“L’arte non è riproduzione, è invenzione”
Giorgio Michetti
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| Giorgio Michetti – Reti, 1985 - Affresco su tavola, cm. 33x41 |
Passeggiando
all’interno di un parco situato vicino alla costa romagnola ci si può imbattere
in piccole costruzioni rurali abbandonate, spesso si tratta di piccole case inutilizzate che testimoniano di un tempo più o meno lontano.
A
volte questi luoghi silenziosi, lontani, concettualmente (anche se a poche
centinaia di metri dalle spiagge affollate) dalle masse urlanti alla ricerca di
rumore, caos, sovraffollamenti, sono abbandonati a sé stessi, in balia di
personaggi alienati, in preda all’alcool, che deturpano e danneggiano panchine,
fontane, alberi al punto che il disfacimento è percepito ad un primo sguardo.
Non
è però il caso di questo parco, a pochi metri dalle spiagge di Cesenatico, dove
possiamo incontrare persone che corrono, passeggiano, accompagnano gli amici a
quattro zampe.
L’incontro
non è solo con esseri umani, ci imbattiamo in scoiattoli, uccelli, anatre, aironi, tartarughe,
un’oasi di pace a pochi passi dal caos più totale.
Prati
e alberi curati, panchine intonse, cestini regolarmente svuotati e zero
spazzatura per terra.
Ma
c’è sempre l’eccezione, una piccola costruzione in mattoni si inserisce perfettamente
in questo “quadro” naturale, seppure in disuso è dignitosamente curata, peccato
che i soliti scribacchini “urbani” abbiano messo la propria firma, scritte, che
loro pretendono di considerare arte, che danno all’insieme un palese senso di
degrado.
Nonostante
sia l’unico segnale in questa, triste, direzione, non passa inosservato,
davanti alla piccola costruzione c’è un laghetto dove nuotano numerose
tartarughe, il paesaggio è da fiaba ma quelle scritte ci riportano alla realtà,
realtà che ci riporta a sua volta ai luoghi rumorosi che abbiamo raccontato poco fa.
Secondo
alcuni imbrattare i muri è una forma di espressione legittima, peccato che
spesso, oltre all’inciviltà data della mancanza di rispetto per le cose altrui,
non ci sia alcuna espressività, chi scarabocchia sui muri non vuole dirci nulla di
particolarmente profondo, non sapendo “costruire” si limita a distruggere.
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Howard Hodgkin – Amanti, 1984-89 - Olio su tavola cm 54 x 65 - Collezione privata |
Astrazione
“realistica”? al primo sguardo non c’è nulla che possa riportarci a ciò che di reale possiamo vedere
quotidianamente o saltuariamente, è il titolo che ci svela il soggetto del
dipinto.
Un vortice di
colori che si avvinghia a sé stesso rappresentando cosi la passione
dell’incontro di due amanti.
Passione che
esplode in tutte le direzioni, il turbinio cromatico va ad occupare anche la
cornice, Hodgking spesso dipingeva utilizzando tavole di legno già
incorniciate, in questo modo il quadro veniva coinvolto nella sua totalità.
L’ispirazione che
ha portato il pittore inglese a realizzare questi soggetti è giunta dopo un
viaggio in India dove emerge la spiritualità legata alle passioni terrene,
tutto evidenziato dall’intensità cromatica.
I colori brillanti,
il movimento incessante delle forme, la proiezione in una dimensione
immateriale, sono gli ingredienti di un’opera che vuole raccontare sensazioni “altre”
e intense emozioni.
“Quanto schifo in queste opere d'arte... perchè si è comunque arte ma è arte che fa pena... Michelangelo, Leonardo e Buonarroti, ecc, ecc, ecc si stanno rigirando nella tomba”.
Questo commento, che riporto pari pari, è uno dei tanti esempi del pubblico che infesta il web con
frasi che non hanno alcun senso.
Le parole, scritte dal solito anonimo che
si nasconde dietro ad un nickname (perché oggigiorno metterci la faccia non va
di moda) fanno da corollario ad un video dedicato all’arte del secondo
dopoguerra dove brevemente si racconta dell’evoluzione artistica del tempo, molti
gli artisti nominati, Burri, Fautrier, Hartung, Dubuffet, Fontana, Soulages,
Tàpies e Mathieu (nell’immagine una sua opera del 1952).
Il commento presenta una serie di “limiti” mentali e culturali che fanno impallidire e che
purtroppo sono più frequenti di quanto possiamo pensare.
