giovedì 30 dicembre 2021

Viaggio tra i quattro elementi

“Nulla è perduto”, questo è il titolo della mostra in corso alla GAMeC  (Galleria d’arte moderna e contemporanea) di Bergamo.

Un percorso, perché letteralmente si tratta di un viaggio, tra le infinite trasformazioni della materia, i quattro elementi che mutano continuamente rigenerandosi all’infinito.

Si parte con una incredibile passeggiata su un pavimento di conchiglie, opera dell’artista svedese Nina Canell, l’imbarazzante confronto con i miliardi di metri cubi di cemento che scorrono sotto i nostri piedi (materiale che non si rigenera) è palese, camminare sul letto di materiale organico, che frantumandosi si rimette in circolo assorbito dalla terra che ne trae nutrimento, è di per se un’esperienza unica.

Le quattro sezioni della mostra, aria, acqua, fuoco e terra, si snodano e vengono rappresentate da opere realizzate nell’arco di un secolo da diversi artisti, incontriamo il surrealismo e il dadaismo con Man Ray, Duchamp, Ernst e Carrinton, il pioniere della Land Art Robert Smithson, esponenti dell’arte povera come Calzolari e Icaro, fino ai contemporanei come Eliasson e Gaillard.

Tutti sensi vengono messi alla prova, oltre al tatto (camminare sulle conchiglie o toccare i cristalli colorati, e naturalmente la vista, entra in gioco l’olfatto con l’odore dei Sali che si compongono e scompongono tramite “percorsi” chimici naturali, e l’udito con i suoni che accompagnano il visitatore in tutto il viaggio.

L’insieme è affascinante, ma lo sono anche le singole opere che prese una ad una raccontano la loro epoca e la proiettano ai giorni nostri, l’impressione che ne ho ricavato è  che la proiezione stessa non si limita all’oggi ma si dirige nel futuro.

Oltre ai già citati artisti la mostra ci offre opere di De Chirico, Ana Mendieta, Yve Tanguy, Otobong Nkanga, Gerda Steiner, Renata Boero, Yves Klein, Pamela Rosenkrand Andy Warhol e molti altri.

Il cammino si conclude con un video di Mika Rottenberg “Spaghetti blockchain” dove la trasformazione della materia si fonde con i suoni provocati dalla manipolazione stessa, sensazioni intense che proviamo immersi dai “rumori”, dai colori e dal concetto.

Ma una mostra non è solo ciò che vediamo (o come in questo caso sentiamo, tocchiamo o “annusiamo”) ma quello che rimane dopo una breve o lunga “decantazione”, le informazioni raccolte, l’elaborazione delle emozioni, delle sensazioni, tutto prende corpo e il risultato finale è quello che la mostra ci ha offerto e che noi abbiamo saputo assimilare.

Non affronto mai una visita ad un museo in modo casuale, qualcuno può obiettare che cosi facendo mi perdo l’effetto sorpresa, cosa di cui ero convinto anch’io in passato, naturalmente dipende da cosa si decide di visitare e dalle conoscenze che si hanno (un percorso come questo è difficile da pianificare, ci si deve lasciare trasportare in quanto non si conosce il pensiero alla base della mostra, se non superficialmente).

Affrontando al buio una visita “artistica” è assicurato il già citato effetto sorpresa ma è impossibile il successivo passo, lo studio che precede la visita deve essere posticipato, con il rischio di non riuscire ad andare in profondità.


                                       












Immagine tratta dal video di Mika Rottenberg “Spaghetti blockchain” 





venerdì 24 dicembre 2021

La scia artistica, l'inizio di una storia, qualsiasi essa sia.

William Adolphe Bouguerau - Innocenza
Olio su tela - 100 x 52,5 (riduzione)
Fondation Juan Antonio Pérez simon, Città del Messico

Il titolo “Innocenza” lascia spazio a qualsiasi interpretazione e tra queste non possiamo trascurare quella legata alla maternità di Maria, alla figura di Gesù e la rappresentazione dell’agnello sacrificale.

Questo dipinto, osservato in questi giorni, riesce a condurci in un luogo e in un tempo precisi, cosa che potrebbe non succedere se lo guardassimo in un altro momento dell’anno.

Questo può sembrare  un modo quantomeno curioso di “affrontare” un dipinto ma non posso trascurare il contesto temporale, contemporaneo,  che ne accompagna la visione, l’influenza che il Natale inevitabilmente porta con sé non può che essere presente nel nostro pensiero quotidiano.

Le opere di Bouguerau rappresentano la perfezione accademica, la bellezza canonica dell’arte (un riferimento che, suo malgrado, ostacola il concetto di bellezza odierno rendendone  difficoltosa la percezione) è innegabile la leggerezza, inevitabile la sensazione di un poetico riflesso, trasmessi da questo quadro, e da quasi tutte le sue opere, indipendentemente dal soggetto o dalla narrazione voluta dal pittore.

La giovane fanciulla tiene in grembo il bambino addormentato e un agnello decisamente presente nei suoi pensieri.

