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martedì 20 ottobre 2026

Sogni, incubi e allucinazioni (post non artistico)

Esulo per una volta dall’argomento che questo blog tratta da anni, l’arte, anche se qualcosa di artistico c'è sempre, e mi concedo il racconto di ciò che mi è capitato qualche giorno fa, o almeno credo sia successo, o forse sta succedendo ora, o magari non è successo e non so se ne sono consapevole o meno.

Umberto Coromaldi – Sentiero nel bosco – Olio su cartone telato cm 34 x 63


Me ne sto tranquillo seduto su un masso poco lontano dalla strada che unisce il centro abitato a casa mia, un tratto di sentiero che scorre attraverso i prati e un piccolo boschetto, usciti dal quale vi è uno spiazzo che si affaccia sulla valle circostante, lì mi trovo in questa tarda mattinata d’autunno.

Perso nei miei pensieri, riflessioni che si ripetono sempre più frequenti, un inseguimento a concetti astratti cercando delle risposte là dove sono quasi certo non ce ne siano, sono in procinto di rialzarmi e, con la coda dell’occhio, noto una figura uscire dall’ombra del bosco, un uomo sulla cinquantina, distinto, ben vestito, non in modo elaborato, ricercato ma perfettamente consono al luogo.

Mi si avvicina e cortesemente, scusandosi di avermi disturbato, mi chiede se sono del posto, io, per natura diffidente, percepisco un ché di familiare, di rassicurante, una sensazione di sicurezza che non avevo mai provato davanti ad uno sconosciuto, questo mi rende disponibile al dialogo.

Alla mia risposta affermativa mi racconta che suo padre, da piccolo, bazzicava in quelle zone, mi dice che la sua famiglia, sia dalla parte del padre che da quella della mamma, è originaria di qui.

Fa nomi e cognomi di parenti che tutt’ora vivono in paese e che conosco abbastanza bene, quando fa il nome del padre, e mi dice il suo, tutto si allinea, conoscevo il genitore e ricordo di aver sentito citare il nome dello sconosciuto che in quel momento avevo (ho) di fronte.

Parliamo del più e del meno, non mi fa domande personali, non è inopportuno, si gode, come faccio io, l’atmosfera del luogo cercando nei ricordi di vecchie narrazioni e nella propria immaginazione, di vedere il padre muoversi tra l’erba e gli alberi.

Prima di congedarsi mi chiede se può sdebitarsi del tempo che mi ha “rubato”, parole sue, e mi propone un “risarcimento” sottoforma di una proposta.

Queste sono le sue esatte parole: “le faccio un’offerta, alla fine io me ne andrò e lei avrà trenta secondi per decidere se accettarla, in quel caso passerò dalle parole ai fatti, nel caso lei rifiutasse nessun problema, scaduto mezzo minuto lei continuerà la sua giornata e si dimenticherà di avermi incontrato”.

E continua: “Non so dirle quanti anni avrà ancora da vivere, perché non lo so, e nemmeno come sarà la qualità di vita in questo lasso di tempo, lei ha la possibilità di scegliere, o continua la sua esistenza sapendo che può durare diversi anni, anche vari decenni, oppure può finire a stretto giro di posta, l’alternativa che le offro è una dipartita immediata che le garantisce di evitare qualsiasi difficoltà futura”.

Con un accenno di sorriso l’uomo si allontana e scompare tra gli alberi del boschetto, il conto alla rovescia nel frattempo è iniziato, per prendere una decisione rimangono una ventina di secondi, come potete immaginare non è facile essere lucidi davanti a tutto ciò, il senso di tranquillità svanisce, tutto attorno a me sembra avvolto da una strana foschia, la mente, si sa, prende spesso strade “alternative”, ma inesorabilmente il tempo passa, restano 10 secondi, non riesco a pensare razionalmente, 9 è tutto maledettamente confuso e complicato, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2…

sabato 10 ottobre 2026

Recensioni, andata e ritorno

Alzi la mano chi, dovendo scegliere un ristorante per una cena romantica, un hotel in cui passare le vacanze, un museo da visitare, uno studio medico, ecc. non ha mai dato un’occhiata alle recensioni.

Immagine dal WEB

Io sono incuriosito particolarmente da quelle negative, perché è proprio lì che possiamo trovare delle perle inestimabili.

Essendo questo blog dedicato all’arte devo partire dalla recensione di un piccolo museo d’arte contemporanea, il solerte e attento cliente del museo stesso, dopo aver dato un stella su cinque motiva la scelta: “è pieno di roba moderna, nessun quadro vero, da evitare come la peste”.

Decisamente esilarante, anche se forse davanti a tutto ciò non ci resta che piangere, per citare un noto film.

Le recensioni sono varie, raramente esprimono qualcosa di sensato, o sono delle banali frasi evidentemente frutto di un “copia e incolla” ormai diffusissimo, oppure reazioni eccessive a criticità non certo epocali.

Naturalmente non mancano quelle inventate di sana pianta o assurde perché slegate da quello che una recensione dovrebbe significare. Due esempi, il mio meccanico di fiducia è stato recensito con due stelle da una gentile signora che afferma: “non ci sono mai stata”, un hotel, in cui avevo soggiornato viene rimproverato con: “vergognoso, ci hanno sbattuto all’ultimo piano in una stanza con una piccola finestra che si affacciava sul retro di un palazzo”, peccato che io sono stato proprio all’ultimo piano, su mia richiesta, e la vista era sul mare, per le stanze davanti e sulle colline per quelle dietro in quanto l’albergo era il più alto della zona e non aveva altre costruzioni a impedire la visuale.

