Non
penso ci sia il bisogno di commentare le parole del testo del Brano di Franco Battiato
Di Passaggio, pezzo che, inserito
nell’album L’imboscata, vede la
luce nell’ottobre del 1996.
Lascio
a voi ogni considerazione sul testo e sulle musiche, quanto mai attuali.
Il
dipinto che vi propongo è stato utilizzato per la copertina dell’album.
La battaglia
delle Piramidi - Antoine-Jean Gros - La battaglia delle Piramidi, 1810 – Olio su
tela cm 331 x 389 – Reggia di Versailles
Di passaggio
Passano gli anni
I treni, i topi per le fogne
I pezzi in radio
Le illusioni, le cicogne
Passa la gioventù
Non te ne fare un vanto
Lo sai che tutto cambia
Nulla si può fermare
Cambiano i regni
Le stagioni, i presidenti
Le religioni
Gli urlettini dei cantanti
E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita
Si cambia amore, idea, umore
Per noi che siamo solo di passaggio
L'Informazione
Il coito, la locomozione
Diametrali delimitazioni
Settecentoventi case
Soffia la verità
Nel libro della formazione
Passano gli alimenti
Le voglie, i santi, i malcontenti
Non ci si può bagnare
Due volte nello stesso fiume
Né prevedere
I cambiamenti di costume
E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita
Ci cambiano capelli, denti e seni
A noi che siamo solo di passaggio
Passeggiando
sul lungolago di Salò, deliziosa località sul lago di Garda, ci si imbatte in
una scultura, pressoché ignorata da tutti.
Si
tratta del mezzobusto in bronzo che ritrae Gasparo Bertolotti, noto come
Gasparo da Salò, maestro liutaio ritenuto, da alcune fonti, l’inventore del
violino.
L’opera
in bronzo realizzata da Angiolino Aime è la copia esatta di quella in marmo di
Carrara, di Angelo Zanelli, che si trova nel palazzo municipale del comune
bresciano.
Contrariamente
a molti monumenti celebrativi che rappresentano il soggetto principale in posa
maestosa, Gasparo si presenta nell’atto di estrarre o conficcare il violino nel
petto, la posa e solenne e poetica, come se l’artista e la sua creatura fossero
tutt’uno.
A
rendere ancor più magica l’apparizione sono le parole di Gabriele d’Annunzio
incise sul piedistallo che sorregge la scultura.
“…
non si sa se stia aprendo
il petto per trarne il violino
o se stia aprendo il
violino
per mettervi il cuore.”
Questa
frase porta ad altezze vertiginose la poetica dell’opera, l’uno parte
dell’altro, indivisibili.
Come
dicevo non sono in molti a fermarsi davanti alla scultura (a debita distanza mi
sono fermato per verificarlo e nonostante la marea di gente che le transitava davanti, nessuno pare si sia
accorto della sua presenza) ed è un peccato perché per un attimo ci si isola
dal frastuono che ci circonda immersi nella purezza della poesia.
Artemisia Gentileschi
– Susanna e i vecchioni (part.), 1610 – Olio su tela cm 170 x 119 – Collezione Graf von
Schönbom, Pommersfelden
Siamo
nel 1977, Edoardo Bennato pubblica l’album che l’ha reso celebre, Burattino senza fili è un concept
album che parte da un soggetto di fantasia per raccontare le tematiche di
quegli anni.
L’album
riprende Le avventure di Pinocchio e
le utilizza metaforicamente per mettere in luce alcuni aspetti dell’epoca, le
problematiche del mercato discografico (Il gatto e la volpe) l’impatto della
cultura sulla società (Dotti, medici e sapienti) la coscienza (Tu grillo
parlante) la condizione femminile (La fata).
Ed
è proprio di quest’ultimo brano che voglio parlarvi, probabilmente uno dei più
belli dell’intera discografia del cantautore napoletano, una poesia amara che, partendo dal dolce sapore musicale, ci mette in guardia (o meglio mette in guardia
le donne) dalla falsità delle percezioni maschili di quegli anni, che poi non
sono diverse da quelle di oggi a quasi cinquant’anni di distanza.
