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domenica 10 maggio 2026

Il tempo si è fermato?

“Un edificio grande, grandissimo, piccolo o medio diviso in varie stanze. Alle pareti tele piccole, grandi, medie. Spesso, migliaia di tele.

Pinacoteca di Brera, Milano - Salone napoleonico

Su di esse il colore ha riprodotto frammenti di “natura”: animali in luce e in ombra che bevono acqua, che stanno vicine all’acqua, sdraiati nell’erba; accanto ad essi una Crocifissione dipinta da un artista che non crede in Cristo, fiori, figure sedute o in piedi o in movimento, spesso nude, molte donne nude (spesso viste di scorcio di schiena) mele e vassoi d’argento, il ritratto dell’eminenza grigia N., un tramonto, una signora in rosa, un volo d’anatre, il ritratto della baronessa X., vitelli all’ombra con macchie abbaglianti di sole, il ritratto di sua eccellenza Y.

Tutto è accuratamente riprodotto in catalogo: i nomi degli artisti, i titoli dei quadri.

La gente tiene in mano i cataloghi, li sfoglia, legge i nomi passando da una tela all’altra. Poi se ne va, povera o ricca com’era venuta, ed è subito riassorbita dai suoi interessi che non hanno niente a che fare con l’arte.

Perché è venuta?

[…] l’armonia d’insieme è la strada che conduce all’opera d’arte. Eppure quest’opera viene osservata  con sguardi freddi e indifferenti.

I conoscitori ammirano la fattura e gustano la pittura […] La grande massa gira per le sale e trova le tele “carine” e “meravigliose”, chi poteva parlare non ha detto nulla, chi poteva sentire non ha udito nulla …”

Se, in questo “passaggio” tratto da Lo spirituale nell’arte di Vassilij Kandinskij del 1910, aggiungiamo le contemporanee audio guide in sostituzione (o in aggiunta) ai cataloghi, possiamo tranquillamente pensare che sia stato scritto in questi giorni.

Di tempo ne è trascorso parecchio ma nessuno se n’è accorto.

 

 

venerdì 10 aprile 2026

L'evoluzione come innalzamento culturale

L’arte moderna è colta quanto quella antica, forse lo è ancora di più, l’arte contemporanea è invece condannata alla cultura”.

Anselm Kiefer – Osiride e Iside, 1985-87, Tecnica mista su tela cm 379,7 x 561,3 – Museum of Modern Art, San Francisco


Questo pensiero di Massimo Cacciari può apparire esageratamente forzato ma se l’esperienza è un valore imprescindibile e l’approccio filosofico all’arte permette un’evoluzione della stessa è innegabile che ciò che raccoglie le “contaminazioni” del passato ha una visione più “completa” nel presente.

Abbiamo la convinzione, non si sa bene su cosa si basi, che il passato sia migliore del presente che a sua volta sarà meglio del futuro, non si capisce come questo può essere vero anche solo per ciò che rappresenta nell’evoluzione naturale delle cose.

Tutto ciò che viene dopo è la somma di ciò che è venuto prima con l’aggiunta di nuove idee, com'è possibile dunque che la somma di più idee sia peggio di una singola idea per giunta antiquata?

Qualcuno obietterà che l’evoluzione dell’arte ci ha portati ad una degenerazione della stessa, ma come possiamo confermare questa teoria con certezza?

Il passato ci ha proposto uno schema che si è ripetuto, uguale, in ogni epoca, chiunque cercasse di proporre una visione nuova, che ha comunque sempre le basi che poggiano nel passato, veniva denigrato in quanto autore di un pensiero incomprensibile e in quanto tale ben lontano dalla “bellezza” di ciò che già si conosceva.

Al di là che pensare che l’arte antica sia di semplice lettura ci fa deragliare in quanto pensare di capire è tutt’altra cosa che comprendere, l’arte contemporanea parla con un linguaggio corrente, perché allora se si rivolge a noi parlando la nostra lingua non capiamo quello che ci dice?

Non è che siamo noi a non volerla capire?

giovedì 10 aprile 2025

Da che "lato" si guarda un'opera?