La donna teneramente sognante abbassa lo sguardo verso il piccolo che si lascia cullare dal sonno ignaro di ciò che succede, l’agnello, al contrario, guarda altrove, l’affinità della madre e del figlio non appartengono all’animale che scruta in lontananza, l’agnello sembra “vedere” al di là del tempo, con estrema dignità affronta il proprio futuro.

Non c’è natività che non sia proiettata, concettualmente, alla Pasqua, ma quella della Sacra Famiglia è quasi sempre una rappresentazione ferma, conclusa, Gesù è nato e tutti si affollano attorno al piccolo celebrandone l’avvento, il resto, anche se lo conosciamo, viene sospeso in attesa di lasciare questa scena per dar vita a sua volta ad un’altra narrazione, ciò che succederà in seguito è momentaneamente “bloccato”.

In quest’opera, al contrario, possiamo vedere l’inizio e l’apice di una serie di avvenimenti che costituiscono il credo cristiano.

Naturalmente ogni singolo osservatore può, davanti a questo dipinto, trovare una lettura completamente diversa, può ribaltarne i concetti costruendo a sua volta una storia o più semplicemente “limitarsi” ad ammirare il ritratto della bellezza.  

Si è a conoscenza di un’opera di dimensioni maggiori, 178 x 94, realizzata nello stesso anno ma la cui ubicazione è sconosciuta.

sabato 18 dicembre 2021

La Tv è nemica della cultura?

Che i media televisivi in Italia non abbiano nel proprio DNA la divulgazione delle arti, il concetto di condivisione culturale, non è un mistero ma ci sono emittenti che fanno dell’anti-cultura la propria missione.

Mentre la Rai, con i molti limiti che la contraddistinguono, offre l’opportunità di andare oltre le banalità quotidiane (magari ad orari discutibili o relegando la cultura su canali secondari) Mediaset non si limita ad ignorare qualsiasi cosa non sia “ciarpame” ma si impegna a denigrare ogni tentativo di alzare l’asticella.

E’ successo qualche sera fa, all’interno di Striscia la notizia (che si autoproclama “TG satirico” ma che sembra più una vasca per la raccolta di liquami) è andato in onda un servizio su una scultura posizionata al centro di una rotonda in provincia di Como.

Tutto era costruito per insultare e deridere tale opera, indipendentemente dalla qualità estetica e di pensiero, della stessa.

L’inviata, che ha eccelso in arroganza, incompetenza e stupidità, ha, in modo puerile e meschino, deriso la scultura senza aver mai preso in considerazione l’idea di approfondire il significato e soprattutto la costruzione concettuale  che sta dietro a questo lavoro.

Il servizio si è basato su finte interviste a dei passanti, imbeccati alla perfezione, incapaci di simulare un minimo di realismo con il risultato di fare la figura dei perfetti idioti.

Naturalmente non è stata fatta l’unica cosa sensata, nessuno si è infatti preso la briga di chiedere informazioni alla scultrice Claudia Chinaglia e all’architetto Ivo Pellegri, autori dell’opera.

Per simulare una parvenza di competenza hanno mandato in onda una considerazione di un “critico d’arte” le cui parole erano tutt’altro che “artistiche” ed erano in linea con il misero copione in atto.

Potremmo riassumere così quello che è successo, un servizio spazzatura all’interno di un programma spazzatura mandato in onda da un’emittente spazzatura per un pubblico che si nutre prevalentemente di spazzatura.

Non è mia intenzione entrare nello specifico della scultura, non ho le necessarie informazioni per poter approfondire (non l’ho vista dal vivo e non ci sono molte immagini in rete, questa fotografia di Cesare Contin è l'unica che può rendere l'idea di cosa stiamo parlando) ma non è raro assistere alla derisione della cultura, che affianca l’esaltazione del nulla (e spesso anche a qualcosa di peggio).

Considerato che la domanda iniziale era palesemente retorica potremmo concludere con un altro quesito: è il livello irrimediabilmente basso di molta gente ad obbligare la TV ad abbassarsi, pena la perdita di audience o è il livello infimo della TV ad influenzare negativamente gli spettatori? (in quest’ultimo caso se lo spettatore si lascia trascinare cosi in basso ha, a sua volta, moltissime responsabilità, in ogni caso è del singolo individuo la scelta).


sabato 11 dicembre 2021

L' imponderabile nell'arte

Caravaggio (?) – Santa Maria Maddalena o Maria Maddalena in estasi, 1606 (1610)

Olio su tela - cm 106,5 x 91 - Collezione privata

Opera di grande importanza per quello che potrebbe rappresentare, questo dovrebbe essere l’originale che ha dato vita ad almeno otto copie, sono molti i dubbi legati al quadro, un dubbio riguarda la data di realizzazione (alcuni esperti pensano che sia stato realizzato quattro anni più tardi di quanto affermano gli “incartamenti” ufficiali, l’altro la paternità di Michelangelo Merisi.

