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giovedì 20 agosto 2026

Parole e colori

Siamo a Tokyo nei primi giorni del mese di luglio del 2019, all’interno della manifestazione “Calpis 100th year anniversary, Let's Meet at Tanabata”, l’architetta e designer, francese di nascita e giapponese d’adozione, Emanuelle Moreaux, mette in scena Universo di colori, un’installazione dove il colore e la parola si fondono abbracciando lo spettatore che, a sua volta si rende partecipe “viaggiando” attraverso l’opera.



Il 7 luglio è il giorno di Tanabata, i giapponesi lo festeggiano scrivendo i propri sogni, i desideri più reconditi, su un foglietto di carta e li appendono ad un ramo di bambù, in attesa, speranzosi, che si avveri, almeno in parte, quello che hanno indicato.

La Moreaux reinterpreta questa tradizione allestendo un percorso formato da 140.000 hiragana (si tratta dell’alfabeto più semplice, quello che i bambini utilizzano per imparare a leggere e scrivere) questi pannelli tridimensionali ognuno di una differente sfumatura di colore, compongono un cammino fatto di bellezza e cultura, dove ad emergere è la preziosa, e sempre più rara, sensazione di serenità.

Il continuo susseguirsi di lettere “entrano” nel “viandante” dando forma alle più svariate forme comunicative, l’opera non racconta una storia, ne racconta tante quante sono le persone che la percorrono.

Lo stesso vale per i colori, lo stato d’animo di chi percorre la via ne determinerà la percezione tanto che ognuno dei pellegrini dell’arte dovrà fare i conti con un colore in particolare, quale sia il risultato finale non è dato sapersi, possiamo solo cercare di immaginare come avremmo potuto reagire, se non ci siamo stati, o come lo ha fatto chi era presente.


(le immagini sono prese dal web)






sabato 28 febbraio 2026

Poesia, la luce sul cammino che verrà

 

Ogata Gekkō - Luna piena e fiori autunnali presso un ruscello (1895 ca.)

“Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso e ragionato sgretolamento di tutti i sensi.

Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, egli esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che le quintessenze.

Ineffabile tortura, in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, in cui diviene tra tutti il gran malato, il gran criminale, il gran maledetto e … il saggio supremo!

Perché egli arriva all'ignoto”.


Arthur Rimbaud, Lettera a P. Demeney (1871)


sabato 20 dicembre 2025

Poesia concettuale

Paolo Giovanetti, professore di Letteratura italiana, sostiene che la poesia nell’attuale periodo storico è prevalentemente concettuale, la poesia si avvicina moltissimo alle arti figurative.

Agnes Martin – Nigth Sea, 1963 – Pastello e foglia d’oro su tela di lino, cm 183 x 183


Sono molti i “paletti” da collocare, innanzitutto bisogna evitare di mischiare il tutto come se si trattasse di una poesia omologata, seconda cosa si dovrebbe chiarire meglio il termine “concettuale”, nella pittura il confine, pur essendo labile, possiamo tracciarlo, nella poesia è molto più difficile.

Cosa si intende con poesia concettuale? Una poesia che è sostanzialmente teorica, ideale, astratta? Questo significa che non è “presente” una poesia reale, concreta, sostanziale?

Da sottolineare che definire qualsiasi cosa concettuale e al contempo figurativa può confondere le idee dando cosi la possibilità a chiunque di dire tutto e il suo contrario.

Naturalmente l’arte di concetto e quella figurativa non si escludono ma ho l’impressione che si cerchi una strada aperta a tutto in modo che qualsiasi pensiero la possa percorrere senza tema di smentita o, meglio ancora, che nessuno possa confutarne il “tracciato”.

La teoria esposta da Giovannetti non è chiara, almeno nella spiegazione (probabilmente sono io a non capirla) e non lo è non tanto perché il professore non sia riuscito a renderla tale ma perché i confini sono labili al punto che si sovrappongono fino a diventare invisibili.

La poesia contemporanea, cosi come ogni altra forma d’arte, risente della sovraesposizione mediatica, siamo invasi da maree di scritti, di dipinti, di fotografie, ognuno può rendere pubblico il proprio lavoro (e questo è positivo) ma in questo modo si satura lo spazio disponibile al punto che tutto appare omologato, le novità rischiano di essere soffocate.

Altro pericolo costante è dato dalle mode, i media tendono a promuovere poeti che si allineano ad un preciso pensiero, questo concentra l’attenzione delle masse su un binario, tutte le altre diramazioni vengono ignorate, per questo motivo tutto ci appare uguale.