1967, l’artista genovese Giulio Paolini scatta una fotografia al dipinto di Lorenzo Lotto, “Ritratto di giovane”, esposto alla Galleria degli Uffizi a Firenze.

Da sinistra a destra: Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane - Giulio Paolini, Giovane che guarda Lorenzo Lotto

Lo scatto riprende il dipinto del pittore veneziano e lo riproduce mantenendo le misure originali.

Decide cosi di esporre la fotografia con un titolo preciso “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”.

Emerge cosi, con estrema dirompenza, il tema del punto di vista, tema che lo stesso Paolini elaborerà ulteriormente nel 1981 sostituendo gli occhi del giovane con i propri, a questo punto non solo abbiamo il ribaltamento dl principio soggetto-opera-artista ma è l’artista che quasi cinque secoli dopo utilizza il dipinto per trasportarsi indietro nel tempo e porsi di fronte al Lotto.

Chi guarda chi, lo stesso Paolini ha sempre sostenuto che l’opera non guarda l’osservatore, non è minimamente interessata a ciò che pensiamo, a quello che intuiamo, ovunque la nostra interpretazione sia diretta al quadro non può fregare di meno.

Siamo sempre noi dunque, autori e fruitori dell’opera d’arte, alla continua ricerca di un senso (se vogliamo a tutti i costi  darne uno) o di un percorso, spesso puramente filosofico, che ci conduca in un luogo che nemmeno immaginiamo esista, l’idea che la destinazione non sia totalmente preclusa basta e avanza per cercarne l’ubicazione.

Se ci lasciamo influenzare dal concetto di Paolini possiamo andare oltre, il giovane guarda Lorenzo Lotto, e questo è oggettivo, ma potrebbe anche concentrarsi sull’osservatore che ne ammira le fattezze.

E se la fotografia si fosse intitolata “Giovane, ritratto da Lorenzo Lotto, che guarda il fotografo”?

venerdì 31 gennaio 2025

Il senso (filosofico) della vita


Immagina di incontrare te stesso, chi vedi?

Quanto lontano viaggeresti per ritrovare te stessa?

Vorresti poter cancellare il peggior giorno della tua vita?

La minaccia dall’esterno è più grande di quella dall’interno?

Se viaggi nel futuro puoi sfuggire al tuo passato?

Chi decide chi ha il diritto di stare al mondo?

Chi sei tu se non riesci a ricordare chi sei?


Questi sono gli incipit di altrettanti episodi di Solos (Assoli nella versione italiana) serie TV uscita nel 2021 e passata un po' in sordina.

Una serie TV che ha avuto prevalentemente recensioni negative, dove la critica maggiore fa riferimento alla noia e alla mancanza di azione.

Sette episodi, dalla durata che va da 20 a meno di 30 minuti, dove si cerca di dare una risposta alle domande che danno il via alle storie. Come tutte le “narrazioni” filosofiche incentrate sulle domande cardine della vita, qui vengono mostrate alcune delle infinite interpretazioni, la risposta definitiva, naturalmente, non è possibile da raggiungere.

Ogni episodio ha come titolo il nome del protagonista, tutti sono ambientati in un unico luogo, una stanza, il personaggio principale (l’unico per la verità, in quanto si tratta di monologhi, salvo alcune particolarità) si interfaccia con un’entità di cui si sente solamente la voce, ad eccezione appunto di qualche sporadica comparsa.

Ad unire gli episodi è l’aspetto più o meno fantascientifico, otto attori di grande livello (uno per ognuno dei primi sei episodi, mentre nel settimo si confrontano in due, unica eccezione.

Anthony Mackie è Tom, alla ricerca di contrastare l’ineluttabile, l’epilogo naturale della vita, la morte.



Helen Mirren è Peg, una settantenne che inizia un lungo viaggio alla ricerca della felicità, dove i rimpianti potrebbero essere obliati.



Costance Wu è Jenny, un tentativo disperato di cancellare i punti più bui della memoria.



Uzo Abuda è Sasha, il timore di ciò che sta al di fuori della nostra zona di conforto ci spinge verso qualcosa di più temibile?



Anne Hathaway è Leah, muoversi nello spazio e nel tempo per “aggiustare” la propria esistenza, ma qual è il costo da pagare?



