Visualizzazione post con etichetta Scultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scultura. Mostra tutti i post

sabato 10 maggio 2025

La materia, il verbo e la poesia

Passeggiando sul lungolago di Salò, deliziosa località sul lago di Garda, ci si imbatte in una scultura, pressoché ignorata da tutti.



Si tratta del mezzobusto in bronzo che ritrae Gasparo Bertolotti, noto come Gasparo da Salò, maestro liutaio ritenuto, da alcune fonti, l’inventore del violino.

L’opera in bronzo realizzata da Angiolino Aime è la copia esatta di quella in marmo di Carrara, di Angelo Zanelli, che si trova nel palazzo municipale del comune bresciano.

Contrariamente a molti monumenti celebrativi che rappresentano il soggetto principale in posa maestosa, Gasparo si presenta nell’atto di estrarre o conficcare il violino nel petto, la posa e solenne e poetica, come se l’artista e la sua creatura fossero tutt’uno.

A rendere ancor più magica l’apparizione sono le parole di Gabriele d’Annunzio incise sul piedistallo che sorregge la scultura.

“… non si sa se stia aprendo

 il petto per trarne il violino

 o se stia aprendo il violino

 per mettervi il cuore.”

Questa frase porta ad altezze vertiginose la poetica dell’opera, l’uno parte dell’altro, indivisibili.

Come dicevo non sono in molti a fermarsi davanti alla scultura (a debita distanza mi sono fermato per verificarlo e nonostante la marea di gente che le transitava davanti, nessuno pare si sia accorto della sua presenza) ed è un peccato perché per un attimo ci si isola dal frastuono che ci circonda immersi nella purezza della poesia.

mercoledì 30 aprile 2025

Accesso, uscita, passaggio e trasformazione

Se cercate sul web “Porta di Lampedusa” troverete ovunque questa descrizione: “Porta di Lampedusa o Porta d’Europa, un monumento alla memoria dei migranti che hanno perso la vita in mare”.


Mimmo Paladino, autore dell’opera realizzata nel 2008 e posizionata sulla costa di Lampedusa nel punto più a sud dell’isola, e di conseguenza d’Europa, ha sempre sostenuto che non si tratta di un monumento m di un “oggetto” che porta con se molteplici significati.

Alta 5 metri e larga 3 è realizzata in ferro zincato per la struttura e ceramica refrattaria per il rivestimento, la descrizione di quest’ultimo materiale ha due motivazioni, quella che vuole il materiale riflettente che rimanda al largo la luce del sole di giorno e quella della luna di notte, un faro per illuminare la strada a chi più ne ha bisogno.

Paladino aggiunge che la terracotta è stata usata per la sua “mortalità”, infatti la ceramica nel tempo tenderà a deteriorarsi fino a scomparire, un po’ come la natura umana.

Dicevamo che l’artista beneventano ci tiene a sottolineare che non si tratta di un monumento ma bensì di un portale sempre aperto per chi ha bisogno di un rifugio sicuro (in entrata) e per tutti quelli che vogliono aprirsi al mondo.

Un omaggio alle migliaia di vittime, spesso ignorate, che quotidianamente soccombono nelle acque del Mediterraneo ma anche una speranza di un’apertura nelle coscienze offuscate da un vivere per sé stessi.

lunedì 10 febbraio 2025

In alto, in attesa del tempo

Le scale mobili ci accompagnano al penultimo piano del Museo del 900 a Milano, salendo iniziamo immediatamente ad ammirare il soffitto che, a sua volta, fa da pavimento all’ultima sala.



L’opera che si erge a portale verso l’infinito è uno dei capolavori di Lucio Fontana, legato al concetto dei “buchi” e dei “tagli”, il Soffitto Spaziale sorregge la grande stanza dedicata allo stesso artista e al contempo apre un varco verso l’immaginazione.

