sabato 13 febbraio 2021

Viaggi e illusioni, Pierpaolo Vici

Ho già avuto l’occasione di parlare dell’artista riminese Pierpaolo Vici, pittore che “viaggia” nella profondità del pensiero creando così un suo personale percorso artistico dove l’invisibile si insinua nel “reale” modificandone l’essenza.

Questa volta però voglio affrontare una sua opera in modo completamente diverso, innanzitutto perché non si tratta di un dipinto ma di quella che possiamo considerare un’installazione-scultura dove Vici non interviene manualmente ma con l’idea (chi mi conosce sa quanto sia per me fondamentale l’idea che da vita ad un’opera).

Altra differenza rispetto al dipinto che ho proposto in passato sta nella quasi assenza di “realismo”, mentre nella pittura, pur insinuandosi oltre i confini della fisicità umana e addentrandosi  nel profondo dello spirito, il percorso figurativo è palese, in questo frangente qualcosa si intravede ma solo dopo alcune informazioni.

L’opera in questione è composta da quattro strisce, ognuna di misura diversa, e da un ovale in marmo incastonati nel muro, non ci sono altre indicazioni, nessun titolo, nessun accenno al nome dell’autore ma soprattutto niente che metta in risaldo la scultura, persino il colore del muro non fa nulla per attirare l’attenzione sull’opera.

Il manufatto di Vici cerca lo sguardo di chi è predisposto all’incontro con quest’ultimo, l’obbiettivo dell’opera è quello di passare inosservato agli occhi distratti dei passanti lasciandosi catturare da chi riesce ad entrare in simbiosi.

Ma questo può non bastare, non va trascurato il fatto che non siamo in un luogo deputato all’arte, il muro non è parte di un museo o di un luogo comunque deputato all’arte, per questo motivo l’opera rischia di mimetizzarsi con l’ambiente circostante, lontani dunque da un luogo “artistico” viene da chiedersi: di cosa si tratta? Cosa vuole “raccontarci”? Ammesso che voglia dire qualcosa.

Finché ad un certo punto mi sono deciso e ho chiesto informazioni (solo allora ho saputo il nome dell’autore) e di conseguenza ho chiesto a Pierpaolo di cosa si trattasse e la risposta è stata breve e precisa: “Si tratta del sole sul mare”.

Queste le poche parole hanno aperto definitivamente l’opera ad un infinito numero di possibilità interpretative, l’opera ha dunque acquisito un titolo.

Il sole sul mare, potrebbe trattarsi dell’alba o del tramonto, siamo a Rimini, l’autore è riminese e il sole sull’Adriatico sorge (il tramonto è dedicato agli Appennini) l’arcano è presto svelato … forse.

Se osserviamo il levare del sole o un tramonto sull’acqua notiamo che la nostra stella, quando è in prossimità dell’orizzonte, tende ad allungarsi, sia che sorga o che si accinga a calare, il sole da l’illusione ottica di allungarsi a toccare l’acqua, diventa cosi un ovale ma l’allungamento è in verticale, perché Vici l’ha voluto orizzontale?

A questo punto la fantasia interpretativa prende il largo, la sfera è schiacciata, sembra che una forza invisibile prema per spingerla in acqua ma il sole si rifiuti di tramontare, il mare è quello della riviera romagnola dove il tramonto “marino” non è contemplato.

E’ la rappresentazione di una forzatura “esterna”, quasi aliena, nei confronti del sistema naturale delle cose o il messaggio dell’artista è più intimo, personale?

La risposta non c’è e in fondo non è quello che voglio, mi piace pensare che davanti ad un’opera che non ha il pressante desiderio di farsi notare si celino infinite varianti dove ognuno può sbizzarrirsi con le proprie letture.

Certo Pierpaolo non può non aver trasmesso parte del proprio essere nell’anima della scultura, quale sia la parte solo lui può saperlo (cosa non scontata in quanto si può inserire l’inconscio e tutto prende un’altra strada) a noi non resta che il piacere di un viaggio in una dimensione resa accessibile da quelle poche ma fondamentali parole.

Un tramonto forzato e rifiutato? Forse solo una visione “altra” dell’alba.

E se si trattasse di un altro mare? E se il mio viaggio portasse altrove?

