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domenica 20 agosto 2023

Arte e libertà, l'astrattismo contro il pensiero unico

L’arte astratta è uno degli esempi più importanti della “libertà di pensiero”.

Non a caso tutte le dittature del novecento, siano esse comuniste, fasciste o naziste, avevano (e hanno) in comune la determinazione nel troncare sul nascere ogni forma d’arte astratta.


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Piero Manzoni, Achrome 1958, caolino su tela grinzata, cm 100 x 70 - Gallerie d’Italia, Milano



Mentre la pittura figurativa permette di incanalare, in immagini, le masse verso un pensiero unico (metodo utilizzato nei secoli dalla nobiltà e dal clero) l’arte astratta è difficile da controllare.

Giustamente qualcuno può obbiettare sostenendo che la pittura figurativa è stata spesso utilizzata per contrastare tali regimi totalitari, ma in quanto rappresentativa è “leggibile”, riconoscibile e di conseguenza più facile da arginare.

L’astrazione necessita di approfondimento, di un ragionamento, chi vuole andare oltre l’apparenza deve sviluppare un pensiero proprio.

Non c’è nulla di peggio, per certe ideologie assolute, della massa pensante che in quanto tale è incontrollabile.

L’astrattismo, il “concettuale”, sono due forme di spinta intellettuale, chi si immerge in queste profondità artistiche deve farlo con uno sviluppo del pensiero, un pensiero che, se elaborato singolarmente, diviene unico in quanto espressione di un singolo individuo, se ogni essere umano approfondisce un proprio ragionamento viene meno quel “pensiero unico” nell’accezione negativa, quella che permette il controllo “dall’alto”.

mercoledì 25 gennaio 2023

Il genio e la follia dell'arte invisibile, Lana Newstrom

Lana Newstrom, performer statunitense che ha fatto parlare di sé per le idee rivoluzionarie, probabilmente si tratta dell’artista concettuale più estrema, la sua visione essenziale ha dato vita a discussioni accese e interminabili.

Nel 2014, all’età di 27 anni, da vita alla sua prima mostra personale, dipinti e sculture riempivano le sale dove fiumi di gente “scorrevano” tra l’entusiasmo e lo stupore, l’esposizione era di per sé unica, le opere infatti erano invisibili.



Davanti alle pareti spoglie, ai piedistalli che non reggevano nulla, lo spettatore si chiedeva quale fosse il senso di ciò, la Newstrom lasciava all’osservatore il compito di dare vita all’opera. Il tutto era reso ancora più complicato dalla totale assenza di indicazioni, niente cartellino con il titolo, non vi era una seppur minima descrizione, il nulla.

La mostra naturalmente ha scatenato un autentico vespaio, le testate giornalistiche di tutto il mondo hanno riportato la notizia non lesinando le critiche più dure, ma in questo modo hanno a loro volta dato importanza all’evento.

Il sito internet dell’artista americana è stato preso d’assalto da collezionisti provenienti da ogni latitudine, le sue opere, accompagnate da certificati di autenticità, sono state vendute a cifre astronomiche, in poche parole la nostra Lana ha ceduto le proprie “creazioni” incassando milioni di dollari.

L’artista stessa ha motivato i suoi lavori ed il successo che ne deriva: la mia mostra restituisce all’arte il ruolo che essa dovrebbe avere: quella di far sognare, stimolare l’immaginazione – cosa che non accadrebbe con le opere di chi si impegna ad esprimersi ‘alla vecchia maniera”.

La Newstrom risponde anche alle critiche affermando che “Arte è immaginazione e questo è ciò che il mio lavoro richiede alle persone che interagiscono con lui. Bisogna immaginare un dipinto o una scultura proprio davanti ai vostri occhi.” E a chi, pur riconoscendole il pensiero ma accusandola di non fare assolutamente nulla risponde: “Solo perché non si vede niente, questo non vuol dire che io non abbia impegnato ore di lavoro per creare l’opera.

A rincarare la dose interviene anche l’agente della Newstrom, affermando che da ora l’arte prende una nuova e definitiva strada, la sua assistita, secondo lui, è l’artista di cui avevamo bisogno, una grande visionaria che darà una svolta epocale al mondo dell’arte.

Ci si è chiesti, e lo si fa tutt'ora, cosa spinga il visitatore di una mostra come questa a ritenere le opere cosi importanti (le stime dei giornali di quell’anno parlano di migliaia di persone in fila per ammirare i dipinti e le sculture invisibili) e soprattutto cosa spinge un collezionista a portarsi a casa, a suon di milioni di dollari, opere che non vede e non vedrà mai, forte solo di un certificato di autenticità.

