In questa estate, come di consueto, siamo stati travolti dalle numerose sagre e dalle immancabili manifestazioni musicali che allietano (???) le calde serate di una stagione climaticamente capricciosa.
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Pablo Picasso – Il vecchio chitarrista cieco 1903 (part.)
“Festa
della birra”, “Sagra della birra”, “Bier fest”, “Festival bier”, “Summer bier”
ecc. (la fantasia non va particolarmente di moda in questi tempi e a queste
latitudini.
Le
serate in questione sono deliziate (dipende dai punti di vista) esclusivamente
da: “Tributo a …”, metteteci voi chi più vi garba.
Tributo
a Celentano, a Vasco, a Jovanotti, a De Andrè, agli Abba, ai Pooh, a Renato
Zero, ad Alan Parson, ai Pink Floyd, alla Pausini, agli 883, ai Modà, a
Zucchero fino al tributo a chiunque (un medley di brani popolari senza un
minimo senso logico).
Il
tutto eseguito, almeno nel 90% dei casi, in modo imbarazzante, per non dire
peggio.
Ho
preso spunto da ciò che succede dalle mie parti per sottolineare ciò che ormai
accade ovunque, l’invasione delle “cover band”, il fatto che canzoni del
passato non sono più “reperibili” nei concerti (alcuni artisti non sono più tra
noi, altri non reggono l’esibizione live, altri ancora sono difficili da
raggiungere) sembra non ci sia alcuna alternativa.
Perché
succede tutto questo? Certo la musica contemporanea fa breccia nei più giovani
ma non riesce ad emergere come fece negli anni 60/70 dove trovò
terreno fertile per un’epocale rivoluzione.
Ma
basta la considerazione che il panorama musicale odierno sia sterile per
spingere tutti a seguire musicisti, più o meno bravi, che copiano il lavoro
altrui? Avrebbe senso se nei musei venissero esposte delle copie di opere del
passato?
Naturalmente
no, ma allora perché la gente corre a vedere Tizio, Caio e Sempronio che
copiano (spesso male) i grandi della musica di ieri?
Tra
un tributo (che se anche fosse realizzato discretamente deve fare i conti con
un’acustica orribile) raffazzonato e l’ascolto di un disco originale penso che
non ci siano dubbi, ma la motivazione di chi ci va è legata all’ascolto in
compagnia della musica che piace, ho
visto alcune registrazioni di amici che vanno a questi concerti e devo dire che
nella stragrande maggioranza dei casi sono terribili, la cosa peggiore è che
spesso non se ne accorgono.
È
sufficiente la motivazione legata alla compagnia o c’è qualcosa di più profondo
in questa “moda”?
Il
quesito andrebbe posto anche a chi sta dall’altra parte, si cantano le canzoni
degli altri perché non si è capaci di farne di proprie o perché in quel caso
nessuno andrebbe ad ascoltarli?
Il
titolo del post è volutamente provocatorio ma temo che questo sia un sintomo
tutt’altro che positivo, la musica che si è evoluta dagli anni cinquanta fino
ai novanta del secolo scorso ha esaurito il suo percorso?
Paul
McCarney disse che negli anni 60 era più facile scrivere cose nuove perché
c’era un territorio vergine da conquistare, oggi è più complicato perché è
arduo dare vita a qualcosa di nuovo, o forse (mia considerazione) non ci sono
più la capacità, la perseveranza e il desiderio di farlo.