E se tutto fosse un’illusione?

sabato 6 febbraio 2021

L'arte "consumata", James Ensor

 Autore:   James Ensor

(Ostenda, 1860 – Ostenda, 1949) 

Titolo dell’opera: Scheletri che si contendono un’aringa salata, 1891

Tecnica: Olio su tavola

Dimensioni: 16 cm x 21 cm

Ubicazione attuale:  Musées royauxdes Beux-Arts de Belgique, Bruxelles



L’intera opera gioca sull’assonanza delle parole “Hareng saur” (aringa salata) e “Art Ensor”, il pesce altro non è che la metafora dell’artista belga che viene da una parte conteso e dall’altra divorato dalla critica.

Ensor ha vissuto la propria arte in modo complesso, c’era la convinzione di essere un artista innovativo, che andava alla ricerca di qualcosa di sconosciuto all’epoca, era convinto di aver trovato una nuova strada artistica (cosa che in fondo è tutt’altro che campata in aria) ma sentiva l’ostilità crescente del pubblico e, soprattutto, della critica, quest’ultima ne riconoscerà i meriti ma solo negli ultimi anni della vita di Ensor.

Se consideriamo che il riconoscimento dell’arte di Ensor avviene a distanza di più di mezzo secolo dalle sue prime opere, ci rendiamo conto che forse la critica di fine ottocento non era in grado di comprendere la visione proiettata nel tempo.

Tornando al dipinto notiamo che ci sono tre distinti livelli, i due scheletri si contendono l’aringa, questo dimostra che in fondo c’èra un’attenzione alle opere di Ensor, ma la contesa è mirata a divorare, la critica cerca dunque di impossessarsi dell’aringa per fini strettamente egoistici e non certo per il bene assoluto della pittura.

Resta il fatto che i protagonisti della “sfida” sono due scheletri, la critica consumata dall’avidità, dal consumismo, è praticamente morta, l’aringa salata si erge cosi a protagonista moralmente ineccepibile, vittima di un sistema destinato alla distruzione.

Come spesso accade nei dipinti di Ensor l’aspetto cromatico è fondamentale, nonostante le tematiche non siano positive vengono descritte con un’intensa colorazione, questo manifesta il surreale mondo dell’arte (in questo caso specifico ci si riferisce al mercato) che ammantandosi di colore cerca di sviare, se non di nascondere, il grigio che impera nel suo intimo.

sabato 30 gennaio 2021

Gli specchi, Toulouse-Lautrec

 Autore:   Henry de Toulouse-Lautrec

(Albi, 1864 – Saint-André-du-Boys, 1901 ) 

Titolo dell’opera: Vincent Van Gogh, 1887 

Tecnica: Pastello su carta 

Dimensioni: 54 cm x 45 cm 

Ubicazione attuale:  Stedelijk Museum, Amsterdam



Due anni prima della realizzazione di questo ritratto Vincent Van Gogh, consigliato dal fratello Theo, si trasferisce a Parigi dove incontra Toulouse-Lautrec, i due stringono un’amicizia dove più che dall’affetto sono uniti da una reciproca stima.

Di carattere diametralmente opposto i due pittori riescono a legare finché Van Gogh non chiede all’amico di dare vita a una comune dove gli artisti possono quotidianamente confrontarsi, ma la risposta categoricamente negativa rompe il fragile equilibrio tra i due, infatti Vincent decide di partire per la Provenza, i due si rincontreranno solo in una occasione, a Parigi Lautrec ospiterà Van Gogh per un brevissimo periodo, tre settimane prima della morte del pittore olandese.

In una didascalia che accompagna il disegno in una monografia dedicata a Toulouse-Lautrec, viene sottolineato che il ritratto “delinea in modo esatto il profilo di Van Gogh e ne rivela il carattere tormentato, ponendo di fronte all’osservatore l’immagine di un uomo inquieto”.

Queste parole  mi hanno fatto sorgere un dubbio, l’immagine di Van Gogh riflette la condizione dell’artista olandese o quella che vediamo è l’immagine di Vincent vista con gli occhi di Henry?

Dei tormenti interiori di Van Gogh ne abbiamo sentito parlare ma questo disegno inevitabilmente viene filtrato dalle sensazioni, dalle esperienze e dall’amicizia di Toulouse-Lautrec.