Al cospetto di questi capolavori letterari (spesso le recensioni sono infarcite di errori grammaticali) mi sono chiesto: e se, invece delle recensioni dei clienti ci fossero “le recensioni sui clienti”?

Quale sarebbe dunque il giudizio che bar, ristoranti, hotel, musei e altri luoghi aperti al pubblico, potrebbero dare?

La media sarebbe decisamente più bassa di quello che i clienti rilasciano, tra la maleducazione, l’eccessivo volume (voce, musica), l’arroganza, il basso livello igienico, spesso ci si lamenta della pulizia ma quanto il cliente è all’altezza di ciò che trova?

In quel museo d’arte contemporanea che non ha "dipinti veri" (presumo si riferisca all’arte antica) il visitatore mantiene un comportamento impeccabile? L’atteggiamento, magari non totalmente amabile, degli addetti è influenzato anche dal comportamento di chi usufruisce del servizio?

Può sembrare banale, e forse lo è, ma ciò che raccogliamo è spesso frutto dei nostri comportamenti, prima di dare un giudizio severo sugli altri sarebbe buona cosa farci un approfondito esame di coscienza e, soprattutto, imparare a prendere in considerazione ogni punto di vista, specialmente quello di chi ha a che fare con noi.

lunedì 10 agosto 2026

Viaggio nel colore (e ritorno)

Il mondo attende di essere colorato dallo spirito artistico di ognuno di noi, dobbiamo solo iniziare a personalizzare il nostro percorso e magicamente appariranno i colori della nostra anima.

Foto by Alessandra Roggeri


Perché la fotografia in bianco e nero affascina più di una a colori? I toni dimessi sono considerati più poetici, l’assenza di colore permette all’opera di viaggiare più lontano, soprattutto in profondità.

La poesia trattiene solo ciò che è fondamentale, si stringe attorno all’essenza liberandosi di tutto quello che è superfluo, è lo stesso meccanismo utilizzato dalla fotografia in bianco e nero e, parzialmente, dalla pittura in assenza di colore.

Quando si parla di poesia si pensa ad un luogo dell’anima dove le emozioni forti vengono meno, a resistere sono la leggerezza e quella lieve malinconia che ci tiene in bilico tra una sensazione di serenità e benessere è un moto di tristezza che quasi ci fa sentire meglio.

Naturalmente il soggetto ha una parte importante ma ad arrivare al cuore è la rappresentazione di qualcosa di poco definito, qualcosa che può significare tutto o niente, la rappresentazione diviene soggettiva, in questo stato emotivo tutto si mescola, ognuno di noi ne vedrà una parte (e non è detto che quella parte esista veramente).

Ma se da quell’immagine senza colori iniziamo ad aggiungerne qualcuno? Per molti potrebbe essere un risveglio, una rinascita, la malinconia lascia via via il posto alla gioia, i colori riprendono il pieno possesso del “quadro”fino a riempire ogni anfratto, è dunque questo il raggiungimento del piacere? Probabilmente no, quando l’immagine è satura di colore il nostro umore cambia, si trasforma fino a cercare con tutte le nostre forze l’essenza poetica, fino a desiderare il bianco e il nero.

lunedì 20 luglio 2026

Il classismo dell’intelligenza artificiale

“L’avvento delle AI renderà l’arte alla portata di tutti”, cosi si esprimono i (fuffa) guru che presenziano ovunque sul web.

Altri sostengono che l’arte verrà affossata dall’intelligenza artificiale perché da la possibilità a tutti di millantare il capolavoro.



Nulla di tutto questo è plausibile, l’arte resterà tale nelle sue eccezioni, nessuno può millantare il capolavoro fatto con le AI pensando di far credere sia proprio.

Io penso che l’arte, con l’avvento dei “cervelli” sintetici, sia destinata a tornare nelle nicchie elitarie dove si trovava fino a poco tempo fa.

La pittura e la scultura sono al riparo da ogni problema, qualche rischio in più lo corre la fotografia, mentre il disegno digitale rischia il tracollo (in quanto a credibilità).

Perché classista dunque, perché il dipinto o la scultura possono essere modificati nelle loro riproduzioni ma se ci mettiamo di fronte ad un quadro (e non ci limitiamo ad uno sguardo sommario) non possiamo non accorgerci della “mano” che l’ha realizzato, naturalmente questo vale per le sculture viste dal vivo.

L’opportunità di ammirare le opere d’arte live non è di tutti i giorni, qualche anno fa sono nati i tour virtuali nei vari musei dislocati in tutto il pianeta che hanno permesso a tutti di ammirare, anche se riprodotti fotograficamente, i grandi dipinti.

Alcune ricerche hanno svelato che più del 70 percento dei dipinti (le foto che li ritraggono)  che i vari pittori, dilettanti o professionisti, pubblicano su internet sono quantomeno ritoccati digitalmente, se non generati completamente.

Alcuni hanno la delicatezza di scrivere che sono “migliorati dall’AI”, anche se non comprendo il senso, se lo ritocchi non è più credibile, se un dipinto subisce una modifica digitale come faccio a sapere cosa sia vero e cosa finto?

Il mondo dell’arte contemporanea resterà sul web ma solo alcuni vedranno le opere direttamente nelle gallerie, la maggior parte della gente si limiterà a vederli sui social, regno incontrastato della finzione, che per poca competenza, mancanza di impegno o assenza di senso critico, fa scattare frequentemente quelle trappole pseudo culturali che catturano tanti malcapitati.

