sabato 19 settembre 2020

L'essenziale capovolto, Georg Baselitz


Autore:   George Baselitz (Hans-Georg Rem)
(Kamenz, 1938)

Titolo dell’opera: Altre bionde, 1992

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 162 cm x 130 cm

Ubicazione attuale:  Anthony d’Offay Gallery, Londra






Duro, aggressivo, senza fronzoli, Baselitz rappresenta un nudo femminile ribaltandone l’interpretazione oltre che la visione.

Tratti inclementi e colpi di pennello decisi sono la tecnica espressiva di questo dipinto, la figura femminile, rappresentata sommariamente, privata di ogni poetica, viene ribaltata e imprigionata in una spessa cornice nera.

Il pittore tedesco crea il “recinto” con una densa colorazione nera impressa sulla tela passeggiandoci sopra, quasi a creare un’isola magica dove è difficile comprendere se l’oppressione del male sia imprigionata all’interno o isolata al di fuori.

La donna raffigurata nell’essenziale, senza possibilità di alcuna distrazione, pronta ad esplodere, a manifestare i secoli di tormentata sottomissione.

O forse questa altro non è che la visione che ne ha l’uomo che ne imprigiona il corpo ignorando il lato fondamentale, lo spirito.

mercoledì 16 settembre 2020

La fotografia tra la realtà e l'irreale

Se, come sosteneva Alfred Stieglitz, “Nella fotografia c’è una realtà così sottile che diventa più reale della realtà”, quest’ultima superando se stessa si annulla.

Ciò che vediamo in una fotografia è l’immagine di un istante che sta tra il prima e il dopo, quell’istante che nella realtà non può essere “fermato”.

Se blocchiamo quello che nella realtà non è possibile bloccare il risultato non può essere parte del nostro mondo ma la riproduzione di un sistema interdimensionale.

Questo ci porta a pensare che se la fotografia è più reale della realtà stessa siamo davanti ad uno specchio che ci permette di vedere cosa c’è oltre il nostro riflesso, perché solo fermando il tempo possiamo viaggiare in più direzioni contemporaneamente.

Foto by Alfred Stieglitz

sabato 12 settembre 2020

La perfezione delle forme, Jannis Kounellis

 Davanti al nome di Jannis Kounellis gli appassionati e la critica d’arte si schierano in due distinte fazioni, da una parte c’è chi lo definisce un maestro assoluto, dall’altra un cialtrone sopravvalutato che di artistico non ha mai presentato nulla.

Se ci accodassimo a uno di questi schieramenti rimarcheremmo il clima da stadio e ignoreremmo ciò che le opere di Kounellis (indipendentemente dal fatto che ci piacciano o meno) tentano di spiegarci.

Voglio focalizzare l’attenzione sulla performance del 1969 all’interno della galleria romana “L’attico”, l’artista di origini greche “espone” dodici cavalli vivi, opera replicata successivamente in altre città tra cui Napoli e New York.

La reazione, legittima, che abbiamo nell’immediato è: “questo lo troviamo in una qualsiasi scuderia”.

E’ proprio questo il punto, perché una dozzina di cavalli, che tali restano all’interno di una stalla, diventano un’opera d’arte se “esposti” in una galleria?

Qui c’è il senso della lettura del concetto di arte contemporanea, l’indicazione di una consapevolezza che funge da base “comprensiva” dell’arte dal secondo dopoguerra ad oggi.

Kounellis espone i cavalli vivi non in quanto animali ma in quanto forme, in un qualsiasi maneggio possiamo ammirare i cavalli come esseri viventi, nella galleria ammiriamo la forma perfetta della rappresentazione del cavallo.

L’artista vuole uscire dalla cornice del dipinto classico, cornice che per secoli ha fatto da confine a innumerevoli rappresentazioni di cavalli, sia come palcoscenico per il nobile di turno, sia come “racconto” dell’animale inserito nel suo habitat naturale.

Dunque se il dipinto di un cavallo che bruca l’erba in un prato o mangia della biada in una stalla è un’opera d’arte, perché una rappresentazione ancor più realistica, come dei cavalli autentici, non può esserlo?

Se poi aggiungiamo il fatto, tutt’altro che secondario, dell’essere esposti in una galleria d’arte ecco che il concetto si fa più chiaro (o meno nebuloso).

Da quest’idea dobbiamo partire per comprendere l’arte dei nostri tempi, senza l’abbandono dei canoni artistici ottocenteschi, che ancora oggi la fanno da padrone, sarà sempre complicato capire quello che gli artisti contemporanei ci vogliono dire.

