sabato 1 maggio 2021

Il salto nel buio, quando emergono le interpretazioni

Mi sforzo di comprendere l’incomprensibile, se non riesco (cosa che accade regolarmente) penso sia meglio approfondire, cercare qualcosa di diverso che mi permetta di comprendere, che mi porti ad esclamare: ho capito.

Quando penso di aver "afferrato" il concetto di base sono giunto al punto in cui fondamentalmente non ho capito alcunché.

Quest’opera, vista “online” senza alcuna descrizione, senza titolo, può essere l’esempio di come un’opera si presenta senza "credenziali", senza la pur minima informazione.

Se aggiungiamo che non si tratta di una riproduzione di un dipinto ma di una scultura (o installazione, l'assenza di qualsiasi ragguaglio lascia aperta ogni porta interpretativa) tutto si complica, prende corpo l’impossibilità di “contatto”.

L’autrice è Marisa Scicchitano, pittrice calabrese, tutto quello che so di lei è questo, servirebbero altri dati per avvicinarsi a questo lavoro senza i quali ogni tentativo di “lettura” è inevitabilmente arbitrario.

Una sedia sospesa in bilico su tre piani non allineati, sopra la sedia troviamo delle strisce (di stoffa, di carta, non lo sappiamo) cosa rappresentano? Perché la sedia è in bilico e i piani sono tre?

La sedia appoggia perfettamente sul piano sottostante, c’è dunque la solidità, la stabilità necessaria perché non si rovesci, ma i piani sottostanti ribaltano il concetto, la stabilità sopracitata scompare, la sedia, o per meglio dire, il ripiano che sorregge la sedia, è ancorato al pannello attiguo in un solo punto, il pannello stesso è in precario equilibrio rispetto al piano che lo divide dal pavimento, tutto è bloccato in un istante, non sappiamo se, superato l’attimo, la sedia cade con ciò che vi è posto sopra o se resiste alla gravità.

Stiamo guardando una fotografia che rappresenta una scultura che rappresenta … Stiamo (o forse è meglio dire sto) delirando in quanto senza alcuna informazione è come buttarsi nel vuoto con la pretesa di sapere durante la caduta cosa ci sia in profondità, lo potremmo scoprire una volta toccato il fondo ma se il salto nel vuoto fosse senza fine?

Normalmente quando scrivo di un’opera lo faccio dopo accurate ricerche, dopo aver studiato l’opera stessa e chi l’ha realizzata, cerco di documentarmi per poter esprimere un mio punto di vista che non sia campato in aria, quando ho visto quest’opera ho voluto cimentarmi in un approfondimento senza alcuna base di partenza, volevo solo capire che effetto faceva il fatto di non capirci nulla.

Trovo questa scultura favolosa ma non so spiegarne il motivo, per questo ho deciso di “parlarne”, la complessità del manufatto e l’assenza di indicazioni hanno liberato il mio approccio ad essa da qualsiasi forma di condizionamento.

Ho quasi la sensazione di comprenderne il senso ma al contempo guardo il “tutto” dall’alto, da una distanza siderale e l'unica cosa che mi è chiara è che c’è ancora molta strada da fare.

sabato 24 aprile 2021

Quando si raggiunge l'armonia tutto prende forma

Non sono un esperto di musica, di conseguenza l’approccio ad essa è puramente emotivo, cerco nei particolari, siano essi legati alla melodia o ai testi, quelle sensazioni che solo questa forma d'arte può donare.

In questo caso voglio soffermarmi sull’evoluzione di un brano, sul percorso che intraprende e sul risultato finale.

Spesso per la cosiddetta "musica leggera" l’evoluzione si snoda attraverso le varie interpretazioni che musicisti e interpreti ci offrono, un brano parte con un preciso “ideale” per poi assorbire l’estro, la tecnica e la fantasia dei vari artisti fino a snaturarsi completamente e, non di rado, raggiungere livelli eccelsi.

Il pezzo in questione è “Alone” del gruppo statunitense degli Heart, gruppo pop-rock forse un po’ sottovalutato e che ha nelle due fondatrici, le sorelle Wilson Ann e Nancy, il vero punto focale.

La band in attività da quarant’anni è considerata per vendite e prestigio un caposaldo della musica rock.

Alone degli Heart non è la versione originale, è una cover di un brano realizzato qualche anno prima senza particolari risultati mediatici, il successo arriva appunto per mano delle sorelle Wilson nel 1987 (la canzone verrà interpretata da altri artisti, in particolare spicca la versione di Céline Dion).