Queste domande sono state per molto tempo il filo conduttore nelle discussioni nate dalle opere di Lana, domande che, in un tempo fondamentalmente breve, hanno perso la loro forza fino a scomparire.

Infatti tutto si è spento quando due conduttori radiofonici americani, Pat Kelly e Peter Oldringhanno svelato che tutto quanto era pura finzione, dall’immagine della sala vuota piena di visitatori, con un sapiente e accurato fotoritocco hanno tolto i quadri nello scatto riferito ad un’altra mostra (nella foto in basso) fino al finto sito internet creato ad arte, al punto da non lasciare dubbi sull’autenticità.

A questo punto però lasciar cadere la cosa con una risata diventa pericoloso, se prima ci si chiedeva il perché del successo della fantomatica mostra e del motivo dell’escalation dei prezzi, ora ci si deve chiedere perché questa notizia sia stata considerata plausibile, al netto dell’incompetenza delle varie testate che hanno pubblicato gli effetti dell’evento senza curarsi di verificare le fonti, dovremmo concentrarci sul fatto che in molti hanno creduto alla mostra perché la cosa non è poi cosi assurda, almeno secondo il percorso preso ultimamente dall’arte contemporanea.

A dare una spiegazione potrebbero bastare le parole di Joseph Kosuth, lui sì grande esponente dell’arte concettuale: “In un certo senso l’arte può essere seria come la scienza o la filosofia. Può essere interessante o no, dipende dal fatto che ne siamo più o meno informati”. 

Tirate le somme e ricostruita questa bizzarra vicenda emerge un’altra riflessione, se Lana Newstrom non fosse stata un’intuizione del duo Kelly-Oldring ma fosse veramente esistita, se realmente avesse dato vita ad opere invisibili e se davvero i collezionisti avessero preso d’assalto i suoi lavori, avremmo potuto etichettare il tutto come una cosa “senza senso”? 




martedì 20 dicembre 2022

La geniale visione di Bruce Nauman

Siamo nel 1968, sono gli anni del boom economico ma anche quelli della contestazione giovanile, della guerra fredda e della corsa allo spazio.

Bruce Nauman - Il mio nome come se fosse scritto sulla superficie della luna, 1968

Nauman mischia tutto e lo presenta con quest’opera, "Il mio nome come se fosse scritto sulla superficie della luna" del  1968, che racconta il fiorire delle insegne al neon (cosa iniziata anni prima nel pieno della rivoluzione pop) ma soprattutto anticipa quello che accadrà a breve, il contatto dell’uomo con il nostro satellite naturale.

In quell’anno infatti (esattamente il 30 dicembre) viene pubblicata la celebre fotografia che mostra la terra che sorge dall’orizzonte lunare, l’anno seguente assisteremo all’epocale allunaggio, Bruce Nauman anticipa tutti scrivendo il proprio nome sulla Luna.

La gravità lunare, decisamente inferiore a quella terrestre (circa sei volte) permette un movimento più lento, leggero, dilatato nel tempo, ecco che “bruce”, bome lo leggeremmo sul nostro pianeta, diventa “bbbbbbrrrrrruuuuuucccccceeeeee”, ogni lettera si ripete per sei volte, il tempo per pronunciarlo è moltiplicato per lo stesso numero di volte, la sensazione di essere sulla Luna diviene palpabile.

In un certo senso potremmo considerarlo un elogio alla lentezza, una spinta a considerare la frenesia qualcosa da cui staccarsi, una condizione che col trascorrere degli anni si è alquanto acuita.

La luce artificiale ha contribuito ad un rovesciamento delle tempistiche naturali portando l’umanità ad annullare  la sequenza notte-giorno (in ambito lavorativo ma non solo) ci rendiamo conto che quella “lentezza” tanto agognata si va via via esaurendo ma non sembriamo in grado di invertire la rotta.

Nauman non cerca di cambiare le nostre abitudini, semmai in quegli anni fa esattamente i contrario, ma ci lascia con il dubbio che la rivoluzione dei consumi non sia esattamente l’ideale assoluto.

sabato 5 novembre 2022

Corrersi incontro per non incontrarsi mai

La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, più nota come Il grande vetro, è l’opera più complessa ed enigmatica di Marcel Duchamp.



Se Fontaine è il simbolo del pensiero “duchampiano” e se Dati:1 la caduta dell’acqua, 2 il gas d’illuminazione è probabilmente il suo capolavoro, quest’opera completa il quadro concettuale dell’artista normanno.