L’impatto visivo del visitatore è di grande forza, il soffitto accompagna lo sguardo fino alla vetrata che da sul Duomo, avvicinandoci alla parete di vetro ci accorgiamo che il “tetto” spaziale lascia il posto ad una struttura luminosa, anch’essa realizzata da Fontana, un arabesco di luce che non è da meno a tutto il resto.

Come detto è l’anteprima alla stanza situata più in alto dedicata completamente al pittore nativo di Buenos Aires, sono infatti esposte alcune opere realizzate negli anni che vanno dal 1951 al 1962, quadri e sculture che hanno come comune denominatore l’attesa di una spazialità concettuale.

Il “Soffitto” è stato realizzato inizialmente per la sala da pranzo di un hotel sull’Isola d’Elba nel 1956, viene ricollocato nel museo milanese nel 2010.

lunedì 23 dicembre 2024

Natale al museo

Anche quest’anno la tradizione è rispettata, da trent’anni (mia figlia Camilla di 10 mesi mise la prima statuina) padre e figlia si uniscono nella realizzazione del presepe.


 A volte la rappresentazione è classica, costruita con legno, muschio ecc. altre volte ci sbizzarriamo puntando su presepi “alternativi”, come tre anni fa con le bottiglie di plastica (ne ho parlato qui).

Questa volta abbiamo costruito la scena allestendo una sorta di museo, dove la Sacra Famiglia è al centro della rappresentazione circondata da manufatti che ci riportano al concetto museale, installazioni, dipinti, sculture.

Parenti e amici che hanno visto il presepe ci hanno rivolto, all’unanimità, la stessa domanda: “cosa rappresenta?” condito il tutto da uno sguardo perplesso e dal movimento oscillante della testa …

Ho deciso cosi di completare l’opera aggiungendo al presepe una descrizione, come si fa in un museo davanti ad un’opera.

La stessa cosa voglio farla in questo post, alle immagini aggiungo la descrizione, la reazione di chi lo guarderà sarà probabilmente la stessa di chi lo ha osservato dal vivo, resta però il piacere di aver realizzato qualcosa di diverso, l’aver condiviso con mia figlia l’idea iniziale (scaturita esclusivamente da Camilla) che è l’essenza stessa del presepe, oltre alla realizzazione materiale di tutti i manufatti presenti, statuine escluse.

Con questa “stramberia”, definizione usata da mia moglie, auguro a tutti un sereno Natale. 











Presepe concettuale

La rappresentazione di questo presepe parte da un concetto moderno, la visita ad un museo.

I personaggi che occupano la scena classica della Natività sono, grazie ad un salto temporale, proiettati nel XXI secolo mantenendo al contempo i piedi saldamente ancorati al loro tempo.

L’esposizione occupa tre “sale” una piccola in alto a sinistra, un’altra delle stessi dimensioni a destra mentre il nucleo della mostra è nella grande sala al centro ad un livello inferiore rispetto alle altre due.

Nella grande stanza centrale è assoluta protagonista la Natività classica che differisce da quella canonica dal fatto di essere in posizione elevata rispetto ai visitatori, invece di essere inserita all’interno di una capanna ribassata all’altezza del terreno.

Di fronte alla sacra famiglia troviamo un’installazione che rappresenta ciò è normalmente nascosto sotto uno strato di luci e colori, di addobbi e regale, siamo d’innanzi all’essenza stessa del Natale, lo spirito che emerge nonostante l’aspetto non  intrigante.

A sinistra due dipinti, in fondo la geografia dell’anima, Terre Emerse, il tentativo di riportare l’anima al di sopra delle miserie del corpo.

Sempre a sinistra in primo piano troviamo Materia, la forma originale del tutto composta dal bianco e dal nero, dal bene e dal male, parte integrante del tutto.

A destra in fondo la rappresentazione pittorica del lato profano del Natale, l’albero che regala illusioni con i suoi regali colorati.

Davanti ad esso un paesaggio marino che fa intravedere l’orizzonte lontano, tanto distante da spingerci a credere che oltre lì orizzonte ci sia ciò che veramente cerchiamo.

