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mercoledì 10 maggio 2023

Forma e colore nella narrazione fotografica

La differenza tra la fotografia a colori e quella in bianco e nero sta nella trasmissione di un concetto, ci sono "cose" che si possono dire solo con il colore e altre che si esprimono esclusivamente con una scala di grigi.


Un esempio, tra i tantissimi a disposizione, ce lo offrono questi due scatti, il colore di Tiziana e Gianni Baldizzone e il bianco e nero di Elliott Erwitt.

La prima è la rappresentazione della forza del colore stesso che prende il “comando” ai danni di ciò che si vuole raccontare, nel secondo caso l’assenza di colore è addirittura necessaria, è la narrazione a prevalere.



Certo la fotografia dei Baldizzone non esclude una costruzione visiva, la donna (non ne abbiamo la certezza ma ciò che vediamo ci spinge a considerare il personaggio al femminile) e soprattutto il paesaggio sullo sfondo (anche se sfocato) sono l’emblema di un continente, l’Africa, che emerge dai nostri canoni.

L’immagine realizzata da Erwitt invece vuole essere “letta”, ci impone un'interpretazione, dietro c’è una storia, una situazione particolare che ci lascia e si lascia immaginare.

Entrambe raccontano un vissuto, entrambe lo fanno con le “parole” silenziose dei rispettivi autori, con o senza il colore hanno colto l’essenza della propria percezione, hanno saputo convogliare in un’immagine il proprio sentire.


giovedì 20 ottobre 2022

Situazioni casuali (quando il caso non è abbandonato a sé stesso)

“Per ottenere quella precisa situazione ho dovuto aspettare tutto il giorno!” 

foto by Elliott Erwitt - Prado Museum, Madrid, 1995

Queste parole di Elliott Erwitt confermano che la fotografia non è mai lo specchio di ciò che succede ma il momento in cui si decide di fermare il tempo.

1995, siamo all’interno di una sala del Museo del Prado a Madrid dove sono esposte due tra le più celebri opere di Francisco Goya, La maja vestida La maja desnuda.

Il tempo viene “bloccato” dal fotografo, dietro uno scatto c’è sempre un comportamento arbitrario, non parlo delle fotografie costruite a tavolino, infatti Erwitt non mette in posa i visitatori (almeno cosi afferma) ma attende pazientemente che si crei quell’insieme desiderato.

Questa celebre fotografia incarna i comportamenti, in parte reali e in parte frutto di un’idealizzazione che ci siamo costruiti nel tempo, fatta di stereotipi più o meno suffragati dalla realtà, raccontando ciò che lo stesso artista “vede” o quello che vuole che gli altri vedano.

Il fotografo attendeil momento opportuno per "costruire l'istante", avrebbe potuto scattare ripetutamente lasciando che il risultato, casuale, prenda il sopravvento, ma Erwitt aveva ben chiaro l’obbiettivo di quella giornata, assecondare l’ideale della donna impegnata artisticamente e l’uomo impegnato … in altri ambiti.

Il risultato finale è decisamente suggestivo (ammetto che seppur forzato è un concetto, purtroppo, tutt’altro che campato in aria) ma non è su questo che voglio focalizzarmi, ad interessarmi maggiormente è l’idea che la fotografia sia (come spesso viene definita) lo specchio della realtà, arrivando alla conclusione che la realtà stessa sia una mera illusione e di conseguenza anche la fotografia si riveli tutt'altro.

Non mi permetto di mettere in discussione le parole del fotografo ma se prestiamo attenzione non possiamo escludere che i personaggi che popolano la fotografia, in particolare per come sono disposti, qualche “indicazione” l’abbiano ricevuta.