sabato 16 febbraio 2019

La chiamata alle proprie responsabilità, Michelangelo Buonarroti. (particolare dal Giudizio Universale)


Il Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti è un’opera di infinita grandezza nel suo insieme e al contempo è una fonte inesauribile di particolari, simbologie più o meno nascoste che estrapolano dalla “narrazione ultima” infiniti spunti.

In questo caso mi voglio concentrare sul gruppo in basso al centro appena sopra gli scenari futuri del paradiso e dell’inferno.Siamo di fronte agli angeli cosiddetti tubicini, angeli con le trombe che annunciano la fine dei tempi, il suono richiama i vivi ed i morti alle loro responsabilità. Dovranno presentarsi al cospetto di Gesù che deciderà la destinazione delle anime in base al comportamento terreno.

Adagiati  sulle nuvole troviamo due angeli che tengono tra le mani due libri aperti, ma non sono rivolti verso chi li apre ma verso il basso.

I libri sono di dimensioni differenti, a destra un grande volume guarda verso l’inferno, il libro è grande perché grandi sono i peccati dell’uomo, grande perché sono molti i peccatori.

A sinistra il piccolo libro è rivolto verso il paradiso, naturalmente le dimensioni riflettono il numero limitato di meriti  e delle virtù dell’umanità.

In questo punto risiede l'inizio della “lettura” di questo capolavoro, la base di partenza di un racconto pittorico che va oltre l'infinita e meravigliosa presenza scenica, il giudizio si apre con la chiamata e con la presentazione della condotta, più o meno meritoria, tenuta nei giorni di vita terrena.




sabato 9 febbraio 2019

La terza onda, definitiva destinazione futura. Davide Van de Sfroos


Nel 2008 il cantautore lariano pubblica, all’interno dell’album “Pica”, la ballata folk “La terza onda”.

Metafora dei desideri più intimi dell’uomo, una toccante “espressione” del sentimento atavico della ricerca di se stessi attraverso il viaggio.

Davide Van de Sfroos, pseudonimo di Davide Bernasconi, porta nel nome d’arte il desiderio di andare dove non è concesso dalle nostre stesse convinzioni (de Sfroos sta per “andare di frodo”, non legato al significato di “caccia di frodo” ma nel senso più intimo di ricerca di strade al di fuori dei dettami comuni)


Lo stesso cantante racconta la simbologia delle tre onde, la prima l’onda che spinge al largo, la voglia di partire alla ricerca di qualcosa che riempia il vuoto che le abitudini quotidiane inevitabilmente lasciano, una spinta verso l’ignoto, verso qualcosa di nuovo.

La seconda è l’onda che spinge verso la riva, quella che ci indirizza verso il ritorno a casa quando si fa sempre più pressante la nostalgia delle persone o dei luoghi che abbiamo lasciato.

Ma protagonista del brano è la terza onda, l’onda che aspettiamo, quella che, superati gli ostacoli delle precedenti, rivela il nostro essere, la terza onda è quella definitiva, è il futuro non svelato ma forse già scritto o da scrivere, è quella che ti fa sentire vivo, quella che da un senso alla vita che, come le onde reali e non metaforiche, sale e scende continuamente ma che nonostante tutto non si ferma mai.

Per chi non ha familiarità con il dialetto “laghee” (dialetto del lago di Como) propongo una traduzione che naturalmente fatica a “sposarsi” con la melodia

(nell'immagine: Ivan Aivazovsky - Ship on Stormy Seas Giclee. part.)