L’aspetto puramente estetico rischia di scomparire se scisso dal concetto di base, difficile apprezzare l’insieme limitandoci a cercare la sola bellezza “visiva”.

Ancora più importante l’aspetto sollevato da chi si oppone all’utilizzo di animali vivi, proteste giustificate anche se attenti controlli (soprattutto nella più recente esibizione newyorkese) garantiscono il rispetto degli animali stessi.

L’uso di animali nell’arte (è non solo) è, secondo me, da evitare assolutamente, la mia è un’analisi di un pensiero “assoluto” che va letto seguendo una precisa direzione, se ci si limita ad osservare passivamente restano solo i dubbi  e le perplessità di un’operazione “complessa”.

sabato 5 settembre 2020

Le opere e i loro autori, scindere le due dimensioni o le une sono indissolubilmente legate agli altri?

La questione all’apparenza sembra di facile soluzione ma siamo sicuri che sia veramente cosi?

La notizia è di questi giorni, la Collezione Pinault, a Punta della Dogana a Venezia, ha ritirato un’opera di Saul Flecther, l’artista tedesco nello scorso luglio ha ucciso, prima di togliersi la vita, la compagna Rebecca Blum.



Il mondo dell’arte, e non solo, si è diviso, la maggioranza ha fatto pressioni ai vari musei e gallerie affinché si adoperino a togliere dai loro cataloghi ed esposizioni tutte le opere di Flechter, altri, una minoranza, sottolineano quanto sia pericoloso  mescolare le opere e l’artista con il lato strettamente umano.

Da una parte viene spontaneo reagire con sdegno verso l’uomo Flechter, ma siamo sicuri che cancellare l’intera “storia” artistica” sia la soluzione migliore?

Quanti dipinti, quante sculture, non sarebbero arrivate a noi se nel corso della storia il giudizio sul comportamento della persona avesse avuto ricadute sulle opere che la stessa ha realizzato.

Sono sempre stato contrario a “mischiare” l’artista con l’uomo, il grande pittore, il geniale musicista, l’immenso scrittore, giudizi legati alle opere, se andiamo a “scavare” nella vita privata dei grandi dell’arte e usassimo il metro che si vuole utilizzare per Flechter resterebbe ben poco della storia dell'arte.

sabato 29 agosto 2020

Il pensiero al di là e sopra tutto, Kazimir Malevič

 Autore:   Kazimir Severinovič Malevič

( Kiev 1879 - Leningrado 1935 ) 

Titolo dell’opera: Autoritratto, 1933

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 70cm x 66 cm

Ubicazione attuale:  Museo Russo, San Pietroburgo



Sono pochi gli autoritratti realizzati d Malevič nel corso della sua carriera e prevalentemente eseguiti agli inizi del suo percorso artistico.

Il pittore ucraino ha sempre cercato l’evoluzione di stile e concetto attraverso continue sperimentazioni fino al raggiungimento dell’apice ideale con Quadrato nero su fondo bianco.

L’ascesa del comunismo, in particolare con l’avvento di Stalin, impedisce ogni libertà “artistica” che non vada nella direzione “realista”, ogni altra forma è ritenuta “degenere”, termine utilizzato in seguito anche dal regime nazista di Hitler.

Superato, o obbligato al superamento, il suprematismo, Malevič torna ad una pittura figurativa ma non senza i messaggi, più o meno celati, del passato.

Nel 1933 l’artista entra in un tunnel che o porterà alla morte due anni dopo, alle pressioni “politiche” si aggiunge la malattia che lo accompagnerà fino alla fine.

Nasce cosi quello che è un sunto del pensiero di Malevič, un autoritratto che è tale solo nel titolo ma che spazia nel tempo artistico e storico.

Prendendo ad esempio gli autoritratti di Dürer, si raffigura nei costumi del Doge di Venezia, nega ogni forma sullo sfondo (ecco che riappare il suprematismo) eliminando ogni possibilità di distrazione, tutto si concentra sulla sua figura. Con quest’opera si mette sullo stesso livello dei maestri rinascimentali, fino a riprodurre l’effetto dell’affresco sulla tela.

Ma sono due i particolari che fanno la differenza rispetto ad un canonico ritratto, il quadrato nero su fondo bianco in basso a destra che a tutti gli effetti resta il concetto fondante del pensiero di Malevič, e che ne diviene la firma, il sigillo finale.