Aggiungiamo che le gallerie sono elitarie da sempre, non tanto nel selezionare le competenze ma nel fare nette distinzioni tra chi ha i soldi (tutto gira attorno al denaro) e chi entra solo per conoscere le novità artistiche, anche perché spesso chi lavora nelle gallerie è attento all’aspetto, alla retorica, al servilismo verso i ricchi, molto meno alla competenza.

L’aumento delle distanze tra le varie classi sociali passa anche da queste cose, si spaccia l’evoluzione tecnologica per un mezzo di livellamento sociale e culturale ma il suo compito è esattamente il contrario, far credere di andare avanti, distraendo con le meraviglie della tecnologia, cosi che non ci si accorga che si sta precipitando.

venerdì 10 luglio 2026

Ricominciamo dalle basi

Viviamo in un mondo invaso dalle immagini, si parla per immagini e di conseguenza il linguaggio scritto ritorna ad essere un’esclusiva elitaria.

Henri Matisse – Oceania, il cielo, 1946 – Stampa su lino cm 185,3 x 379 – Centre Pompidou, Parigi


I grandi testi che hanno tracciato, costruito e raccontato, la storia dell’umanità, necessitano di una “scolarizzazione, una predisposizione di base che manca in questo periodo storico” (cit. Angela Vettese).

Questo impedisce quella profondità di giudizio che prende l’immagine e la “seziona” fino a decontestualizzarla, la studia nel particolare, la reinserisce nel contesto cosi da comprenderne l’insieme.

I testi delle canzoni devono essere di semplice e immediata comprensione, altrimenti vengono ignorati, non ci sono ne il tempo ne la voglia di approfondire.

L’arte contemporanea e la poesia necessitano di spazi ampi di comprensione e di conseguenza di tempi dilatati e di capacità di concentrazione non indifferenti, nel mondo in cui viviamo si cerca l’immagine “semplice” e immediata per supplire a questa mancanza, il risultato è che siamo in balìa di chiunque sia in grado (cosa tutt’altro che complicata) di manipolare la rappresentazione della realtà, che in quanto rappresentazione soggettiva, non può essere reale.

sabato 20 giugno 2026

Influenze e altri inconvenienti

Un pittore accetta la richiesta di un suo “ammiratore” e decide di permettere allo stesso di assistere quando dipinge.

Gustave Courbet – L’atelier del pittore, 1854-55 – Olio su tela cm 361 x 598 – Museo d’Orsay, Parigi


La prima domanda che mi sono posto è: l’artista riesce a mantenere la concentrazione e continua il proprio lavoro senza badare al fatto che ci sia qualcuno nel suo atelier o inevitabilmente subisce il condizionamento di chi osserva?

Ma soprattutto, se l’opera subisce l’intervento esterno ne apparirà migliorata considerato che in presenza di estranei il pittore darà il meglio di se oppure il risultato subirà l’assenza di spontaneità e di una naturale freschezza?

Resta da fare una considerazione, la presenza o meno di altre persone durante la “creazione”, di dipinti o sculture, traccia un percorso senza ritorno e dà all’opera una connotazione definitiva lasciandoci con la curiosità di come sarebbe apparsa in un altro contesto. O no?

In qualunque modo decide di proseguire l’artista non avrà mai la controprova, con il “pubblico” o senza il risultato sarà uno solo, i se non sono contemplati.

Le opere sono apprezzate particolarmente per la freschezza, per l’immediatezza del momento, anche là dove c’è alle spalle un progetto, la presenza di un osservatore riduce inevitabilmente l’autenticità, non è un caso che i lavori eseguiti davanti ad uno, o più, spettatori vengono considerati per quello che sono: esibizioni, per le opere d’arte si cerca altrove.

martedì 21 aprile 2026

La natura è un'opera d'arte?

La natura non è in grado di produrre opere d’arte, quelle sono appannaggio del genere umano, la natura va oltre, crea dal nulla la bellezza, ogni istante è unico e irripetibile, ogni momento è l’espressione suprema della luce, l’essenza assoluta dell’irraggiungibile.

Foto by Camilla Roggeri - Okanagan Falls, Canada

Perché allora davanti ad un tramonto, ad un paesaggio montano, alle limpide acque di un atollo tropicale, ci lasciamo andare alla fatidica frase: “è un’opera d’arte”?

La risposta è nel fatto che si considera arte tutto ciò che istintivamente ci piace, quella bellezza estetica che ci fa stare bene nell’immediato.

A confermare tutto questo è la repulsione che molti provano davanti ad opere che non hanno lo stesso effetto immediato, quei dipinti o sculture che si scontrano con il comune concetto di “bello” al punto che non vengono considerate opere d’arte, anzi.

La bellezza è si soggettiva ma in fondo definire tale una qualsiasi cosa è difficile e spesso va a scontrarsi con il punto di vista altrui.

È bello solo quello che ci piace o una cosa è bella anche se per noi non lo è? E poi l’opera d’arte è solo quello che consideriamo bello o è arte anche ciò che apparentemente non ha nulla che si allinei al nostro personale canone di bellezza?

Ma la domanda principale è un’altra, può essere bello qualcosa di “brutto”?

Una giornata uggiosa è comunemente definita brutta, un paesaggio sotto la pioggia può essere definito bello, la fotografia o il dipinto di tale paesaggio possono essere definiti opere d’arte, nonostante il paesaggio stesso, da alcuni punti di vista, non lo sia.

