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La porta dell’inferno
in un’illustrazione di Gustave
Doré |
«Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'eterno dolore,
per me si va tra la perduta gente".
“Dante Alighieri – La Comedìa, canto III

Giacomo Favretto - El difeto xe nel manego (Il difetto è nel manico) non datato Olio su tela cm. 71 x 106,5 – Collezione privata |
Questo
dipinto ci mostra uomini e donne lontani che non appartengono alle classi
privilegiate, persone che vivono una quotidianità che fino ad allora non era
presa in considerazione come soggetto artistico.
Questi
quadri però rappresentano la popolazione più umile senza però la ricerca della
denuncia sociale, senza sottolineare le difficoltà quotidiane che la maggior
parte della gente deve affrontare.
I soggetti
raffigurati vestono abiti logori ma portati con elegante dignità, non ci sono
segni di sofferenza o tristezza, al contrario viene evidenziata l’allegria e la
spensieratezza, anche lo scorcio della città, siamo a Venezia città natale dell’artista,
è lontano dai canonici luoghi veneziani, non c’è San Marco, non ci sono Rialto,
il Palazzo Ducale e tutto ciò che ha reso Venezia celebre in tutto il mondo.
Favretti
avrebbe potuto semplicemente rappresentare un gruppo di persone lasciando
sospeso il resto, ma va oltre, il titolo non lascia dubbi, “El difeto xe nel
manego” che tradotto dal dialetto locale ci dice che l’ombrello, che viene
analizzato dall’uomo e dalla donna a sinistra, ha dei problemi di stabilità, il
difetto dunque è nel manico, impossibile non andare al significato che questa
metafora porta con sé, se è difettata la base, se non è solida la struttura
portante, tutto il resto vacilla, spesso siamo portati a guarda al risultato
finale, ma quasi sempre le storture sono la conseguenza di un’errata fase
iniziale.
Big Bench, ovvero le ormai famosissime “panchine giganti”.
Creata da Chris Bangle inizialmente presentata
come opera d’arte ora viene definita oggetto di design, ma la moltiplicazione
dei “pezzi” (siamo a quasi 240 esemplari distribuiti in varie valli italiane)
ne sta svalutando l’aspetto artistico.
E’ innegabile l’apprezzamento del grande pubblico affascinato dal “fuori scala” e dai favolosi panorami che ci si presentano quando ci sediamo sentendoci un po’ bambini.
All’inizio si è cercata una possibile “singolarità” dividendo le panchine per colore ma il moltiplicarsi delle stesse ha inevitabilmente moltiplicato anche l’aspetto cromatico annullando anche questa possibilità del “pezzo unico”( idea comunque non originalissima considerato che panchine giganti anche se di altra forma ce ne sono già in tutto il mondo).
La domanda che mi pongo (perché devo sempre pormi delle domande) è: ha più valore l’opera d’arte unica e di conseguenza meno fruibile o la crescente distribuzione di queste installazioni permanenti che permettono a tutti di goderne azzerando il lato artistico a favore di un utilizzo più ludico?
Ammetto che concettualmente avrei preferito il
pezzo unico ma forse sarebbe stata un’azione più elitaria anche se sicuramente
più incisiva nel tempo.
Basquiat realizza quest’opera all’età di 22 anni dopo un viaggio in Italia dove, a Modena, la Galleria Mazzoli gli dedica la prima personale nel belpaese.
In quel
viaggio incontra il Rinascimento italiano e ne rimane affascinato, tutto ciò
che ha lasciato la famiglia Medici lo coinvolge emotivamente tanto da creare
una personale visione proiettata al contemporaneo.
L’influenza
rinascimentale si nota già dal titolo ma non solo, la struttura del quadro è un
altro indizio, il dipinto richiama i trittici del tempo, le pale d’altare che
erano una costante i quegli anni, infatti si tratta di tre tele unite a formare
una composizione che ricorda lo stile del periodo mediceo.
Ma il
fascino artistico del Rinascimento lo porta ad una presa di posizione, i Medici
sono parte di un sistema che gli ricorda quello in atto a New York negli anni
ottanta, un sistema elitario fondato sul mecenatismo del passato e prigioniero
del mercato dei nostri giorni.
“Versus
Medici” è in pratica un autoritratto, Basquiat si autocelebra come l’eroe che
combatte il sistema cercando di liberare il mondo dell’arte da steccati
ideologici e da un costante razzismo, più o meno strisciante.
Non
mancano i riferimenti ai disegni di anatomia di Leonardo da Vinci, disegni che
compariranno ripetutamente nelle opere realizzate negli anni successivi.
Basquiat
come l’eroe invincibile ma anche nelle vesti di qualcosa di più “elevato”, in
alto a destra vediamo la scritta Aopkehsks che in greco potrebbe, cosa dedotta
e condivisa da molti storici dell’arte, portare ad Amenhotep, faraone egiziano
considerato alla pari di una divinità, il pittore newyorkese dunque sale fino
alla concezione divina di sé stesso, un’entità superiore che vendica gli
ostracismi del mondo dell’arte.
