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venerdì 27 gennaio 2023

La narrazione del dolore come terapia (e prevenzione) dell'orrore, Edit Birkin

Edit Birkin (nata Hofmann, nome con cui firma le sue opere) viene deportata nel ghetto di Lódz nel 1941, allora aveva 14 anni, successivamente viene trasferita ad Auschwitz dove vive l'orrore dell'olocausto.


L'ultimo respiro-camera a gas, 1980 cm 50,8 x 60,9  Imperial War Museum, Londra

“Auschwitz era molto spaventoso, perché c’era pieno di tedeschi”, bastano queste parole per farci comprendere quanto era radicato, nella Germania di allora, il concetto di odio.

Ancora più pesanti delle parole sono alcuni dipinti che Edit realizza più tardi, opere che raccontano l’inenarrabile e al contempo riescono ad alleviare, seppur molto parzialmente, l’angoscia che pervade chi ha conosciuto l’orrore.


Giorno della liberazione, 1980-82   cm 53,3 x 45,7   Imperial War Museum, Londra



Carretto della morte, ghetto di Łódź, 1980-82  cm 71,2 x 91,4    Imperial War Museum, Londra



Un campo di gemelli - Auschwitz, 1980-82  cm 71,2 x 91,4  Imperial War Museum, Londra



mercoledì 26 gennaio 2022

La memoria, il tesoro nascosto (sempre meno ricercato)

Siamo a Berlino, più precisamente al Museo Ebraico, l’architetto Daniel Libeskind, che ha progettato l’edificio ha voluto inserire quelli che conosciamo come gli “Spazi vuoti della memoria” dove il significato si fa ampio, dove racconta le molte sfaccettature dell’integrazione mai accettata degli ebrei in Germania in particolare e nel mondo in generale.


Questi spazi vuoti simboleggiano l’assenza della cultura ebraica nella società tedesca, un vuoto che si fa inquietante e assordante alla luce di ciò che è successo.

In uno di questi vuoti , l’unico in cui si possa entrare, prende vita Shalechet, l’opera di Menashe Kadishman, diecimila dischi in metallo che raffigurano altrettanti volti dalle espressioni diverse.

Camminando in questo angusto e claustrofobico luogo, calpestando i volti metallici, si entra in una dimensione dove è l’angoscia a prevalere, il suono (o frastuono) che si leva diventa quasi insopportabile, al rumore metallico si aggiunge il significato simbolico che attivando le coscienze spesso spinge i visitatori a cercare una via di fuga, ma per raggiungere l’uscita si deve camminare ulteriormente sul pavimento che nel frattempo sostituisce i volti metallici con i volti delle innumerevoli vittime della Shoah ma anche di tutte le guerre che continuano ad esistere.

Premetto che la mia rappresentazione non è basata su una visita personale ma su una ricerca delle reazioni emozionali dei moltissimi visitatori che sono entrati in contatto con l’opera. Da una parte non mi permette di esprimere un punto di vista legato all’esperienza diretta, dall’altra posso vedere l’insieme, cercando, dove possibile, un quadro più ampio e più lucido.

La memoria è un tesoro poco considerato, nel tempo del consumo come status assoluto, il termine “tesoro” porta immediatamente al denaro, alla ricchezza  materiale, tutto ciò che non è tangibile non ha molta considerazione, la memoria dunque non va di moda.

Se tutti fossimo in grado di fermarci ogni tanto a riflettere su quello che è stato avremmo risolto tutti i nostri problemi, non ripetere gli errori e sfruttandoli per innovare vivremmo in un mondo completamente diverso.


sabato 27 gennaio 2018

Senza via di scampo?, Felix Nussbaum

Autore:   Felix Nussbaum
(Osnabrück, 1904 – Auschwitz, fine 1944 - inizio 1945)
 
Titolo dell’opera: Paura (Autoritratto con la nipote Marianne) – 1941
 
Tecnica: Olio su tela
 
Ubicazione attuale:  Felix Nussbaum Haus Museum, Osnabrück.






L’arte di Nussbaum è quasi completamente incentrata sulle vicende personali legate all’orrore dell’olocausto.

Fuggito dalla Germania per non finire nella rete nazista, in quanto ebreo, si rifugia in Belgio, paese all’apparenza sicuro per via della dichiarazione di neutralità, ma pochi giorni dopo il suo arrivo la Germania invade il paese e per Felix inizia l’incubo.

Arrestato e trasportato in un campo francese riesce a fuggire quando sembrava imminente la fine.

Di nascosto torna a Bruxelles dove raggiunge la moglie nascosta in casa di amici, vivrà quattro anni in clandestinità dove tra la terribile solitudine e l’onnipresente terrore di essere catturato descrive l’ansia e la paura di quei giorni, lo fa con la pittura in un modo unico nel suo genere.

Questo dipinto del 1941 ci trasmette lo stato d’animo di quei mesi infiniti dove la follia umana raggiunge livelli di rara esasperazione.

Difficile dare interpretazioni personali ad un’opera come questa, i colori cupi, il senso di claustrofobia, l’assenza di una via di fuga e l’espressione terrorizzata dei due protagonisti parlano da soli.

Tradito da un vicino Nussbaum viene arrestato (mentre l’amico che lo aveva aiutato a nascondersi riesce a fuggire) morirà non ancora quarantenne, in un periodo imprecisato tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, in un campo di concentramento di Auchwitz, stessa sorte tocca alla moglie e a gran parte della sua famiglia.

Restano le sue opere che ci ricordano costantemente quanto l’umanità possa spingersi oltre ogni più buia dimensione. Opere che non permettono alcuna interpretazione che non sia quella di condanna e che testimoniano i momenti tragici che sembrano, al giorno d’oggi, tutt’altro che lontani … per chi ha la volontà di comprenderli.