domenica 15 gennaio 2023

L'ascesa e il tracollo di un mito della "scrittura" musicale, la rivista Rolling Stones tra le vette degli albori al baratro dei Maneskin

“Rolling Stones “, chi non ha mai associato la rivista alla concezione della musica, rock in particolare, alla rivoluzione musical-culturale degli anni sessanta e dei decenni successivi?


Il magazine statunitense nato nel 1967 prende il nome dal brano di Muddy Waters  Rollin' Stone, anche se qualcuno lo associa al brano “Like a Rolling Stones” di Bob Dylan, e diventa una sorta di bibbia per il movimento di massa che accompagna lo sconvolgimento in atto in quegli anni.

Ma, come tutte le cose terrene, anche un “testo sacro” (che evidentemente sacro non è) come Rolling Stone segue la classica parabola dove all’ascesa segue il picco seguito dalla naturale discesa (in questo caso potremmo parlare di un rovinoso tracollo).

Sono lontani gli anni delle grandi rock band, lo stesso “genere” musicale è legato ad un passato che, in quanto tale, non è più riproducibile, di conseguenza anche il senso della rivista è scemato, il magazine americano dunque non ha più ragione di esistere per quello che è stato e che vorrebbe essere.

La musica, al contrario delle arti visive, e parzialmente del cinema, non riesce ad uscire dai “recinti” di quei favolosi anni, cerca di riproporre sempre la stessa cosa spacciandola per rivoluzionaria ma oltre ad essere l’esatto contrario è anche palesemente ridicola (il cinema fa lo stesso rifacendo, con risultati aberranti, tutto ciò che è stato fatto in passato anche se qualche “perla”, nel mare di fango, possiamo ancora trovarla).

La conferma di tutto ciò è nelle parole David Browne che , sulle pagine della mitica (un tempo) rivista esalta l’ultimo album dei Maneskin come se si trattasse di qualcosa di rivoluzionario.

I punti sono tre: uno, Rollig stone, come è abitudine oggi nella “critica” di ogni genere, ha avuto degli incentivi per dare un simile giudizio. Due, la recensione entusiastica è dovuta al nulla musicale contemporaneo (ma faccio fatica a pensare che nel mondo non ci sia qualcosa di meglio, statisticamente è impossibile). Tre, l’incapacità di “lettura” musicale, data dalla crescente collocazione di gente incompetente nei posti che contano, che porta a parlare (bene) indipendentemente dal valore reale e dalla vastità del panorama musicale mondiale.

La motivazione delle incomprensibili celebrazioni del gruppo italiano sono sempre le stesse: “almeno loro sanno suonare”, questo basta per far capire quanto il resto sia avvolto nello squallore più totale, ma anche: “propongono un rock e un look rivoluzionario”, chiamare rock quello che fanno è quantomeno azzardato, riguardo alle “sceneggiate” … già viste decenni fa e, tra l’altro, fatte molto meglio.

sabato 14 gennaio 2023

Memoria musicale vs provincialismo, l'Italia con il paraocchi?

L’altro giorno se ne è andato anche Jeff Back, naturalmente i media italiani non se ne sono accorti, se non in minima parte.


Uno  youtuber, che tra l’altro parla di calcio, ha esordito nel suo video con “Ci ha lasciato anche Jeff Back” e ha aggiunto “ chi non conosce Jeff Back ha seri problemi con la musica”.

Queste parole mi hanno riportato al video di un concerto a Reggio Emilia di una decina d’anni fa, tra i vari cantanti che si sono esibiti c’era anche Zucchero, prima di intonare “Madre dolcissima” annuncia che ad accompagnarlo alla chitarra c’è nientemeno che Jeff Back, la risposta del pubblico lascia di stucco, nessuna reazione, nessun “boato”, se Zucchero avesse presentato la nonna avremmo visto più entusiasmo.

Entusiasmo che invece si è palesato quando sul palco si sono aggiunte Elisa e la Mannoia.

Non ho niente contro le due cantanti italiane, ci mancherebbe, voglio concentrarmi su Back e la sensazione che in pochi sapessero chi fosse.

