domenica 30 agosto 2026

Moderno o contemporaneo?

Arte moderna e arte contemporanea, due terminologie che dicono molto sull’arte nel tempo ma che al contempo non dicono nulla di specifico.

J. M. W. Turner - La nave degli schiavi  (Schiavisti che gettano in mare i morti e i moribondi - Arriva il tifone) 1840 – Olio su tela, cm 91 x 123 – Museum of Fine Arts, Boston

Spesso vengono utilizzate per indicare l’arte di oggi, non è raro che l’utilizzo di “arte moderna” abbia il fine di denigrare l’arte contemporanea che l’osservatore non riesce a comprendere. (davanti ad un groviglio incomprensibile, non necessariamente artistico, viene pronunciata la fatidica frase: “Sembra un’opera d’arte moderna”).

L’arte moderna è intesa come l’arte che si rinnova, si distacca dal passato ma che non è più quella dell’oggi.

Moderna è la pittura di Giotto che stravolge il concetto di rappresentazione rispetto al “classico”.

Moderni sono stati Michelangelo, Raffaello e, prima di loro, Piero della Francesca.

Caravaggio e Turner sono stati al loro tempo artefici di un cambiamento “moderno” fino agli impressionisti che vengono considerati i padri dell’arte moderna.

Le avanguardie dei primi anni del 900 hanno raggiunto il livello massimo di modernità al punto che dal secondo dopoguerra, per distinguere l’arte di quegli anni da quella del recente passato si usa il termine “contemporanea”.

Ma il tempo scorre inesorabilmente, se oggi parliamo di arte contemporanea dobbiamo per forza riferirci all’arte del XXI secolo, ma sotto questa etichetta troviamo ancora Pollock e la rivoluzione degli anni cinquanta, la Pop Art, i Video-Art degli anni ottanta, le installazioni e le performance degli ultimi anni del novecento.

E’ dunque riduttivo, (anche se può facilitare le cose) limitarsi a racchiudere l’arte in tre maxi aree, antica, moderna o contemporanea, idee, artisti e materiali si sono succeduti, ogni decennio offre delle novità, figuriamoci ogni secolo o addirittura oltre, ed è dunque impossibile rinchiuderli in gabbie temporali che coprono tempi cosi lunghi.

La soluzione è ben lungi dall’essere a portata di mano, ma questo può aiutarci ad approfondire le singole opere e di conseguenza accorgerci che la magia dell’arte si cela all’interno di ogni sua rappresentazione.

giovedì 20 agosto 2026

Parole e colori

Siamo a Tokyo nei primi giorni del mese di luglio del 2019, all’interno della manifestazione “Calpis 100th year anniversary, Let's Meet at Tanabata”, l’architetta e designer, francese di nascita e giapponese d’adozione, Emanuelle Moreaux, mette in scena Universo di colori, un’installazione dove il colore e la parola si fondono abbracciando lo spettatore che, a sua volta si rende partecipe “viaggiando” attraverso l’opera.



Il 7 luglio è il giorno di Tanabata, i giapponesi lo festeggiano scrivendo i propri sogni, i desideri più reconditi, su un foglietto di carta e li appendono ad un ramo di bambù, in attesa, speranzosi, che si avveri, almeno in parte, quello che hanno indicato.

La Moreaux reinterpreta questa tradizione allestendo un percorso formato da 140.000 hiragana (si tratta dell’alfabeto più semplice, quello che i bambini utilizzano per imparare a leggere e scrivere) questi pannelli tridimensionali ognuno di una differente sfumatura di colore, compongono un cammino fatto di bellezza e cultura, dove ad emergere è la preziosa, e sempre più rara, sensazione di serenità.

Il continuo susseguirsi di lettere “entrano” nel “viandante” dando forma alle più svariate forme comunicative, l’opera non racconta una storia, ne racconta tante quante sono le persone che la percorrono.

Lo stesso vale per i colori, lo stato d’animo di chi percorre la via ne determinerà la percezione tanto che ognuno dei pellegrini dell’arte dovrà fare i conti con un colore in particolare, quale sia il risultato finale non è dato sapersi, possiamo solo cercare di immaginare come avremmo potuto reagire, se non ci siamo stati, o come lo ha fatto chi era presente.


(le immagini sono prese dal web)






lunedì 10 agosto 2026

Viaggio nel colore (e ritorno)

Il mondo attende di essere colorato dallo spirito artistico di ognuno di noi, dobbiamo solo iniziare a personalizzare il nostro percorso e magicamente appariranno i colori della nostra anima.

Foto by Alessandra Roggeri


Perché la fotografia in bianco e nero affascina più di una a colori? I toni dimessi sono considerati più poetici, l’assenza di colore permette all’opera di viaggiare più lontano, soprattutto in profondità.

La poesia trattiene solo ciò che è fondamentale, si stringe attorno all’essenza liberandosi di tutto quello che è superfluo, è lo stesso meccanismo utilizzato dalla fotografia in bianco e nero e, parzialmente, dalla pittura in assenza di colore.

Quando si parla di poesia si pensa ad un luogo dell’anima dove le emozioni forti vengono meno, a resistere sono la leggerezza e quella lieve malinconia che ci tiene in bilico tra una sensazione di serenità e benessere è un moto di tristezza che quasi ci fa sentire meglio.

Naturalmente il soggetto ha una parte importante ma ad arrivare al cuore è la rappresentazione di qualcosa di poco definito, qualcosa che può significare tutto o niente, la rappresentazione diviene soggettiva, in questo stato emotivo tutto si mescola, ognuno di noi ne vedrà una parte (e non è detto che quella parte esista veramente).

Ma se da quell’immagine senza colori iniziamo ad aggiungerne qualcuno? Per molti potrebbe essere un risveglio, una rinascita, la malinconia lascia via via il posto alla gioia, i colori riprendono il pieno possesso del “quadro”fino a riempire ogni anfratto, è dunque questo il raggiungimento del piacere? Probabilmente no, quando l’immagine è satura di colore il nostro umore cambia, si trasforma fino a cercare con tutte le nostre forze l’essenza poetica, fino a desiderare il bianco e il nero.

sabato 1 agosto 2026

La grandezza di ciò che c'è e non si vede

«Come un nulla senza possibilità, un nulla morto dopo la morte del sole, come un silenzio eterno senza avvenire, risuona interiormente il nero»

Wassily Kandinskji

Silvia Galgani  - Nero di mummia

Colore (o assenza dello stesso) spesso accusato di essere il male assoluto, quanti sono i santoni della pittura che inorridiscono davanti alla sola idea di utilizzarlo.

Eppure senza il nero, o un suo surrogato il mondo, dell’arte e non solo, non sarebbe quello che conosciamo.

Il nero, quello vero, quello puro, quello assoluto, non è visibile, oppure lo è proprio perche, in sua presenza, non è visibile qualsiasi altro colore.

Il fascino di questo colore-non colore sta nel suo essere inafferrabile, indecifrabile, un muro inconcepibile che diviene porta sull’infinito.