Ampliare lo sguardo prestando attenzione a ciò che è meno conosciuto, in questo modo ci renderemo conto che la poesia, come altre forme d’arte, è tutt’altro che “limitata”.


giovedì 31 luglio 2025

Siamo solo di passaggio

Non penso ci sia il bisogno di commentare le parole del testo del Brano di Franco Battiato Di Passaggio, pezzo che, inserito nell’album L’imboscata, vede la luce nell’ottobre del 1996.

Lascio a voi ogni considerazione sul testo e sulle musiche, quanto mai attuali.

Il dipinto che vi propongo è stato utilizzato per la copertina dell’album.

La battaglia delle Piramidi - Antoine-Jean Gros - La battaglia delle Piramidi, 1810 – Olio su tela cm 331 x 389 – Reggia di Versailles


Di passaggio

 

Passano gli anni
I treni, i topi per le fogne
I pezzi in radio
Le illusioni, le cicogne

Passa la gioventù
Non te ne fare un vanto
Lo sai che tutto cambia
Nulla si può fermare

Cambiano i regni
Le stagioni, i presidenti
Le religioni
Gli urlettini dei cantanti

E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita
Si cambia amore, idea, umore
Per noi che siamo solo di passaggio

L'Informazione
Il coito, la locomozione
Diametrali delimitazioni
Settecentoventi case

Soffia la verità
Nel libro della formazione
Passano gli alimenti
Le voglie, i santi, i malcontenti

Non ci si può bagnare
Due volte nello stesso fiume
Né prevedere
I cambiamenti di costume

E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita
Ci cambiano capelli, denti e seni
A noi che siamo solo di passaggio




sabato 10 maggio 2025

La materia, il verbo e la poesia

Passeggiando sul lungolago di Salò, deliziosa località sul lago di Garda, ci si imbatte in una scultura, pressoché ignorata da tutti.



Si tratta del mezzobusto in bronzo che ritrae Gasparo Bertolotti, noto come Gasparo da Salò, maestro liutaio ritenuto, da alcune fonti, l’inventore del violino.

L’opera in bronzo realizzata da Angiolino Aime è la copia esatta di quella in marmo di Carrara, di Angelo Zanelli, che si trova nel palazzo municipale del comune bresciano.

Contrariamente a molti monumenti celebrativi che rappresentano il soggetto principale in posa maestosa, Gasparo si presenta nell’atto di estrarre o conficcare il violino nel petto, la posa e solenne e poetica, come se l’artista e la sua creatura fossero tutt’uno.

A rendere ancor più magica l’apparizione sono le parole di Gabriele d’Annunzio incise sul piedistallo che sorregge la scultura.

“… non si sa se stia aprendo

 il petto per trarne il violino

 o se stia aprendo il violino

 per mettervi il cuore.”

Questa frase porta ad altezze vertiginose la poetica dell’opera, l’uno parte dell’altro, indivisibili.

Come dicevo non sono in molti a fermarsi davanti alla scultura (a debita distanza mi sono fermato per verificarlo e nonostante la marea di gente che le transitava davanti, nessuno pare si sia accorto della sua presenza) ed è un peccato perché per un attimo ci si isola dal frastuono che ci circonda immersi nella purezza della poesia.

martedì 15 ottobre 2024

"Tu sei quella che paga di più"

Artemisia Gentileschi – Susanna e i vecchioni (part.), 1610 – Olio su tela cm 170 x 119 – Collezione Graf von Schönbom, Pommersfelden


 

Siamo nel 1977, Edoardo Bennato pubblica l’album che l’ha reso celebre, Burattino senza fili è  un concept album che parte da un soggetto di fantasia per raccontare le tematiche di quegli anni.

L’album riprende Le avventure di Pinocchio e le utilizza metaforicamente per mettere in luce alcuni aspetti dell’epoca, le problematiche del mercato discografico (Il gatto e la volpe) l’impatto della cultura sulla società (Dotti, medici e sapienti) la coscienza (Tu grillo parlante) la condizione femminile (La fata).

Ed è proprio di quest’ultimo brano che voglio parlarvi, probabilmente uno dei più belli dell’intera discografia del cantautore napoletano, una poesia amara che, partendo dal dolce sapore musicale, ci mette in guardia (o meglio mette in guardia le donne) dalla falsità delle percezioni maschili di quegli anni, che poi non sono diverse da quelle di oggi a quasi cinquant’anni di distanza.