È evidente che, perlomeno a quel concerto, fossero in molti ad avere grossi problemi con la musica.

La memoria corta, il provincialismo imperante, l’incapacità di “guardare” a 360 gradi.

Resta, per chi lo ha apprezzato, la grande “presenza” di un gigante del rock.

PS. in questo video, al di là della reazione del pubblico, possiamo assaporare le qualità del musicista londinese.


martedì 10 gennaio 2023

Ad ogni epoca il proprio simbolo, Otto Dix e Sylvia von Harten

Otto Dix – Ritratto di Sylvia von Harten - Olio e tempera su tavola cm 121 x 89 
Centre Pompidou, Parigi



 

Sylvia von Harden, la giornalista che deve la sua immortalità al pittore Otto Dix e che a sua volta è il soggetto più noto dell’artista tedesco.

Siamo a metà del secondo decennio del 900, Dix con la sua pittura vuole rappresentare la realtà in cui lui stesso e tutto il popolo tedesco si trovano immersi.

Il ritratto della von Harden ne è la perfetta sintesi, la raffigurazione di un mondo al limite del grottesco, un’auto caricatura del regime, che deve ancora mostrare il suo peggio.

Il presunto dialogo tra il pittore e la giornalista, che i posteri ci hanno lasciato, è l’emblema di ciò che Dix voleva raccontare con questo ritratto:

“Devo dipingerti. Rappresenti un’intera epoca!

Vale a dire, che vuoi dipingere i miei occhi spenti, le mie orecchie bizzarre, il mio lungo naso e le labbra sottili. Vuoi dipingere le mie mani grandi, le mie gambe corte e i piedi enormi. Nessuno ne sarebbe deliziato, semmai molti si potrebbero spaventare.”

Che il nostro Otto abbia calcato la mano è evidente, il ritratto fotografico di August Sander, nell’immagine in basso, ci svela la forzatura, ma il ritratto non è quello della giornalista e nemmeno della donna von Harten, è l’immagine simbolo della Repubblica di Weimar.

Nel dipinto non vi è nulla che faccia emergere la professione di Sylvia, si nota una “femminilità” emergente che scombussola ogni visione canonica, tutto è rigido, artefatto, tutt’altro che naturale, la bellezza e la bruttezza (termini che dicono tutto e niente) sono scomparsi, esiste solo una costruzione artificiosa, senz’anima.

Che questo ritratto sia un simbolo di un determinato periodo storico viene confermato da una scena del film Cabaret (1972) di Bob Fosse dove in un angolo fumoso di un locale troviamo la perfetta riproduzione della von Harten targata Dix.

a sinistra:“ Il volto del nostro tempo ” Ritratto fotografico di Sylvia Von Harden (1925) di August Sander. a destra una scena dal film Cabaret di Bob Fosse (1972)


giovedì 5 gennaio 2023

L'immagine divina si fa terrena. Giotto di Bondone

La Basilica superiore di Assisi, la Cappella degli Scrovegni a Padova, questi cicli di affreschi sono l’apice della concezione artistica e della fama di Giotto di Bondone.

Santa Maria Novella, Firenze, 1290-1295 - Tempera e oro su tavola - 578×406 cm 

Il pittore toscano non ha certo bisogno di presentazioni, è sicuramente l’artista che ha dato una delle svolte fondamentali (forse la più incisiva) alla storia dell’arte, è senza dubbio colui che ha dato vita alla pittura moderna, una visione artistica che mette l’uomo al centro del “quadro”, metaforicamente e non.

Se i due esempi fatti precedentemente sono l’essenza della pittura di Giotto non da meno sono in quatto crocifissi lignei che ad oggi possiamo ammirare. I grandi dipinti su tavola realizzati tra il 1290 e il 1315 sono distribuiti in tre città italiane, due a Firenze, Padova e Rimini.