Il
testo parte da un ribaltamento dei personaggi, Pinocchio diventa il maschio
adulto “dominante”, la Fata si trasforma nella giovane e ingenua fanciulla
ammaliata dal “principe azzurro”, mito che inizia a sgretolarsi proprio negli
anni settanta con la presa di coscienza femminista ma che è ancora inconsapevolmente
forte.
Ci
sono vari modi di ascoltare questo pezzo, lasciarsi cullare dalla melodia dando
poco peso alle parole, anche se il ritornello ci “sveglia” e tenta di metterci
sulla giusta via, o concentrarci sul testo poeticamente tragico, dove la musica
rende il tutto tristemente malinconico.
Possiamo
prendere ogni strofa ed interpretarla, non credo che le “letture” di ognuno di
noi possano differire se non per piccole sfumature che la sensibilità soggettiva
ci porta a cogliere o, al contrario, ci possono sfuggire, il senso penso non si
possa travisare, anche nella sua ammaliante vena poetica il messaggio è
chiarissimo.
Alcuni
passaggi sono apparentemente contrastanti ma tutto fila alla perfezione, lui “Farà
per te qualunque cosa” ma tutto ha un prezzo, la freschezza, la bellezza della
gioventù sono destinate a cedere il passo, l’inizio è passione dove la “fata”
può chiedere e ottenere ciò che vuole ma poi …
Lascio
a voi la lettura di questa poesia ma soprattutto vi lascio all’ascolto di un
brano meraviglioso, ognuno coglierà ciò che “sente”.
La fata
C'è solo un fiore in
quella stanza
E tu ti muovi con pazienza
La medicina è amara ma
Tu già lo sai che la berrà
Se non si arrende tu
lo tenti
E sciogli il nodo dei tuoi fianchi
Che quel vestito scopre già
Chi coglie il fiore impazzirà
Farà per te qualunque
cosa
E tu sorella madre e sposa
E tu regina o fata tu
Non puoi pretendere di più
E forse è per
vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu
E insegui sogni da
bambina
E chiedi amore e sei sincera
Non fai magie, né trucchi, ma
Nessuno ormai ci crederà
C'è chi ti urla che
sei bella
Che sei una fata, sei una stella
Poi ti fa schiava, però no
Chiamarlo amore non si può
E forse è per
vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu
C'è chi ti esalta,
chi ti adula
C'è chi ti espone anche in vetrina
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può
Se
prendiamo due opere, l’una pittorica, l’altra una poesia, le
decontestualizziamo, le uniamo come se si trattasse di un’opera unica e ne “ritocchiamo”
l’aspetto visivo, possiamo ottenere qualcosa di diverso da quello per cui sono
state create?
La
poesia di Sara Acireale non lascia spazio a molti fraintendimenti, va dritta al
punto raccontando le sensazioni claustrofobiche dei momenti più cupi della vita
di molti.
Il
“Cappio” di Michelangelo Pistoletto invece, anche se non può sembrare cosi,
permette molte interpretazioni, più o meno serie, più o meno cupe.
In
apertura al post ho affiancato alla poesia l’immagine dell’opera di Pistoletto
(serigrafia su carta argentata, 1973) ritoccata in modo da renderla più tetra,
il risultato è di sicuro impatto ma non è quello che gli autori volevano
trasmettere (perlomeno per ciò che riguarda l’artista biellese).
Una
di queste serigrafie fa mostra di sé nello studio-sala da pranzo nella casa
dello stesso Pistoletto, secondo lui il cappio non rappresenta il lato più
cruento ma quei legami che non ci permettono la massima libertà, non è detto
che si tratti di legami negativi o fastidiosi anzi, legami affettivi che siamo
felici di avere ma che influenzano inevitabilmente le nostre scelte.
Un
aneddoto racconta che Gianni Agnelli si recò a casa di Luca Cordero di
Montezemolo il giorno delle sue nozze, portava con sé un regalo per la copia,
naturalmente stiamo parlando dell’opera in questione realizzata da Pistoletto.