La terza onda

Barca tocca la riva, sfrega la punta e gratta la spiaggia
Terra, terra arrabbiata che si lamenta per ogni mio passo,
Troppa, troppa la notte che ho trascorso sull’acqua fantasma,
Terra, terra bastarda che sposerà il vento per soffiarmi negli occhi

Onda, lama spezzata, labbra di dama e lingua di frusta
Onda, che accarezza, onda che rovista e mescola i riflessi
Onda, mano che mi prende e mi porta fino a casa mia,
Onda, onda seconda che mi spinge ancora in mezzo al lago

Vita, vita da fiocina, vita infilzata di punta sul fondo
Vita, vita mulagna che gira la ruota e tira la corda
Terra, terra che aspetta ogni spazzatura che il lago porta a riva
Terra che ogni mattina con la stessa espressione aspetta anche me

E sono qui ad aspettare la terza onda e sono qui per vedere come sarà
E sono pronto a baciare la terza onda e sono pronto a prendere tutti i suoi schiaffi

Donna, donna sbagliata, rosa tagliata e poi gettata via,
Donna, donna di terra rosa che non era la mia
Rosa che ti punge e intanto che punge ti lascia il profumo,
Donna che impara dall’onda a ricordarti che eri un uomo

Rema, rema via il mondo fin dove l’acqua non ha più memoria,
Scappa da quella corda che gira e che gira e ti lega al pontile,
Onda, onda bugiarda, prima ti spinge e poi ti spruzza
Aria di carta vetrata che sfrega e che sfrega per farti tornare indietro

Vita che si incastra e che è disegnata a lisca di pesce,
Vita che scivola verso quel luogo dove hai voglia di essere,
Onda che ti porta fino all’altra sponda
Per farti sentire più forte la voglia di tornare a casa

E sono qui ad aspettare la terza onda ...





sabato 2 febbraio 2019

La quotidianità in bilico, una vita da supereroe. Vania Elettra Tam


Vania Elettra Tam con piglio ironico ma seriamente realista mette in scena la complicata quotidianità della donna del terzo millennio.
Sospesa 1

Mamma, moglie, casalinga, professionista, non importa cosa faccia nella vita, qualunque occupazione è portata a termine, tra i molteplici ostacoli, con eroici e ingegnosi equilibri.

La donna chiede aiuto ma deve sempre sbrigarsela da sola, SOS in precario e continuo equilibrio, lo scorrere della giornata tra gli impegni lavorativi, quelli di mamma e casalinga nonostante il lavoro, e soprattutto in bilico tra le barriere culturali e gli stereotipi di una società che pretende tutto da loro senza dare nulla in cambio.

La pittrice comasca denuncia una vita complicata che viene recepita dai più come ordinaria amministrazione ma che mostra uno spirito combattivo ed un talento organizzativo che permette loro di avanzare, seppur a fatica, in un mondo strutturalmente e concettualmente ostile.

In questa serie, titolata appunto “SOSpese” Vania Elettra Tam “racconta” le avventurose peripezie della donna comune, che forse comune non è.



Sospesa 2

Sospesa 3

Sospesa 4

Sospesa 5

Sospesa 6

Sospesa 7

Sospesa 8

Sospesa 9

Sospesa 10

Sospesa 11

sabato 26 gennaio 2019

Viaggio alla ricerca delle origini, Emil Nolde.


Autore:   Emil Nolde (Emil Hansen)
(Nolde, 7 agosto 1867 – Seebüll, 13 aprile 1956)

Titolo dell’opera: Sole ai tropici - 1914

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 71 cm x 104,5 cm

Ubicazione attuale:  Nolde StiftungSeebüll, Neuchirken






Durante un viaggio a Weimar Nolde coglie l’occasione per visitare una mostra di Gauguin, ne resta folgorato tanto da commentare: “ non ho mai visto una simile sontuosità cromatica”.

Da quel momento per il pittore tedesco, cosi come per l’artista francese, la meta ideale diviene quell’universo esotico e incontaminato che sono le isole polinesiane.

L’obbiettivo artistico e spirituale diventa la ricerca della purezza, di una concezione primordiale, esente dalla corruzione della società cosiddetta evoluta e moderna.