Opere di grandi dimensioni, la più grande a Firenze supera i cinque metri, raccontano la crocefissione di Cristo ma mettono in risalto il lato “umano” del figlio di Dio, la sofferenza, il sacrificio, la morte (quest’ultima rende definitivamente Gesù parte dell’umanità.

La struttura dei crocifissi è simile anche se, per motivi diversi, hanno una costruzione unica, il dipinto di Rimini, sito dietro l’altare nel Tempio Malatestiano è quello che presenta le maggiori “assenze” dovute allo “spacchettamento” dell’opera, oltre ai dolenti,  che negli altri crocifissi appaiono ai lati del patibulum, anche la raffigurazione del Cristo Redentore, che aveva collocazione alla sommità della croce, è assente (quest’ultima è parte di una collezione privata londinese).

Le immagini dei crocifissi a seguire rispettano l’ordine cronologico, da notare il volto di Cristo dove l’espressione di dolore aumenta con il trascorrere degli anni nella realizzazione di Giotto, un esempio della consapevolezza del pittore nella ricerca di una dimensione sempre più terrena.

Tempio malatestiano Rimini, 1301 – 02 – Tempera e oro su tavola - 430x303 cm 


Musei degli Eremitani Padova. 1303 – 05 – Tempera su tavola - 223x164 cm 

Chiesa di Ognissanti, Firenze, 1315 ca. – Tempera e oro su tavola - 468x375 cm 






venerdì 30 dicembre 2022

La fotografia rivelatrice dell'umanità "periferica"

"Quel granello di polvere perso nel buio dello spazio è la migliore dimostrazione di quanto sia folle la vanità umana".


Con queste parole Carl Sagan, astronomo e scrittore, ha riassunto il concetto legato a questa incredibile fotografia.

L’immagine è stata scattata dalla sonda Voyager 1 il 14 febbraio del 1990, la sonda aveva superato da poco l’orbita di nettuno e si apprestava a lasciare il sistema solare (non prima di aver attraversato la fascia di Kuyper) questa immagine fa parte di una serie di scatti che ha immortalato i pianeti del sistema solare, siamo a circa sei miliardi di chilometri dalla terra.

Se cerchiamo in questa foto la bellezza del cosmo che ci hanno regalato le varie sonde e i molteplici telescopi (su tutti Hubble, il telescopio orbitante che ha svelato molte delle meraviglie “cosmiche” che conosciamo) sicuramente ne saremo delusi, quest’immagine capovolge il nostro punto di vista, quel piccolissimo oggetto che vediamo nello spazio stavolta … siamo noi.

Davanti a questa immagine pensare che ci siano altre forme di vita come la nostra nell’universo è una palese dimostrazione di arroganza, di presunzione, significa credere di essere al centro di un progetto che probabilmente tale non è.

Basterebbe questa fotografia (e altre fotografie simili, per tutte ricordiamo la Terra vista dalla sonda Cassini dall’orbita di Saturno, foto in basso) per smontare qualsiasi ipotesi dell’uomo al centro dell’universo (non materialmente ma come idea dominante) ma sembra che l’ego umano non arretri di un millimetro nemmeno davanti all’evidenza (terrapiattisti e creazionisti a parte).

Possiamo annoverare questo scatto nell’ambito dell’astronomia, della filosofia, dell’arte o di tutte e tre le cose?

La fotografia, in quanto forma d’arte, rappresenta un punto dell’universo (astronomia) ma spinge ad un pensiero sempre più profondo (filosofia) il soggetto è “rappresentativo” di una situazione di fatto, ma è innegabile che il concetto trasporta con sé l’essenza poetica di qualcosa di più grande, l’idea che dobbiamo rimodulare i nostri canoni è l’atto conclusivo di un messaggio che viene dallo spazio profondo e al contempo dal profondo di ognuno di noi.

