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giovedì 20 aprile 2023

"Spaesaggi" poetici, il tempo sospeso

Il tempo che si ferma là dove sembra correre senza freni, lo “spaesamento” di chi insegue una visione dal profilo leggero, lento, il sogno offuscato, la verità che si cela allo sguardo cristallino, il senso poetico di una quotidianità in bilico.

Davide Van De Sfroos pubblica Gli spaesati nel 2021 all’interno dell’album Maader folk.

A seguire testo e video.


Foto by Franco Fontana - Il parco dei Sibillini, 1999 (particolare)

Gli spaesati - Davide Van De Sfroos

Semm quel che semm, quel che semm sempru staa
Femm quel che femm, quel ch'hemm sempru faa
Chissà induè naremm a fini'
Ma semm gnamò partii

(Siamo quello che siamo, quello che siamo sempre stati
Facciamo quello che facciamo, quello che abbiamo sempre fatto
Chissà dove andremo a finire
Ma non siamo ancora partiti)

Siam nati contromano, cresciuti controvento
Vivendo in contropiede, e siamo un controsenso
Facciam lavori vecchi, con sogni malpagati
Lavori da ostinati che sembrano svaniti

Siam gli ultimi brandelli di una bandiera vera
Che non sai più se c'è ma che una volta c'era

Capissum la fadiga, i sforss de la furmiga
Capissum mea un prugress che ghe sposta la cadrega
(Comprendiamo la fatica, gli sforzi della formica
Non comprendiamo un progresso che ci sposta la “sedia”)

Siam nati contromano, cresciuti controvento
Vivendo in contropiede, e siamo un controsenso
Facciam lavori vecchi con sogni malpagati
Lavori da ostinati che sembrano svaniti

Siam gli ultimi brandelli di una bandiera vera
Che non sai più se c'è ma che una volta c'era

Capissum la fadiga, i sforss de la furmiga
Capissum mea un prugress che ghe sposta la cadrega
(Capiamo la fatica, gli sforzi della formica
Non capiamo un progresso che ci sposta la “sedia”)

Ci chiamano paesani ma siamo gli spaesati
I chiodi della storia ormai arrugginiti
Abbiamo lunghe ombre, ripariamo la memoria
Restare al nostro posto ormai è l'ultima vittoria

Siam stati gli emigranti, siam stati i ritornanti
Vi abbiam riempito i libri credendoci ignoranti
Ci hanno insegnato i trucchi per essere moderni
Ci han fatto scrivere tutto e poi buttare via i quaderni

Come fili sottili di un mondo che si scuce
Siam l'urlo dello strappo che per adesso tace
Sembriamo senza tempo, sembriamo senza pace
Ma chiamerete noi quando andrà via la luce

Ci chiamano paesani ma siamo gli spaesati
Valichiamo dei confini soltanto immaginati
Riconosciamo il nome del posto in cui viviamo
Ma abbiamo perso il codice per capire chi saremo

Ci chiamano paesani ma siamo gli spaesati
Anche bloccati qui ci sentiamo trasferiti
Siam l'ultima frontiera tra il ricordo e il cambiamento
Siamo il popolo nascosto, sorvegliamo un faro spento.


 

sabato 9 febbraio 2019

La terza onda, definitiva destinazione futura. Davide Van de Sfroos

Nel 2008 il cantautore lariano pubblica, all’interno dell’album “Pica”, la ballata folk “La terza onda”.


Metafora dei desideri più intimi dell’uomo, una toccante “espressione” del sentimento atavico della ricerca di se stessi attraverso il viaggio.

Davide Van de Sfroos, pseudonimo di Davide Bernasconi, porta nel nome d’arte il desiderio di andare dove non è concesso dalle nostre stesse convinzioni (de Sfroos sta per “andare di frodo”, non legato al significato di “caccia di frodo” ma nel senso più intimo di ricerca di strade al di fuori dei dettami comuni)

Lo stesso cantante racconta la simbologia delle tre onde, la prima l’onda che spinge al largo, la voglia di partire alla ricerca di qualcosa che riempia il vuoto che le abitudini quotidiane inevitabilmente lasciano, una spinta verso l’ignoto, verso qualcosa di nuovo.

La seconda è l’onda che spinge verso la riva, quella che ci indirizza verso il ritorno a casa quando si fa sempre più pressante la nostalgia delle persone o dei luoghi che abbiamo lasciato.

Ma protagonista del brano è la terza onda, l’onda che aspettiamo, quella che, superati gli ostacoli delle precedenti, rivela il nostro essere, la terza onda è quella definitiva, è il futuro non svelato ma forse già scritto o da scrivere, è quella che ti fa sentire vivo, quella che da un senso alla vita che, come le onde reali e non metaforiche, sale e scende continuamente ma che nonostante tutto non si ferma mai.