Per meglio comprendere il ritratto di Van Gogh dobbiamo prendere in considerazione il “ritratto” di Toulouse-Lautrec, sicuro di sé, menefreghista, individualista, egoista, queste caratteristiche, che accompagnano le varie descrizioni del pittore francese, si scontrano con quelle opposte di Vincent, la concezione della vita del ritrattista si mescola con lo “stile” del modello, il risultato è lo specchio visivo di Vincent ma al contempo è il riflesso interiore di Henry.

sabato 23 gennaio 2021

False notizie o mancanza di una serietà "giornalistica"?

In un articolo di un quotidiano (nella versione online) di qualche tempo fa, dedicato ad un’asta a Norimberga dove vengono “battute” 5 opere di Adolf Hitler, si sottolinea che l’asta “ha visto la partecipazione di diversi appassionati provenienti da tutto il mondo […] ma i prezzi esorbitanti hanno intimorito tutti, basti pensare che il meno caro partiva da una base da 19 mila euro mentre il più prezioso arrivava addirittura a 45 mila”. In poche parole nessun quadro è stato venduto.

Sorvolando sul motivo economico, le cifre seppur elevate non sono certo proibitive per il mercato dell’arte, semmai è il nefasto nome dell’autore ha frenare gli entusiasmi (molte opere di Hitler fanno parte di collezioni private ma i proprietari evitano accuratamente di farlo sapere).

Naturalmente non è l’articolo in sé a sconcertare, è l’immagine di un dipinto che accompagna lo scritto che mi ha lasciato senza parole.

Sotto il dipinto troviamo la didascalia: “Un quadro di Adolf Hitler al museo di Salò (Ansa) nessun titolo ma la fonte viene citata, ANSA appunto.

L’opera in questione, in prestito al Mu.Sa. di Salò solo nel 2017 in occasione della meravigliosa  mostra sulla follia (mostra che ha viaggiato per tutto il paese) ed è ospitata permanentemente a Venezia nelle sale della “Galleria d’arte moderna Ca’ Pesaro”, è opera di Telemaco Signorini, il titolo “La sala delle agitate nell'ospizio di San Bonifacio”, realizzato nel 1865, ci mostra la terribile condizione, il triste destino, delle recluse nell’ospedale psichiatrico di San Bonifacio a Firenze.

Come è possibile che una testata regionale di grande diffusione (con la partecipazione dell’ANSA) possa cadere cosi in basso? Un giornalismo raffazzonato , un pressapochismo estremo, l’ennesima dimostrazione di incompetenza, con la convinzione che a nessuno importi realmente di cosa si stia parlando o probabilmente si pensa che l’utente sia pronto a bersi qualsiasi notizia, fondata o meno.

sabato 16 gennaio 2021

L'unicità interpretativa

 E’ motivo di confronto, spesso di scontro, l’interpretazione delle opere d’arte sono tema di controversie, più o meno equilibrate.

Il tutto è dovuto ad un particolare che tendiamo ad ignorare: ognuno di noi ha un differente approccio al mondo dell'arte.

C’è chi si avvicina all’opera seguendo percorsi atti a decodificarne il pensiero inseguendo i simboli più o meno celati dalla mano, mai banale, dell’artista.

Decriptare un dipinto, una scultura o qualsiasi altra forma d’arte partendo dal simbolismo è alquanto complesso, necessita di una conoscenza della simbologia e di un approccio filosofico, la conoscenza profonda di quest’ultima offre un’ulteriore spinta in profondità e permette una visione più intima, cosa che non tutti possono comprendere.

Altro modo di entrare in contatto con un’opera d’arte è la ricerca dell’idea che sta dietro la realizzazione della stessa, non siamo affascinati tanto dall’opera in sé quanto da tutto ciò che ha permesso di realizzarla, in particolare l’idea iniziale ma, non senza importanza, tutto quello che ha influenzato il percorso creativo, dal motivo che ha spinto l’artista ad iniziare l’opera fino all’eventuale committente.

Per conoscere il concetto che da vita al dipinto o alla scultura è fondamentale entrare in possesso di un numero elevato di informazioni, più nozioni abbiamo più ci avvicineremo al cuore, al senso dell’opera in questione.