Il testo parte da un ribaltamento dei personaggi, Pinocchio diventa il maschio adulto “dominante”, la Fata si trasforma nella giovane e ingenua fanciulla ammaliata dal “principe azzurro”, mito che inizia a sgretolarsi proprio negli anni settanta con la presa di coscienza femminista ma che è ancora inconsapevolmente forte.

Ci sono vari modi di ascoltare questo pezzo, lasciarsi cullare dalla melodia dando poco peso alle parole, anche se il ritornello ci “sveglia” e tenta di metterci sulla giusta via, o concentrarci sul testo poeticamente tragico, dove la musica rende il tutto tristemente malinconico.

Possiamo prendere ogni strofa ed interpretarla, non credo che le “letture” di ognuno di noi possano differire se non per piccole sfumature che la sensibilità soggettiva ci porta a cogliere o, al contrario, ci possono sfuggire, il senso penso non si possa travisare, anche nella sua ammaliante vena poetica il messaggio è chiarissimo.

Alcuni passaggi sono apparentemente contrastanti ma tutto fila alla perfezione, lui “Farà per te qualunque cosa” ma tutto ha un prezzo, la freschezza, la bellezza della gioventù sono destinate a cedere il passo, l’inizio è passione dove la “fata” può chiedere e ottenere ciò che vuole ma poi …

Lascio a voi la lettura di questa poesia ma soprattutto vi lascio all’ascolto di un brano meraviglioso, ognuno coglierà ciò che “sente”.  

La fata

C'è solo un fiore in quella stanza
E tu ti muovi con pazienza
La medicina è amara ma
Tu già lo sai che la berrà

Se non si arrende tu lo tenti
E sciogli il nodo dei tuoi fianchi
Che quel vestito scopre già
Chi coglie il fiore impazzirà

Farà per te qualunque cosa
E tu sorella madre e sposa
E tu regina o fata tu
Non puoi pretendere di più

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

E insegui sogni da bambina
E chiedi amore e sei sincera
Non fai magie, né trucchi, ma
Nessuno ormai ci crederà

C'è chi ti urla che sei bella
Che sei una fata, sei una stella
Poi ti fa schiava, però no
Chiamarlo amore non si può

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

C'è chi ti esalta, chi ti adula
C'è chi ti espone anche in vetrina
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

martedì 23 luglio 2024

Il contesto dell'arte e le deviazioni concettuali

È triste la notte

Tra le nubi scure

Il suo tetto è il cielo

La mente è vagante

Dentro un labirinto

Senza via d’uscita


Se prendiamo due opere, l’una pittorica, l’altra una poesia, le decontestualizziamo, le uniamo come se si trattasse di un’opera unica e ne “ritocchiamo” l’aspetto visivo, possiamo ottenere qualcosa di diverso da quello per cui sono state create?

La poesia di Sara Acireale non lascia spazio a molti fraintendimenti, va dritta al punto raccontando le sensazioni claustrofobiche dei momenti più cupi della vita di molti.

Il “Cappio” di Michelangelo Pistoletto invece, anche se non può sembrare cosi, permette molte interpretazioni, più o meno serie, più o meno cupe.

In apertura al post ho affiancato alla poesia l’immagine dell’opera di Pistoletto (serigrafia su carta argentata, 1973) ritoccata in modo da renderla più tetra, il risultato è di sicuro impatto ma non è quello che gli autori volevano trasmettere (perlomeno per ciò che riguarda l’artista biellese).

Una di queste serigrafie fa mostra di sé nello studio-sala da pranzo nella casa dello stesso Pistoletto, secondo lui il cappio non rappresenta il lato più cruento ma quei legami che non ci permettono la massima libertà, non è detto che si tratti di legami negativi o fastidiosi anzi, legami affettivi che siamo felici di avere ma che influenzano inevitabilmente le nostre scelte.

Un aneddoto racconta che Gianni Agnelli si recò a casa di Luca Cordero di Montezemolo il giorno delle sue nozze, portava con sé un regalo per la copia, naturalmente stiamo parlando dell’opera in questione realizzata da Pistoletto.

Tra il serio e il faceto Agnelli omaggia gli sposi di un’opera d’arte e al contempo sottolinea quello che, secondo lui, è il matrimonio.

Il cappio di Pistoletto dunque è lontano da quello che potrebbe apparire affiancato alla poesia della Acireale, le due opere assieme raggiungono un livello tragico altissimo, separate prendono una strada, anche se non completamente diversa, sicuramente meno angusta.