Nelle due piccole sale rialzate abbiamo due sculture, a sinistra un’altra raffigurazione dell’albero di Natale, questa è costruita riciclando pezzi in disuso, una chiara allusione alla necessaria pratica del riciclo dove nulla è irrimediabilmente perduto, l’opportunità di una nuova occasione.

Infine a destra la scultura più enigmatica, lo specchio rovesciato della società che corre in una direzione e al contempo viaggia in quella opposta, crediamo di salire mentre nella realtà stiamo scendendo, un viaggio attorno ad un punto fisso, la convinzione di evolverci mentre stiamo semplicemente percorrendo la stessa strada, più e più volte. 




giovedì 30 maggio 2024

Onestà intellettuale cercansi

Un canale su Youtube, dedicato all’arte, pubblica un video dove si discute sul “senso” dell’arte contemporanea, il proprietario del canale ospita uno storico dell’arte (o sedicente tale) in quelle che sono diventate (tristemente) la moda di questi ultimi anni, le famigerate Live.

Manolo Valdés - Recent Works

Il titolo, “Comprendere l’arte contemporanea” mi incuriosisce, mi aspettavo una visione “altra” su un argomento sempre molto discusso.

L’ospite inizia con una frase perentoria “l’arte contemporanea non ha alcun senso”, e motiva la sua affermazione sostenendo che chiunque si recasse in un museo d’arte contemporanea “Il MoMA di New York o la Tate di Londra (curioso che non sia uscito dalla banalità citando i luoghi più celebri, lasciando il sospetto che non ne conoscesse altri) quando esce proverà sempre una sensazione di vuoto, non potrebbe essere altrimenti perché nei suddetti musei non c’è nulla”.

Chi visita una esposizione d’arte contemporanea normalmente parte da due posizioni differenti ma entrambe a seguito di una logica, entra perché è attirato da ciò che si appresta a vedere o con la curiosità di vedere ciò che non lo attira ma con la curiosità di capire perché per alcuni è cosi interessante. Nel caso uno entrasse senza interesse o curiosità ci porta ad una domanda: Non aveva nulla di meglio da fare?

Gli appassionati dell’arte dei giorni nostri non hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi il senso, resta dunque la persona curiosa che cerca di capire quello che non apprezza.

Senza scomodare i due celebri musei sopracitati basterebbe entrare in un piccolo spazio di provincia dedicato alle opere degli ultimi decenni per capire che se uno esce con una sensazione di vuoto è perché il vuoto ce l’ha dentro, l’arte contemporanea può non piacere, sa essere spiazzante, incomprensibile, destabilizzante, ma ci spinge sempre a porci delle domande.

Alla fine del percorso potremmo trovarci in una situazione di scombussolamento, sommersi da informazioni apparentemente incomprensibili, magari storditi, un’overdose di “dati” da decifrare, possiamo dire che non ci è piaciuto ma non potremo mai affermare che di quello che abbiamo visto non è rimasto nulla.

Il vuoto semmai è in queste “lezioni”, che “influencer” improvvisati alla ricerca del famoso quarto d’ora di celebrità, buttano nel mucchio l’esca della superficialità aspettando che qualcuno, insofferente all’approfondimento, abbocchi.

sabato 30 marzo 2024

Un altro sguardo sull'ultima cena

A Barcellona, sulla “Facciata della Passione” del Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia, universalmente conosciuto come Sagrada Familia, possiamo ammirare il favoloso Ciclo della Passione realizzato dallo scultore catalano Josep Maria Subirachs.


La serie di sculture inizia nel 1987 e si conclude nel 2009, l’incontro tra Gesù e gli apostoli che da il via alla Passione è la prima opera del ciclo stesso.

Sull’ultima cena l’arte si è esibita praticamente da sempre, le tredici figure sono rappresentate in modi e contesti differenti, alcuni dipinti, alcune sculture, sono diventati iconici, parte della storia stessa dell’arte.