Per chi non ha familiarità con il dialetto “laghee” (dialetto del lago di Como) propongo una traduzione che naturalmente fatica a “sposarsi” con la melodia

(nell'immagine: Ivan Aivazovsky - Ship on Stormy Seas Giclee. part.)





La terza onda

Barca tocca la riva, sfrega la punta e gratta la spiaggia
Terra, terra arrabbiata che si lamenta per ogni mio passo,
Troppa, troppa la notte che ho trascorso sull’acqua fantasma,
Terra, terra bastarda che sposerà il vento per soffiarmi negli occhi

Onda, lama spezzata, labbra di dama e lingua di frusta
Onda, che accarezza, onda che rovista e mescola i riflessi
Onda, mano che mi prende e mi porta fino a casa mia,
Onda, onda seconda che mi spinge ancora in mezzo al lago

Vita, vita da fiocina, vita infilzata di punta sul fondo
Vita, vita mulagna che gira la ruota e tira la corda
Terra, terra che aspetta ogni spazzatura che il lago porta a riva
Terra che ogni mattina con la stessa espressione aspetta anche me

E sono qui ad aspettare la terza onda e sono qui per vedere come sarà
E sono pronto a baciare la terza onda e sono pronto a prendere tutti i suoi schiaffi

Donna, donna sbagliata, rosa tagliata e poi gettata via,
Donna, donna di terra rosa che non era la mia
Rosa che ti punge e intanto che punge ti lascia il profumo,
Donna che impara dall’onda a ricordarti che eri un uomo

Rema, rema via il mondo fin dove l’acqua non ha più memoria,
Scappa da quella corda che gira e che gira e ti lega al pontile,
Onda, onda bugiarda, prima ti spinge e poi ti spruzza
Aria di carta vetrata che sfrega e che sfrega per farti tornare indietro

Vita che si incastra e che è disegnata a lisca di pesce,
Vita che scivola verso quel luogo dove hai voglia di essere,
Onda che ti porta fino all’altra sponda
Per farti sentire più forte la voglia di tornare a casa

E sono qui ad aspettare la terza onda ...





venerdì 26 dicembre 2014

Il giorno dopo la festa, Davide Van de Sfroos, Pulenta e galena fregia.

"Pulenta e galena fregia" è forse il brano più ”dolcemente malinconico” di Davide Van de Sfroos, il racconto del giorno dopo la festa (polenta e gallina fredda è il pasto di Santo Stefano dove si mangiavano i resti del pranzo di Natale).


Davide descrive il senso di solitudine ma nello stesso tempo di pace e tranquillità, il momento in cui ognuno fa i conti con se stesso, con il proprio passato e i propri “fantasmi”, all’indomani del giorno di festa, dove tutto è condiviso.

Lo fa con una poetica meravigliosa che rende al meglio nella lingua originale (il dialetto “laghee”, lingua delle zone del lago di Como), in italiano perde un po’ del senso intimo del racconto, nella traduzione si perdono a volte le combinazioni in rima presenti nella versione originale.

Bella e perfettamente cucita addosso al testo la musica, un folk dalle sfumature irlandesi vero marchio di fabbrica di Van de Sfroos.

Non mi resta che invitarvi ad ascoltare il brano con l’augurio che possiate vivere le stesse mie emozioni.

 

A seguire il testo in italiano e il video con il brano originale.






Polenta e gallina fredda

Polenta e gallina fredda
e un fantasma sulla veranda
barbera come petrolio
e anche la luna mi sembra che sbandi...

sedia che fa rumore
e bocca aperta che non dice niente,
solo la radio graffia l'aria
e i pensieri fanno un gran casino ...

Non è vero che nel silenzio
dorme solo la malinconia,
non è vero che un toscanello
non è capace di fare una poesia,

in questa stanza senza orologi
balla la fata e balla la strega
in questo posto senza la luce
che dice tutto è solo l'ombra ...

Ascolta il vento che picchia alla porta
ha in testa una nuvola e in braccio una borsa
dice che ha dentro un bel regalo
mi sa che è il solito temporale ...

Ascolta gli spiriti e ascolta i folletti
che si arrampicano sul muro e saltano fuori dai cassetti
hanno i vestiti di quand'ero piccolo
vanno e vengono con il bicchiere del vino ...

E la candela non sta mai ferma
si muove come la memoria
e anche il ragno sulla balaustra
ricama il quadro della sua storia

la ragnatela dei miei pensieri
prende tutto quello che arriva qua
ma tante volte ha troppi buchi
ed è tutta da rammendare ...

La finestra sbatte le ali,
ma lo sa che non può andar via
e le stelle hanno la faccia lucida
come gli occhi della nostalgia

in questa stanza senza nessuno,
guardo lontano e mi vedo in faccia
in questa stanza di un altro tempo, 
i miei fantasmi lasciano la traccia ...