L’evoluzione a cui faccio riferimento è all’interno del percorso degli Heart, se ascoltiamo la versione del 1987 notiamo quanto il “ritmo” sembra stridere con il testo che, facendo leva sulla “profondità” emotiva, passionale e tragicamente intima della cantante, necessiterebbe di una melodia più “emozionale”.

Questo obbiettivo viene raggiunto anni dopo, nelle esibizioni live il duo smussa gli angoli lasciando fluire le emozioni con un ritmo più idoneo e grazie alle qualità canore di Ann.

Nei video che vi propongo (a cui segue la traduzione del testo, ho scelto questa fra tante perché sembra "scorrere" con la melodia) c’è il confronto tra l’originale degli anni ottanta (in questa clip quegli anni sono perfettamente rappresentati) e quello che ci svela la vera essenza del brano, dove le sorelle Wilson sono accompagnate dalla Royal Philarmonic Orchestra, preziosa cornice che ammanta l'insieme di magica poesia.







Da Sola

Sento il ticchettio dell'orologio,

sono distesa qui, nell’oscurità della stanza

mi domando dove sei stanotte

non mi rispondi al telefono

e la notte scorre così lenta

Oh anche se spero non finirò di passarla

da sola

Fino ad ora ho sempre contato solo su me stessa

E non me ne è mai importato niente, finché non ho incontrato te

Ed ora i brividi  mi arrivano fino alle ossa

Come posso restare da sola insieme a te?

Come posso restare da sola insieme a te?

Non sai da quanto tempo desidero

toccare le tue labbra e tenerti stretto a me

tu non puoi immaginare da quanto tempo ti stavo aspettando

e stanotte avevo intenzione di dirtelo,

ma questo segreto lo tengo ancora per me

e il mio amore per te è ancora inespresso

da sola

Fino ad ora ho sempre contato solo su me stessa

E non me ne è mai importato niente, finché non ho incontrato te

Ed ora i brividi  mi arrivano fino alle ossa

Come posso restare da sola con te?

Come posso restare da sola con te?

Come posso restare da sola con te?

Come posso restare da sola con te?

Da sola, da sola

mercoledì 21 aprile 2021

Aspettare che qualcosa accada o fare in modo che accada qualcosa?

Nell’attesa che dal 24 aprile, giorno dell’inaugurazione, una marea di fotografie racconteranno il punto di vista dalle rive del lago d’Iseo, e che rifletteranno l’aspetto puramente visivo (che si prospetta interessante) mi ha incuriosito la “costruzione” di un evento artistico che va oltre le canoniche “mostre”.

L’affascinante scenario naturale, che ospitò cinque anni fa la celebre “Floating Piers” di Christo, la fa ancora da padrone per la nuova idea d’arte che prenderà il via la sera del 24 aprile per chiudersi il 30 settembre.

Architettura, pittura, tecnologia “optical”,  aggiunte al già citato paesaggio lacustre, costituiscono l’ambizioso tentativo di aprire un nuovo percorso che permetta un dialogo tra le arti e la natura.

Daniel Buren, pittore francese celebre per le tele “a strisce” dove le strisce (rigorosamente di 8,7 cm) alternano il bianco ad altre sfumature cromatiche, è l’invitato principale, due grandi dittici trovano posto nella bellissima nuova sede espositiva “Mirad’Or”, una palafitta dalle linee affascinanti che permetterà di assaporare l’arte in modo gratuito a chi solo lo desidera, da vicino recandosi a Pisogne, dall’acqua a bordo di un’imbarcazione ma, è qui la novità più interessante, anche dalla sponda opposta del lago.

Le opere di Buren, che mantengono la struttura concettuale cara al pittore, sono di notevoli dimensioni e grazie all’inserimento del fattore “luce” sono visibili a grandi distanze.

Cosa dobbiamo aspettarci da tutto questo?

Chi pensa di rivivere le sensazioni della “passerella” di Christo è destinato a rimanere deluso, la visione delle opere è fondamentalmente legata al concetto che si cela dietro le “strisce” di Buren, non basta guardarle e assorbirne i colori, servirà sicuramente altro, e non intendo conoscenze e informazioni particolari ma semplicemente la voglia di abbandonare ogni pregiudizio e lasciare che le opere ci raccontino i loro più reconditi segreti.

Se tutto questo sarà possibile … lo scopriremo presto.

