giovedì 20 agosto 2026

Parole e colori

Siamo a Tokyo nei primi giorni del mese di luglio del 2019, all’interno della manifestazione “Calpis 100th year anniversary, Let's Meet at Tanabata”, l’architetta e designer, francese di nascita e giapponese d’adozione, Emanuelle Moreaux, mette in scena Universo di colori, un’installazione dove il colore e la parola si fondono abbracciando lo spettatore che, a sua volta si rende partecipe “viaggiando” attraverso l’opera.



Il 7 luglio è il giorno di Tanabata, i giapponesi lo festeggiano scrivendo i propri sogni, i desideri più reconditi, su un foglietto di carta e li appendono ad un ramo di bambù, in attesa, speranzosi, che si avveri, almeno in parte, quello che hanno indicato.

La Moreaux reinterpreta questa tradizione allestendo un percorso formato da 140.000 hiragana (si tratta dell’alfabeto più semplice, quello che i bambini utilizzano per imparare a leggere e scrivere) questi pannelli tridimensionali ognuno di una differente sfumatura di colore, compongono un cammino fatto di bellezza e cultura, dove ad emergere è la preziosa, e sempre più rara, sensazione di serenità.

Il continuo susseguirsi di lettere “entrano” nel “viandante” dando forma alle più svariate forme comunicative, l’opera non racconta una storia, ne racconta tante quante sono le persone che la percorrono.

Lo stesso vale per i colori, lo stato d’animo di chi percorre la via ne determinerà la percezione tanto che ognuno dei pellegrini dell’arte dovrà fare i conti con un colore in particolare, quale sia il risultato finale non è dato sapersi, possiamo solo cercare di immaginare come avremmo potuto reagire, se non ci siamo stati, o come lo ha fatto chi era presente.


(le immagini sono prese dal web)






lunedì 10 agosto 2026

Viaggio nel colore (e ritorno)

Il mondo attende di essere colorato dallo spirito artistico di ognuno di noi, dobbiamo solo iniziare a personalizzare il nostro percorso e magicamente appariranno i colori della nostra anima.

Foto by Alessandra Roggeri


Perché la fotografia in bianco e nero affascina più di una a colori? I toni dimessi sono considerati più poetici, l’assenza di colore permette all’opera di viaggiare più lontano, soprattutto in profondità.

La poesia trattiene solo ciò che è fondamentale, si stringe attorno all’essenza liberandosi di tutto quello che è superfluo, è lo stesso meccanismo utilizzato dalla fotografia in bianco e nero e, parzialmente, dalla pittura in assenza di colore.

Quando si parla di poesia si pensa ad un luogo dell’anima dove le emozioni forti vengono meno, a resistere sono la leggerezza e quella lieve malinconia che ci tiene in bilico tra una sensazione di serenità e benessere è un moto di tristezza che quasi ci fa sentire meglio.

Naturalmente il soggetto ha una parte importante ma ad arrivare al cuore è la rappresentazione di qualcosa di poco definito, qualcosa che può significare tutto o niente, la rappresentazione diviene soggettiva, in questo stato emotivo tutto si mescola, ognuno di noi ne vedrà una parte (e non è detto che quella parte esista veramente).

Ma se da quell’immagine senza colori iniziamo ad aggiungerne qualcuno? Per molti potrebbe essere un risveglio, una rinascita, la malinconia lascia via via il posto alla gioia, i colori riprendono il pieno possesso del “quadro”fino a riempire ogni anfratto, è dunque questo il raggiungimento del piacere? Probabilmente no, quando l’immagine è satura di colore il nostro umore cambia, si trasforma fino a cercare con tutte le nostre forze l’essenza poetica, fino a desiderare il bianco e il nero.

sabato 1 agosto 2026

La grandezza di ciò che c'è e non si vede

«Come un nulla senza possibilità, un nulla morto dopo la morte del sole, come un silenzio eterno senza avvenire, risuona interiormente il nero»

Wassily Kandinskji

Silvia Galgani  - Nero di mummia

Colore (o assenza dello stesso) spesso accusato di essere il male assoluto, quanti sono i santoni della pittura che inorridiscono davanti alla sola idea di utilizzarlo.

Eppure senza il nero, o un suo surrogato il mondo, dell’arte e non solo, non sarebbe quello che conosciamo.

Il nero, quello vero, quello puro, quello assoluto, non è visibile, oppure lo è proprio perche, in sua presenza, non è visibile qualsiasi altro colore.