Tra
il serio e il faceto Agnelli omaggia gli sposi di un’opera d’arte e al contempo
sottolinea quello che, secondo lui, è il matrimonio.
Il
cappio di Pistoletto dunque è lontano da quello che potrebbe apparire
affiancato alla poesia della Acireale, le due opere assieme raggiungono un
livello tragico altissimo, separate prendono una strada, anche se non completamente
diversa, sicuramente meno angusta.
Michelangelo Pistoletto - Cappio 1973- Serigrafia a specchio su policarbonato cm
82x58,5
Cosa
accomuna una poesia di Jorge Luis Borges e un dipinto di Marc Chagall?
Naturalmente
a fare da filo conduttore è la grande arte, opere di due artisti eccelsi che
hanno saputo raccontare e raccontarsi utilizzando forme d’arte che li rendono immortali.
Marc Chagall - Il paesaggio blu, 1949 - Guazzo su carta cm 77 x 56 - Musem Von der Heydt, Wuppertal
La Luna
C’è tanta solitudine in
quell’oro.
La luna delle notti non è
la luna che vide il primo Adamo.
I lunghi secoli della
veglia umana l’hanno colmata di antico pianto.
Guardala. È il tuo
specchio.
Il
titolo della Poesia di Borges: “La Luna”, può non avere nulla in comune con “Il
Paesaggio blu” del pittore russo, il poeta argentino si riferisce alla luna,
Chagall sembra metterla in secondo piano, quasi non fa parte del suo “racconto”.
Ma
dietro queste due visioni apparenti si cela l’amore dei due artisti per le
donne che hanno amato, che hanno segnato le loro vite: Maria e Bella.
Borges
racconta la sua amata Maria Kodama paragonandola alla luna, una personalità che
aveva, come il satellite terrestre, il lato luminoso, riconoscibile da chiunque
ed uno più nascosto, visibile solo da chi sapeva scendere in profondità.
La
stessa visione ce l’ha Chagall che racconta la moglie, Bella Rosenfeld, andando
oltre la realtà, ne narra i sentimenti, le sensazioni, le emozioni,
collocandole in una dimensione eterea, spirituale.
Dietro
queste due struggenti opere c’è la forza di un amore eterno che sa spingersi
oltre l'orizzonte terreno, oltre ogni confine visibile, al di là di ogni
immaginazione.
“Sempre
caro mi fu quest'ermo colle e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo
orizzonte il guardo esclude …”
Caspar David Friedrich – Monaco in riva al mare,
1808-10 – Olio su tela, cm. 110 x 171 – Alte Nationalgalerie, Berlino
I
versi iniziali de “L’infinito” di Leopardi, che tutti conosciamo, sono spunto
di un’ennesima riflessione che ci è permessa solo dalla grande poesia.
L’infinito
è “possibile” solo grazie alla siepe che ci impedisce la visuale, ciò che noi
vediamo ha un limite, una fine visiva, quello che non vediamo, ma che non per
questo non esiste, non ha un limite e di conseguenza è infinito.
Il
“Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich ci apre le porte ad una
visione sconfinata, ma senza le nuvole all’orizzonte che impediscono allo
sguardo di andare oltre non ci sarebbe quella sensazione di infinito, un cielo
terso porterebbe lo sguardo lontano ma ad un certo punto si raggiungerebbe un
confine oltre il quale non possiamo andare.
La
poesia di Leopardi si chiude con “… e il naufragar m’è dolce in questo mare”,
l’invito a lasciarsi cullare dalla percezione di eterna continuità che risiede
là dove non sembra esserci nulla.
Questi
versi sono il testo di una canzone, Everything Is Broken, pubblicata nel 1989
da Bob Dylan, è la terza traccia dell’album On Mercy, il brano è stato
riproposto più volte da interpreti diversi, l’ultima in ordine di tempo (2019)
e forse più nota, è quella di Sheryl
Crowe e Jason
Isbell (a seguire il video di una versione live della
stessa Crow in un duetto con Bonnie Raitt).