Nicole Beharie è Nera, il diritto alla maternità e la responsabilità nel dare la vita e fronteggiarne le conseguenze.



Dan Stevens è Otto, Morgan Freeman è Stuart (il titolo è il nome di quest’ultimo) un confronto dove al centro si ergono i ricordi, perduti, rubati, custoditi e desiderati.



Come ho già sottolineato la serie non ha ricevuto molte lodi, anzi sono state le critiche ad avere il sopravvento, ed è proprio questo fattore che mi ha dato quella speranza di vedere finalmente qualcosa di buono.

Certo, non c’è azione, non ci sono morti ammazzati, niente sangue che scorre a fiumi o effetti speciali mozzafiato, c’è una storia dove l’aspetto filosofico della vita è al centro e vi è la recitazione, in questi frangenti gli attori sono messi alla prova, chi con ottimi risultati, chi con meno forza, sono riusciti nell’impresa di superare l’ostacolo.


domenica 8 settembre 2024

[Aforismi e arte] La creazione

Alberto Repetti - Una possibile scelta


"L’atto creativo è l’incontro fisico di due forze, una è la materia che posiamo su un foglio o una tela, l’altra è l’intenzione, l’azione, il gesto che lo strumento compie sul foglio o sulla tela.

Mettere e togliere, sia che lo si faccia con un pennello, con uno straccio o con un pezzo di carta, presuppone un percorso attraverso il quale il fine ultimo è quello di rappresentare.

Da una parte il risultato in termini di lettura del soggetto, dall’altra il racconto del suo sviluppo sulla superficie. Non è tanto il soggetto che l’autore dell’opera guarda e contempla, ma di ciò di cui si è privato e che si svolge come un racconto, quel momento è testimonianza di esserci stato, di presenza infinita sul foglio o sulla tela."

 (A. Repetti)

sabato 15 giugno 2024

L'immortalità della filosofia


Tess (R. R.) - Filosofia teoretica, 2024 - Acrilico su tela cm 40 x 30

Nel libro “Il grande disegno” di Stephen Hawking e Leonard Mlodinow, c’è un passaggio che gli amanti degli aforismi attribuiscono a Hawking ma che, "conoscendo" il grande fisico, sarei più orientato a “darlo” a Mlodinow:

«La filosofia è morta, non avendo tenuto il passo degli sviluppi più recenti della scienza, e in particolare della fisica. Così sono stati gli scienziati a raccogliere la fiaccola nella nostra ricerca della conoscenza …».

Secondo Hawking (o Mlodinov) gli scienziati hanno sostituito i filosofi, hanno dunque portato avanti la ricerca della conoscenza ponendosi delle domande che hanno dato ulteriori spunti per altre domande, questa continua osservazione, indagine ed esplorazione ha portato la scienza a teorie mosse ad una ulteriore ricerca.

Questo “modus operandi” ha un solo nome, filosofia.

La scienza non può fare a meno della filosofia, l’universo ha molte risposte da darci, per ottenerle la scienza deve porre delle domande “assolute” e l’unico modo di procedere è quello filosofico.

lunedì 10 giugno 2024

L'innata essenza e la sua contaminazione

“Definita la nostra anima per gli spirituali, il nostro cervello per i razionali, il nostro cuore per i sentimentali, ognuno può usare il suo termine, ma ciò che si racchiude nelle profondità del nostro essere è la nostra essenza, l’intrinseco di noi stessi senza il quale non esisteremmo neanche come cenere. L’innato è ciò che esiste da sempre e rinasce ad ogni vibrazione del cosmo risvegliandosi e sopendo nel corso di quegli istanti definiti esistenza …”

(da valeriaromsel.com)

Valeria Romsel - Il risveglio dell'innato 2021 - Acrilico su tela cm 70 x 100

Questa è parte della lettura che l’autrice fa del suo dipinto, spesso gli artisti lasciano volutamente degli spazi interpretativi a disposizioni dell’osservatore che in questo modo si può sentire parte attiva nella costruzione dell’opera, Valeria Romsel invece mette in chiaro la sua visione ma l’opera è talmente complessa e affascinante che la sua interpretazione si trasforma in un mezzo con cui iniziare il viaggio nel dipinto.