La natura è affascinante, ci piace o ci disturba, è comunque meravigliosa, un dipinto è ipnotizzante o sconcertante, ci piace o lo detestiamo, è comunque opera d’arte, almeno partendo dai dati che abbiamo elencato, cosa non lo sia … beato (o dannato) chi ha la risposta.

Spoiler: io non ce l’ho (per quanto questa informazione possa avere un valore).

venerdì 20 marzo 2026

Il bello, il brutto e ... l'arte

Matt Haig sostiene che “se pensi che qualcosa è brutto, stai guardando male”, il giudizio è dunque distorto? Solo un’attenta osservazione ti fa notare particolari che ribaltano la prima impressione?

Edvard Munch – Abbraccio sulla spiaggia, 1904 – Olio su tela cm 90,5 x 195 – Alte Nationalgalerie, Berlino


Certo, ogni giudizio è strettamente personale, ognuno “vede” con occhi diversi ma il rischio è che ci si soffermi al primo sguardo e si giunga cosi ad una conclusione affrettata.

Il bello ed il brutto esistono nella misura in cui dobbiamo etichettare le nostre emozioni, le nostre sensazioni.

Se fossimo capaci di armonizzare i nostri “sguardi” dando valore alle nostre percezioni allora ci accorgeremmo che ciò che ci circonda è molto di più di un semplicistico “bello” o “brutto”.

Dunque secondo il pensiero di Haig nell’arte non c’è niente di brutto, e su questo posso essere d’accordo, ma si pone un problema, se non c’è il “brutto” non può esserci nemmeno il “bello” (l’uno non esiste senza l’altro) cosa rimane?

Rimane l’arte, l’arte non è bellezza estetica, e di conseguenza non è “bruttezza”, l’arte è una condizione che trascende dai nostri vecchi, logori e limitati canoni, l’arte è una proiezione spirituale, è un invito a spingerci in un “luogo” di cui ignoriamo l’esistenza.

L’arte è conoscenza, senza conoscenza non possiamo comprendere quello che l’artista vuole rappresentare, spesso cerchiamo di scoprire quello che l’autore dell’opera d’arte vorrebbe dirci, ma un artista non vuole dirci alcunché, apre uno scenario complesso, apparentemente incomprensibile, sta alla sensibilità di ognuno di noi e alle necessarie conoscenze, trovare il giusto percorso.


venerdì 30 gennaio 2026

Non rimandare a domani ... (variazione letteraria)

 

Immagine dal web

Tema:

Esegesi di un concetto

Titolo:

Cos’è l’accanimento terapeutico

Svolgimento:

Un asteroide si sta dirigendo ad alta velocità verso la Terra, la massa dell’oggetto è tale che l’impatto causerebbe l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita del nostro pianeta, mammiferi in primis.

L’uomo, grazie ad una imprevista collaborazione e ad un inaspettato impegno comune, riesce ad intervenire e a deviare la traiettoria del corpo celeste abbastanza da evitare l’impatto.   

martedì 20 gennaio 2026

L'importante è esagerare

In un’intervista il pittore bresciano Luca Dall’Olio ha pronunciato la fatidica frase che risuona spesso nei discorsi legati al mondo dell’arte: “L’Italia possiede il settanta percento delle opere d’arte del mondo”!

Giuseppe Santomaso – Paese, 1962 – Olio su tela cm 114 x 146

La suddetta frase ha numerose varianti che però non cambiano il senso, le percentuali vanno dal 60 al 75 fino a punte, un po’ più rare, dell’ottanta.

Questa è una convinzione diffusa tra la gente, ma a stupire è che ha sottolinearla è un artista in presenza di addetti ai lavori, erano infatti presenti un gallerista e uno storico dell’arte.

La stucchevole bufala che nel nostro paese risiedano i tre quarti dell’arte mondiale è assurda anche solo ad immaginarla, viviamo in un continente molto più esteso e questo basterebbe a confutarla, se poi ci spingiamo oltre …

Com’è possibile immaginare che in nazioni come la Cina, paese dalla cultura millenaria, non ci siano opere d’arte in numero sufficiente da ribaltare questo concetto?

L’Asia, le americhe, l’Africa, l’Oceania (aggiunte al resto dell’Europa al di fuori dei nostri confini) basta fermarsi (per pochi istanti) a riflettere per trovare assurdo che tutti questi popoli possiedano solo un terzo, quando va bene, dell’arte globale.

Non ci sono fonti che quantificano la percentuale d’arte per ogni singolo stato, l’unico parametro, comunque parziale, è l’Unesco con i suoi celebri siti che fanno parte dell’omonimo patrimonio, ma anche questo, che come già ribadito non include moltissime forme d’arte, ci attesta al 5 percento.

Sicuramente primeggiamo in numero di opere proporzionate all’estensione territoriale ma nulla che giustifichi questa puerile credenza.

Siamo una nazione dall’alto contenuto artistico? Sicuramente si, siamo una nazione che possiede più dei due terzi dell’art mondiale? assolutamente no!

Siamo la nazione che più maltratta la propria arte? La risposta è affermativa, non so se siamo i primi, se non altro perché ci sono luoghi dove le guerre, di confine o interne, ci tolgono questo “merito”.