Ma sono molte le persone che si avvicinano all’arte lasciandosi investire dall’aspetto puramente esteriore, le forme i colori, sia che si tratti di opere figurative che di realizzazioni astratte (non parlo naturalmente di chi cerca nell’arte un semplice accessorio ber abbellire la casa (un quadro acquistato solo se fa pendant con i mobili o si abbina al colore delle pareti, in questo caso l’arte c’entra poco o nulla) chi si emoziona davanti ad un dipinto per quello che trasmette nell’immediato ha un “contatto” che altri non hanno in quanto concentrati a cercare in profondità.

Ogni singolo individuo  ha cognizioni diverse, esperienze diverse, è “incline” a sensazioni ed emozioni uniche, ecco perché è fondamentale il confronto ma senza prevaricazione sulle opinioni altrui, servono, una grande apertura mentale, l’abbandono di ogni pregiudizio, la consapevolezza che il tempo prosegue imperterrito il suo cammino e che ciò che già conosciamo non può divenire l’unico canone di riferimento, il futuro e quello che produrrà diventerà presente e di conseguenza passato.

Ogni opera d’arte è figlia del proprio tempo, va contestualizzata, non ha senso intestardirsi su stili e idee di decenni o secoli fa, è importante la conoscenza storica ma è il futuro il nostro obbiettivo, nel mezzo c’è il presente che va affrontato da ognuno di noi con le “armi” della conoscenza ed emotive che più sentiamo nostre.

L’arte è incontro, confronto, mai scontro.


Nell’immagine: Joan Mirò – Paesaggio catalano (Il cacciatore) 1923-24, olio su tela cm 65 x 100 - The Museum of Modern Art (MoMA) New York

sabato 9 gennaio 2021

Genio, talento e magia, Giuseppe Sanmartino e il velo di Cristo.

 

Autore:   Giuseppe Sanmartino

(Santarcangelo di Romagna, 1601 – Vienna, 1663)

 Titolo dell’opera: Cristo velato, 1753

 Tecnica: Scultura in marmo

 Dimensioni: 180 cm x 80 cm x 50 cm

 Ubicazione attuale:  Cappella Sansevero, Napoli



La fama di alchimista che ha accompagnato Raimondo di Sangro, committente dell’opera, ha fatto nascere innumerevoli leggende che a tutt’oggi ammantano l’incredibile scultura di Giuseppe Sanmartino.

Davanti al Cristo velato tutte le leggi naturali sembrano svanire lasciando spazio ad infinite varianti, fino a quelle magiche.

Da più di due secoli e mezzo questa scultura attira un grande numero di visitatori, dai turisti di passaggio a studiosi che si recano a Napoli per comprendere la “struttura” del sudario che lascia intravedere il corpo di Cristo.

Di fronte all’opera le reazioni sono molteplici, è innegabile che la prima, e spesso l’unica, è di meraviglia per ciò che vediamo, è praticamente impossibile notare altri particolari che non siano il velo marmoreo che copre il corpo martoriato.

Lo stupore è immobilizzante, la maestria, unica nel suo genere, la tecnica che va oltre ogni comprensione logica, bloccano l’immagine che ne abbiamo, tra l’incanto davanti a tale capolavoro e l’incredulità che questo sia umanamente possibile.

Queste reazioni sono una consuetudine al giorno d’oggi, dove ci sono conoscenze e strumentazioni che ci portano a capire che il tutto non è legato ad alcun processo “magico” ma al genio e alla maestria dello scultore.

Possiamo solo immaginare quale reazione può aver suscitato nel pubblico di 250 anni fa, dove in effetti si credeva che fosse un’opera “ultraterrena”  o realizzata con il contributo della “scienza” alchemica.

Chi osserva la scultura di Sanmartino oltre al velo, se riesce a staccarsi da questo ipnotico particolare, nota la pregevole fattura dei cuscini che reggono la testa del Cristo, con più attenzione possiamo notare che il corpo, solo parzialmente coperto dal velo, mostra i segni della sofferenza, ad esempio le mani ferite dai chiodi, aspetto tutt’altro che secondario considerato che basta il velo per rendere “superfluo” tutto il resto.

Ma il punto più “alto”, almeno simbolicamente, è ciò che si trova ai piedi del Cristo morto, la corona di spine, i chiodi, simboli della passione e al contempo gli elementi fondamentali nel processo cristiano che porta alla salvezza delle anime che, tramite il sangue versato dal figlio di Dio, si purificano e nel giorno del giudizio “entreranno” nel Regno dei Cieli.

sabato 2 gennaio 2021

Quando il musicista si erge ad artista, John "Bonzo" Bonham

Mi è capitato, come spesso succede, di ascoltare alcuni brani dei Led Zeppelin e questa volta, più di altre, ha attirato la mia attenzione il “suono” della batteria di "Bonzo", alias John Henry Bonham.