La creatura, apparentemente mostruosa, ancora in fase di trasformazione, cosa rappresenta? Tutto ciò che è reale e tutto quello che reale non è, se leggiamo le parole di Valeria non possiamo non prendere la strada che ci ha tracciato, ma questo non basta, è necessario intraprendere un percorso all’interno di noi stessi per sbrogliare la matassa, un viaggio tutt’altro che semplice.

Una cara amica, Xoana Nuñez, appassionata d’arte, che prende spunto dalle sue grandi conoscenze in psicologia e filosofia, cosi si esprime: “…credo che sia un po’ tutti e tre, anima cervello e sentimenti, siamo così complessi. E tante volte la complessità è vista come una caratteristica negativa, io invece la considero maestosa”.

Sia la pittrice che Xoana vanno nella medesima direzione ma, pur navigando verso la tessa meta, lo fanno in modo diverso, aggiungono l’una all’altra tasselli fondamentali.

Sempre restando aggrappato alla descrizione dell’artista voglio sottolineare un passo imprescindibile, l’innato è un: “essere di luce, di speranza, gioia pura ingenuità …”, dunque siamo di fronte alla perfezione, al Noi prima della contaminazione.

Xoana Nuñez invece ci mette di fronte a ciò che non riusciamo a cogliere, la maestosità di tutto quello che non comprendiamo o che non è allineato al sentire comune, un sentire che, se non siamo coscienti del nostro essere, ci travolge fino ad annullarci.

Contaminato da chi ci circonda, a sua volta stravolto da noi stessi che ci vergogniamo della purezza nascondendola dietro ad infinite maschere, finzioni che finiscono per renderci veramente “mostruosi”, siamo intimoriti dalle nostre paure, dalle nostre insicurezze, in apprensione per il giudizio altrui, celiamo la nostra bellezza perché pensiamo di non esserne degni.

domenica 21 aprile 2024

La direzione dello sguardo

"Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo sentendoci parte del firmamento, ora invece lo abbassiamo preoccupati di far parte del mare di fango".

(da Interstellar)

 

René Magritte – I misteri dell’orizzonte, 1955 – Olio su tela cm 50 x 65 

Quando pensiamo al film di Nolan, Interstellar appunto, andiamo con la memoria al pianeta di Man e alle sue gigantesche onde, al tempo che scorre lentamente nei pressi di un buco nero rispetto a ciò che succede sulla terra, pensiamo a Gargantua, forse la più realistica rappresentazione dei giganteschi Black Hole.

Ma è proprio la frase sopra citata che rivela il “limite” umano, sia nel film che nella nostra quotidiana realtà.

Cooper esclama quelle parole dopo che l’insegnante della figlia stigmatizzava il fatto che la giovane ragazza sostenesse la tesi della veridicità dell’allunaggio del programma Apollo.

L’insegnate sostiene che le missioni sono state una finzione atta a mettere in crisi l’Unione Sovietica, e denuncia il fatto che la ragazza si azzuffasse con i compagni per: “questa assurdità dell’Apollo”.

Queste assurdità, una teoria che ha molti seguaci oggigiorno, e che, se stiamo all’esito raccontato nel film, non ci condurranno molto lontano.

Tornando alla frase iniziale, non possiamo non accorgerci che stiamo abbassando sempre più la testa, sono pochi quelli che hanno ancora il coraggio di guardare in alto, o forse sembrano pochi perché lo fanno in silenzio, in contrapposizione dei cultori del nulla che non fanno altro che urlare.


venerdì 5 gennaio 2024

Oltre il confine, là dove sopravvive l'eterno viaggiare

“Sempre caro mi fu quest'ermo colle e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude …”


Caspar David Friedrich – Monaco in riva al mare, 1808-10 – Olio su tela, cm. 110 x 171 – Alte Nationalgalerie, Berlino

I versi iniziali de “L’infinito” di Leopardi, che tutti conosciamo, sono spunto di un’ennesima riflessione che ci è permessa solo dalla grande poesia.