Olio, vernice, filo di piombo e polvere su due lastre di vetro montate con alluminio e legno, la cornice è di acciaio, l’opera viene realizzata in un arco di tempo piuttosto lungo, dal 1915 al 1923.

Il dipinto, se cosi vogliamo chiamarlo, è nettamente diviso in due parti, quella superiore dedicata alla “sposa”, quella inferiore agli scapoli del titolo.

"vetro" inferiore

Nella parte in basso a sinistra sono rappresentati nove maschi, vediamo gli abiti consueti di alcune categoria prettamente maschili, il prete, il vigile, l’operaio ecc. i nove pretendenti sono sospesi su una sorta di carrello che a sua volta è retto da una ruota che permette un movimento in circolo attorno alla “macchina che, al centro, è il perno dell’intero meccanismo.

Il macchinario che da energia al carrello degli scapoli è un vecchia macinatrice di cioccolato appoggiata su un elegante tavolino da salotto.

Il cioccolato come fonte di energia e di piacere, quell’energia e quel piacere che mette in moto i protagonisti di sesso maschile.

"vetro" superiore

Nella parte alta viene rappresentato il mondo femminile, la “sposa” o anche la “vergine” (tutte le descrizioni sono fornite dagli scritti di Duchamp stesso) si presenta sotto forma di una vespa, l’addome sottile, la vita “da vespa” appunto, fino all’estremità dove spunta quello che possiamo definire l’organo del desiderio, è rappresentato esternamente perché simboleggia il tentativo di avvicinarsi al mondo maschile che ruota in tondo senza sosta.

I due poli però sono divisi irrimediabilmente, non si possono incontrare, questo mantiene vivo il desiderio dando vita a una perpetua ricerca, ad un infinito rincorrersi, l’uomo ruota senza sosta, la donna cerca, senza riuscirci, un contatto.

Il genio di Duchamp emerge ulteriormente nel momento in cui, dopo l’unico trasferimento dell’opera per una mostra, gli addetti al trasporto, evidentemente poco professionali, hanno riconsegnato il manufatto pesantemente danneggiato. A causa di un urto i vetri si sono rotti creando una serie di crepe che hanno creato delle griglie, senza scomporsi l’artista si è detto entusiasta della situazione, secondo il suo pensiero: “le crepe nel vetro sono quello che mancavano all’opera, ora è completa”.

Duchamp, che non si era dimenticato di essere un eccelso pittore (semmai sono altri ad esserselo dimenticato) ha piombato le “ferite” nel vetro rendendole definitivamente parte dell’opera, alla perenne ricerca di unione tra il cosmo femminile e quello maschile, unione che non avverrà mai e proprio per questo il desiderio non scemerà nutrendo cosi il meccanismo di inseguimento reciproco, si aggiungono le linee totalmente fortuite che sono l’espressione inequivocabile del concetto di “caso”, come forma imprescindibile nel rapporto quotidiano tra i due sessi, che lo stesso pittore non era riuscito ad esprimere prima dell’incidente occorso all'opera stessa.

mercoledì 12 ottobre 2022

L'arte involontaria può essere considerata arte?

Voglio addentrarmi in una riflessione che definire complessa significa sminuirne il senso, desidero parlare di qualcosa che potrei definite non-arte, o se preferite dell’arte involontaria, il modo di trasformare oggetti di uso quotidiano e trasformarli con l’inserimento della parola in manufatti artistici.

 

Non mi riferisco a ciò che è stato fatto nel recente (più o meno) passato, i ready made di Duchamp ad esempio, voglio andare oltre la volontà artistica.

L’opera in questione, che vediamo nell'immagine, conosciuta come i “Funghi”, è stata realizzata da un artista anonimo del nord Europa, il titolo è: “Il riparo dei desideri irrealizzati” un’opera di arte ambientale che potrebbe raccontare l’impatto nel quotidiano della plastica (che però viene vista come riparo del legno sottoposto al degrado del tempo, soluzione forse efficace ma tutt'altro che "green").

Dico potrebbe perché questa “realizzazione” (non saprei come definirla diversamente) è di mio padre che, anni fa,  ha trasformato una siepe di abeti, morta, in una recinzione “diversamente logica”, ha lasciato i tronchi con il compito di assicurare un riparo ai mezzi in transito che altrimenti potevano sbandare e cadere nella scarpata a fianco del viale d’accesso della propria abitazione. Per impedire che l’acqua facesse marcire il legno ha coperto i tronchi con dei “cappelli”, dopo che le varie resine isolanti si sono dimostrate inefficienti.