Sono da sempre affascinato dai lavori del pittore transalpino, non so cosa aspettarmi da questo connubio, sicuramente l’essenza delle opere si paleserà, le acque del lago possono schermarla o al contrario “rifletterla” all’infinito.

(nell’immagine le opere di Buren esposte alla GAMeC di Bergamo lo scorso anno)

sabato 17 aprile 2021

Medusa e il senso di giustizia.

Il mito di Medusa è, fra i tanti episodi della mitologia classica, una fonte inesauribile di spunti e “visioni” letterarie, pittoriche, poetiche, insomma ha da sempre affascinato gli artisti di ogni epoca.

Ma a rendere più “ammaliante” questo personaggio sono le interpretazioni che si sono susseguite nel tempo, dalle raffigurazioni “primitive” alle reinterpretazioni del terzo millennio.

Il "mostro" che tutti abbiamo conosciuto venne sconfitto da Perseo che dopo averla decapitata ha utilizzato la testa come potente arma difensiva e offensiva.

La rappresentazione di Medusa ha subito molte modifiche nell’immaginario collettivo, da figure alate con lingue abnormi e zanne suine fino a donne di rara bellezza, unico particolare che non ha mai mutato “forma” è la massa di capelli formata da un intricato “nido” di serpenti.

La storia dell’arte inevitabilmente risponde ai dettami e alla sensibilità del suo tempo, da mostruosità terrificante e senz’anima si è trasformata in vittima suo malgrado.

Medusa infatti è una delle tre sorelle conosciute come Gorgoni, l’unica mortale, fanciulla di estrema grazia e bellezza tanto da far cadere su di sé l’attenzione del dio di turno, in questo caso Poseidone.

Le brame del dio del mare giungono a conclusione quando Poseidone riesce finalmente a possedere la fanciulla, considerando la “fama” del dio, molto simile a quella del fratello Zeus, i dubbi che sia stato un incontro consensuale sono molti, l’atto carnale fu consumato in un tempio dedicato ad Atena cosa che alla dea non fece molto piacere (alcune fonti raccontano che Atena fu parecchio infastidita dal fatto che la stessa Medusa avesse osato paragonarsi a lei in quanto a bellezza) in ogni caso è proprio Atena che trasforma Medusa in quella che tutti conosciamo.

Il racconto che ci svela il motivo che ha tramutato la Gorgone in mostro è sufficiente per scaricare ogni responsabilità dalla stessa fanciulla, allo stesso tempo sarebbe altrettanto sufficiente per fare luce sui veri responsabili, Poseidone in quanto maschio, senza remora alcuna, dove l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, e Atena in quanto femmina e imbevuta del veleno della gelosia e dell’invidia.

Nell’arte abbiamo molte “letture” che ci mostrano la sensibilità dell’artista nel dare un volto alla donna, ognuno ne racconta un punto di vista differente, ma fondamentalmente Medusa ottiene giustizia in quanto vittima.

Pensando a Medusa non possiamo non andare allo scudo di Caravaggio (nell'immagine in alto) dove si nota il terrore negli occhi della donna appena uccisa.

Enigmatico il ritratto di Von Stuck (la seconda immagine) dove gli occhi che tramutano chiunque la guardi in statue di pietra sembrano “bloccati” proprio in quell’istante.

Decisamente più malinconico è il volto raffigurato da Bocklin (a seguire) Medusa sembra persa nei suoi pensieri e conscia del suo destino si lascia catturare da un’impietosa desolazione.

Assolutamente “terrificante” la scena di Rubens, la resta divisa dal corpo giace su un tavolo, gli occhi della donna raccontano gli ultimi attimi di orrore mentre i serpenti si accingono a lasciare il “nido” dov’erano destinati.

Molte altre sono le versioni che ci mostrano la Gorgone, ognuna con la propria peculiarità , fino ad una versione apparsa nel 2020 che cerca di ribaltare il concetto “maschilista” ma che, come succede spesso in questi casi peggiora le cose.

L’ultimo atto, in ordine di tempo, della rappresentazione di Medusa, ci mostra la fanciulla che stringe fra le dita i capelli di Perseo (che ha le fattezze dell’autore della scultura, Luciano Garbati) e di conseguenza la testa mozzata, ma mentre nelle altre opere l’artista si accingeva, secondo un suo punto di visione, a raccontare la vicenda, in questo caso ci si accinge a mettere in scena un qualcosa che non raggiunge l’obbiettivo.