Lo schema di quest’opera riesce ad essere differente, anche se non unico, Gesù, normalmente è inserito al centro con gli apostoli di fianco, se questi ultimi non sono allineati con il Cristo sono rappresentati di spalle, il Figlio di Dio è sempre di fronte all’osservatore.

In questo caso da le spalle alla gente e si rivolge esclusivamente ai propri amici (che poi altro non sono che un sunto dell’umanità intera) in particolare posa lo sguardo su Giuda, quello che più di altri rappresenta l’uomo nella sua “povertà”, infatti la targa, in catalano, riporta le parole che Gesù rivolge a Giuda: “ quello che devi fare fallo al più presto” (in catalano: “più in fretta”).

Non intendo approfondire l’Ultima cena in quanto tale, vorrei solo lasciarvi alle suggestioni che quest’opera ci regala, l’ennesima visione che lascia da parte i canoni regalandoci un altro punto di vista.



mercoledì 20 marzo 2024

il contrario di "Arte"

Qualche giorno fa, parlando con l’unica persona che mi sopporta, cioè me stesso (anche se spesso non ci rivolgiamo la parola) mi sono posto una domanda: cos’è o come possiamo definire il contrario di arte?

Foto di Edward Steichen – Auguste Rodin osserva il “Pensatore”

Ogni dizionario dei sinonimi e dei contrari ne dà una definizione diversa, cartacei o elettronici hanno visioni simili ma espresse in maniera leggermente differente.

Ad esempio lo Zingarelli “vede” il contrario di arte partendo dal presupposto che arte sia un sinonimo di artificioso (cosa effettivamente vera ma che esula dalla considerazione artistica come espressione spirituale).

La Treccani online parla anch’essa di arte come: “artificio, bravura, talento” ma alla voce contrari ecco che appare. “incapacità, inettitudine”.

Ma come potevo accontentarmi di tutto questo che, pur riconoscendo il valore, non da una risposta? L’arte è qualcosa di più alto, di più profondo, è difficile, se non impossibile, darne una definizione, figuriamoci per il contrario.

L’altra sera però la risposta è arrivata, un giovane amico, calciatore dilettante mi invita a vederlo giocare, lui milita in una squadra di un comune più lontano e la sfida era con la compagine di un altro centro poco distante da dove risiedo e che ospitava l’incontro, “quando vengo a giocare vicino a casa tua vieni a vedermi?”. Cosi è stato.

Mi piace il calcio ma non gradisco l’ambiente che sta attorno ai capetti dilettantistici (non che a livello professionistico le cose siano migliori anzi) dunque mi preparo al peggio.

Nonostante fossi partito prevenuto, che mi aspettassi una cornice fatta di squallore e becerume, le persone assiepate sugli spalti sono riuscite a sorprendermi, erano presenti individui dall’età più disparata, si partiva dai quindicenni fino ai settantenni, maschi e femmine (anche se i primi si facevano notare maggiormente) che per tutto il tempo della partita si sono esibiti in ululati, insulti, bestemmie e ogni genere di abominio linguistico. Con tutta onestà va riconosciuto che c’era anche qualche essere civile, categoria che, come spesso accade, se ne sta in silenzio.

In quelle due ore ho realizzato che il contrario di arte era proprio quello in cui ero immerso, maleducazione, incapacità di vedere con obbiettività, mancanza di rispetto per il pensiero altrui, linguaggio, moralmente e grammaticalmente indecente. Se l’arte è bellezza, idee, poesia e introspezione, il suo contrario non può non essere quello che ho visto quella sera.

La risposta certa al quesito che io e me stesso ci siamo posti non esiste, ma una parziale forse si: il contrario di arte si potrebbe riassumere in una tribuna di un campo di calcio.

mercoledì 15 novembre 2023

Chi, o qual è, il soggetto principale? L'opera nell'opera

 


Il famosissimo storico dell’arte statunitense Bernard Berenson (Bernhard Valvrojenski) elegantemente ammirato dalla scultura di Antonio Canova, la statua raffigura Paolina Borghese, altrettanto nota sorella di Napoleone Bonaparte.