La data ha una certa importanza in quanto il 1606 è l’anno in cui Caravaggio vede cambiare la propria esistenza per il noto fatto di sangue, da qui una continua fuga e una visione artistica completamente ribaltata, il 1610 invece è l’anno della morte, questo metterebbe il dipinto sotto una luce diversa.

L’autenticità della mano di Caravaggio, messa in dubbio ripetutamente, viene confermata da Mina Gregori che leggendo un piccolo foglio trovato sul retro del quadro ne ha riconosciuto la grafia, per la Gregori dunque non ci sono dubbi.

Il foglietto, con calligrafia seicentesca, sottolineava la necessità che il dipinto fosse consegnato al Cardinale Borghese a Roma, questo, secondo alcuni storici, in particolare John Spike, si lega particolarmente ai momenti drammatici della scomparsa del pittore.

Se proviamo ad isolare l’opera dal suo autore riusciamo ad assaporarne l’essenza?

L’operazione è complessa perché l’impianto storico non può essere disgiunto da quello stilistico, anche se il soggetto è chiaro non lo è altrettanto l’intenzione di chi lo ha realizzato.

Possiamo ammirarne l’intensità emotiva, il volto abbandonato in una sorta di beatitudine assoluta, i pensieri vanno oltre il corpo, oltre la materia, la sublimazione dello spirito.

Ma dobbiamo fare i conti anche con una delle “menzogne” che l’arte ci ripropone da secoli, Maria Maddalena è sempre rappresentata come se si trattasse della prostituta pentita che con le proprie lacrime lava i piedi di Gesù.

Il solo vangelo di Luca menziona il fatto accaduto nella casa di Simone ma non vi è alcun accenno al nome della "peccatrice" pentita, cosi come non troviamo nulla che faccia pensare che le due donne siano la stessa persona.

Ma ai più piace pensare che sia così e di conseguenza gli artisti nel tempo hanno assecondato il volere della gente lasciando che la finzione si trasformasse in storia.

La responsabilità di questa distorsione storica è di papa Gregorio Magno (591) che sovrappone le due figure (per l'esattezza tre perché aggiunse anche Maria di Betania sorella di Lazzaro) e solo durante il Concilio Vaticano II (1969) la chiesa mette in discussione lo scambio di persona ma ormai per tutti, o quasi, la versione precedente è l'unica riconosciuta.

Proprio per questa "nebulosa" narrativa l'estasi della Santa si mischia con il piacere della donna, anche se va sottolineato che la Maddalena del dipinto non è accompagnata dal canonico simbolo dell'ampolla contenente l'olio. 

Dove ci può portare questo dipinto non lo sappiamo ma è innegabile che oltre l’apparente semplicità si celi un universo di emozioni, Caravaggio (non mi permetto di mettere in discussione le certezze della Gregori) voleva "raccontare" qualcosa", difficile capire di cosa si tratta, certo è che la data della realizzazione dell'opera varia anche il concetto della stessa.

 

mercoledì 8 dicembre 2021

La "riflessione" del presepe (post autoreferenziale)

Mi voglio cimentare in una cosa che, mi rendo conto, non ha alcun senso, voglio “interpretare” qualcosa che io stesso ho realizzato.

Come da tradizione io e mia figlia Camilla, da anni (praticamente da quando è nata) realizziamo a quattro mani il presepe.


Negli ultimi anni cerchiamo qualcosa che vada al di là del presepe tradizionale cercando un messaggio, non tanto da mandare agli altri ma da trasmettere a noi stessi (nel 2020 ad esempio la struttura del presepe era composta esclusivamente da libri).

L’idea per la realizzazione di quest’anno è venuta a Camilla: “Perché non utilizziamo delle bottiglie d’acqua e vediamo cosa ne viene fuori?”.

Da questa idea è scaturito un percorso che si è evoluto a mano a mano che procedevano i lavori, le bottigliette, di plastica, sono i fulcro della scena, poi vengono le luci, solo alla fine le statuine, il tutto costruito senza particolari “meccanismi”, senza una cura dei particolari troppo insistita.

Il risultato finale è stato spiazzante, guardando il presepe si siamo guardati in faccia e abbiamo avuto lo stesso pensiero: “che roba è?”.

Solo in quel momento a preso corpo “l’esperimento”, abbiamo cercato il senso in una cosa che avevamo “creato” senza un obbiettivo preciso (senza un obbiettivo, punto).

Lentamente il significato, probabilmente inconscio, è emerso nella sua drammaticità, ciò che avevamo davanti era il nostro quotidiano, la scena che ci si presenta ogni giorno senza che ce ne accorgiamo.

L’acqua, la plastica, l’effetto delle “luminarie” e il senso del Natale.

L’acqua nelle bottiglie è la metafora del potere, il potere, riservato a pochi, di controllarla, di imprigionarla, impedendo che tutti possano usufruirne.

Le bottiglie prendono possesso del paesaggio, esattamente quello che ha fatto, e sta facendo, la plastica, che sta invadendo  terre e oceani fino a soffocarli.