L’infinito è “possibile” solo grazie alla siepe che ci impedisce la visuale, ciò che noi vediamo ha un limite, una fine visiva, quello che non vediamo, ma che non per questo non esiste, non ha un limite e di conseguenza è infinito.

Il “Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich ci apre le porte ad una visione sconfinata, ma senza le nuvole all’orizzonte che impediscono allo sguardo di andare oltre non ci sarebbe quella sensazione di infinito, un cielo terso porterebbe lo sguardo lontano ma ad un certo punto si raggiungerebbe un confine oltre il quale non possiamo andare.

La poesia di Leopardi si chiude con “… e il naufragar m’è dolce in questo mare”, l’invito a lasciarsi cullare dalla percezione di eterna continuità che risiede là dove non sembra esserci nulla.


domenica 1 ottobre 2023

L'enigma dell'esistenza, 42!

42, l’interessante e geniale la “storia” di questo numero inserita nella serie di romanzi di fantascienza di Douglas Adams Guida galattica per autostoppisti, per l’esattezza nel secondo volume della saga Il ristorante al termine dell’universo.

La scintilla dell'assenza - Tatiana Trouvé

L’eterna ricerca del fine ultimo dell’esistenza, il senso della vita e dell’universo. Per fare luce sul fondamentale quesito esistenziale viene costruito il più grande computer che si possa realizzare, al calcolatore vengono affidati tutti i dati possibili, l’elaborazione delle informazioni inserite dura sette milioni e mezzo di anni, il responso è categorico: “42”.

La risposta lascia tutti senza parole ma nel libro emerge il fattore principale: “… ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda".

Il punto è questo, cerchiamo sempre la risposta a tutto senza saper formulare la domanda, ciò che riceviamo, di conseguenza, è incomprensibile.

Partendo da questa riflessione mi sposto in un campo a me più familiare (che poi è il fulcro del mio blog) e cioè l’arte.

Un approccio filosofico ad un’opera d’arte è auspicabile? o ne possiamo fare a meno? o ancora, è fondamentale?

Naturalmente queste domande, se prendiamo in considerazione il percorso che ho intrapreso in questo post, non hanno una risposta, probabilmente qualcuno di voi ha un’idea di quale potrebbe essere la variante ottimale, qualsiasi sia non può escludere le altre.

Da anni percorro in lungo e in largo il pianeta “Arte”, durante il viaggio le convinzioni si trasformano in dubbi, le certezze vacillano, ciò che consideravo incomprensibile si rivela più accessibile, quello che sembrava evidente, approfondendo, diviene incerto.

Il confronto con artisti, storici e insegnati dell’arte ha cambiato il mio modo di vedere, guardare, affrontare, le varie opere che ho avuto il piacere di scoprire in questo lungo lasso di tempo hanno tracciato un percorso interessante ma lungi dall'essere alla conclusione. 

Dopo tanti anni molte cose sono più chiare ma molte altre necessitano di ulteriori approfondimenti, per continuare a “scavare” in profondità servono però nuovi mezzi, nuovi approcci, quello filosofico è sicuramente il più “profondo”.

Escludendo l’interpretazione superficiale, cosa che ho già abbondantemente ribadito, che non porta da nessuna parte (anche se ancora in molti sono convinti del contrario) tutto quello che è ricerca, accettazione e approfondimento di ciò che ci appare incomprensibile, elaborazione del pensiero complesso, è la strada giusta per raggiungere quell’equilibrio necessario per entrare in contatto con l’arte.

martedì 30 maggio 2023

[aforismi musicali] Le linee della vita

"… la linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito ..."


(Inneres auge – F. Battiato)


Piet Mondrian - Composition No. III (with Red, Blue, Yellow, and Black) (1929) – olio su tela cm 50 x 50,2 – Collezione privata


Questa frase è l’essenza Inneres auge, brano che Battiato pubblica nel 2009 inserito nell’album “Inneres auge – Il tutto è più della somma delle due parti”.

L’occhio interiore, l’assoluto invisibile che va oltre la somma del tutto tangibile.