La scultura è ripresa di spalle, al centro della scena c’è dunque Berenson.

L’opera in questione è senza dubbio la fotografia di David Seymour, il soggetto è il critico americano, mentre il capolavoro di Canova funge da “narrazione”.

Spesso, per non dire quasi sempre, ci imbattiamo in fotografie che immortalano opere d’arte, se l’opera è l’unico soggetto ripreso la fotografia non viene minimamente presa in considerazione (davanti ad uno scatto che riprende i Girasoli di Van Gogh, ad esempio, per noi si tratta del dipinto del pittore olandese e non di una riproduzione dello stesso) nel caso un’opera faccia parte di una “scenografia” più complessa allora è la fotografia ad essere l’opera d’arte.

In questo caso l’artista non è Canova ma Seymour, il soggetto non è la scultura e nemmeno Berenson, al centro della scena è il concetto di “osservazione dell’arte”, l’ammirazione dell’opera, fino all’estasi (evento rarissimo ma di un’intensità sconvolgente).

venerdì 20 ottobre 2023

La linea di confine è stata oltrepassata? L'arte tra etica e trasgressione

Dal 1997 quest’opera di Cattelan, intitolata “Novecento”, fa inevitabilmente discutere, può irritare, infastidire, ci può lasciare indifferenti o incuriosire.

Maurizio Cattelan - Novecento

Possiamo definirla di cattivo gusto, posiamo dubitare che sia arte o credere che sia tale, è impossibile avere un giudizio uniforme, ognuno di noi può trarne delle conclusioni (la conclusione dipende dalla quantità e qualità di informazioni in nostro possesso, quantità è qualità non fanno propendere per forza verso un giudizio positivo, anzi avere le giuste informazioni può spingerci a rifiutare l’opera come artistica).

Ma non è questo il punto, a lasciarmi perplesso è il fatto che dopo più di 25 anni ci sia ancora qualcuno che chiede: “ma il cavallo è vivo?”.

Onestamente sono domande che lasciano basiti, trovo incredibile che, con l’accesso ad un’infinità quantità di informazioni, ci sia ancora qualcuno (sono moltissimi, le stesse domande le hanno fatte per un’opera simile esposta qualche anno fa sulle rive del lago d’Iseo) incapace di valutare ciò che vede ed eventualmente informarsi.

Spesso a queste domande corrispondono le risposte più disparate, da chi conferma che Cattelan esponga un cavallo vivo e di conseguenza aumenta l’indignazione, a chi da la stessa risposta ma in modo ironico.

In entrambi i casi chi ha posto il quesito non distingue il “tono” della risposta, da per scontato che la propria impressione sia l’unica esatta ed è per questo che non vengono poste le domande "giuste" (virgolettato perché la domanda giusta non esiste) ma si innescano futili polemiche ignorando quelli che forse sono quesiti fondamentali. 

Infatti non è questa sterile diatriba l'obbiettivo del mio scritto (è evidente che il cavallo non sia vivo) la questione è un’altra, il cavallo di Cattelan è una scultura o si tratta di un animale imbalsamato?

Siccome si tratta appunto di un animale imbalsamato ci dobbiamo interrogare se l’esibizione di un animale impagliato (o “in tassidermia” per rendere la cosa più accettabile) sia corretta, infatti il “Rinoceronte appeso” di Stefano Bombardieri, che ho ammirato sulle rive del lago d’Iseo, citato poco fa, è in resina, in questo caso si elimina la questione legata all'utilizzo di un essere "organico".


Stefano Bombardieri - Tempo sospeso

Da una parte la discutibile scelta di Cattelan, dall’altra quella di Stefano Bombardieri, entrambe artisticamente e concettualmente ineccepibili, al di là del fatto che le si possa o meno considerare opere d’arte, ma materialmente diverse.