Le luci, l’inquinamento luminoso non sembra avere rallentamenti e nel periodo natalizio cresce esponenzialmente, siamo sommersi da luci artificiali, spesso ammucchiate, distribuite a caso, questo ci ha portato a dimenticare il significato del buio, un po’ come il silenzio, sempre più rari e forse per questo assolutamente necessari.

Con la supremazia della plastica e delle luci i personaggi del presepe vengono messi in ombra, il senso del Natale viene relegato in secondo piano, ciò che conta veramente sembra senza valore, o quantomeno viene così percepito.

Ma se ci avviciniamo con curiosità e attenzione possiamo scorgere quello che il “superfluo” ci nasconde, non è facile scorgere l’essenziale ma se ci impegniamo a fondo possiamo ancore trovare il cuore, l’anima, il senso della nostra vita.

Questo presepe, che secondo gli amici, i familiari e i parenti che l’hanno visto è il più brutto tra quelli finora realizzati, è forse quello che più riflette la realtà di un presente pieno di distrazioni atte a nascondere ciò che veramente conta.

sabato 4 dicembre 2021

Pause di riflessione prima della tempesta ... artistica.

“Non si può stare fermi su un punto per tutta la vita, a volte la scelta di non agire è più importante della scelta di fare qualcosa, è il momento di prendersi una pausa.

Poi arriva il giorno che la scelta di fare qualcosa è più importante della scelta del non fare niente … e cosi ricomincio”


Queste parole sono la sintesi del pensiero di Maurizio Cattelan, artista, tutt’altro che prolifico, che ha dato vita alle proprie opere solo quando riteneva di avere qualcosa da dire, mettendo su un piatto della bilancia l’idea artistica spinta dalla necessità di creare, e sull’altro piatto l’altrettanto importante bisogno di astenersi da ogni “lavoro”.

Il “peso” dei due concetti fondamentali variava di volta in volta e Cattelan agisce a seconda della forza scaturita dai concetti stessi.

Per questo motivo possono passare anni tra un’opera e la successiva, andando controcorrente rispetto alla convinzione che un artista non deve mai interrompere il filo conduttore della propria arte.

Questo tempo naturalmente non scorre inutilmente, le idee prendono forma e l’artista milanese ne organizza ogni piccola sfumatura, nulla è lasciato al caso, anche le polemiche, che puntualmente nascono ad ogni apparizione, sono cavalcate ad arte, spesso è proprio Cattelan a dare vita a queste ultime e non necessariamente interviene a cercare di moderarle.

Quale sia l’approccio di ognuno di noi alle opere del discusso artista padovano è innegabile che difficilmente possiamo passare oltre senza notarle, al di là dell’aspetto esteriore è il messaggio che ne emerge ad essere interessante, questo ci riporta alla frase iniziale, se ciò che si crea parte da un’idea, che può evolvere o addirittura generarsi durante la “creazione”, è su quest’idea che ci dobbiamo soffermare.

L’opera in questione, dal titolo enigmatico Bibidibobidiboo del 1996, è surreale da un lato ma al contempo è quanto mai “realistica” e attuale.

Sono passati venticinque anni dalla realizzazione ma l’opprimente sensazione di abbandono, di solitudine, investe lo spettatore, quali siano i motivi che hanno spinto l’animale al suicidio (questo appare ad un primo sguardo ma non è la sola interpretazione) non è dato saperlo, l’idea ci porta in una direzione, ognuno di noi trae le personali conclusioni.

Anche in questo caso le discussioni alla prima apparizione sono state molte e feroci (non che in seguito sia cambiato granché) ma il messaggio è passato con forza, la costruzione di un’opera come questa, e del suo concetto, necessitano di tempo, ecco il perché delle “pause”.

mercoledì 1 dicembre 2021

Bando alle false modestie, La Paisible Award

E’ difficile esprimere la piacevolissima sensazione che ho provato nel ricevere questo riconoscimento, Mariella dall’alto della sua sensibilità artistica, dalla sua conoscenza dell’intimo della poesia, mi ha onorato di tale onorificenza.


Doremifasol, libri e caffè è un blog che racchiude l’essenza della sua creatrice, l’anima di una donna che unisce la delicatezza, l’eleganza, la conoscenza e le trasmette con piglio sicuro e impavido.

Questo attestato di stima ha per me un immenso valore, premia il tentativo di condividere quello che, secondo il mio pensiero, è il frutto spirituale dell’umanità: l’arte.

Il fatto di riuscire, con quali risultati saranno sempre gli altri a dirlo, a “creare” la curiosità riguardo ad un’opera, ad un pensiero artistico o ad un brano musicale, è la massima soddisfazione.

Altri cinque blog sono stati premiati:  Farfalle Libere di Caterina Alagna, Mirtillo 14 - Camminando di Mirtillo, Personalità tra scrittura e arte con fantasia di Pia, Posto di Bloggo di Franco Battaglia, Nocturnia di Nick Parisi, ognuno con il proprio modo di essere unico, originale, ognuno con la propria passione, con la propria personalità.

