinito il vero obbiettivo di Fontana? Non lo sappiamo con certezza ma sarebbe il fine ideale per un’opera spesso sottovalutata, sovente derisa, solo in poche occasioni considerata per quello che veramente rappresenta, per quello che significa per la storia dell’arte degli ultimi settant’anni e per ciò che trasmette ai giorni nostri.

domenica 30 aprile 2023

Chi considera Lucio Fontana solo quello dei tagli ... probabilmente non conosce Lucio Fontana

Ho spesso fatto il nome di Lucio Fontana quando volevo indicare uno dei “simboli” fondamentali dell’arte contemporanea, uno degli snodi cruciali dell’evoluzione artistica del secondo novecento, uno degli artisti imprescindibili nello sviluppo del nostro punto di vista, non solo artistico.

Lucio Fontana, Esa 1953 - Collezione privata

Ma Lucio Fontana non è riconosciuto come tale (se non dagli addetti e dagli appassionati) è considerato quello dei “tagli”, accezione usata in modo dispregiativo.

Sono convinto che chi considera Fontana solo quello dei tagli evidentemente non conosce Fontana, non comprende che ai “concetti spaziali”, perché è questo il nome, è giunto dopo decenni di studio, di sperimentazione, di ricerca, ci è arrivato partendo da basi artistiche solide, pittore, scultore, ceramista di livello assoluto, su queste fondamenta ha innalzato il suo pensiero che emerge dalle “ferite” inflitte alla tela (e prima ancora dai buchi) completando il tutto con i suoi celebri “ambienti spaziali” che si evolvono nelle “installazioni ambientali”, realizzati negli anni precedenti.

Lucio Fontana - Ambiente spaziale - Pirelli Hangar Bicocca Milano

L’artista italiano nato in Argentina ha fatto della sua esplorazione spazialista un punto fermo nella storia dell’arte, ha effettuato un passo decisivo andando oltre l’idea classica di pittura e scultura, dando vita ad uno spazio fino ad allora sconosciuto e di conseguenza inesplorato.

Il talento, secondo il punto di vista dei più,  sovrasta il concetto, ma se un artista è in possesso di entrambe le cose? Fontana è accusato di saper fare solo ciò che saprebbe fare chiunque (di solito lo sostiene chi non sa fare alcunché) tagliare una tela è, sempre secondo il pensiero comune, cosa semplicissima oltre che senza un senso logico, si giudica l’apparenza senza comprenderla (figuriamoci comprendere ciò che non appare) e si ignora, se non deride, il percorso decennale che stà dietro a queste opere.

Il nostro Lucio però è anche artista di grande talento, perché allora non viene riconosciuto come tale? Forse la moda impone il pensiero dell’arte contemporanea come  costruzione del “mercato” e Fontana sarebbe, alla pari di Manzoni, uno dei tanti bluff dell’arte del novecento.

Il tempo, come sempre da il suo verdetto e siccome di tempo ne è passato parecchio si sta delineando quello che la maggior parte del pubblico non condivide: Fontana è a tutti gli effetti uno dei più grandi artisti del secolo scorso e i famigerati “tagli” ne sono la testimonianza. 

giovedì 30 marzo 2023

Uso, abuso e depotenziamento dell'idea di "provocazione".

A Vevey, una località svizzera bagnata dalle acque del lago Di Ginevra, una forchetta di grandi dimensioni si erge maestosa infilzando prepotentemente le acque del limpido specchio d'acqua.

L’opera in sé è decisamente piacevole, interessante punto di vista, originale (almeno parzialmente) nella sua concezione legata al Museo dell’Alimentazione (Nestlè Alimentarium Museum) che ha sede nella cittadina.


Potremmo approfondire l’opera in quanto tale, infatti solo “pensandola” come riferimento all’alimentazione, al legame vitale con l’acqua, alla comunione con la “terra” andiamo oltre il mero aspetto visivo. Ma non c’è molto altro da aggiungere.

Allora mi soffermo su altri particolari, sfumature nate più da come viene “raccontata” l’opera che da solide basi artistiche.

Innanzitutto la “Fourchette geante” viene attribuita a Georges Favre che l’ha realizzata sul disegno di Jean-Pierre Zaugg.

Le varie testate online riportano quasi esclusivamente il nome di Favre, solo in seguito ci dicono chi l’ha disegnata, chi è in pratica l’autore dell’opera?