Se proprio si voleva rappresentare un atto di giustizia (sempre che si possa definire tale una decapitazione) al posto di Perseo dovevano esserci Poseidone o Atena, i veri responsabili della vicenda.

Una lezione artistica e culturale viene (secondo me) da una scultura di Laurent-Honoré Marqueste, Perseo nell’atto di uccidere Medusa, nel particolare possiamo notare l’espressione della donna, in questa scena c’è tutta la violenza che ha dovuto subire, quella di Perseo ma soprattutto quella fisica e psicologica di Poseidone, nel 1879 lo scultore francese ha saputo dare un immagine “moderna” e definitiva cosa che la scultura di Garbati non è riuscita minimamente a trasmettere.


Pieter Paul Rubens - Medusa 1617-18

Vasily Alexandrovich Kotarbinsky, Medusa, 1903



Luciano Garbati, Medusa con la testa di Perseo, 2020



Laurent-Honoré Marqueste - Perseo uccide Medusa, 1876 (part.)

sabato 10 aprile 2021

L'attrazione

Autore:   James Turrell

(Los Angeles, 1943)

Titolo dell’opera: The ligth inside, 1999

Tecnica: installazione permanente

Ubicazione attuale:  Museum of Fine Arts, Houston



Qual è il motivo che scatena l’attrazione dello spettatore davanti alle opere di Turrell è impossibile da spiegare anche se si può provare a leggerne le sfumature.

Tralasciamo per un istante l’installazione “materiale” ed entriamo nella dimensione percettiva, l’attrazione è una reazione psicologica, è la nostra percezione, al di là della reazione visiva, dello spazio immaginario che ci cattura.

Ci sono particolari della vita dell’artista che non vanno assolutamente ignorati, in questo frangente va sottolineata la laurea in psicologia acquisita negli anni sessanta, benché Turrell non abbia dato continuità agli studi della psiche queste conoscenze sono alla base delle sue opere.

Inoltre l’artista californiano ha seguito corsi scientifici (dalla matematica all’astronomia) che completano il "quadro", la percezione umana abbinata all’elaborazione scientifica permette di affrontare questo “mondo” sapendo come muoversi, evitando di andare per tentativi.

Immersi in questo “ambiente” tendiamo ad abbandonare ogni remora e a lasciarci condurre in profondità, lo schema luminoso e, soprattutto, il colore blu, mettono in atto una forza gravitazionale che il cervello umano non solo fatica a contrastare ma ne subisce il faccino, ne viene letteralmente attratto.

La spiritualità del blu è il traino emozionale, in quest’opera l’attrazione viene incanalata dal corridoio stretto e lungo (non importa la dimensione reale, è la percezione del “tunnel” che conta) dove alla fine una porta ingrandita, e resa irresistibile dai tubi luminosi, ci regala il sogno della dimensione “altra”.

Questo altro non è che un viaggio all’interno di noi stessi, dei nostri desideri, delle nostre paure, in fondo al percorso creato da Turrell c’è quello che desideriamo e al contempo temiamo, prende vita quello che fondamentalmente è il magnete che ci attira e respinge quotidianamente: l’incognita del futuro.

sabato 3 aprile 2021

L'inconsueto augurio pasquale

Autore:   Francisco de Zurbarán

(Fuente de Cantos, 1598 – Madrid, 1664)

Titolo dell’opera: Agnus Dei, 1635-40

Tecnica: Olio su tela 

Dimensioni: 38 x 62 cm

Ubicazione attuale:  Museo del Prado, Madrid

 

 


Un paio di anni fa una carissima amica mi ha mandato un messaggio d’auguri in occasione della Pasqua, ad accompagnare il testo c’era questo dipinto di Zurbarán (la riproduzione fotografica del dipinto).

Lo pensavo allora e lo penso oggi, si tratta di un autentico preziosismo artistico ma soprattutto culturale.

Certo in un’epoca, quella attuale, dove l’ipocrisia buonista la fa da padrona, molta gente storcerà il naso per il solo fatto di contestualizzare il soggetto nel periodo sbagliato.

Non si tratta dell’agnello destinato alla tavola pasquale ma del simbolo assoluto della Pasqua, “ l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, il sacrificio supremo per la salvezza dell’umanità.

Solo chi ha una conoscenza artistica e della storia delle religioni può pensare di accompagnare l’augurio di una Pasqua serena con un’opera di questo spessore.