Questo ci porta ad un’altra opera, per l'esattezza A Thousand Years di Damien Hirst, dove lo scontro tra l’artista è chi ha a cuore il rispetto degli animali raggiunge l’apice.

Damien Hirst, - A Thousand Years

La struttura consiste in una teca di vetro e acciaio di grandi dimensioni divisa al centro da una lastra in plexiglas forata, da una parte vi è una scatola contenente delle larve di mosca, dall’altra la testa di una mucca appena acquistata, e ancora abbondantemente grondante di sangue, da un mattatoio (Hirst si difende sostenendo che la mucca non è stata soppressa apposta ma che la testa sarebbe stata gettata come rifiuto organico) le larve si trasformano in mosche che a loro volta si dirigono verso la carcassa sanguinolenta (la testa è reale, il sangue no in quanto acqua zuccherata e colorata di rosso, per rendere l'effetto più duraturo).

Ma la cosa che ha fatto infuriare gli animalisti è il fatto che sopra la testa era posizionata una lampada anti zanzare che uccideva sistematicamente le mosche accorse verso la carne in decomposizione.

Riepilogando, tre modi di esprimere un pensiero artistico, in tutti e tre i casi emerge un concetto sicuramente profondo, tutti partono dalla stessa idea ma utilizzando metodi differenti.

Se vogliamo evitare di fare del falso moralismo e limitare un’immancabile ipocrisia dovremmo constatare che nel nostro quotidiano non ci comportiamo molto meglio, è sicuramente il caso di sottolineare le storture di queste opere d’arte (tali per ciò che esprimono) senza eccedere in false indignazioni.

Pur apprezzando tutti e tre gli artisti citati non posso non provare un certo fastidio per le opere di Cattelan e Hirst, la domanda che mi faccio è: si potevano “costruire” diversamente queste opere?

Per quanto riguarda Novecento di Cattelan sicuramente si, infatti Bombardieri lo ha fatto, riguardo a Hirst è il discorso è più complesso, la testa era uno scarto di macelleria (anche le larve delle mosche erano destinate alla pesca ma stranamente nessuno ha alcunché da eccepire, nonostante la si possa affiancare alla caccia) ma l’eliminazione sistematica delle mosche per un futile motivo non è accettabile, questo ci porta a più profondi ragionamenti, qual è il limite che possiamo raggiungere? Forse il vero significato di queste opere è questo: Il limite è abbondantemente superato? sarebbe forse il caso di prenderne coscienza e fare un passo indietro?

Partendo dalle puerili domande che in molti si fanno davanti al cavallo di Cattelan ho cercato di andare oltre, porci ulteriori domande che alla fine ci portano alla conoscenza dei nostri lati oscuri.


mercoledì 30 agosto 2023

Il punto di "rottura"

Questi versi sono il testo di una canzone, Everything Is Broken, pubblicata nel 1989 da Bob Dylan, è la terza traccia dell’album On Mercy, il brano è stato riproposto più volte da interpreti diversi, l’ultima in ordine di tempo (2019) e forse più nota, è quella di Sheryl Crowe e Jason Isbell (a seguire il video di una versione live della stessa Crow in un duetto con Bonnie Raitt).


Ho deciso di accompagnare queste parole con il particolare di una serie di sculture dell’artista palestinese Iyad Sabbah, intitolate Worn Out (Consumati), il risultato della cultura dello sfascio morale, della scomparsa di un’umanità “umana”.

Il testo non ha bisogno di molti approfondimenti, dal 1989 ad oggi poco o nulla è cambiato, semmai se vi è un cambiamento è in peggio.

Queste parole, decisamente sconfortanti, sono il riassunto di quel “punto di non ritorno” che la società ha raggiunto e superato.

(Bob Dylan - Everything Is Broken)


Linee spezzate, corde spezzate

fili spezzati, molle spezzate

idoli spezzati, teste spaccate

gente che dorme in letti spaccati

è inutile ballare

è inutile scherzare

tutto è spezzato.