Ho deciso di accompagnare queste parole con il particolare
di una serie di sculture dell’artista palestinese Iyad Sabbah, intitolate Worn Out (Consumati), il risultato della
cultura dello sfascio morale, della scomparsa di un’umanità “umana”.
Il testo non ha bisogno di molti approfondimenti, dal
1989 ad oggi poco o nulla è cambiato, semmai se vi è un cambiamento è in
peggio.
Queste parole, decisamente sconfortanti, sono il
riassunto di quel “punto di non ritorno” che la società ha raggiunto e
superato.
(Bob Dylan - Everything Is Broken)
Linee spezzate, corde spezzate
fili spezzati, molle spezzate
idoli spezzati, teste spaccate
gente che dorme in letti spaccati
è inutile ballare
è inutile scherzare
tutto è spezzato.
Bottiglie spaccate, vassoi spaccati
interruttori spaccati, cancelli spaccati
piatti spaccati, oggetti spezzati
le strade sono piene di cuori spezzati
parole spezzate che non si sarebbe mai voluto
pronunciare
tutto è spezzato.
Sembra che ogni volta che ti fermi e ti guardi intorno
qualche altra cosa cada in terra
Taglierini spaccati, seghe spezzate
fibbie spezzate, leggi spaccate
corpi spezzati, ossa spezzate
voci spezzate a telefoni spaccati
prendi un respiro profondo, ti senti come soffocare,
Il tempo che si ferma là dove sembra correre senza
freni, lo “spaesamento” di chi insegue una visione dal profilo leggero, lento,
il sogno offuscato, la verità che si cela allo sguardo cristallino, il
senso poetico di una quotidianità in
bilico.
Davide Van De Sfroos pubblica Gli spaesati nel 2021 all’interno dell’album Maader folk.
A seguire testo e video.
Foto by Franco Fontana - Il parco dei Sibillini, 1999 (particolare)
Gli spaesati - Davide Van De Sfroos
Semm
quel che semm, quel che semm sempru staa
Femm quel che femm, quel ch'hemm sempru faa
Chissà induè naremm a fini'
Ma semm gnamò partii
(Siamo quello
che siamo, quello che siamo sempre stati
Facciamo quello che facciamo, quello che abbiamo sempre fatto
Chissà dove andremo a finire
Ma non siamo ancora partiti)
Siam nati contromano, cresciuti
controvento
Vivendo in contropiede, e siamo un controsenso
Facciam lavori vecchi, con sogni malpagati
Lavori da ostinati che sembrano svaniti
Siam gli ultimi brandelli di una
bandiera vera
Che non sai più se c'è ma che una volta c'era
Capissum la
fadiga, i sforss de la furmiga
Capissum mea un prugress che ghe sposta la cadrega (Comprendiamo la fatica, gli sforzi della formica
Non comprendiamo un progresso che ci sposta la “sedia”)
Siam nati contromano, cresciuti
controvento
Vivendo in contropiede, e siamo un controsenso
Facciam lavori vecchi con sogni malpagati
Lavori da ostinati che sembrano svaniti
Siam gli ultimi brandelli di una
bandiera vera
Che non sai più se c'è ma che una volta c'era
Capissum la
fadiga, i sforss de la furmiga
Capissum mea un prugress che ghe sposta la cadrega (Capiamo la fatica, gli sforzi della formica
Non capiamo un progresso che ci sposta la “sedia”)
Ci chiamano paesani ma siamo gli
spaesati
I chiodi della storia ormai arrugginiti
Abbiamo lunghe ombre, ripariamo la memoria
Restare al nostro posto ormai è l'ultima vittoria
Siam stati gli emigranti, siam stati i ritornanti
Vi abbiam riempito i libri credendoci ignoranti
Ci hanno insegnato i trucchi per essere moderni
Ci han fatto scrivere tutto e poi buttare via i quaderni
Come fili sottili di un mondo che si
scuce
Siam l'urlo dello strappo che per adesso tace
Sembriamo senza tempo, sembriamo senza pace
Ma chiamerete noi quando andrà via la luce
Ci chiamano paesani ma siamo gli spaesati
Valichiamo dei confini soltanto immaginati
Riconosciamo il nome del posto in cui viviamo
Ma abbiamo perso il codice per capire chi saremo
Ci chiamano paesani ma siamo gli
spaesati
Anche bloccati qui ci sentiamo trasferiti
Siam l'ultima frontiera tra il ricordo e il cambiamento
Siamo il popolo nascosto, sorvegliamo un faro spento.