Innanzitutto definire “schifo” ciò che non
si comprende è quantomeno scorretto, è una questione di educazione, invece di
approfondire, di cercare di capire perché una cosa non ci piace, è più semplice
denigrarla.
Enorme contraddizione con “... è
comunque arte ma è arte che fa pena ...”, il nostro/nostra amico/a denigra le opere ma, andando
contro ogni logica, le considera opere d’arte, il fatto che aggiunga che si
tratta di arte che fa pena …
Altro punto nevralgico è la pessima
abitudine, molto comune, di paragonare opere di diversi periodi storici,
mettere in competizione la “Venere di Urbino” di Tiziano con un “Achrome” di
Manzoni non ha alcun senso.
Ma se proprio non è possibile farne a meno
e vogliamo tirare in ballo artisti del passato, quando si parla di arte
contemporanea, sarebbe auspicabile andare oltre i soliti nomi, Leonardo,
Michelangelo, Raffaello o Caravaggio (se sostituiamo quest’ultimo con Donatello
ecco che abbiamo le Tartarughe Ninja, forse è per questo che sono conosciuti da
certa gente). Se si ha anche una leggerissima “infarinatura” di storia dell’arte,
è impossibile non ampliare l’elenco con moltissimi altri nomi, tirare in ballo
i soliti quattro è sinonimo di assenza di conoscenza dell’argomento.
Ma il nostro anonimo esperto d’arte riesce
ad andare oltre “Michelangelo, Leonardo e Buonarroti” solo questo basta per far
capire che il fondo del barile è raggiunto e che gli scavi sono in atto.
E pensare che sarebbe sufficiente evitare di commentare.
Questo però non è un commento isolato, video lezioni, articoli, spunti, tutto quello che è divulgazione artistica, e da la possibilità di interagire, è sommerso da una marea di considerazioni e giudizi (soprattutto gli ultimi) che spesso nulla hanno a che fare con l'argomento, osservazioni che non cercano la civile discussione, un confronto, si sparano sentenze senza motivare ciò che si scrive, le parole che aprono il post sono solo lo spunto per sottolineare quanto sia diffusa questa abitudine (non solo nell'arte).
È triste la notte
Tra le nubi scure
Il suo tetto è il cielo
La mente è vagante
Dentro un labirinto
Senza via d’uscita
Se
prendiamo due opere, l’una pittorica, l’altra una poesia, le
decontestualizziamo, le uniamo come se si trattasse di un’opera unica e ne “ritocchiamo”
l’aspetto visivo, possiamo ottenere qualcosa di diverso da quello per cui sono
state create?
La
poesia di Sara Acireale non lascia spazio a molti fraintendimenti, va dritta al
punto raccontando le sensazioni claustrofobiche dei momenti più cupi della vita
di molti.
Il
“Cappio” di Michelangelo Pistoletto invece, anche se non può sembrare cosi,
permette molte interpretazioni, più o meno serie, più o meno cupe.
In
apertura al post ho affiancato alla poesia l’immagine dell’opera di Pistoletto
(serigrafia su carta argentata, 1973) ritoccata in modo da renderla più tetra,
il risultato è di sicuro impatto ma non è quello che gli autori volevano
trasmettere (perlomeno per ciò che riguarda l’artista biellese).
Una
di queste serigrafie fa mostra di sé nello studio-sala da pranzo nella casa
dello stesso Pistoletto, secondo lui il cappio non rappresenta il lato più
cruento ma quei legami che non ci permettono la massima libertà, non è detto
che si tratti di legami negativi o fastidiosi anzi, legami affettivi che siamo
felici di avere ma che influenzano inevitabilmente le nostre scelte.
Un
aneddoto racconta che Gianni Agnelli si recò a casa di Luca Cordero di
Montezemolo il giorno delle sue nozze, portava con sé un regalo per la copia,
naturalmente stiamo parlando dell’opera in questione realizzata da Pistoletto.
Tra
il serio e il faceto Agnelli omaggia gli sposi di un’opera d’arte e al contempo
sottolinea quello che, secondo lui, è il matrimonio.
Il
cappio di Pistoletto dunque è lontano da quello che potrebbe apparire
affiancato alla poesia della Acireale, le due opere assieme raggiungono un
livello tragico altissimo, separate prendono una strada, anche se non completamente
diversa, sicuramente meno angusta.
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Michelangelo Pistoletto - Cappio 1973- Serigrafia a specchio su policarbonato cm
82x58,5 |
Pochi giorni fa è scomparso Bill Viola, artista newyorkese, a tutti gli effetti una delle massime espressioni dell’arte contemporanea, considerato il padre della video art.
Per ricordarlo ho scelto “The raft”, opera del 2004.