Ottant’anni prima Piet Mondrian realizza Composition No. III, lo stesso pensiero da vita ad un dipinto e, quasi un secolo dopo, ad una canzone, a dimostrazione che determinate ricerche, certi percorsi, non nascono per caso e senza un preventivo viaggio interiore alla ricerca di qualcosa di più elevato.

Il pittore olandese, che riteneva blasfema ogni diagonale, riteneva che l'assoluto era composto da linee vorticali e orizzontali, l'azzardato accostamento che faccio tra Mondrian e Battiato è una mia personale visione ma è innegabile che il fine sia lo stesso.


sabato 25 febbraio 2023

Le giuste domande e le risposte (mai) definitive

Quando ci si riferisce al pensiero filosofico come strada fondamentale per uno sviluppo culturale non può non venire in mente l’illuminazione di Anassimandro all’interno della discussione del perché la Terra, che non ha alcun sostegno, non cada.

Ottavio Fabbri, Stardust, 2019. Acrilico su tela, cm 150x130.  

A 2500 anni di distanza ci dobbiamo ancora rivolgere a lui per comprendere quale sia il modo ideale di procedere.

Nell’epoca, poco illuminata, del terrapiattismo, siamo obbligati (nostro malgrado) a volgere lo sguardo al passato, non per trovare risposte ma per capire come porre le domande.

Alla domanda “perché la terra non cade? ” Anassimandro da Mileto non risponde argomentando le più svariate e suggestive soluzioni, risponde semplicemente con un’altra domanda: “Perché mai dovrebbe cadere? tutto ciò che conosciamo cade sulla terra, in nessun’altra direzione, di conseguenza la terra non può cadere perché non ha un qualsiasi luogo su cui cadere”.

Al quesito Anassimandro non risponde con una soluzione, apre la mente ai suoi interlocutori affinché possano comprendere l’incomprensibile.

Questa frase ha aperto un varco, tutt’ora fondamentale, per la scienza moderna.

“Pensare” è inevitabile per evolverci ma lo è ancor di più imparare a pensare nel modo giusto.

Ma questo modo di procedere non deve limitarsi ai misteri (filosofici e non) del cosmo, è il giusto approccio a ciò che quotidianamente ci circonda, a tutto quello che affrontiamo, sia esso complesso o, al contrario, banale (spesso solo apparentemente).

Nelle cose pratiche, nelle pratiche prettamente intellettuali, spesso ci chiediamo perché non corrispondono ai nostri canoni di riferimento, dovremmo invece chiederci cosa ci sfugge, quali sono i tasselli mancanti che ci permettono di comprendere l’incomprensibile.

Davanti ad una melodia che ci appare ostica, di fronte ad un opera d'arte (specialmente se non la consideriamo tale) che ci sembra senza senso, durante una lettura che non comprendiamo, al cospetto di qualsiasi “ostilità”, visiva o concettuale, dobbiamo andare alla ricerca della chiave che ci permetta di aprire la porta che ci pone davanti ad un'altra porta che a sua volta ci indica la porta successiva ...


lunedì 20 febbraio 2023

Il percorso alchemico, il sogno che va oltre la materia

Entrando nella prima sala della mostra dedicata alle opere di Ciro Indellicati si viene accolti da una sensazione di perenne movimento, una continua evoluzione, una costante trasformazione.


Ciro Indellicati - Sogno, 2022  - Tecnica mista su tela, cm 60 x60 Collezione privata

Il tema della mostra, dal titolo “Quinta essenza”, è il “percorso” della trasformazione alchemica, un viaggio alla ricerca dell’essenza dei materiali, un peregrinare alla scoperta della profondità di ognuno di noi.

Tra le molte opere che costruiscono questo cammino mi soffermo davanti a questa, il titolo, Sogno, non ci dice molto, dobbiamo cercare di immergerci nell’opera partendo dalle indicazioni scaturite dalle altre opere per poterne comprendere i significati.

Il dipinto, già al primo sguardo, mi indirizza alla metafisica, l’enigma di De Chirico appare e scompare in continuazione, non si sa che strada prendere.

Ma l’arte contemporanea ha qualcosa che l’arte antica non ci può offrire, il diretto contatto con l’autore.