Mi verrebbe da dire che il merito va dato esclusivamente a Zaugg, l’idea è predominante, a meno che sia Favre ad avere avuto l’illuminazione di infilarla nelle acque di fronte a Vevey.

Ma ad incuriosirmi, e a deprimermi, è l’inclusione di quest’opera, in moltissimi articoli di varie testate online, tra le più strane, provocatorie, destabilizzanti (hanno usato proprio questo termine) e incomprensibili, opere d’arte contemporanea.

Ad accompagnare la “forchetta” tra i manufatti più assurdi (sempre secondo tali testate) troviamo il solito “orinatoio” di Duchamp, La “Merda d’artista” di Manzoni, l’immancabile “taglio" di Fontana e, forse l’unica veramente provocatoria e comunque nulla di più, “Brown-nosers di David Černý.

Inutile sottolineate che chi si chiede, nella terza decade del XXI secolo, che senso hanno le opere sopracitate evidentemente di è dedicato ad altro, evitando di perdere tempo studiando la storia dell’arte occidentale del secolo scorso.

La forchetta lacustre non è certo provocatoria, strana, spiazzante o incomprensibile, si tratta di una forma, molto ben fatta, di marketing “artistico”, dove l’installazione è  legata indissolubilmente ad un determinato marchio.

Casomai se c’è qualcosa di provocatorio è nel contenuto di certi articoli, accostare, mettendole sullo stesso piano, opere come quelle di Fontana, Manzoni e Duchamp con questa del duo Zaugg-Favre, mi lascia quantomeno perplesso.

Il dubbio non nasce dalla visione delle opere ma da ciò che rappresentano e da quello che hanno saputo dare all’arte negli anni, è vero che la “Forchetta” è più giovane delle altre e che probabilmente necessita di altro tempo per evolvere, ma nei suoi trent’anni di vita non ha dato il benché minimo contributo all’evoluzione artistica nel suo insieme, al contrario delle altre si limita a stupire (o cercare di farlo) i turisti che si trovano a passare da quelle parti, insomma opera di discreto valore “visivo”, molto meno "stimolante" quello artistico.

venerdì 25 novembre 2022

I titoli delle opere d'arte, storia di quotidiani maltrattamenti

Spesso, troppo spesso, noto la scarsa considerazione che ha un titolo di un’opera d’arte rispetto all’insieme dell’opera stessa.

Questo accade soprattutto ai pittori (perché è soprattutto in pittura che si “maltrattano” i titoli) poco conosciuti, infatti gli artisti che hanno un certo appeal, con il pubblico e con gli addetti ai lavori, curano con più attenzione quello che potremmo definire il nome dell’opera (il grande artista non lascia nulla al caso).

Jackson Pollock - Untitled (particolare) 1945 ca.
Inchiostro e gouache su puntasecca, cm 44,9 x 54,3
Collezione privata

Con il proliferare dei social, assistiamo a scene dove si chiede al pubblico di trovare un titolo perché “non riesco a trovarne uno” o peggio ancora "non ho avuto il tempo per pensarci".

Questo denota una superficialità e una scarsa conoscenza del valore di un dipinto nel suo insieme, spesso assistiamo a “titolazioni” imbarazzanti che sminuiscono il valore concettuale del quadro.

Le opere del passato hanno, nella quasi totalità dei casi, un titolo postumo, attribuito dopo molti anni se non secoli dalla scomparsa dell’autore, in questo caso ci troviamo di fronte a descrizioni dell’opera o al nome di uno dei proprietari o all’indicazione del luogo in cui è stato realizzato o della città dove risiedeva il committente.

Un altro punto da sottolineare riguarda l’arte astratta, anche in questo caso i titoli sono spesso attribuiti a caso o, peggio ancora, sono un veicolo utilizzato per dare una spiegazione, capite che voler dare una delucidazione circa un dipinto astratto è un controsenso.

Le grandi opere astratte sono sovente accompagnate da un inequivocabile “senza titolo”, oppure sono abbinate a un numero che le rende reperibili, al massimo racconta un concetto che indica la direzione da prendere senza però dare altre indicazioni, le “Composizioni” di Kandinskij e i “Concetti spaziali” di Fontana ne sono un esempio.