Amici, parenti, conoscenti, davanti a questa recinzione, hanno avuto la stessa reazione, prima lo stupore per l’insolito steccato, poi la frase che si ripeteva ad ogni occasione: “sembra un’opera d’arte contemporanea”, detto tra il serio e il faceto (quasi sempre la seconda).

Naturalmente niente di tutto ciò è da considerare arte ma se riavvolgiamo il “nastro”, dimentichiamo ciò che ho detto, torniamo alle prime righe, fingiamo che sia il lavoro di un ipotetico artista (decidete voi la cittadinanza e la nazionalità) e prendiamo per buono il titolo che gli ho affibbiato, cosa potremmo pensare?

Chiunque può, a ragione, ribadire che non si tratta di arte, cosa in effetti vera, ma siamo sicuri che lasci totalmente indifferenti? Non tanto nel fatto che l’opera in sé sia arte ma se pensiamo che molti “lavori” ambientali e concettuali siano considerati (a ragione) arte seguendo le stesse dinamiche dei tronchi in questione non possiamo essere categorici, semmai l’unica eccezione sta nella volontà di definire il manufatto.

Se la recinzione in questione (comunque distrutta dal tempo che si è fatto beffe anche dei "ripari" in plastica) fosse stata realizzata con lo scopo di dare vita ad un’opera d’arte cambiava qualcosa concettualmente?

giovedì 30 dicembre 2021

Viaggio tra i quattro elementi

“Nulla è perduto”, questo è il titolo della mostra in corso alla GAMeC  (Galleria d’arte moderna e contemporanea) di Bergamo.

Un percorso, perché letteralmente si tratta di un viaggio, tra le infinite trasformazioni della materia, i quattro elementi che mutano continuamente rigenerandosi all’infinito.

Si parte con una incredibile passeggiata su un pavimento di conchiglie, opera dell’artista svedese Nina Canell, l’imbarazzante confronto con i miliardi di metri cubi di cemento che scorrono sotto i nostri piedi (materiale che non si rigenera) è palese, camminare sul letto di materiale organico, che frantumandosi si rimette in circolo assorbito dalla terra che ne trae nutrimento, è di per se un’esperienza unica.

Le quattro sezioni della mostra, aria, acqua, fuoco e terra, si snodano e vengono rappresentate da opere realizzate nell’arco di un secolo da diversi artisti, incontriamo il surrealismo e il dadaismo con Man Ray, Duchamp, Ernst e Carrinton, il pioniere della Land Art Robert Smithson, esponenti dell’arte povera come Calzolari e Icaro, fino ai contemporanei come Eliasson e Gaillard.

Tutti sensi vengono messi alla prova, oltre al tatto (camminare sulle conchiglie o toccare i cristalli colorati, e naturalmente la vista, entra in gioco l’olfatto con l’odore dei Sali che si compongono e scompongono tramite “percorsi” chimici naturali, e l’udito con i suoni che accompagnano il visitatore in tutto il viaggio.

L’insieme è affascinante, ma lo sono anche le singole opere che prese una ad una raccontano la loro epoca e la proiettano ai giorni nostri, l’impressione che ne ho ricavato è  che la proiezione stessa non si limita all’oggi ma si dirige nel futuro.

Oltre ai già citati artisti la mostra ci offre opere di De Chirico, Ana Mendieta, Yve Tanguy, Otobong Nkanga, Gerda Steiner, Renata Boero, Yves Klein, Pamela Rosenkrand Andy Warhol e molti altri.

Il cammino si conclude con un video di Mika Rottenberg “Spaghetti blockchain” dove la trasformazione della materia si fonde con i suoni provocati dalla manipolazione stessa, sensazioni intense che proviamo immersi dai “rumori”, dai colori e dal concetto.

Ma una mostra non è solo ciò che vediamo (o come in questo caso sentiamo, tocchiamo o “annusiamo”) ma quello che rimane dopo una breve o lunga “decantazione”, le informazioni raccolte, l’elaborazione delle emozioni, delle sensazioni, tutto prende corpo e il risultato finale è quello che la mostra ci ha offerto e che noi abbiamo saputo assimilare.

Non affronto mai una visita ad un museo in modo casuale, qualcuno può obiettare che cosi facendo mi perdo l’effetto sorpresa, cosa di cui ero convinto anch’io in passato, naturalmente dipende da cosa si decide di visitare e dalle conoscenze che si hanno (un percorso come questo è difficile da pianificare, ci si deve lasciare trasportare in quanto non si conosce il pensiero alla base della mostra, se non superficialmente).