In conclusione possiamo affermare di avere a disposizione un numero elevatissimo di opere d’arte e di trattarle piuttosto male, non andiamo però oltre, siamo importanti ma non gira tutto intorno a noi, nemmeno artisticamente.

sabato 20 dicembre 2025

Poesia concettuale

Paolo Giovanetti, professore di Letteratura italiana, sostiene che la poesia nell’attuale periodo storico è prevalentemente concettuale, la poesia si avvicina moltissimo alle arti figurative.

Agnes Martin – Nigth Sea, 1963 – Pastello e foglia d’oro su tela di lino, cm 183 x 183


Sono molti i “paletti” da collocare, innanzitutto bisogna evitare di mischiare il tutto come se si trattasse di una poesia omologata, seconda cosa si dovrebbe chiarire meglio il termine “concettuale”, nella pittura il confine, pur essendo labile, possiamo tracciarlo, nella poesia è molto più difficile.

Cosa si intende con poesia concettuale? Una poesia che è sostanzialmente teorica, ideale, astratta? Questo significa che non è “presente” una poesia reale, concreta, sostanziale?

Da sottolineare che definire qualsiasi cosa concettuale e al contempo figurativa può confondere le idee dando cosi la possibilità a chiunque di dire tutto e il suo contrario.

Naturalmente l’arte di concetto e quella figurativa non si escludono ma ho l’impressione che si cerchi una strada aperta a tutto in modo che qualsiasi pensiero la possa percorrere senza tema di smentita o, meglio ancora, che nessuno possa confutarne il “tracciato”.

La teoria esposta da Giovannetti non è chiara, almeno nella spiegazione (probabilmente sono io a non capirla) e non lo è non tanto perché il professore non sia riuscito a renderla tale ma perché i confini sono labili al punto che si sovrappongono fino a diventare invisibili.

La poesia contemporanea, cosi come ogni altra forma d’arte, risente della sovraesposizione mediatica, siamo invasi da maree di scritti, di dipinti, di fotografie, ognuno può rendere pubblico il proprio lavoro (e questo è positivo) ma in questo modo si satura lo spazio disponibile al punto che tutto appare omologato, le novità rischiano di essere soffocate.

Altro pericolo costante è dato dalle mode, i media tendono a promuovere poeti che si allineano ad un preciso pensiero, questo concentra l’attenzione delle masse su un binario, tutte le altre diramazioni vengono ignorate, per questo motivo tutto ci appare uguale.

Ampliare lo sguardo prestando attenzione a ciò che è meno conosciuto, in questo modo ci renderemo conto che la poesia, come altre forme d’arte, è tutt’altro che “limitata”.


mercoledì 10 dicembre 2025

Quanto è importante ...

Un commento, ad un mio recente post, dell’amica Pia mi ha offerto lo spunto per una riflessione: quanto è importante sapere se un artista che crea opere prettamente concettuali sappia o meno disegnare?

Naty (Natalia Caragherghi) – Il Dubbio – Olio su tela  cm 60 x 80


La nostra percezione cambia in base alla risposta che otteniamo?

Tralasciamo naturalmente tutti quei pittori che pur non realizzando opere figurative non lasciano dubbi sulle solide basi su cui la loro arte si regge.

Faccio fatica a pensare che un artista sia completamente negato nel disegno, un pittore astratto non realizzerà mai niente di convincente (che non significa che ci piaccia) senza partire dalle fondamenta del disegno, non tanto nella tecnica quanto nella conoscenza degli schemi che, se disattesi, non permettono quell’armonia fondamentale per un lavoro quantomeno accettabile.

Anche una performance nasce da basi simili o non necessita di queste competenze?

I lavori di Christo e Jeanne Claude ci hanno regalato installazioni incredibili, naturalmente sappiamo che erano degli eccellenti disegnatori, ma è importante avere la certezza che sia cosi o la nostra “lettura” di “Floating Pearce” muta completamente a seconda delle capacità del geniale duo?

Come avevo già accennato in risposta all’intrigante spunto di Pia ho sempre sostenuto che lo studio, la conoscenza dell’artista, siano fondamentali nell’approccio alle opere, questo inevitabilmente influenza il nostro pensiero che si fa più critico nel momento che abbiamo maggiori informazioni (anche se c’è qualcuno che pensa, con il diritto di farlo, che sia più importante la sensazione che proviamo al primo sguardo).

Chi non conosce Picasso (sono molti di più di quello che immaginiamo) rimangono stupiti nel vedere le opere giovanili dopo aver sostenuto che non sapeva disegnare e di conseguenza realizzava dipinti “senza senso logico”.

Nel momento in cui scoprono che il pittore spagnolo sa disegnare, e in modo eccelso, si chiedono perché avesse preso la strada del cubismo, questo è servito per approfondire, se fossero rimasti alla prima percezione non avrebbero mai scoperto la grandezza dell'artista.

Ma torniamo al quesito iniziale, quanto è importante sapere se Marina Abramovic sappia o meno disegnare nel momento in cui le sue performance vanno in una direzione differente? Maurizio Cattelan sa disegnare? Piero Manzoni sapeva disegnare? (spoiler: si) ma davanti ai suoi “achrome” è importante saperlo?

Alla fine la domanda di Pia ha una (mia) risposta, certo che è importante saperlo ma l’esito del quesito non inficia e non convalida l’opera, in entrambi i casi il giudizio va oltre questo particolare anche se conoscerlo aiuta a comprendere l’artista.