Bottiglie spaccate, vassoi spaccati

interruttori spaccati, cancelli spaccati

piatti spaccati, oggetti spezzati

le strade sono piene di cuori spezzati

parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare

tutto è spezzato.

Sembra che ogni volta che ti fermi e ti guardi intorno

qualche altra cosa cada in terra

Taglierini spaccati, seghe spezzate

fibbie spezzate, leggi spaccate

corpi spezzati, ossa spezzate

voci spezzate a telefoni spaccati

prendi un respiro profondo, ti senti come soffocare,

tutto è spezzato.

Ogni volta che parti e vai in qualche altro posto

le cose cadono a pezzi sul mio viso

Mani spezzate su aratri spaccati

trattati spezzati, patti spezzati

tubi spaccati, arnesi spezzati

la gente ha distorto regole spezzate

il mastino ulula,

la rana-toro gracida

tutto è spezzato.





martedì 15 agosto 2023

La banalità al potere, quando le idee sono in vacanza

A Dartford, cittadina inglese nella contea del Kent,  hanno visto la luce due statue in bronzo realizzate della scultrice Amy Goodman.


L’opera dal titolo The Glimmer Twins rappresenta i due “personaggi” simbolo dei Rolling Stones; Mick Jagger e Keith Richards, in azione sul palco in una versione anni 80.

Il comune britannico celebra i suoi due concittadini, cosa consueta in questi casi, soprattutto se pensiamo chi sono e cosa possono portare in termini “turistici”.

Se però andiamo in un’altra direzione, quella artistica, non ci resta che farci una domanda: Era proprio necessario?

Soggetti banali, tecnica tutt’altro che eccelsa, impatto visivo (con riserva live) non certo entusiasmante, concetto vecchio, ripetitivo, insomma un’opera che sicuramente ecciterà i fan degli Stones e dei due grandi simboli del rock, ma che non aggiunge nulla a quanto visto fino ad ora.

giovedì 10 agosto 2023

Arte, vita e ciò che sta nel mezzo, Robert Rauschenberg

Robert Rauschenberg – Serbatoio, 1961 – Olio, matita, tessuto, legno, gomma e metallo - cm 217,2 x 158,8 x 39,4 cm 

National Museum of American Art, Washington


Opera che va oltre il dipinto bidimensionale, gli oggetti inseriti lo trasformano in una scultura, due orologi, una ruota, una rudimentale “mensola”, una trave che attraversa il dipinto, tutto questo per uno spessore di quasi 40 centimetri.

Siamo agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, periodo di ribellione, critica sociale e ricerca spasmodica di un definitivo cambiamento, il pittore texano però non va nella direzione della critica sociale ma è alla ricerca di quella “rottura” che finalmente si scollega dal concetto classico di arte, sganciarsi definitivamente dalla tradizione.

“Serbatoio” di idee? Serbatoio di visioni  sopite? O Serbatoio di speranze senza speranza?

Cosa voglia dirci, o rappresentare, con quel titolo non è chiaro, sembra comunque sottolineare che si tratta di un contenitore, di cosa possiamo solo provare a comprenderlo.

La struttura è molto vicina all’astrattismo,  i due orologi infatti pur facendo parte dell’opera hanno il compito di “indicare” il tempo che passa, quello in alto segna l’orario d’inizio dell’opera, quello in basso l’ora in cui Rauschenberg ha concluso il suo lavoro.

È lo stesso artista a sottolineare il suo obbiettivo, cercare di inserirsi nello spazio che divide l’arte dalla vita, in questo modo cerca di creare un cuscinetto che permetta ai due “mondi”, apparentemente diversi, di comunicare fino a fondersi.

Le opere dell’artista di Port-Arthur sono state fonte d’ispirazione per la nascita della Pop Art americana, una visione che si è evoluta partendo dal concetto popolare britannico e che ha avuto il pieno sviluppo negli Stati Uniti.