Affrontando al buio una visita “artistica” è assicurato il già citato effetto sorpresa ma è impossibile il successivo passo, lo studio che precede la visita deve essere posticipato, con il rischio di non riuscire ad andare in profondità.


                                       












Immagine tratta dal video di Mika Rottenberg “Spaghetti blockchain” 





sabato 4 dicembre 2021

Pause di riflessione prima della tempesta ... artistica.

“Non si può stare fermi su un punto per tutta la vita, a volte la scelta di non agire è più importante della scelta di fare qualcosa, è il momento di prendersi una pausa.

Poi arriva il giorno che la scelta di fare qualcosa è più importante della scelta del non fare niente … e cosi ricomincio”


Queste parole sono la sintesi del pensiero di Maurizio Cattelan, artista, tutt’altro che prolifico, che ha dato vita alle proprie opere solo quando riteneva di avere qualcosa da dire, mettendo su un piatto della bilancia l’idea artistica spinta dalla necessità di creare, e sull’altro piatto l’altrettanto importante bisogno di astenersi da ogni “lavoro”.

Il “peso” dei due concetti fondamentali variava di volta in volta e Cattelan agisce a seconda della forza scaturita dai concetti stessi.

Per questo motivo possono passare anni tra un’opera e la successiva, andando controcorrente rispetto alla convinzione che un artista non deve mai interrompere il filo conduttore della propria arte.

Questo tempo naturalmente non scorre inutilmente, le idee prendono forma e l’artista milanese ne organizza ogni piccola sfumatura, nulla è lasciato al caso, anche le polemiche, che puntualmente nascono ad ogni apparizione, sono cavalcate ad arte, spesso è proprio Cattelan a dare vita a queste ultime e non necessariamente interviene a cercare di moderarle.

Quale sia l’approccio di ognuno di noi alle opere del discusso artista padovano è innegabile che difficilmente possiamo passare oltre senza notarle, al di là dell’aspetto esteriore è il messaggio che ne emerge ad essere interessante, questo ci riporta alla frase iniziale, se ciò che si crea parte da un’idea, che può evolvere o addirittura generarsi durante la “creazione”, è su quest’idea che ci dobbiamo soffermare.

L’opera in questione, dal titolo enigmatico Bibidibobidiboo del 1996, è surreale da un lato ma al contempo è quanto mai “realistica” e attuale.

Sono passati venticinque anni dalla realizzazione ma l’opprimente sensazione di abbandono, di solitudine, investe lo spettatore, quali siano i motivi che hanno spinto l’animale al suicidio (questo appare ad un primo sguardo ma non è la sola interpretazione) non è dato saperlo, l’idea ci porta in una direzione, ognuno di noi trae le personali conclusioni.

Anche in questo caso le discussioni alla prima apparizione sono state molte e feroci (non che in seguito sia cambiato granché) ma il messaggio è passato con forza, la costruzione di un’opera come questa, e del suo concetto, necessitano di tempo, ecco il perché delle “pause”.

domenica 2 agosto 2015

Breve descrizione dei movimenti artistici, l'Arte concettuale o arte povera.


Questo movimento considera prevalente l’idea che sta all’origine dell’opera piuttosto che l’abilità nel creare la stessa.

Fenomeno diffusissimo negli anni sessanta coinvolge numerosi mezzi espressivi, dai film alle mappe e diagrammi, da video e fotografie a semplici testi.

Il paesaggio può diventare parte integrante dell’opera come nel caso della “Land Art” o arte ecologica come le monumentali opere di Christo (nella foto il “Pont Neuf”).

La filosofia, il movimento femminista o le varie attività politiche sono fonte d'ispirazione per quegli artisti che considerano l’innovazione delle idee fondamentali per l’arte.

L'artista concettuale come creatore di idee piuttosto che di oggetti, mina i tradizionali ruoli dell'artista e dell'opera d'arte.

L'arte povera si sviluppa in Italia negli anni sessanta, e prevede l'utilizzo di materiali poveri, di uso quotidiano, che privati del loro "compito" ritrovano un nuovo ruolo posizionati in un altro contesto. (un esempio sono Joseph Beyus e Mario Merz)
Oltre a Joseph Kosuth, che ha dato il nome al movimento, si ricordano anche, Viola e Buren.

(Alcune nozioni del testo sono tratte da : The art book)