Il commento della nostra cara amica si chiude con “ecco perché prendo tutto con le pinze”, ed è questo il comportamento che dobbiamo tenere, evitare di prendere tutto per buono (o cattivo) in base al punto di vista altrui, dobbiamo tenere sempre alta la guardia e studiare a fondo per poter avere un nostro angolo visivo, ma per arrivare a questo dobbiamo guardare molto in profondità sapendo che tale “luogo” non riusciremo mai a raggiungerlo. 

sabato 20 settembre 2025

L’arte "amatoriale" e il contatto con il pubblico

A chi non è capitato, passeggiando su un lungomare, nel centro storico di una località di montagna, all’interno di un mercatino o in una piazza di qualsiasi città, di incontrare un’esposizione di dipinti?



Come vi comportate, e soprattutto, come venite approcciati dall’artista di turno?

Questa riflessione nasce dalle parole di uno scultore che ho conosciuto recentemente che all’esortazione di un amico comune: “perché non metti su una bancarella e vai sul lungolago a vendere le tue opere?”, ha risposto: “non ho intenzione di stare a guardare la gente che passa davanti alle mie sculture senza fermarsi anche solo a dare un’occhiata, ne tantomeno di continuare a fermare i passanti per incentivarli ad acquistare”.

Questo mi ha riportato alla mente le, perlopiù spiacevoli, esperienze che ho vissuto davanti alle suddette bancarelle.

Io amo cercare in questi “luoghi” qualcosa di interessante, di nuovo, di emozionante, ma ho smesso di fermarmi davanti ai dipinti (mi piace fermarmi per molto tempo cercando quel particolare che mi trasmetta emozioni) per la reazione del pittore/pittrice che non cercano un approccio artistico che porti ella naturale conclusione di una vendita (è l’obbiettivo di chi prende queste iniziative) ma andando al sodo spiegandoti che quel quadro costa tot e quell’altro è più economico.

Premetto che questo modo di fare mi infastidisce per qualsiasi merce, figuriamoci per opere di carattere artistico che hanno un significato ben più ampio di un pezzo di formaggio o di una maglietta.

L’ultima esperienza negativa l’ho avuta qualche mese fa a Firenze, nell’attesa di entrare agli Uffizi, mancava una mezzoretta, mi sono avvicinato ad un banchetto che esibiva disegni realizzati con la tecnica della sanguigna, i soggetti erano piuttosto banali, i soliti luoghi fiorentini, ma il tratto e l’effetto visivo erano parecchio interessanti, ho iniziato ad osservarli con attenzione e dopo un minuto ecco che arriva l’autore che senza salutare esclama: “ecco un altro che guarda ma non ha nessuna intenzione di comprare, me ne intendo io di arte e capisco chi ne sa e chi vuole far perdere tempo”.

Non ho reagito male, non era il caso di scendere al livello (male)educato del tizio che avevo di fronte, gli ho solo fatto alcune domande riguardo la tecnica utilizzata, il tipo di carta, se erano disegni dal vivo o in studio ripresi da immagini catturate in precedenza, a quel punto ha cambiato modo di porsi:”ma lei se ne intende”, dice cercando di riavvicinarsi, con un tiepido “buongiorno” me ne sono andato.

Questa è una situazione al limite ma troppe volte quando ci si avvicina a dipinti, spesso piuttosto scadenti (mia personale opinione) vengo avvicinato con il solito, e unico, argomento, i soldi.

Non dico che chi fa questo mestiere, o anche solo come hobby, non possa pensare al lato remunerativo anzi, penso che questo obbiettivo sia sacrosanto ma che l’approccio con chi dovrebbe acquistare un quadro o una scultura debba essere più artistico, a meno che si vendano dipinti esclusivamente decorativi dove l’aspetto materiale diviene predominante, in questo caso però l’arte non c’entra nulla.

So che il mio parere non vale più di niente ma sarebbe bello che chi vuole vendere il proprio lavoro lo faccia con la profondità e delicatezza che l’arte merita ed esige.

Magari mi sbaglio e gli altri avventori sono “catturabili” più facilmente con un approccio diretto (economicamente) d’altro canto sono loro i venditori …

venerdì 29 agosto 2025

Tributo a … al declino della musica

In questa estate, come di consueto, siamo stati travolti dalle numerose sagre e dalle immancabili manifestazioni musicali che allietano (???) le calde serate di una stagione climaticamente capricciosa.

Pablo Picasso – Il vecchio chitarrista cieco 1903 (part.)


“Festa della birra”, “Sagra della birra”, “Bier fest”, “Festival bier”, “Summer bier” ecc. (la fantasia non va particolarmente di moda in questi tempi e a queste latitudini.

Le serate in questione sono deliziate (dipende dai punti di vista) esclusivamente da: “Tributo a …”, metteteci voi chi più vi garba.

Tributo a Celentano, a Vasco, a Jovanotti, a De Andrè, agli Abba, ai Pooh, a Renato Zero, ad Alan Parson, ai Pink Floyd, alla Pausini, agli 883, ai Modà, a Zucchero fino al tributo a chiunque (un medley di brani popolari senza un minimo senso logico).

Il tutto eseguito, almeno nel 90% dei casi, in modo imbarazzante, per non dire peggio.

Ho preso spunto da ciò che succede dalle mie parti per sottolineare ciò che ormai accade ovunque, l’invasione delle “cover band”, il fatto che canzoni del passato non sono più “reperibili” nei concerti (alcuni artisti non sono più tra noi, altri non reggono l’esibizione live, altri ancora sono difficili da raggiungere) sembra non ci sia alcuna alternativa.

Perché succede tutto questo? Certo la musica contemporanea fa breccia nei più giovani ma non riesce ad emergere come fece negli anni 60/70 dove trovò terreno fertile per un’epocale rivoluzione.