 

venerdì 30 giugno 2023

Pezzi unici o fruizione "popolare"? [ Pensieri in libertà ]

Big Bench, ovvero le ormai famosissime “panchine giganti”.

Creata da Chris Bangle inizialmente presentata come opera d’arte ora viene definita oggetto di design, ma la moltiplicazione dei “pezzi” (siamo a quasi 240 esemplari distribuiti in varie valli italiane) ne sta svalutando l’aspetto artistico.



E’ innegabile l’apprezzamento del grande pubblico affascinato dal “fuori scala” e dai favolosi panorami che ci si presentano quando ci sediamo sentendoci un po’ bambini.

All’inizio si è cercata una possibile “singolarità” dividendo le panchine per colore ma il moltiplicarsi delle stesse ha inevitabilmente moltiplicato anche l’aspetto cromatico annullando anche questa possibilità del “pezzo unico”( idea comunque non originalissima considerato che panchine giganti anche se di altra forma ce ne sono già in tutto il mondo).

La domanda che mi pongo (perché devo sempre pormi delle domande) è: ha più valore l’opera d’arte unica e di conseguenza meno fruibile o la crescente distribuzione di queste installazioni permanenti che permettono a tutti di goderne azzerando il lato artistico a favore di un utilizzo più ludico?

Ammetto che concettualmente avrei preferito il pezzo unico ma forse sarebbe stata un’azione più elitaria anche se sicuramente più incisiva nel tempo.

domenica 14 maggio 2023

Una meraviglioso e insolito ... omaggio alla mamma

Maman” è un gigantesco omaggio alla mamma, Louise Borgeois nel 1999 da vita ad un’opera che condensa l’essenza del concetto di madre nella sua più pura rappresentazione.


La scultura, alta più di nove metri fatta di acciaio, bronzo e marmo, ha preso vita e dimora in molte città nel mondo, a Londra (davanti alla Tate Modern) Bilbao (probabilmente la più celebre, nei pressi del Guggenheim Museum) Otawa (nell’immagine) a Tokyo, in Arkansas e Iowa negli Stati Uniti e davanti al centro congressi di Doha, questi sono i luoghi dove possiamo osservarla in modo permanente.

Sono comunque molte le città che hanno ospitato una delle sculture per un periodo determinato, tra le quali Napoli e Parigi.

“The Spider è un'ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia si occupava di restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto intelligente. I ragni sono presenze amiche che mangiano le zanzare. Sappiamo che le zanzare diffondono malattie e sono quindi indesiderate. Quindi i ragni sono utili e protettivi, proprio come mia madre".

Queste celebri parole di Luise Bourgeois accompagnano la gigantesca scultura e ne tracciano un profilo diverso da quello che "costruiamo" al primo sguardo, il grande ragno sovrasta l’osservatore che, avanzando tra le sue zampe, finisce per trovarsi sotto il corpo dell’animale, solo cosi può ammirare l’addome che regge la sacca che a sua volta contiene 32 uova di marmo, il vero centro nevralgico della scultura.

La mamma prende una forma apparentemente “disturbante", è infatti innegabile l’alto numero di persone con una visione tutt’altro che positiva dei ragni, ma l’artista, parigina di nascita e americana d’adozione, ribalta l’angolo visivo e percettivo e da al ragno quella dignità che la concezione comune rifiuta sistematicamente.


La “mamma” della Bourgeois è una creatura che è ancorata saldamente al suolo, ha un forte legame con la terra, è praticamente inattaccabile, difende la propria progenie garantendo una protezione assoluta.

L’amore di una madre è qualcosa che trascende il tempo, va al di là di ogni rappresentazione tangibile, probabilmente questa è una delle poche opere che ne “raccontano” la smisurata concezione.

"Ovunque e per sempre", quante volte abbiamo sentito queste parole sottoforma di promessa, c’è solo un "essere" che può enunciarle …