Invito tutti a visitare questi luoghi della magia (i vincitori e chi ci ha premiato) scoprirete mondi unici e meravigliosi.

Il riconoscimento lo voglio condividere con tutti quelli che hanno, con la loro presenza, arricchito i vari argomenti trattati.

sabato 27 novembre 2021

Astrazione e realismo, due mondi differenti o una visione "altra" della realtà?

Capita spesso di vedere opere astratte a cui viene dato un titolo che ne indirizza l’interpretazione.

Se un dipinto “astratto” è accompagnato da un’indicazione possiamo ancora parlare di astrattismo?

“Senza titolo” o “Primo acquerello astratto” non da nessuna informazione, Kandinskij in questo caso presenta un’opera dove non c’è traccia di indicazioni.

Rothko si limitava a descrivere nel titolo i colori che componevano lo schema del dipinto (ma guai a dire che si trattava di opere astratte, Rothko non lo ha mai accettato) e questo poteva comunque indirizzare l’osservatore verso l’astrazione.

Basta dunque l’astrazione visiva del dipinto, scissa dal titolo e limitata a ciò che vediamo o, come la vedo io, l’astrazione deve essere totale, oltre ai colori, alle forme anche il concetto deve seguire lo stesso percorso?

Ad un certo punto l’idea stessa di astratto e figurativo che vanno in conflitto potrebbe essere accostata a qualcosa di inutile, se davanti ad una forma “informe” in quanto “irreale” potremmo reagire in due modi; essendo la suddetta forma lontana da un realismo canonico la leggiamo come astrazione, oppure dinnanzi ad una forma in quanto tale , anche se difficilmente riconoscibile, allontaniamo l’idea di astrazione considerando la presenza di una “forma” sufficiente per definire il tutto “realistico”.

Correnti di pensiero volgono lo sguardo verso un’interpretazione astratta di un’opera sempre realistica, non importa se ciò che vediamo è immediatamente riconoscibile o meno, il solo fatto che ci sia qualcosa di tangibile (all’occhio) è sufficiente, l’astrazione quindi nasce con ciò che ognuno di noi vede oltre la forma ma questo annienta ogni tentativo di creare forme indistinte per liberare l’idea di astratto chiusa nella nostra percezione.

Svuotando l’opera da qualsiasi forma, e di conseguenza anche dal colore possiamo ricreare l’astrazione? Secondo il pensiero appena sviluppato sembrerebbe di no, anche una cornice vuota, sia che circondi una tela immacolata o addirittura senza tela, manda un messaggio, “crea” una forma, a questo punto il confronto tra “figurativo” e “astratto” diviene il confronto tra corpo e mente, tra materia e spirito.

Dopo un ragionamento di questo tipo la domanda iniziale viene scavalcata da un altro quesito: Astrazione e figurativo hanno un senso? Esistono o sono l’ennesimo “steccato” che fa da confine in un mondo, quello “invisibile” ai sensi, che non può essere concepito senza?

nell’immagine: Vassilij Kandinskij, Untitle (primo acquerello astratto) 1910, cm 46,9 x 61,8 – Centre Pompidou, Parigi

giovedì 25 novembre 2021

Siamo degni di questa esistenza?

"Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne che gli uomini le uccidano".

Queste parole di Margaret Artwood sono il sunto della situazione tragicamente in essere.

Tutto si riduce (si fa per dire, perché il problema è immenso) all’insicurezza maschile alimentata da una cultura “ottusa” che ci accompagna da sempre.

Non voglio addentrarmi sulle pene da inasprire, controlli più pressanti dopo una denuncia, eccetera, dobbiamo iniziare a “comprendere” le dinamiche di un sistema maschile totalmente allo sbando, l’uomo è fondamentalmente malato di incultura.

Non centra il grado d’istruzione, il titolo di studio, il punto focale è la vigliaccheria di chi trasforma in violenza  la propria nullità.

Il femminicidio (termine che non mi piace ma che va dritto al punto) è l’apice di un problema decisamente più ampio, la violenza fisica non necessariamente mortale e quella psicologica non sono meno devastanti, inoltre ci sono quei piccoli e apparentemente insignificanti atteggiamenti che lacerano le vittime più di quanto possiamo immaginare.

A questo va aggiunta la discriminazione, nelle scuole, al lavoro e soprattutto tra le mura domestiche.

Ma per capire (o almeno cercare di farlo) quello che sta succedendo dobbiamo tornare alla frase della Artwood, l’uomo ha paura che la sua misera esistenza venga a galla (l’uomo che si mette in discussione è culturalmente pronto per un confronto senza temere alcunché) perdendo cosi un potere che solo lui si riconosce, la donna teme per la propria vita, solo questo è sufficiente per capire in quale abisso stiamo precipitando.