Ma basta la considerazione che il panorama musicale odierno sia sterile per spingere tutti a seguire musicisti, più o meno bravi, che copiano il lavoro altrui? Avrebbe senso se nei musei venissero esposte delle copie di opere del passato?

Naturalmente no, ma allora perché la gente corre a vedere Tizio, Caio e Sempronio che copiano (spesso male) i grandi della musica di ieri?

Tra un tributo (che se anche fosse realizzato discretamente deve fare i conti con un’acustica orribile) raffazzonato e l’ascolto di un disco originale penso che non ci siano dubbi, ma la motivazione di chi ci va è legata all’ascolto in compagnia della musica che piace, ho visto alcune registrazioni di amici che vanno a questi concerti e devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi sono terribili, la cosa peggiore è che spesso non se ne accorgono.

È sufficiente la motivazione legata alla compagnia o c’è qualcosa di più profondo in questa “moda”?

Il quesito andrebbe posto anche a chi sta dall’altra parte, si cantano le canzoni degli altri perché non si è capaci di farne di proprie o perché in quel caso nessuno andrebbe ad ascoltarli?

Il titolo del post è volutamente provocatorio ma temo che questo sia un sintomo tutt’altro che positivo, la musica che si è evoluta dagli anni cinquanta fino ai novanta del secolo scorso ha esaurito il suo percorso?

Paul McCarney disse che negli anni 60 era più facile scrivere cose nuove perché c’era un territorio vergine da conquistare, oggi è più complicato perché è arduo dare vita a qualcosa di nuovo, o forse (mia considerazione) non ci sono più la capacità, la perseveranza e il desiderio di farlo.

giovedì 14 agosto 2025

Riflessioni a caldo (al caldo di metà agosto)

“Ma come fa un appassionato d’arte come te a stare senza social”?



Questa domanda mi è stata fatta pochi giorni fa dialogando con una persona durante una piccola mostra locale, giustificando il quesito chiedendomi come fosse possibile informarsi senza Instagram e soci.

Chi mi segue, anche solo saltuariamente, sa già che oltre a YouTube non ho alcun account legato ad altri social (ho chiuso anni fa Facebook e non sono andato oltre).

Dalle conoscenze (artistiche) di questa persona deduco che informarsi sui social non sia esattamente la strada ideale, quantomeno appare doveroso ampliare le fonti di approvvigionamento.

Premesso che un appassionato d’arte debba studiare, approfondire, mettere costantemente in dubbio le proprie e altrui visioni (nel senso che non c’è mai nulla di certo) visitare mostre e musei, cosa fondamentale, leggere libri di ogni sorta e confrontarne i pensieri che emergono, parlare con chi l’arte la realizza (cosa molto più difficile in quanto molti artisti non sono raggiungibili e altri alzano un muro).

YouTube, come detto è l’unico social che utilizzo, propone lezioni e conferenze che altrimenti non vedremmo, ma ci propina anche pseudo esperti impegnati prevalentemente a fare classifiche sui dipinti più belli, quelli più costosi ecc. questo, da come mi raccontano, è ciò che succede anche altrove, video di pochi secondi, perché se superi il mezzo minuto ci si annoia e si “skippa” (sempre sul “tubo”, un commento ad un video sull'arte povera, diceva: “ma come si fa a seguirti se ci metti una vita ad dire qualcosa?” il video durava meno di tre minuti e riassumeva l'intero periodo dl movimento).

Forse sono io l’anomalia, al netto delle capacità divulgative, mi piacciono le lezioni “corpose”, dove ci prende il tempo necessario per spaziare in lungo e in largo, e in profondità.

La domanda ora la faccio io, i social sono veramente necessari per capire l’arte? Sono un aggiunta ad altre fonti o bastano per il fabbisogno?

C’è però un pensiero che mi assilla, non è che si preferiscono Facebook e affini ai libri, non perché sufficientemente esaustivi ma per il semplice motivo che quei pochi secondi ci bastano per sentirci, inconsciamente o meno, eruditi quanto basta?

Come dice il titolo del post, queste sono riflessioni a caldo e con il caldo la mente tende ad appannarsi, siate comprensivi.

Nel frattempo … buon Ferragosto (con o senza arte, con o senza social)

venerdì 20 giugno 2025

Per soldi e per amore (dell'arte)

Il precedente post, dedicato all’istallazione di Maurizio Cattelan a Bergamo, mi ha dato uno spunto di riflessione (suggerimento offertomi dagli amici Franco Alberto e Pia, che grazie anche ad alcune divergenze di vedute sono fonte di idee interessanti) ha messo in luce la percezione della gente riguardo alle opere d’arte contemporanee.

Tiziano Vecellio – Amor sacro e amor profano, 1515 – Olio su tela cm 118 x 278 – Galleria Borghese, Roma


Di fronte ad un dipinto, ad una scultura o ad altre espressioni artistiche che non siano pittura figurativa, spesso la reazione porta alla conclusione che il fine ultimo sia quello che porta al guadagno e/o alla fama, insomma se qualcuno realizza un’opera poco comprensibile nell’immediato lo fa per soldi o per farsi notare.

Non è mia intenzione negare questa possibilità anzi, posso anche condividerla ma c’è differenza tra le opere contemporanee e quelle del passato?

Grandi artisti come Tiziano non lavoravano certo gratuitamente, si facevano pagare profumatamente tanto che non tutte le persone, anche benestanti, potevano permettersi i loro dipinti.