Definito, a ragione, uno dei migliori (se non il migliore) batteristi rock di sempre, ha catturato la mia attenzione per l’assoluto anti-accaddemico “modo” di suonare la batteria.

“Controtempo”, intenso, “rumoroso” (tanto che agli inizi i locali pubblici si rifiutavano di fare esibire le band che avevano Bonham alle percussioni perché appunto “troppo rumoroso”.

Seppur grande appassionato di musica rock, non sono certo un esperto ne tantomeno un conoscitore della musica in generale, ma “Bonzo” mi aiuta a veicolare il concetto di artista nel panorama musicale cosi come potrei definirlo nell’ambito delle arti figurative, in particolare pittura e scultura.

Bonham era autodidatta, non ha mai frequentato scuole specifiche, al contrario ha sempre inteso la batteria in modo personale, questo gli ha permesso di andare oltre la tecnica: ha messo in scena il genio.

Al contrario di ciò che possiamo immaginare, vista la condotta di vita sregolata al punto che l'ha condotto alla morte prematura, Bonhan era un batterista meticoloso e "ordinato", la genialità, l'andare controcorrente, non esclude una ferrea disciplina, anzi, aiuta a crescere fino a raggiungere le massime sfere.

Spesso musicisti, pittori, scultori, esibiscono una tecnica impeccabile, raggiungono un livello “accademico” perfetto ma non basta per essere definiti Artisti, Bonham ha creato un nuovo e geniale modo di suonare la batteria, ha rivoluzionato la storia della musica contribuendo a dare una svolta fondamentale al rock .

Se vi capita di ascoltare qualche brano dei Led Zeppelin fate attenzione, oltre alle qualità vocali di Plant, e quelle musicali di Page e Jones, al “ritmo” di John Bonham, vi renderete conto di cosa un artista è in grado di fare che a un musicista, seppur bravo, è precluso.

L’ultimo album “Coda” pubblicato dopo la morte di Bonham e il conseguente scioglimento del gruppo, ci fa “sentire” come “Bonzo” sapesse reinventare la batteria, il brano “Bonzo’s Montreaux” è una registrazione del 1976 dove la traccia esclusivamente incentrata sulla batteria ci mostra il genio di Bonham che raggiunge vette eccelse.

L’imperfezione diviene la quint’essenza dell’arte delle percussioni rock.

Il mondo della musica, come d’altro canto quello delle arti, mette in scena il talento con una certa frequenza, ma quando si tratta di grandissimi artisti allora il numero scende, e di molto, la capacità di veicolare un nuovo messaggio con metodologie altrettanto nuove, è una delle peculiarità dell’artista e, conseguenza naturale, delle opere d’arte.

martedì 29 dicembre 2020

la resistenza dell'arte nell'anno più difficile.

Artribune, la nota rivista dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, come di consueto alla fine di ogni anno, pubblica il suo "Best of" premiando tutto ciò che ha dato un contributo importante all'evoluzione dell'arte.

Tra le varie voci (artista emergente, artista affermato, miglior fotografo ecc.) ha catturato la mia attenzione il miglior nuovo museo, il riconoscimento è andato al PART (nuovo museo d'arte moderna e contemporanea) di Rimini.

Mi ha colpito perché, in un anno complicato per tutti e di conseguenza per il mondo dell'arte, il museo riminese ha dovuto affrontare, sconfiggendole, le difficoltà di chi vuole iniziare un percorso ma che già prima dell'inaugurazione si deve fermare.

Rinviata appunto l'inaugurazione prevista in primavera, a settembre è riuscita a prendere il via per poi frenare a novembre per i problemi che purtroppo conosciamo tutti.

Nonostante questo l'impatto del museo sul mondo dell'arte contemporanea (Rimini ha un bagaglio storico-artistico immenso e un centro d'arte moderna e contemporanea era ciò che mancava per chiudere il cerchio) è stato fondamentale.

Ora non ci resta che aspettare che le opere donate dalla collezione della Fondazione San Patrignano tornino alla libera "visualizzazione" del pubblico.