Bill Viola, con quest'opera, ha rappresentato il mondo, l’umanità, prima
e dopo un cataclisma immane, una moderna “Zattera della Medusa”.
Il video ci mostra un gruppo eterogeneo di persone,
diversi per genere, etnia, stato sociale, sono disconnesse l’una dall’altra,
sono sospese in un’attesa "a tempo" dove sembra poter accadere qualunque cosa in
qualsiasi momento ma nessuna delle diciannove figure pensa ad altro che non a sé
stessa.
Il mondo dove il gruppo è collocato è quello
contemporaneo dove però è assente ogni riferimento ambientale, niente cielo, niente terra, non
ci sono alberi, non ci sono costruzioni di alcun tipo, è tutto asettico, nulla
si è formato o tutto è scomparso.
All’improvviso un getto d’acqua investe il gruppo che ne
viene travolto, nemmeno il tempo di rendersi conto dell’accaduto che un altro violento
flusso colpisce dalla parte opposta, un autentico diluvio che sommerge tutto (anche
se del tutto c’è solo il suo contrario) e tutti.
Ad un certo punto il cataclisma perde forza fino a
scomparire, ciò che resta è un cumulo di “macerie” umane, questa distruzione
però non riesce a radere al suolo qualunque stato d’animo anzi, quelle che erano
persone isolate dalle altre mutano il loro modo di agire, si aiutano a vicenda
cercando di dare conforto all’altro e cercando a propria volta conforto nell’altro.
Bill Viola con quest’opera ci dona un po’ di
speranza, forse è proprio nei momenti difficili che emerge quel senso di
umanità che a volte pensiamo sia in via d’estinzione.
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Pioniera di una
tecnica che è diventata parte integrante dell’espressionismo americano, Helen
Frankenthaer dipinge su una tela non mesticata, questo permette ai colori di
muoversi liberamente al contatto con la tela stessa come l’inchiostro si spande
a contatto della carta assorbente o l’acquerello su un foglio di carta bagnato
abbondantemente.
I soggetti citati
nel titolo si possono intravedere o forse sono frutto dell’influenza del titolo
stesso che ci spinge a notare anche ciò che non c’è.
Sicuramente la
pittrice statunitense ha dipinto le montagne e il mare ma è proprio la libertà
del colore di andare dove vuole a portare l’opera da un’altra parte.
La tela non
trattata dunque si trasforma in un passaggio che permette ai colori di vivere
di vita propria seguendo strade ignote all’autrice, la Frankenthaler da inizio
ad un “racconto” ma non sa dove questo porterà.
Ad ingigantire l’effetto
“liberatorio” dei colori è il formato delle tele su cui l’artista riversa il
proprio pensiero, grandi supporti che acuiscono la sensazione di infinita
libertà espressiva.
Cosa accomuna una poesia di Jorge Luis Borges e un dipinto di Marc Chagall?
Naturalmente
a fare da filo conduttore è la grande arte, opere di due artisti eccelsi che
hanno saputo raccontare e raccontarsi utilizzando forme d’arte che li rendono immortali.
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| Marc Chagall - Il paesaggio blu, 1949 - Guazzo su carta cm 77 x 56 - Musem Von der Heydt, Wuppertal |
La Luna
C’è tanta solitudine in
quell’oro.
La luna delle notti non è
la luna che vide il primo Adamo.
I lunghi secoli della
veglia umana l’hanno colmata di antico pianto.
Guardala. È il tuo
specchio.
Il
titolo della Poesia di Borges: “La Luna”, può non avere nulla in comune con “Il
Paesaggio blu” del pittore russo, il poeta argentino si riferisce alla luna,
Chagall sembra metterla in secondo piano, quasi non fa parte del suo “racconto”.
Ma
dietro queste due visioni apparenti si cela l’amore dei due artisti per le
donne che hanno amato, che hanno segnato le loro vite: Maria e Bella.
Borges
racconta la sua amata Maria Kodama paragonandola alla luna, una personalità che
aveva, come il satellite terrestre, il lato luminoso, riconoscibile da chiunque
ed uno più nascosto, visibile solo da chi sapeva scendere in profondità.
La
stessa visione ce l’ha Chagall che racconta la moglie, Bella Rosenfeld, andando
oltre la realtà, ne narra i sentimenti, le sensazioni, le emozioni,
collocandole in una dimensione eterea, spirituale.
Dietro
queste due struggenti opere c’è la forza di un amore eterno che sa spingersi
oltre l'orizzonte terreno, oltre ogni confine visibile, al di là di ogni
immaginazione.