Michelangelo Pistoletto - Cappio 1973- Serigrafia a specchio su policarbonato cm 82x58,5




 

lunedì 1 luglio 2024

Convergenze

Cosa accomuna una poesia di Jorge Luis Borges e un dipinto di Marc Chagall?

Naturalmente a fare da filo conduttore è la grande arte, opere di due artisti eccelsi che hanno saputo raccontare e raccontarsi utilizzando forme d’arte che li rendono immortali.

Marc Chagall - Il paesaggio blu, 1949 - Guazzo su carta cm 77 x 56 - Musem Von der Heydt, Wuppertal 



La Luna

C’è tanta solitudine in quell’oro.

La luna delle notti non è la luna che vide il primo Adamo.

I lunghi secoli della veglia umana l’hanno colmata di antico pianto.

Guardala. È il tuo specchio.


Il titolo della Poesia di Borges: “La Luna”, può non avere nulla in comune con “Il Paesaggio blu” del pittore russo, il poeta argentino si riferisce alla luna, Chagall sembra metterla in secondo piano, quasi non fa parte del suo “racconto”.

Ma dietro queste due visioni apparenti si cela l’amore dei due artisti per le donne che hanno amato, che hanno segnato le loro vite: Maria e Bella.

Borges racconta la sua amata Maria Kodama paragonandola alla luna, una personalità che aveva, come il satellite terrestre, il lato luminoso, riconoscibile da chiunque ed uno più nascosto, visibile solo da chi sapeva scendere in profondità.

La stessa visione ce l’ha Chagall che racconta la moglie, Bella Rosenfeld, andando oltre la realtà, ne narra i sentimenti, le sensazioni, le emozioni, collocandole in una dimensione eterea, spirituale.

Dietro queste due struggenti opere c’è la forza di un amore eterno che sa spingersi oltre l'orizzonte terreno, oltre ogni confine visibile, al di là di ogni immaginazione.


venerdì 5 gennaio 2024

Oltre il confine, là dove sopravvive l'eterno viaggiare

“Sempre caro mi fu quest'ermo colle e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude …”


Caspar David Friedrich – Monaco in riva al mare, 1808-10 – Olio su tela, cm. 110 x 171 – Alte Nationalgalerie, Berlino

I versi iniziali de “L’infinito” di Leopardi, che tutti conosciamo, sono spunto di un’ennesima riflessione che ci è permessa solo dalla grande poesia.

L’infinito è “possibile” solo grazie alla siepe che ci impedisce la visuale, ciò che noi vediamo ha un limite, una fine visiva, quello che non vediamo, ma che non per questo non esiste, non ha un limite e di conseguenza è infinito.

Il “Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich ci apre le porte ad una visione sconfinata, ma senza le nuvole all’orizzonte che impediscono allo sguardo di andare oltre non ci sarebbe quella sensazione di infinito, un cielo terso porterebbe lo sguardo lontano ma ad un certo punto si raggiungerebbe un confine oltre il quale non possiamo andare.

La poesia di Leopardi si chiude con “… e il naufragar m’è dolce in questo mare”, l’invito a lasciarsi cullare dalla percezione di eterna continuità che risiede là dove non sembra esserci nulla.


mercoledì 30 agosto 2023

Il punto di "rottura"

Questi versi sono il testo di una canzone, Everything Is Broken, pubblicata nel 1989 da Bob Dylan, è la terza traccia dell’album On Mercy, il brano è stato riproposto più volte da interpreti diversi, l’ultima in ordine di tempo (2019) e forse più nota, è quella di Sheryl Crowe e Jason Isbell (a seguire il video di una versione live della stessa Crow in un duetto con Bonnie Raitt).


Ho deciso di accompagnare queste parole con il particolare di una serie di sculture dell’artista palestinese Iyad Sabbah, intitolate Worn Out (Consumati), il risultato della cultura dello sfascio morale, della scomparsa di un’umanità “umana”.

Il testo non ha bisogno di molti approfondimenti, dal 1989 ad oggi poco o nulla è cambiato, semmai se vi è un cambiamento è in peggio.

Queste parole, decisamente sconfortanti, sono il riassunto di quel “punto di non ritorno” che la società ha raggiunto e superato.

(Bob Dylan - Everything Is Broken)


Linee spezzate, corde spezzate

fili spezzati, molle spezzate

idoli spezzati, teste spaccate

gente che dorme in letti spaccati

è inutile ballare

è inutile scherzare

tutto è spezzato.