L'opera che ho scelto per accompagnare questo mio pensiero (di cui non conosco l'autrice (Maia Schwartz?), ritengo che esprima perfettamente lo "stato d’animo" di chi quotidianamente combatte, spesso senza speranze, contro i demoni che popolano il buio quotidiano.

sabato 20 novembre 2021

La poesia, antidoto contro l'orrore?

Un atto d’accusa verso quell’universo subumano che con mano immonda fa appassire anzitempo i fiori ancora in bocciolo.

Gianpiera Sironi abbandona momentaneamente la sua “leggerezza” poetica per gridare al mondo l’indignazione di chi inorridisce di fronte a certe azioni.

Non servono spiegazioni (la poesia, quella vera, non ne ha mai bisogno) per comprendere lo stato d’animo della poetessa, stato d’animo che facciamo nostro non senza un nodo allo stomaco.

La poesia è un’arma di estrema “potenza”, è fondamentale saperla maneggiare con competenza senza lasciarsi trasportare dall’impeto ma al contempo senza sminuirne il contenuto mostrando quella poetica che emerge anche nelle parole più dure.

Questi versi riecheggiano senza fine, senza perdere d'intensità, nella speranza che un giorno si adagino sulla strada della serenità.



Abuso


Come potrà la tua sporca mano

toccare ancora un fiore?

Cosa farai nel silenzio della notte

quando urlerà di vergogna

il senso del pudore?

Meglio una macina al collo

un arto amputato,

troppo grande l'onta che ti ha macchiato

e segnato il destino.

Fino a che vivrai

avrai davanti

due occhi imploranti

di bambino.


(Gianpiera Sironi)




nell'immagine: Paolo Migliazza, We are not super heroes, 2017-2020



Le tre linee della trascendenza

Vorrei completare quella che per me è la trilogia della “Vita immateriale” di Pierpaolo Vici.

Ho già proposto in passato due opere che, sempre da un mio personalissimo punto di vista, sono impercettibilmente legate da un “filo” che le unisce dando cosi vita alla terza opera che potrebbe considerarsi il “terminale” di un percorso spirituale-filosofico.

Il primo tassello è senza dubbio la scultura-installazione “Senza titolo”, dove il concetto della nascita e della rinascita emerge da una costruzione apparentemente astratta che lascia allo spettatore l’onere e il piacere della decodificazione del messaggio.

La seconda opera di questa ipotetica trilogia (ipotetica in quanto non considerata tale dall’autore e frutto di una mia personale “visione”) è Taj Mahal (Una vertigine dell’anima) in questo caso la via da seguire è tracciata ma non sappiamo in quale direzione ci porterà e quale sia il costo da pagare nell’affrontare la “costruzione mentale” del nostro Io, ci si deve specchiare per capire se siamo pronti ad affrontare noi stessi, azione imprescindibile per passare al livello successivo.

L’opera che voglio mostrarvi è il raggiungimento di una dimensione altra, o sarebbe meglio dire “oltre”.

Bagan-Angkor (La radura) è il traguardo spirituale raggiungibile solo dopo un incessante peregrinare al di là del tempo lineare, il raggiungimento di un equilibrio interiore che ci permette di vedere, sentire, assaporare, ciò che non possiamo ottenere in un’intera vita “materiale”.

Il “tratto” quasi incorporeo del pittore riminese, una velata foschia che ammanta il paesaggio, fanno da cornice e al contempo danno vita all’albero che domina la radura.

La minuscola figura immobile sotto le fronde si erge a centro gravitazionale del quadro ma non cela la distanza dimensionale tra il “minuscolo” dell’uomo, il “grande” di ciò che lo circonda e “l’infinito” che sta oltre l’orizzonte.

La nostra presenza metafisica al centro di un personale sentimento che entra a far parte di un “tutto” armonico, un completamento spirituale che dovrebbe essere l’unico grande obbiettivo di una vita che altrimenti continuerebbe a cercarne il senso.

nell'immagine: Pierpaolo Vici - Bagan-Angkor (La radura) 2019 - Collezione privata


sabato 13 novembre 2021

L'altra metà del cielo perennemente oscurata

Le donne e l’arte, se volgiamo lo sguardo indietro nel tempo constatiamo che se c’è un’anomalia è senza dubbio l’assenza (o quasi) delle donne nell’ambito artistico.

Niente di nuovo purtroppo, si tratta di un dato conosciuto ma che non impedisce di fare alcune considerazioni.

E’ innegabile che nel complesso la donna rispetto all’uomo ha una profondità “sentimentale” che emerge maggiormente, ha una sensibilità maggiore (o quantomeno non si vergogna a mostrarla) una capacità di ragionare razionalmente (al contrario dell’uomo che tende a lasciarsi sopraffare dall’istinto) che non le impedisce di aprirsi alla fantasia e soprattutto alla poesia.

Per carità non voglio fare, come si dice, “di tutta l’erba un fascio”, conosco uomini artisticamente eccelsi e donne al cui confronto un sasso è l’espressione del più alto pensiero, ma non possiamo negare che il concetto “arte” nella sua accezione più ampia sia probabilmente femminile più che maschile, se proprio vogliamo essere salomonici mettiamo entrambi sullo stesso piano, ma la considerazione a cui accennavo prima va comunque fatta.