“Agnus Dei” di Zurbarán è un capolavoro assoluto, non tanto per la qualità tecnica (che è indiscussa) ma per il livello concettuale altissimo, l’agnello sacrificale incarna il figlio di Dio ma non viene rappresentato con i crismi divini, è un innocente animale che viene sacrificato per la causa suprema.

Non voglio entrare in una discussione puramente teologica, non è questo il luogo, non è questo il senso del mio scritto e soprattutto non ne ho le competenze, la cosa fondamentale è: cosa può spingere qualcuno a scegliere questo dipinto (che innegabilmente mette a disagio) per augurare una buona Pasqua quando ci sono migliaia di immagini festose (colombe e uova colorate su tutti) che sembrerebbero più adatte allo scopo?

Per prendere coscienza di quest’opera ai giorni nostri serve la capacità di prendere le nostre conoscenze, le nostre sensazioni e proiettarle alla metà del diciassettesimo secolo, contemporaneamente dobbiamo immedesimarci con il “sentire” popolare o aristocratico (o entrambi) del 1640 e trasmettere il tutto al 2021, un percorso di andata e ritorno, ripetuto all’infinito, che permetta una “costruzione” antica ma attuale o attuabile.

Se osserviamo  l’agnello con le zampe legate, adagiato su una tavola, evidentemente pronto al sacrificio, non possiamo che esserne turbati, traspare la violenza, l’inaccettabile fatto che qualsiasi essere indifeso possa pagare per le colpe o i piaceri altrui, se ci limitassimo a queste considerazioni tanto vale prendere il dipinto e chiuderlo in un magazzino.

Ma è il concetto di base del pittore spagnolo che deve essere preso in considerazione, l’agnello protagonista del dipinto non è il cucciolo di una pecora ma la rappresentazione del sacrificio di Gesù (la Pasqua ha origini ebraiche ma Zurbarán ne fa una lettura cristiana) nessuno obietterebbe alcunché davanti ad un quadro che rappresenti la passione e la crocifissione del Cristo, il soggetto del dipinto è proprio questo, la particolarità dell’opera di Zurbarán sta nel fatto che riesca a scuotere le coscienze con l’utilizzo di un, apparentemente "semplice" animale.

Il percorso che ho menzionato non è per niente facile, guardare al passato con gli occhi del presente e al contempo guardare il dipinto nel terzo millennio utilizzando lo sguardo di quattrocento anni fa è complicatissimo, se non impossibile, ecco perché reputo un preziosismo augurare una Pasqua serena e felice con un’opera che di “sereno e felice” non ha nulla.

sabato 27 marzo 2021

L'umo, la natura, i ricordi, le radici.

 Autore:   John Constable

(East Bergholt, 1779 – Londra 1837) 

Titolo dell’opera: la chiusa 

Tecnica: Olio su tela 

Dimensioni: 140cm x 120 cm

Ubicazione attuale:  Collezione privata

 

 


Uno dei pochi dipinti di Constable rimasti in mani private, nel 2015 è stato acquistato da un collezionista europeo, che ha mantenuto l’anonimato, per poco più di 12 milioni di euro.

L’opera è tra le più famose realizzate dal pittore inglese, fa parte della serie dedicata alla descrizione dei paesaggi e delle culture della sua terra, la campagna del Suffolk.

Pittore stilisticamente “accademico” da l’impressione di realizzare una semplice veduta paesaggistica, grazie alla tecnica eccelsa, ma con un accurato approfondimento ci si rende conto che l’aspetto esteriore passa in secondo piano, Constable rispecchia sulla tela l’amore per la campagna inglese e per la miriade di “fenomeni” cromatici che danno vita ad un mondo poeticamente concreto.

Un uomo è impegnato con la leva di una chiusa mentre un altro, più in disparte cerca di frenare l’imbarcazione spinta dalla corrente.

La luce, i colori, il senso di piacevolezza che ci accompagna guardando quest’opera, nonostante stia raffigurando il duro lavoro quotidiano, concorrono a celebrare la bellezza della natura, il cielo, la terra, gli alberi, l’acqua, il cerchio naturale della bellezza.

Otre al citato paesaggio e alla figura centrale che cattura immediatamente lo sguardo, sono molti i particolari che col trascorrere del tempo vengono all’occhio.

Dalle cose più evidenti, il grande albero a destra si contrappone alle nuvole che coprono parzialmente l’azzurro del cielo, nubi bianche e innocue che lasciano intravedere l’arrivo, o l’allontanamento, di altre più minacciose.