Il fascino di questo colore-non colore sta nel suo essere inafferrabile, indecifrabile, un muro inconcepibile che diviene porta sull’infinito.


lunedì 20 luglio 2026

Il classismo dell’intelligenza artificiale

L’avvento delle AI renderà l’arte alla portata di tutti”, cosi si esprimono i (fuffa) guru che presenziano ovunque sul web.

Altri sostengono che l’arte verrà affossata dall’intelligenza artificiale perché da la possibilità a tutti di millantare il capolavoro.



Nulla di tutto questo è plausibile, l’arte resterà tale nelle sue eccezioni, nessuno può millantare il capolavoro fatto con le AI pensando di far credere sia proprio.

Io penso che l’arte, con l’avvento dei “cervelli” sintetici, sia destinata a tornare nelle nicchie elitarie dove si trovava fino a poco tempo fa.

La pittura e la scultura sono al riparo da ogni problema, qualche rischio in più lo corre la fotografia, mentre il disegno digitale rischia il tracollo (in quanto a credibilità).

Perché classista dunque, perché il dipinto o la scultura possono essere modificati nelle loro riproduzioni ma se ci mettiamo di fronte ad un quadro (e non ci limitiamo ad uno sguardo sommario) non possiamo non accorgerci della “mano” che l’ha realizzato, naturalmente questo vale per le sculture viste dal vivo.

L’opportunità di ammirare le opere d’arte live non è di tutti i giorni, qualche anno fa sono nati i tour virtuali nei vari musei dislocati in tutto il pianeta che hanno permesso a tutti di ammirare, anche se riprodotti fotograficamente, i grandi dipinti.

Alcune ricerche hanno svelato che più del 70 percento dei dipinti (le foto che li ritraggono)  che i vari pittori, dilettanti o professionisti, pubblicano su internet sono quantomeno ritoccati digitalmente, se non generati completamente.

Alcuni hanno la delicatezza di scrivere che sono “migliorati dall’AI”, anche se non comprendo il senso, se lo ritocchi non è più credibile, se un dipinto subisce una modifica digitale come faccio a sapere cosa sia vero e cosa finto?

Il mondo dell’arte contemporanea resterà sul web ma solo alcuni vedranno le opere direttamente nelle gallerie, la maggior parte della gente si limiterà a vederli sui social, regno incontrastato della finzione, che per poca competenza, mancanza di impegno o assenza di senso critico, fa scattare frequentemente quelle trappole pseudo culturali che catturano tanti malcapitati.

Aggiungiamo che le gallerie sono elitarie da sempre, non tanto nel selezionare le competenze ma nel fare nette distinzioni tra chi ha i soldi (tutto gira attorno al denaro) e chi entra solo per conoscere le novità artistiche, anche perché spesso chi lavora nelle gallerie è attento all’aspetto, alla retorica, al servilismo verso i ricchi, molto meno alla competenza.

L’aumento delle distanze tra le varie classi sociali passa anche da queste cose, si spaccia l’evoluzione tecnologica per un mezzo di livellamento sociale e culturale ma il suo compito è esattamente il contrario, far credere di andare avanti, distraendo con le meraviglie della tecnologia, cosi che non ci si accorga che si sta precipitando.

venerdì 10 luglio 2026

Ricominciamo dalle basi

Viviamo in un mondo invaso dalle immagini, si parla per immagini e di conseguenza il linguaggio scritto ritorna ad essere un’esclusiva elitaria.

Henri Matisse – Oceania, il cielo, 1946 – Stampa su lino cm 185,3 x 379 – Centre Pompidou, Parigi


I grandi testi che hanno tracciato, costruito e raccontato, la storia dell’umanità, necessitano di una “scolarizzazione, una predisposizione di base che manca in questo periodo storico” (cit. Angela Vettese).

Questo impedisce quella profondità di giudizio che prende l’immagine e la “seziona” fino a decontestualizzarla, la studia nel particolare, la reinserisce nel contesto cosi da comprenderne l’insieme.

I testi delle canzoni devono essere di semplice e immediata comprensione, altrimenti vengono ignorati, non ci sono ne il tempo ne la voglia di approfondire.

L’arte contemporanea e la poesia necessitano di spazi ampi di comprensione e di conseguenza di tempi dilatati e di capacità di concentrazione non indifferenti, nel mondo in cui viviamo si cerca l’immagine “semplice” e immediata per supplire a questa mancanza, il risultato è che siamo in balìa di chiunque sia in grado (cosa tutt’altro che complicata) di manipolare la rappresentazione della realtà, che in quanto rappresentazione soggettiva, non può essere reale.

martedì 30 giugno 2026

Ribaltamento dei ruoli (o dei canoni)

“Un giorno ho capito che le mie mani, gli strumenti con cui ho manipolato il colore, non erano più sufficienti. Avevo bisogno di dipingere tele monocromatiche con le modelle stesse ”

Yves Klein

Yves Klein – Barbara (ANT 113), 1960 – Pigmento e resina sintetica su carta applicata su tela, cm 200 x 145 – Collezione privata



Partendo dal suo blu (IKV) Klein va oltre i passaggi canonici che prevedono la linea pittore- supporto-modella, nel senso che l’artista replica su un supporto (tela, carta, legno) la figura della modella, spesso interpretandone la visione.