Ci sono poesie che il tempo ha reso immortali, poesie che
entrano nell’immaginario collettivo e diventano parte del patrimonio culturale.
Nonostante l'immortalità alcune di queste le “sentiamo” lontane, forti,
intense ma che appartengono ad altri.
Poi ci sono le poesie che ti entrano nell’anima, sono quelle
che senti "tue", sono quelle che per svariati motivi entrano a far parte
del tuo essere.
Per quanto mi riguarda è il caso di questa poesia, Destinazione
amore il titolo, GianPiera Sironi l’autrice.
Qualche anno fa, all’interno di una spazio virtuale dedicato alle arti, La vostra arte di
Carla Colombo, ho scoperto la poesia della Sironi, tra le varie proposte ne ho
colte un paio e per la prima volta mi sono lasciato andare ad un’interpretazione
personale.
La risposta di GianPiera Sironi al mio commento è stata l’inizio
di una frequentazione, anche se solo virtuale, che continua tutt’ora, questi versi mi hanno permesso di incontrare una persona di rara sensibilità.
Ci confrontiamo non solo sulla poesia (sua o di altri) ma di
tutte le “sfumature” dell’arte, d’altro canto l’artista sa andare oltre la
propria forma d’arte, l’artista è tale perché ha una visione che altri non
hanno.
Ora passiamo al testo della poesia:
Destinazione
Amore
Siamo
come due treni
Che viaggiano
su binari paralleli
Sguardi
Sorrisi
Saluti
dal finestrino
Come
vorrei vincere
La
paura di deragliare
Come vorrei
perdere
Il controllo
Uscire dai
binari
Scontrarmi
finalmente con te
Leggendo e rileggendo questi versi (la poesia è contenuta
nella raccolta: Vuoto a perdere) la mia visione, la mia interpretazione è
diversa da ciò che scrissi sei anni fa, allora commentai “… qui c’è il desiderio di superare quello che è il limite umano,
soprattutto di questi giorni, il sogno di “scontrarci” con l’altro invece del
solito cordiale “salutarsi dal finestrino”, un’intensa e intelligente metafora
delle difficoltà relazionali che vorremmo più facili ma che ostacoliamo con
barriere invisibili ma percettibili”.
Oggi, grazie anche al confronto con l’autrice, vedo questi
versi per quelli che in effetti sono, un’espressione, una dichiarazione d’amore.
Quel “siamo come due treni” è ben diverso dal “siamo come su due treni”
che ho interpretato allora, c’è evidentemente un “su” di troppo, due lettere
che deviano il percorso interpretativo.
Tutto questo mi ha fatto capire quanto un determinato
periodo storico, con un pensiero, un vissuto, una determinata situazione
ambientale, particolari, ci permettono di “vedere” da alcuni punti di
osservazione, con il trascorrere del tempo, se sappiamo raccogliere le nostre
esperienze, i punti di vista si moltiplicano e solo allora possiamo cogliere a
pieno l’essenza dell’arte.
Nell'immagine: Claude Monet, Il treno nella neve (1877), olio su tela 78x59 Parigi, Musée Marmottan-Monet
Lasciamo che siano i poeti a raccontare l’essenza della
vita, Gianpiera Sironi con queste intense parole ci rivela il fondamento
imprescindibile dell’umana presenza, una presenza che va oltre la tangibilità
fisica, un’aura di eterna spiritualità.