Un uomo, un cane e un cavallo spuntano dietro alle paratie in legno che completano la struttura della chiusa, cosa facciano possiamo solo immaginarlo, ognuno con la propria sensibilità, conoscenza e stato d’animo.

In primo piano la flora che cresce sulla riva terrosa, erbe di ogni tipo, le chiazze di terra rendono ancor più realistica la scena, mentre dall’altra parte della chiusa, in profondità, emerge un paesaggio nel paesaggio stesso.

Un vasto prato, degli alberi, alcune abitazioni su cui svetta una torre campanaria, e dietro ancora boschi fino alle lontane colline che si spengono nella coltre di nuvole.

Constable non ha mai ottenuto grandi riconoscimenti nel proprio paese, solo dopo i quarant’anni riesce a vendere il suo primo quadro ma è solo dopo la morte (come spesso accade) che ne viene riconosciuto il talento e la capacità di esprimere l’emozione della vita rurale.

Al contrario della natia Inghilterra la Francia, e in particolare Parigi, ne riconoscono immediatamente le qualità, le sue opere vengono accolte con grande entusiasmo, sicuramente le opere di Constable hanno avuto una grande influenza sui paesaggisti francesi.

La tecnica basata sulle rapide pennellate, la capacità di sovrapporre svariate sfumature dello stesso colore (con il verde ha saputo in questo modo ricreare la naturalezza della campagna) e la maestria nell’utilizzo della luce hanno inevitabilmente regalato preziosi spunti alla “corrente” che di li a poco avrebbe scosso l’arte dalle sue fondamenta: gli impressionisti.

sabato 20 marzo 2021

Il cammino verso l'eternità, Gaetano Previati

Autore:   Gaetano Previati

(Ferrara, 1852 – Lavagna, 1920)

Titolo dell’opera: Via Crucis (14 opere) 1901-02

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 121 cm x 107 cm ciascuna 

                       Ubicazione attuale:  Musei Vaticani, Città del Vaticano    


I stazione - Gesù coronato di spine

La Via Crucis di Gaetano Previati nasce dall’immedesimazione del pittore non la passione di Cristo, il pittore ferrarese infatti, secondo fonti autorevoli, si fece costruire una croce che caricava su di sé ogni qualvolta l’ispirazione veniva meno.

Influenzato dal movimento “scapigliato” Previati modifica, trasforma continuamente il proprio stile, la propria tecnica, portandola a quello che noi conosciamo come il “divisionismo”.

In questa serie dedicata alla salita al Calvario Previati concentra una limitata gamma cromatica dove spicca il rosso della tunica, le pennellate filanti e corpose trasmettono tutta la sofferenza del Cristo e mettono in luce la miseria umana.

La figura di Gesù non è mai rappresentata in modo “limpido”, realistico, ma è l’unica riconoscibile, le altre persone che, scorrendo la sequenza narrativa, appaiono sulla scena sono poco più che delle ombre, quasi delle maschere che non lasciano trasparire le emozioni pur garantendo all’osservatore la sensazione di sofferenza e angoscia.

Basta infatti la prima tela per comprendere quale forza emani dai dipinti, Gesù con gli occhi chiusi in attesa che il destino si compia mantiene quella calma che solo uno spirito divino può provare, le cinque figure che si affacciano dal colonnato sono solo l’ombra di sé stesse annientate dal dolore, grande protagonista di questa serie di dipinti.

Scorrendo i vari passaggi entriamo in un mondo dove la fioca e malinconica luce del tramonto illumina il cammino.

Solo negli ultimi quattro “episodi”, con la spogliazione scompare il profondo e opprimente manto rosso, la scena cambia l’aspetto cromatico, si schiarisce e, nonostante siamo davanti al momento più amaro, ci conduce all’esito finale, un richiamo all’imminente resurrezione.


II stazione - Gesù Caricato della croce

III stazione - Gesù cade per la prima volta

IV stazione - Incontro con Maria Vergine

V stazione - Cireneo

VI stazione - La Veronica

VII stazione - Gesù cade per la seconda volta

VIII stazione - Incontro con le pie donne


IX stazione - Gesù cade per la terza volta

X stazione - Gesù spogliato

XI stazione - Gesù inchiodato

XII stazione - La crocifissione

XIII stazione - La deposizione

XIV Stazione - La sepoltura