Perché, considerando quanto detto, le donne nella storia dell’arte sono pressoché invisibili? La cultura secolare maschilista è la risposta ovvia e inequivocabile, nel passato vi era una chiusura totale alle donne, nel presente, nonostante i passi avanti, le porte non si sono ancora aperte, consideriamole socchiuse.

Non è mia intenzione fare un trattato di sociologia, lasciamolo a chi ne ha le competenze, mi chiedo solo cosa abbiamo perso nei secoli a causa di tutto questo?

A fronte di migliaia di artisti maschi, che hanno dato vita alla meraviglia dell’arte, le donne si contano sulle dita di un mano o poco più, da Artemisia Gentileschi a Frida Kalho, da Sofonisba Anguissola a Tamara de Lempicka, Berthe Morisot, Fede Gallizia, Susan Valadon, Angelika Kauffmann, fino alle contemporanee Abramovic, Shermann o Kusama.

Ci sono naturalmente altri nomi che però sono conosciuti dagli appassionati, per il resto sono tutti o quasi relegati in secondo piano, i testi di storia dell’arte spesso li ignorano.

Quello che vale per la pittura vale a maggior ragione per la letteratura e la poesia. Qualcuno può obbiettare che la musica dagli anni settanta del secolo scorso ha aperto alle donne più di quanto abbiano fatto le altre “arti” ma se andiamo a vedere con attenzione, a parte alcuni casi di grandi musiciste, l’aspetto femminile emerge, soprattutto nel Pop, come esibizione “fisica” più che artistico-musicale, tutto dunque al “servizio” di un pubblico maschile.

Al netto di donne cerebralmente  inferiori ai sassi (e a quanti uomini messi anche peggio) il panorama artistico è tutt’ora sbilanciato, ci siamo persi secoli di capolavori femminili caduti nell’oblio per questioni culturali, facciamo in modo che la bilancia torni ad essere in equilibrio, ne abbiamo estremamente bisogno.


nell’immagine: Élisabeth Vigée Le Brun, Autoritratto con tavolozza, 1782, National Gallery, Londra


sabato 6 novembre 2021

Deviazioni, le strade del mercato dell'arte

“Il mercato dell’arte oggi è truccato da valori che non tutti condividono, siamo proprio tutti d’accordo che il teschio ricoperto di diamanti di Damien Hirst valga veramente cinquanta milioni di sterline?

Siamo tutti d’accordo che un semplice calco di una scultura classica, a cui viene aggiunta una sfera, possa valere milioni di dollari?”

(Salvatore Settis)

Questa riflessione dello storico dell’arte calabrese mette in evidenza lo sbilanciamento del mondo dell’arte in favore della speculazione ai danni dell’arte stessa.

Ad avvalorare questa preoccupazione, o perlomeno ad assecondare i dubbi di Settis, ci sono le parole di Alessia Zorloni, economista, docente universitaria, personaggio di spicco nel mercato dell’arte, che in più interviste ha sottolineato “quando vado ad una fiera seguo sempre il mio istinto, se qualcosa non mi piace al primo sguardo non perdo tempo ad approfondire, passo oltre, se invece mi piace allora inizio una mia personale ricerca”.

Se si trattasse di un appassionato, di un collezionista, questo metodo potrebbe anche andare bene, ma quando a parlare in questi termini è una persona che “dirige” il mercato, ne influenza le tendenze, ecco che le storture vengono a galla.

Poi ecco l’intervista a Ilaria Bonacossa, direttrice di Artissima, la fiera d’arte di Torino, che a sua volta capovolge ciò che afferma la Zorloni, Bonacossa sottolinea quanto sia importante, per i collezionisti e per tutte quelle figure che ruotano attorno all’arte contemporanea un determinato comportamento: “raccomando a tutti di fermarsi ad approfondire e riflettere davanti ad un’opera che al primo sguardo non ci piace è in questi casi che si scopre la grande arte, certo i colpi di fulmine non vanno esclusi ma spesso i grandi amori nascono e crescono con il tempo”.

Pareri contrastanti che ci mostrano quanto l’arte, e in particolare il mercato dell’arte, siano fondati su concetti soggettivi, chi si limita a ciò che piace, chi si affida (spesso con eccessivo ottimismo) al proprio intuito, chi invece decide di andare in profondità.

Quale sia il mio “orientamento” è facile intuirlo (anche se fondamentalmente non è di grande importanza) ma questo non toglie che ogni pensiero, ogni visione non debbano mai essere esclusi anzi, sono quella fonte di informazioni alla base della nostra e altrui crescita.


Nelle immagini, in alto: Damien Hirst - For the love of God.  In basso: Jeff Koons - Gazin Ball (Torso del Belvedere)

venerdì 29 ottobre 2021

Halloween e il coraggio di guardare dentro noi stessi.

