Entrambi
i genitori si vergognavano di lui. Si vergognavano di ciò che faceva, ma peggio
ancora, della sua persona.
Vincent Van Gogh - Caffè di notte, 1888 Olio su tela cm 72 x 92, Yale University Art Gallery, New Haven
“Tu mi
uccidi, tu mi avveleni la vita”, questo è solo un esempio di quello che Van
Gogh si sentiva continuamente dire dal padre. La madre si sentiva in imbarazzo
davanti ai suoi disegni e non mancava di farlo presente al figlio, al punto che, quando per la prima volta Vincent lascia la casa dei genitori per trasferirsi a
Parigi dal fratello Theo, distrugge tutti suoi dipinti e disegni.
Basterebbe
questo per comprendere quali e quanti problemi, e soprattutto questi ultimi
dove vedono la luce, lo hanno accompagnato nella sua breve e tribolata
esistenza.
Figlio
di un predicatore calvinista intransigente, severissimo e incapace di ogni
manifestazione d’affetto, Van Gogh deve anche sobbarcarsi il nome, Vincent
appunto, che era del fratellino morto un anno prima, con tutto quello che
psicologicamente ne deriva, in particolare per una mente fragile come quella
dell'artista.
Van
Gogh ha cercato di avvicinarsi alla figura paterna provando a seguire le orme
del genitore diventando a sua volta un predicatore, ma il suo essere migliore del
genitore ha sortito l’effetto contrario. Infatti a differenza dell’anaffettivo
padre Vincent si è dedicato anima e corpo alla propria missione offrendosi
totalmente ai poveri, rinunciando a mangiare per donarlo a chi ne aveva più
bisogno, dormendo in ripari di fortuna per stare più vicino agli "ultimi".
Ma i
vertici religiosi non apprezzavano tali comportamenti, definendoli sconvenienti
per l’immagine stessa della chiesa, il risultato fu che venne escluso da
qualsiasi mansione e allontanato dall’ordine.
Questi
sono, come già sottolineato precedentemente, alcuni avvenimenti che hanno
tracciato un solco profondo nell’animo di Van Gogh, senza queste, e molte
altre, informazioni è impossibile entrare in contatto con le sue opere.
Quando
ci poniamo di fronte a dipinti come “Il caffè di notte”, che lo stesso pittore
definì: “ Il mio quadro più brutto”, non possiamo dare inizio ad alcuna
“discussione” con l’opera se non partiamo da quei punti fondamentali che sono
le vicissitudini e le delusioni affettive.
L'opera in questione, non so se, come afferma l'artista stesso, sia veramente la più brutta mai realizzata, è la più fedele "narrazione" dei sentimenti dell'autore, ci racconta gli stati d'animo, le emozioni, le delusioni, le speranze e il dolore provati negli anni.
Ma questa lettura potremmo farla senza conoscere la vita del pittore?
Avvicinarsi
ad un modo complesso di dipingere limitandosi solo a ciò che vediamo,
escludendo quello che potremmo “sentire”, ci porterà a definire i risultati
“belli” o peggio ancora “brutti” (termine che io non prendo mai in
considerazione) e poco altro.
L’arte
non è decorazione, o perlomeno non dovrebbe esserlo, è la rappresentazione
delle profondità umane e delle visioni più nascoste, percezioni intime, spesso
quasi impossibili da mostrare.
I
dipinti di Vincent Van Gogh sono la proiezione di sé stesso, dei propri sentimenti,
delle proprie passioni, dei dolori, dei rimpianti e delle speranze che lo hanno
accompagnato ogni giorno, se non conosciamo tutto ciò pensare di comunicare con
le sue opere è mera illusione.