Se deve essere astratto un dipinto lo sia fino in fondo, se davanti ad una tela dove le forme sono indistinte e ad emergere è il colore che senso ha intitolarlo “Passeggiata sulla spiaggia al chiaro di luna”? Si da l’impressione di cercare un titolo che “racconti” qualcosa perché non si è in grado di farlo con il pennello.

Ultima deriva della titolazione selvaggia è la ricerca di una poetica che di poetico non ha alcunché, cercare una parvenza filosofica che sfocia spesso nel banale se non nel ridicolo.

Accade spesso con i nudi (in particolare quelli femminili) dove dal titolo si capisce se l’autore è una donna o un uomo, titoli che svelano più i desideri personali che una narrazione dell’opera.

Se un pittore chiede a qualcun altro di dare un titolo alla sua creazione è credibile? Siccome sono convinto che il nome di un quadro sia parte integrante del quadro stesso, chiedereste al primo che passa di dare un’ultima pennellate al vostro lavoro?

La risposta naturalmente è no, ma con i titoli è differente, forse qualcuno non considera il nome parte del dipinto, questa mancanza si nota eccome, spesso il titolo affossa l’opera, con risultati imbarazzanti.

martedì 16 agosto 2022

La conoscenza del gesto, la comprensione dell'opera, Lucio Fontana

 

“Un giorno un noto chirurgo venne nel mio studio e notando una mia opera mi disse che quei buchi li sapeva fare anche lui.

Gli risposi che una gamba la so tagliare anch’io ma nel mio caso il paziente sarebbe morto mentre con lui la faccenda sarebbe stata diversa”.

Lucio Fontana


Ci sono “gesti” che possiamo fare tutti ma non tutti comprendono la genesi del gesto stesso e ne sanno indirizzare il percorso.


Lucio Fontana - Concetto spaziale (1965)

sabato 5 marzo 2022

La dimensione "ambientale", la ricerca di una personale percezione .

La vita che hai scelto può non sussistere, la morte che vedi può non esistere” (cit.)

Queste parole mi hanno immediatamente “trasportato” nell’arte spazialista di Lucio Fontana, più che ai celebri Concetti spaziali, che sono l’emblema della ricerca dello spazio in pittura, la mia mente si è rivolta agli Ambienti spaziali, luoghi dove tutto e il proprio contrario trovano cittadinanza.

Lucio Fontana - Ambiente spaziale: “Utopie”, nella XIII Triennale di Milano, 1964/2017, installazione in Pirelli Hangar Bicocca, Milano, 2017 -  Foto: Agostino Osio

L’esperienza, la conoscenza, la percezione di sé, tutto è reale anche se non lo è, le nostre scelte le nostre convinzioni perdono la sicurezza di cui siamo certi, se le basi che ci hanno sostenuto finora vengono messe in discussione possiamo pensare che ci sostengano ancora?

Gli Ambienti di Fontana sono un viaggio senza meta, un percorso al di fuori delle nostre sensazioni, sensazioni che si trasformano in continuazione alla ricerca di qualcosa che esiste indipendentemente dal nostro volere.

Nei Concetti spaziali c’era l’Attesa, in questo frangente l’attesa non è contemplata, dobbiamo immergerci in un ambito che esula da ogni logica, dobbiamo lasciarci alle spalle ogni preconcetto, ciò che abbiamo di fronte (o meglio attorno) fa parte di una dimensione “altra” e “alta”, complessa, impervia, ma non irraggiungibile.

Utopie, questa è l’indicazione che l’artista italo - argentino  ci offre, sta a noi comprendere quale era, e qual è, il riferimento, se l’utopia è solo mentale o se realmente si tratta di un concetto ivalicabile.

Non importa se l’ambiente in cui decidiamo di entrare risponde alle logiche necessarie per essere assimilato, secondo le nostre abitudini, luci irreali, pavimenti che mutano l’equilibrio, pareti che sembrano svanire pur mantenendo la loro originale “forma”, Lucio Fontana apre ad una dimensione alternativa conscio che può portare a logiche incomprensioni ma anche certo che qualcuno, con una visione più evoluta, possa comprenderne il pensiero.