Parlando con Indellicati emerge la genesi del dipinto, o più precisamente comprendo il messaggio che sta nel titolo, il pittore confessa che il dipinto è: “la rappresentazione di un sogno fatto qualche tempo prima, ma me ne sono reso conto solo a dipinto ultimato, fino ad allora niente mi aveva condotto al sogno”.

Nel percorso alchemico quest’opera si colloca al secondo stadio, Albedo “opera al bianco”, il passaggio che segue il nero, Nigredo, e che anticipa il giallo, Citrinitas (per finire con il rosso Rubedo).

Se da una parte l’oro (o la pietra filosofale) sono il completamento di un itinerario materiale, dall’altra il fine ultimo è la coscienza di sé, una presa di coscienza che necessita appunto di continue trasformazioni, un’evoluzione che ha l’obbiettivo di creare qualcosa di “superiore”.

Dove si colloca il sogno in questo contesto? Stando al dipinto di Indellicati è il secondo passo verso l’essenza, la porta che si apre sull’ignoto rompe lo schema rigido che era il nostro modo di concepire la nostra esistenza, la libertà di andare, dove ci condurrà non è chiaro, sta a noi scoprirlo.


giovedì 15 dicembre 2022

L'uomo è l'animale più domestico e più stupido che c'è ...

1980, Franco Battiato pubblica l’album Patriots, il disco segue il capolavoro dell’anno prima L’era del cinghiale bianco e anticipa di dodici mesi l’opera che lo farà conoscere al grande pubblico: La voce del padrone.

Franco Battiato - Cancello, olio su tavola cm 46 x 39


Oltre a Up partiots to arms, che da parzialmente il nome all’album, e alla geniale Prospettiva Nevski, troviamo un altro brano che, con un mix di versi enigmatici e aforismi dall’interpretazione palese traccia un profilo della cultura occidentale che si apprestava ad entrare negli anni ottanta, una previsione lucida e dettagliata di quello che, con il senno di poi, possiamo indicare come l’inizio della decadenza.

Il ritornello in arabo fa da colonna portante di un disegno che non sembra avere seguito: “Disse il maestro del villaggio: Ho scalato la montagna, la pace sia con voi e con te, adesso io vivo” (questa è l’approssimativa traduzione) le altre strofe indicano una nostalgica visione apparentemente legata al passato ma che si limita a sottolineare le storture di un percorso mal delineato.

Le tre strofe sono geniali, la prima è un’evidente accusa al sistema mediatico (siamo nel 1980 e dopo più di quarant’anni siamo nella stessa situazione, con più realismo possiamo dire che siamo messi peggio) l’illusione giovanile di vivere in un mondo libero diviene disillusione con il trascorrere degli anni.

La seconda frase è più enigmatica, inizia con la descrizione di un innocente gioco infantile e si conclude con un maestoso La mia parte assente si identificava con l'umidità.

L’identificazione con un problema irrisorio ci distoglie dalle vere problematiche, la tendenza a concentrarci su ciò che è effimero ci permette di evitare l’impegno di approfondire il vero senso della nostra esistenza.

La terza strofa inizia con una frase apparentemente scollegata dal contesto, stessa cosa è quella successiva, sono però le parole conclusive a mettere tutto a posto: “L'uomo è l'animale più domestico e più stupido che c'è”.

Questo ultimo verso non ha bisogno di alcun commento, semmai è necessaria una profonda riflessione …



Arabian Song (testo)


كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...

La mia classe fu allevata con il latte di una capra e del pane di frumento
A quei tempi per divertimento non avevano inventato il telegiornale
Quando ero più giovane credevo che esistesse libertà

قال معلم القريةِ
كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...

Da bambini si giocava sulle spiagge con degli aquiloni a gara sotto il sole
Mentre guardavamo il mio salire verso l'alto preoccupati che non si sciupasse
La mia parte assente si identificava con l'umidità

قال معلم القريةِ
كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...

Gli orchestrali sono uguali in tutto il mondo, simili ai segnali orario delle radio
Le domeniche e nei giorni di vacanza ci si organizzava per le feste in casa
L'uomo è l'animale più domestico e più stupido che c'è

قال معلم القريةِ
كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...