Ultima
curiosità, che di artistico ha poco o nulla, nel maggio del 2021 l’opera è
stata venduta da Sotheby’s per la ragguardevole cifra di 50,8 milioni di
dollari.
Alla fine dell’ottocento nascono i primi “dischi” in gommalacca, quelli che verranno ricordati come i “78 giri”, solo nel 1948 arrivano i celebri “33 giri” supporti in vinile che entrano di diritto nella storia della musica collocandosi tra le “invenzioni” più importanti.
Gli
LP sono tutt’ora al centro dell’attenzione di appassionati e collezionisti,
dopo una flessione nel periodo a cavallo tra il 900 ed il secolo attuale con l’arrivo
e la veloce dipartita, del CD.
A
rendere i “vinili” affascinanti al di là della musica che contengono sono le
copertine che spesso sono più celebri dei brani stessi.
Ma
quelle che sono delle autentiche opere d’arte non sono nate con l’avvento
dei dischi, fino al 1940 le copertine erano dei semplici involucri di cartone
monocolore (prevalentemente marroni, colore naturale del cartone) con un foro
al centro che permetteva di leggere il nome del brano e del suo autore.
Insomma,
niente di particolarmente attraente, semplici confezioni protettive.
Nel
1939 Alex Steinweiss, un grafico impiegato alla Columbia Records, decide di
sottoporre ai propri superiori l’idea di dare un volto alle anonime confezioni
che contenevano i dischi.
All’inizio
la proposta di Steinweiss non venne accolta, la casa discografica non intendeva
spendere ulteriore denaro per la stampa, lo ritenevano un inutile spreco di
risorse.
Ma
il nostro Alex non demorde e convince i suoi superiori della bontà dell’idea, la Columbia Records si prende il rischio e pubblica una raccolta di brani
scritti da Lorenz Hart e musicati dal pianista Richard Rodgers dal titolo “Smash
song hits by Richard & Hart”, siamo nel 1940.
La
copertina, realizzata dallo stesso Steinweiss è un successo, le vendite
aumentano a dismisura ed il secondo tentativo, una riedizione della celeberrima
“Eroica” di Beethoven, conferma che è la strada giusta, le vendite raggiungono
un aumento superiore al 900%.
Solo
grazie all’insistenza di un giovane grafico (23 anni) ha avuto inizio uno dei
fenomeni più incredibili e longevi del XX secolo e che tutt’ora gode di ottima
salute.
Alex
Steinweiss realizzò in seguito più di 2500 copertine lasciando un’indelebile
impronta nell’evoluzione culturale delle generazioni che si sono susseguite.
Le
icone immortali realizzate da celebri artisti devono tutto a questo giovane, geniale e
ostinato, che con la sua idea visionaria a dato vita ad un universo artistico
senza confini.
“ … le vecchie abitudini muoiono prima di quanto pensiamo, rapidamente vengono sostituite da nuove […] tra poco potrei addirittura abituarmi al frastuono dei clacson e dei venditori ambulanti.
Esiste un altro posto al mondo che riesca a stravolgerti i sensi più dell’India?
Chi
conosce il paese fa le sue cose tranquillamente, ma niente può preparare il
profano a questo assalto di rumori e colori, al caldo, al movimento, al
perpetuo movimento della folla.
All’inizio
ne sei sopraffatto ma a poco a poco ti rendi conto che è come un’onda, se le
opponi resistenza ti rovescerà, ma se ti butti dentro riemergerai facilmente
dall’altra parte.
(da:
Marigold Hotel)
A seguire alcuni scatti che Steve McCurry ha dedicato all'universo indiano
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Gustav Adolf Mossa - Elle, 1905 - Olio e doratura su tela, cm 80 x 63 - Musée des Beaux-Arts, Nizza
La donna rappresentata come sintesi della bellezza, la figura
sinuosa e seducente, il candore dell’incarnato … ma questa “visione” finisce
qui, il resto del dipinto ci racconta tutt’altro.
Una bellezza letale che non lascia scampo, sono molteplici i
particolari che ci conducono su questo sentiero, già lo sguardo lascia
trapelare quelle che sono le mire della fanciulla, al collo una collana
adornata da un coltello, una capsula contenente veleno e una pistola, la chioma
funge da nido per tre teschi con a guardia due corvi, la scritta in latino non
ammette repliche: “hoc volo, sic Jubeo sit pro ratione voluntas"(quello
che voglio, lo ordino, la mia volontà è una ragione sufficiente).
La donna inoltre è seduta su una montagna di cadaveri, il
maschio che cade tra le sue grinfie non ha scampo, i tentativi, senza esito
positivo, di sfuggire alla triste sorte sono impressi sulle gambe e sulle mani
della femmina demoniaca, impronte sanguinanti che raccontano l’epilogo della
lotta.
Tra i vari simboli che Mossa inserisce nel quadro spicca per
importanza il gatto nero accucciato in grembo, inutile affermare che
l’emblema della stregoneria non poteva mancare a sottolineare la genesi
malvagia della donna.