Cosa dire del tanto celebrato, anche da chi non ha il minimo interesse per l’arte, Michelangelo Buonarroti che, chiamato da Papa Giulio II per affrescare la volta della Cappella Sistina, si lasciò convincere solo dopo l’offerta di un lauto compenso, infatti inizialmente aveva rifiutato la commissione in quanto: “sono uno scultore, non sono un pittore”.

Mentre riguardo a Tiziano e Michelangelo a nessuno viene in mente che abbiano realizzato i loro capolavori per fama o denaro, succede esattamente il contrario se i dipinti o le istallazioni sono realizzate da artisti del nostro tempo.

Siamo tutti affascinati dall’idea che il nostro lavoro venga apprezzato da più gente possibile, l’ego umano è smisurato, cosi come tutti cerchiamo di monetizzare il nostro lavoro, ma questo non impedisce che dietro gli sforzi ci sia qualcosa in più.

L’arte andrebbe “vista” con lo sguardo più ampio possibile, tralasciando quei retro pensieri che oggi vanno tanto di moda, vedere di ogni cosa solo il lato oscuro, considerandolo il solo lato possibile.

Gli artisti da sempre hanno legato le loro opere al profitto ma un appassionato deve andare oltre, a me non interessa se Picasso ha guadagnato un sacco di soldi vendendo i suoi quadri, ne tantomeno se i dipinti di Cezanne vengono battuti all’asta per milioni di euro, sono più attratto dai concetti che questi pittori hanno espresso, sono interessato dalle dinamiche emerse dalle loro opere, dinamiche che hanno influenzato l’arte a venire, ma non solo l’aspetto artistico, anche, e soprattutto, quello sociale e culturale.

Il presente è e sarà sempre figlio del passato e genesi del futuro.

domenica 30 marzo 2025

Firenze, destino triste (per l'intera umanirtà)

“Firenze, capitale (o culla) della bellezza”, quante volte abbiamo sentito queste parole associate al capoluogo toscano.

Una mia recente visita mi ha “detto” altro, la percentuale di amici e conoscenti che l’hanno visitata e che la trovano bella, se non meravigliosa, si avvicina al 99%, siccome faccio mia la frase (difficilmente attribuibile) “se piace a più del 30 % della gente non è arte”, ecco svelato l’arcano.


Scherzi a parte, tra i numerosi luoghi d’arte e bellezza, che innegabilmente sono presenti, è la decadenza culturale della nostra società ad emergere prepotentemente.

L’immagine in alto ci mostra la rappresentazione delle quattro “Arti” (da sinistra, scultura, pittura, musica e architettura) che fanno da cornice ad una frase emblematica: “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”, queste parole sembrano rappresentare l'esatto contrario di ciò che sta succedendo oggi, una sorta di via del ritorno, l’inversione di marcia sulla via di ciò che le arti volevano offrire.

Firenze, suo malgrado, è lo specchio della decadenza della società moderna, di una cultura basata sull’apparenza, sul consumo a “perdere”, sull’assenza di memoria, sulla fugacità dell’approfondimento, sulla morte del pensiero critico.

Da cosa percepisco tutto questo? Da molte piccole cose che spesso passano inosservate.

Dalle code (evitabili nel 2025) davanti a chiese e musei, al comportamento della gente all’interno di queste strutture. Ma anche la città stessa è l’emblema di una decadenza figlia dell’accidia amministrativa che si culla sugli allori di un lontano passato, il rinascimento, termine che emerge ovunque, è scomparso da tempo.

Le strutture urbane sono decadenti, marciapiedi e strade dissestati (se provate a far correre i vostri bagagli sulle consuete “rotelline” vi accorgete che tutto fila liscio al massimo per due o tre metri) ma a chi importa se l’afflusso è costante?

Firenze però non è un’eccezione, è la regola che riflette l’intero paese, la società, ogni individuo che la compone (con le dovute eccezioni) tutto cade, tutto regredisce.

Due esempi di ciò che ipotizzo, nella Galleria degli Uffizi, davanti alla Primavera del Botticelli, una ressa incredibile ne impedisce la visione, ognuno degli astanti ha un telefonino in mano, tutti scattano fotografie pochi osservano con attenzione l’opera, più della metà da le spalle al dipinto, il protagonista dello scatto non è certo il quadro. Il culmine è raggiunto quando una ragazzina, giunta al cospetto della celebre tela, si toglie la giacca e, seminuda si mette in posa mentre le due amiche scattano foto a ripetizione.

L’atro esempio di decadenza del pensiero lo troviamo davanti ad un’opera di Lorenzo Giannelli, a fianco della Basilica di San Lorenzo, svetta una scultura imponente, (l’immagine seguente ce la mostra) ai piedi dell’opera troviamo la descrizione, a fianco di quest’ultima un rudimentale cartello scritto a mano sollecita, con un maldestro tentativo di essere spiritoso, un intervento che metta: “un paio di mutande” atte a ripristinare la decenza, detto in un periodo storico dove la decenza è praticamente scomparsa aumenta l’effetto comico (si ride per non fare il contrario).

La mia non è una critica, positiva o negativa dell'opera, il concetto è un altro.


Chiudo affidandomi alla speranza di Antonio Paolucci che qualche anno fa diceva: “questo è semplicemente un momento di oscuramento, durerà un secolo o forse due, poi, in qualche parte del mondo nascerà un nuovo linguaggio, un nuovo rinascimento artistico, sociale e culturale”.