L’altro particolare è la posizione della mano destra che pur non sostenendo niente idealmente sorregge il quadrato nero, aggirando visivamente le restrizioni del regime senza però rinunciare al proprio credo.

sabato 22 agosto 2020

Le opere d'arte parlano a chi ha capacità di decifrarne i codici.

 “Anche i grandissimi dell’arte, ad esempio Benozzo Gozzoli, Piero della Francesca o Lorenzo Lotto, hanno avuto bisogno di tempo perché il loro pensiero fosse comprensibile, la fama che oggi   attribuiamo loro è recente, non è stata immediata.

Oggi giorno ciascuno di noi dovrebbe avere la fortuna d’incontrare persone cosi appassionate da condurci alla comprensione di un linguaggio che per un certo periodo è stato obnubilato, perché solo attraverso la passione si arriva a capire un linguaggio incomprensibile nel presente”.

A. Vettese


L’artista esprime un pensiero, una “visione”, che può essere compresa dai suoi contemporanei o, al contrario, non è decifrabile nel proprio tempo, nel primo caso sarà apprezzata immediatamente, nel secondo avrà bisogno di tempo.

Non è raro che un artista trovi nell’immediato il giusto feeling con i fruitori dell’opera ma che col tempo questa comunicazione si interrompa per poi ritrovarsi dopo decenni, se non addirittura secoli.

L’arte utilizza un linguaggio che non segue lo scorrere naturale del tempo, è una proiezione che prende direzioni inaspettate alla ricerca di qualcuno che ne sappia decifrare i codici.

Meret Oppenheim – Colazione in pelliccia, 1936

Museum of Modern Art (MoMA), New York


domenica 16 agosto 2020

La conoscenza del gesto, la comprensione dell'opera, Lucio Fontana

 

“Un giorno un noto chirurgo venne nel mio studio e notando una mia opera mi disse che quei buchi li sapeva fare anche lui.

Gli risposi che una gamba la so tagliare anch’io ma nel mio caso il paziente sarebbe morto mentre con lui la faccenda sarebbe stata diversa”.

Lucio Fontana


Ci sono “gesti” che possiamo fare tutti ma non tutti comprendono la genesi del gesto stesso e ne sanno indirizzare il percorso.


Lucio Fontana - Concetto spaziale (1965)

venerdì 14 agosto 2020

L'inizio di un'era infinita, Albrecth Dürer


Autore:   Albrecht Dürer
(Norimberga, 1471 – Norimberga, 1528) 

Titolo dell’opera: Ritratto di Albrecht Dürer il Vecchio (Ritratto del padre) 

Tecnica: Olio su tavola 

Dimensioni: 47 cm x 39 cm

Ubicazione attuale: Galleria degli Uffizi, Firenze



Realizzata, dal pittore non ancora ventenne, quest’opera è il primo dipinto la cui autografia sia certa, nasce cosi la “vena” rivoluzionaria e geniale dell’artista tedesco.

Sul retro della tavola Dürer dipinse in seguito gli stemmi delle famiglie Dürer e Holper, da qui l’idea sempre più probabile che questa tavola facesse parte di un dittico che comprendeva anche il perduto ritratto della madre, Barbara Holper.

Dürer padre guarda lontano ma traspare l’attenzione a ciò che sta facendo il figlio, lo sguardo si perde in lontananza ma la mente si dirige in tutt’altra direzione.

Il pittore con estremo realismo rappresenta il padre evitando ogni forma di idealizzazione raffigurandolo per quello che è realmente, gli anni passati traspaiono dal viso stanco e segnato, cosi come viene evidenziata la vita dedicata al lavoro, le mani infatti “esprimono” le dure e lunghe giornate passate nella bottega, Dürer il vecchio era un abile orafo, la sua professione è evidenziata dal bracciale di perle che distrattamente tiene in mano.

IL copricapo nero copre quasi totalmente i capelli ormai grigi, il vestito marrone non presenta fogge particolari, unica peculiarità l’imbottitura che sottolinea il clima rigido.

L’assenza di un qualsiasi riferimento logistico, lo sfondo neutro non da alcuna indicazione, concentra l’attenzione dell’osservatore sul soggetto, in particolare sul volto dove possiamo notare il non trascurabile dettaglio della barba appena accennata.

Un altro particolare che ritengo interessante per comprendere il talento e la ricerca estetica di Dürer è il riflesso di una finestra nell’occhio del padre, una perla incastonata nel suo primo grande gioiello.