Il pittore francese realizza quest’opera, e molte altre con
lo stesso soggetto, quando aveva poco più di vent’anni, dal 1911, grazie alla
scoperta dell’arte fiamminga, abbandona il simbolismo lasciandosi alle spalle
un periodo artistico, complesso ma affascinante.
Non ci sono molte informazioni su quali fossero, e se ci
fossero, i “problemi” con il gentil sesso, sicuramente la visione che emerge da
questo dipinto mostra le conseguenze di un “dialogo” difficile, evidenziato dai
molteplici matrimoni.
Come detto non ci sono molte notizie sulla vita artistica e
privata di Mossa, conosciuto più come illustratore, drammaturgo e saggista che
come pittore, ha realizzato le sue opere tra il 1900 e il 1918, dopo di che si
è dedicato alla “cura” del museo di Belle Arti di Nizza, incarico che fu di suo
padre, è proprio la pinacoteca di questo museo ad ospitare la maggior parte dei
suoi dipinti, opere ignorate totalmente fino al 1971, anno della morte dell’artista.
Una breve ma intensa parentesi (1901-1911) che ne fa l’ultimo
grande simbolista, il meno celebrato ma non per questo il meno importante,
peccato che ci siano voluti più di sessant’anni perché il mondo ne venisse a
conoscenza.
Nel mare dell’incompetenza, della burocrazia che immobilizza, dell'incultura, che soffocano il nostro paese, emergono, nonostante tutto e tutti, realtà che sanno andare oltre le solite “pessime abitudini”.
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| Antonio Mancini - Florence Phillips, 1909 (Florence Phillips è la fondatrice della Johannesburg Art Gallery) |
L'arte
e il lago d’Iseo si erano già incontrati nel 2016, in quell’estate incredibile
dove Christo e Jean-Claude hanno dato vita al celebre “Floatin piers”, in zona meglio
conosciuta come “la passerella”.
A
distanza di sette anni le acque del Sebino tornano a lambire la grande arte,
non si tratta di una gigantesca installazione ma di una mostra dove si
racconta, grazie ad una sessantina di opere, il percorso che l’arte ha effettuato dalla
metà dell’ottocento fino agli anni sessanta del secolo successivo.
“Da
Monet a Warhol”, questo è il titolo della rassegna, propone dipinti,
disegni, litografie, provenienti dalla “Johannesburg Art Gallery”, dal 19
maggio al 3 settembre (parlando con i responsabili è emerso che c’è
l’intenzione di prorogarla almeno fino a fine settembre) si possono ammirare opere
realizzate dai più grandi artisti occidentali e con una parte dedicata ai
pittori sudafricani.
Qualcuno
potrebbe ribattere che questo tipo di mostre si trovano spesso nelle grandi città
italiane, quotidianamente in infatti possiamo visitare esposizioni di questo livello a
Milano. Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Genova ecc. ma appunto si tratta di grandi città, in questo caso però non
si tratta di città grandi medie, o anche piccoli capoluoghi di provincia, stiamo parlando di Sarnico, un
comune con poco più di seimila abitanti, una piccola realtà che ha investito
moltissimo nell’arte e che in questi giorni raggiunge un obbiettivo che
sembrava solo una chimera.
Nelle
sale della “Pinacoteca Gianni Bellini” possiamo incontrare artisti che hanno scritto la
storia dell’arte, da Turner a Courbet, Monet, Degas,
Boudin, Fantin-Latour, Sisley, Surat,
Cezanne, Van Gogh, Modigliani, Rodin, Millais, Rossetti, Picasso, Alma Tadema, solo per
citarne alcuni.
Naturalmente
l’eco di questo evento non è paragonabile a quello del 2016 ma ciò non significa
che sia meno importante anzi, un viaggio che inizia negli anni della più clamorosa
rottura artistica e si protrae fino all’arte Pop, movimento che ha dato vita ad
una lunghissima scia che arriva ai giorni nostri.
Questo
evento dimostra che se ci sono la volontà, la competenza e il desiderio di
andare fino in fondo, a costo di scontrarsi con chi non è d’accordo (purtroppo
c’è sempre qualcuno che alza il muro davanti alla cultura) si possono
raggiungere traguardi che si credevano utopici.
A seguire alcune opere, in ordine sparso, presenti alla mostra.
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| Dante Gabriel Rossetti-Regina Cordium-1860 |
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| Eugene Louis Boudin-Il porto di Trouville -1893 |
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| Joseph Mallord William Turner - Hammerstein sotto Andernach, 1817 |
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| Paul Signac - Barche a Locmalo, 1922 |
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| Selby Mvusi - Measure of the city, 1962 |
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| William Kentridge - Soho in una stanza allagata, 1999 |
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| Alfred Sisley - Sulla riva del fiume a Veneux, 1881 |
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| Claude Monet -Primavera, 1875 |
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| Pablo Picasso - Testa di Arlecchino II, 1971 |