“Halloween è il giorno in cui ci si ricorda che viviamo in un piccolo angolo di luce circondati dall'oscurità di ciò che non conosciamo. Un piccolo giro al di fuori della percezione abituata a vedere solo un certo percorso, una piccola occhiata verso quell'oscurità.”

(Stephen King)

Al di là delle annuali e sterili polemiche che si scatenano attorno ad Halloween, oltre le “barricate” pseudo ideologiche che fioriscono davanti a qualunque cosa che non sia la solita routine, questa festa ha una connotazione particolare, viene percepita diversamente a seconda del paese in cui viene festeggiata, ma nonostante le differenze culturali e geografiche sa scendere in profondità, molto di più di quanto immaginiamo (o vogliono farci credere).

In Sudamerica la vigilia di Ognissanti viene vissuta con intensità spirituale, un giorno all’anno lo spirito di chi se ne è andato torna ad incontrare i propri familiari, questo riporta il “tutto” in una dimensione “altra”, dove ci si riunisce in un’atmosfera di estrema gioia e serenità.

Il Nord America ne ha una visione più materiale, ma anche qui c’è l’atmosfera di gioia, dove per una notte si va alla scoperta del nostro lato meno conosciuto.

E noi come la viviamo? Il nostro sentirci superiori  a tutti ci impedisce di festeggiare “materialmente” ma non sappiamo nemmeno inoltrarci in percorsi spirituali, troppo impegnati a criticare gli altri per prendere la nostra strada.

La frase iniziale di King è più profonda di quanto può apparire ad un primo sguardo, forse è proprio questo che ci manca, il coraggio di guardare “oltre”.

Chiudo con questo brano di Reina del Cid, "Hallows Eve", una ballata che ci conduce in un mondo dove il “mostro” non ha l’accezione negativa a cui siamo abituati, la consapevolezza di essere noi stessi individui distinti, diversi, con il desiderio di vivere la notte che illumina le nostre tenebre.

Brano musicalmente eccelso, il testo si produce in rime geniali e ricercate, Halloween aveva bisogno della sua canzone, ora l’ha trovata.

 

“Durante tutto l’anno ci sottraiamo alla nostra paura, ci nascondiamo dai nostri demoni finché non appare la luce del giorno.

Ma in una notte consacrata, quando la luna è giusta, cerchiamo l’oscurità e accettiamo lo spavento …”

(incipit del brano)


sabato 23 ottobre 2021

Nutrire l'arte con la passione (e non solo) Giovanni Anselmo

Giovanni Anselmo – Senza titolo (Scultura che mangia) 1968

Granito, rame e lattuga

Collezione privata



Un blocco di granito legato, mediante un filo di rame, ad un pilastro dello stesso materiale, tra i due blocchi è inserito un cespo di insalata.

L’opera senza titolo, conosciuta come “Scultura (o struttura) che mangia” viene realizzata nel 1968 dall’artista piemontese Giovanni Anselmo, noto esponente dell’arte povera.

Come spesso accade di fronte ad opere come questa si resta spiazzati, senza alcuna indicazione ci si deve fermare a riflettere per venirne a capo.

Partiamo dai materiali, il granito, che rappresenta l’eternità e l’insalata simbolo dell’effimero, il primo resiste nel tempo facendo la storia, il secondo scompare dopo pochissime ore e non lascia nulla dietro di sé.

Anselmo realizza un’unione in cui i due materiali non possono fare a meno l’uno dell’altro, a fare da legante troviamo un terzo componente, il filo di rame anch’esso imprescindibile per il mantenimento della scultura.

Questo però non basta, è necessaria un’altra presenza, quella umana, infatti senza l’intervento di quest’ultimo  la struttura perderebbe presto il proprio equilibrio finendo per scomporsi.

Tra i due blocchi di granito è inserita l’insalata che fa da spessore, nel giro di pochi giorni (o di poche ore) quest’ultima inizia a deteriorarsi perdendo la propria consistenza, a quel punto viene meno il “cuscinetto” verde tra i due blocchi a cui non resta che dividersi, il più piccolo cadrebbe a terra mettendo fine alla scultura.

Per mantenere intatta l’opera il proprietario deve quotidianamente intervenire per sostituire l’insalata marcescente con una fresca, solo cosi il lavoro di Anselmo continuerà ad esistere.

L’uomo nutrendo il granito con un semplice cespo di verdura mantiene in vita la scultura, ma soprattutto mantiene vivo il concetto artistico del geniale scultore.

L’arte viene dunque alimentata dalla passione, una semplice dimenticanza è sufficiente per cancellare l’idea, naturalmente l’idea stessa può essere ripristinata rimettendo al loro posto i vari componenti ( Giovanni Anselmo ha allegato alla scultura le istruzioni che indicano come e dove devono essere posizionati) la “struttura” riprenderebbe a vivere ma che da quel preciso istante necessita di cure quotidiane, imprescindibili per l'eternità dell'opera.