Bottiglie spaccate, vassoi spaccati

interruttori spaccati, cancelli spaccati

piatti spaccati, oggetti spezzati

le strade sono piene di cuori spezzati

parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare

tutto è spezzato.

Sembra che ogni volta che ti fermi e ti guardi intorno

qualche altra cosa cada in terra

Taglierini spaccati, seghe spezzate

fibbie spezzate, leggi spaccate

corpi spezzati, ossa spezzate

voci spezzate a telefoni spaccati

prendi un respiro profondo, ti senti come soffocare,

tutto è spezzato.

Ogni volta che parti e vai in qualche altro posto

le cose cadono a pezzi sul mio viso

Mani spezzate su aratri spaccati

trattati spezzati, patti spezzati

tubi spaccati, arnesi spezzati

la gente ha distorto regole spezzate

il mastino ulula,

la rana-toro gracida

tutto è spezzato.





lunedì 10 luglio 2023

L'ingresso dell'umano pensiero

 

La porta dell’inferno in  un’illustrazione di Gustave Doré  



«Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'eterno dolore,

per me si va tra la perduta gente".

 

“Dante Alighieri – La Comedìa, canto III

giovedì 20 aprile 2023

"Spaesaggi" poetici, il tempo sospeso

Il tempo che si ferma là dove sembra correre senza freni, lo “spaesamento” di chi insegue una visione dal profilo leggero, lento, il sogno offuscato, la verità che si cela allo sguardo cristallino, il senso poetico di una quotidianità in bilico.

Davide Van De Sfroos pubblica Gli spaesati nel 2021 all’interno dell’album Maader folk.

A seguire testo e video.


Foto by Franco Fontana - Il parco dei Sibillini, 1999 (particolare)

Gli spaesati - Davide Van De Sfroos

Semm quel che semm, quel che semm sempru staa
Femm quel che femm, quel ch'hemm sempru faa
Chissà induè naremm a fini'
Ma semm gnamò partii

(Siamo quello che siamo, quello che siamo sempre stati
Facciamo quello che facciamo, quello che abbiamo sempre fatto
Chissà dove andremo a finire
Ma non siamo ancora partiti)

Siam nati contromano, cresciuti controvento
Vivendo in contropiede, e siamo un controsenso
Facciam lavori vecchi, con sogni malpagati
Lavori da ostinati che sembrano svaniti

Siam gli ultimi brandelli di una bandiera vera
Che non sai più se c'è ma che una volta c'era

Capissum la fadiga, i sforss de la furmiga
Capissum mea un prugress che ghe sposta la cadrega
(Comprendiamo la fatica, gli sforzi della formica
Non comprendiamo un progresso che ci sposta la “sedia”)

Siam nati contromano, cresciuti controvento
Vivendo in contropiede, e siamo un controsenso
Facciam lavori vecchi con sogni malpagati
Lavori da ostinati che sembrano svaniti

Siam gli ultimi brandelli di una bandiera vera
Che non sai più se c'è ma che una volta c'era

Capissum la fadiga, i sforss de la furmiga
Capissum mea un prugress che ghe sposta la cadrega
(Capiamo la fatica, gli sforzi della formica
Non capiamo un progresso che ci sposta la “sedia”)

Ci chiamano paesani ma siamo gli spaesati
I chiodi della storia ormai arrugginiti
Abbiamo lunghe ombre, ripariamo la memoria
Restare al nostro posto ormai è l'ultima vittoria

Siam stati gli emigranti, siam stati i ritornanti
Vi abbiam riempito i libri credendoci ignoranti
Ci hanno insegnato i trucchi per essere moderni
Ci han fatto scrivere tutto e poi buttare via i quaderni

Come fili sottili di un mondo che si scuce
Siam l'urlo dello strappo che per adesso tace
Sembriamo senza tempo, sembriamo senza pace
Ma chiamerete noi quando andrà via la luce

Ci chiamano paesani ma siamo gli spaesati
Valichiamo dei confini soltanto immaginati
Riconosciamo il nome del posto in cui viviamo
Ma abbiamo perso il codice per capire chi saremo

Ci chiamano paesani ma siamo gli spaesati
Anche bloccati qui ci sentiamo trasferiti
Siam l'ultima frontiera tra il ricordo e il cambiamento
Siamo il popolo nascosto, sorvegliamo un faro spento.