Una decina d’anni dopo il fatidico incontro con l’arte di Gauguin, Nolde si unisce ad una spedizione scientifica, meta i mari del sud, ed è proprio durante questo viaggio che realizza quest’opera.

Approdato in quella che oggi si chiama Nuova Irlanda e che al tempo era parte dell’amministrazione tedesca, realizza il sunto del suo essere “primigenio”.

Dalla spiaggia Nolde raffigura ciò che vede, la macchia scura che attraversa il dipinto orizzontalmente è la folta vegetazione dell’isola di Nusa Lik, la linea boschiva trova un’ideale continuità con le nuvole sospese sul mare.

In primo piano la spuma creata dalle onde che si infrangono sulla spiaggia crea un parallelo con l’isola di fronte.

Ma sono i colori che prendono il sopravvento, il sole irradia in cielo un’intensa forza cromatica, rosso, arancio e viola ci rimandano ad un mondo in formazione e non ancora “sporcato” dall’uomo moderno.

Gli stessi colori del cielo si ritrovano sulla spiaggia, l’irreale sostituisce la realtà senza però sconvolgere il paesaggio.

Il mare è lo specchio dei fenomeni atmosferici e dello stato d’animo del pittore, il verde intenso è solcato dal riflesso “cinabro” del sole e dal candore delle nuvole, un’atmosfera incantata dove possiamo trovare il nostro “profondo” o perderci in esso.

sabato 19 gennaio 2019

L'intensità delle emozioni, Ferdinand Victor Eugène Delacroix.


Autore:  Ferdinand Victor Eugène Delacroix
 (Charenton-Saint-Maurice, 26 aprile 1798 – Parigi, 13 agosto 1863)

Titolo dell’opera: Jeune orphelin au cimetiere - 1823

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 65,5 cm x 54,3 cm

Ubicazione attuale:  Musèe du Louvre, Parigi, Francia.






L’opera era inizialmente “programmata” per essere inserita nel noto Massacro di Scio, il pittore in seguito ha inserito nel dipinto la figura di un giovinetto nella stessa posizione mentre la giovane donna è diventata l’assoluta protagonista di questo meraviglioso quadro.

Siamo forse davanti alla più affascinante opera dell’artista francese, è infatti lo stesso Delacoix a confermare tale ipotesi tanto da rendere protagonista quello che inizialmente doveva essere un particolare di contorno.

Curioso che quando venne esposta la prima volta il titolo era semplicemente “studio”, in quanto in quel periodo un soggetto simile non poteva, secondo i canoni accademici, aspirare ad essere il centro dell’opera.

Il diario dello stesso Delacroix ci dice che a posare come modella fu una giovanissima mendicante di origini greche, la bellezza della ragazza unita al talento del pittore creano un patos di rara intensità, appare evidenziata la profonda sofferenza che si esprime sul giovane volto.

Il quadro si concentra esclusivamente sulla giovane donna che inclinando il capo all’indietro e alzando lo sguardo trasmette angoscia, tristezza e timore, la bocca che si apre sembra trattenere il respiro in attesa, o nella speranza, che qualcosa accada.

La lunga osservazione del dipinto, se si riesce ad andare oltre l’ipnotico viso della giovane orfana, ci permette di osservare anche il paesaggio che fa da sfondo al soggetto, il cimitero in lontananza sembra trascurato, quasi abbandonato e la distanza che divide la donna dalle tombe e dalle croci disorienta lo spettatore, la donna è lontana dal cimitero, la macchia scura in basso a destra ne rimarca l’impressione, ma lo sguardo la avvicina più di quanto faccia la prospettiva.

Due i paesaggi alle spalle della protagonista, se a destra il cimitero appare abbandonato e quasi va a perdersi verso l’orizzonte, a sinistra tutto sembra riorganizzarsi, le croci e le lapidi sono al loro posto, l’ingresso, seppur spartano, ha un che di “sacro” mentre i cipressi donano un senso di pace, forse il giusto indirizzo per questo luogo eterno.