Il pittore francese esce, materialmente, dal percorso creativo, si limita all’idea, dipinge il corpo della modella che a sua volta imprime la propria figura sulla carta.

Quale sia il senso di tutto questo è difficile e al contempo semplice da capire, l’artista cerca una dimensione nuova rispetto a tutto ciò che si è fatto fino ad allora, questo per ottenete un risultato che impedisce all’artista stesso di controllare ogni passaggio, infatti anche se la modella entrerà in contatto con il supporto seguendo alla lettera le istruzioni ricevute lascerà inevitabilmente una propria firma, un singolo movimento, conscio o meno, andrà oltre il volere dell’artista.

Siamo all’inizio degli anni 60, periodo in cui Manzoni realizza le celebre scatolette di “Merda d’artista”, periodo che vedeva il tentativo di rinascita artistica e culturale dopo le tenebre della seconda guerra mondiale, evento che ha segnato indelebilmente l’arte negli anni a seguire.

sabato 20 giugno 2026

Influenze e altri inconvenienti

Un pittore accetta la richiesta di un suo “ammiratore” e decide di permettere allo stesso di assistere quando dipinge.

Gustave Courbet – L’atelier del pittore, 1854-55 – Olio su tela cm 361 x 598 – Museo d’Orsay, Parigi


La prima domanda che mi sono posto è: l’artista riesce a mantenere la concentrazione e continua il proprio lavoro senza badare al fatto che ci sia qualcuno nel suo atelier o inevitabilmente subisce il condizionamento di chi osserva?

Ma soprattutto, se l’opera subisce l’intervento esterno ne apparirà migliorata considerato che in presenza di estranei il pittore darà il meglio di se oppure il risultato subirà l’assenza di spontaneità e di una naturale freschezza?

Resta da fare una considerazione, la presenza o meno di altre persone durante la “creazione”, di dipinti o sculture, traccia un percorso senza ritorno e dà all’opera una connotazione definitiva lasciandoci con la curiosità di come sarebbe apparsa in un altro contesto. O no?

In qualunque modo decide di proseguire l’artista non avrà mai la controprova, con il “pubblico” o senza il risultato sarà uno solo, i se non sono contemplati.

Le opere sono apprezzate particolarmente per la freschezza, per l’immediatezza del momento, anche là dove c’è alle spalle un progetto, la presenza di un osservatore riduce inevitabilmente l’autenticità, non è un caso che i lavori eseguiti davanti ad uno, o più, spettatori vengono considerati per quello che sono: esibizioni, per le opere d’arte si cerca altrove.

giovedì 11 giugno 2026

Aprire gli occhi e ascoltare

“Aprire gli occhi e ascoltare”, è l’invito di Jacopo Veneziani a chi si pone davanti ad un dipinto di Piet Mondrian.

Piet Mondrian – New York City, 1942 – Olio su tela, cm 119,3 x 114,2 – Centre Pompidou, Parigi


Il suggerimento è quanto mai prezioso per quest’opera New York City” del 1942.

“È la New York che mi apparve dalla nave”, sono le prole dello stesso Mondrian che ci spiega la sua visione dello schema urbanistico della grande mela.

Le linee che si sovrappongono ricalcano la viabilità di Manhattan, i colori si accavallano, il giallo in primo piano, il rosso in quello intermedio, il blu in lontananza, con questa struttura si crea la profondità prospettica ed emerge il flusso incessante della vita della città statunitense.

La griglia è composta dai soli colori primari, tanto cari al pittore olandese, la differenza con i dipinti precedenti sta nell’assenza del nero, una mancanza tutt’altro che secondaria, nella visione di Mondrian le “tenebre” europee vengono sostituite dalla luce del nuovo mondo, una nuova possibilità di rinascita.

Come dobbiamo dunque comportarci di fronte ad un lavoro apparentemente incomprensibile? Le parole di Veneziani ci vengono in soccorso, aprire lo sguardo oltre le nostre abitudini, osservare al di là dell’osservabile, ma non basta, a quel punto dobbiamo iniziare ad ascoltare, solo in questo modo possiamo percepire l’essenza di un’opera che è semplice e al contempo terribilmente complicata.