L’arte spazialista di Lucio Fontana è a tutt’oggi messa in discussione, a distanza di più di mezzo secolo c’è ancora chi mette in dubbio la portata artistica delle sue opere, concetti su cui si fonda un pensiero evoluto, la negazione di tale fondamento è forse la spiegazione dell’inversione di marcia, oggi in atto, dell’evoluzione del pensiero.

sabato 30 maggio 2020

L'assenza della raffigurazione divina che esalta la presenza di Dio, Lucio Fontana


“La fine di Dio”, il titolo di questa serie realizzata da Lucio Fontana tra il 1963 e il 1964 corre il rischio di indirizzarci frettolosamente verso un’interpretazione ateistica, ma in soccorso arriva una dichiarazione dello stesso artista  che definisce le opere “l’infinito, l’inconcepibile, la fine della figurazione”.

Il concetto si rifà alle “icone” assolute di Kazimir Malevič dove l’assenza di ogni “entità” rappresenta l’elevazione dello spirito. Opere come Quadro nero su sfondo bianco o Quadro bianco su fondo bianco.


I “Concetti spaziali” di questa serie hanno in comune la forma ovale e le dimensioni, 178 x 123 cm. Olio su tela con squarci, buchi, graffiti e lustrini.

L’idea della presenza del divino solo dove è assente l’uomo o qualsiasi forma materiale è, come detto, già apparsa qualche anno prima con il pittore russo Malevič, Fontana riprende quel concetto ma apre un nuovo percorso, l’annullamento della pittura figurativa nella rappresentazione del sacro e l’apertura a una spiritualità attesa, senza alcuna certezza terrena.











domenica 20 agosto 2017

Qual è il confine? (ammesso che sia possibile dimostrarne l'esistenza)


Qual è il confine che delimita la pittura dalla scultura?

Alberto Burri - Sacco e rosso, 1954
Tate Gallery Londra
La pittura è l’arte di dipingere, di raffigurare il reale o l’irreale applicando linee e colori su superfici piatte di qualsiasi materiale (tela, carta, legno, vetro ecc.).

Il risultato è un “quadro” bidimensionale, altezza e larghezza. La profondità è solo immaginata, creata dall'abilità prospettica dell’artista.

Ma cosa succede se un pittore, l’esempio emblematico potrebbe essere Lucio Fontana, da vita alla profondità con dei tagli che aprono la tela dando la possibilità di vedere oltre, creando in questo caso la terza dimensione?

Un dipinto che va oltre la bidimensionalità può essere ancora definito tale o la definizione di arte pittorica è confermata dalla base di partenza: il supporto piatto e i pigmenti di colore?
Lucio Fontana, «Concetto spaziale. Attese», 1968

Un quesito che forse lascia il tempo che trova ma che potrebbe allargarsi anche alle opere cosiddette materiche, infatti in molti casi l’accumulo di materiali su più strati (metalli, stoffe, minerali polverizzati o spezzettati, e molto altro) tendono ad aumentare il volume dando al quadro uno spessore che induce a notare una, seppur lieve, profondità.

L’effetto può ricordare alcuni bassorilievi, mentre questi ultimi nascono dalla sottrazione di materiale i primi prendono vita con la continua aggiunta degli stessi.

L’aggiunta di profondità reale cambia la struttura del dipinto uscendo dal sistema “pittorico” o è solamente una variabile che modifica la percezione dell’opera senza che la stessa si trasformi in un altro genere artistico?


sabato 4 febbraio 2017

Il concetto o la tecnica? Meglio entrambi ma se ...


«Se la tecnica è ottima ma l’idea non lo è, l’opera sarà scadente. Se l’idea è ottima ma la tecnica scadente l’esito dipenderà dal livello dell’idea stessa»
Flavio Caroli

Lucio Fontana - Concetto spaziale, Attese


Il concetto è più importante della tecnica?
Le parole del noto storico dell’arte possono far discutere, possiamo essere d’accordo o meno ma se danno la possibilità di discutere in modo costruttivo di cosa sia fondamentale nell’arte allora l’obbiettivo è raggiunto.
La pittura contemporanea, in particolare il movimento “concettuale”, ha dato un impulso decisivo alla “visione” artistica nel suo insieme, andando oltre i canoni fino ad allora riconosciuti.

Naturalmente nessuno vuole mettere in discussione il talento tecnico e di "pensiero" dei grandi artisti del passato ma nelle grandi opere troviamo sia la tecnica che il concetto. Infatti in presenza di entrambi nasce il capolavoro ma se l'una o l'altro sono carenti?

La domanda resta attualissima, forse la risposta la darà il tempo, o forse no.



Yves Klein -Antropometria del periodo blu, 1962