Se un’immagine è in grado di spingere a delle riflessioni (il peso delle stesse è irrilevante) allora lo possiamo dire con certezza: questa fotografia è un’autentica opera d’arte.



domenica 25 dicembre 2022

Ci siamo dimenticati qualcuno? (la risposta è, ovviamente, si)

 

Angelo Morbelli - Il Natale dei rimasti, 1903 - Olio su tela cm 62 x 110,5 -
Galleria internazionale d'Arte Moderna, Venezia

La sala ricreativa del Pio Albergo Tribulzio a Milano si presenta in tutta la sua angoscia, le persone che l’affollano durante il resto dell’anno se ne sono, momentaneamente, andate, la fuga dall’emarginazione, anche per poche ore, non ha coinvolto tutti, qualcuno è rimasto, nemmeno un effimero lasso di tempo  gli è concesso.

Il salone, freddo, spoglio, asettico, fastidiosamente ordinato, non lascia spazio all’immaginazione, tutto scorre inesorabilmente, non importa se si tratti o meno di un giorno di festa, non importa se è colmo di gente o se le presenze siano estremamente rarefatte, ciò che si respira è l’eternità, un continuo palesarsi della monotonia infinita della solitudine. 


martedì 20 dicembre 2022

La geniale visione di Bruce Nauman

Siamo nel 1968, sono gli anni del boom economico ma anche quelli della contestazione giovanile, della guerra fredda e della corsa allo spazio.

Bruce Nauman - Il mio nome come se fosse scritto sulla superficie della luna, 1968

Nauman mischia tutto e lo presenta con quest’opera, "Il mio nome come se fosse scritto sulla superficie della luna" del  1968, che racconta il fiorire delle insegne al neon (cosa iniziata anni prima nel pieno della rivoluzione pop) ma soprattutto anticipa quello che accadrà a breve, il contatto dell’uomo con il nostro satellite naturale.

In quell’anno infatti (esattamente il 30 dicembre) viene pubblicata la celebre fotografia che mostra la terra che sorge dall’orizzonte lunare, l’anno seguente assisteremo all’epocale allunaggio, Bruce Nauman anticipa tutti scrivendo il proprio nome sulla Luna.

La gravità lunare, decisamente inferiore a quella terrestre (circa sei volte) permette un movimento più lento, leggero, dilatato nel tempo, ecco che “bruce”, bome lo leggeremmo sul nostro pianeta, diventa “bbbbbbrrrrrruuuuuucccccceeeeee”, ogni lettera si ripete per sei volte, il tempo per pronunciarlo è moltiplicato per lo stesso numero di volte, la sensazione di essere sulla Luna diviene palpabile.

In un certo senso potremmo considerarlo un elogio alla lentezza, una spinta a considerare la frenesia qualcosa da cui staccarsi, una condizione che col trascorrere degli anni si è alquanto acuita.

La luce artificiale ha contribuito ad un rovesciamento delle tempistiche naturali portando l’umanità ad annullare  la sequenza notte-giorno (in ambito lavorativo ma non solo) ci rendiamo conto che quella “lentezza” tanto agognata si va via via esaurendo ma non sembriamo in grado di invertire la rotta.

Nauman non cerca di cambiare le nostre abitudini, semmai in quegli anni fa esattamente i contrario, ma ci lascia con il dubbio che la rivoluzione dei consumi non sia esattamente l’ideale assoluto.

giovedì 15 dicembre 2022

L'uomo è l'animale più domestico e più stupido che c'è ...

1980, Franco Battiato pubblica l’album Patriots, il disco segue il capolavoro dell’anno prima L’era del cinghiale bianco e anticipa di dodici mesi l’opera che lo farà conoscere al grande pubblico: La voce del padrone.

Franco Battiato - Cancello, olio su tavola cm 46 x 39


Oltre a Up partiots to arms, che da parzialmente il nome all’album, e alla geniale Prospettiva Nevski, troviamo un altro brano che, con un mix di versi enigmatici e aforismi dall’interpretazione palese traccia un profilo della cultura occidentale che si apprestava ad entrare negli anni ottanta, una previsione lucida e dettagliata di quello che, con il senno di poi, possiamo indicare come l’inizio della decadenza.

Il ritornello in arabo fa da colonna portante di un disegno che non sembra avere seguito: “Disse il maestro del villaggio: Ho scalato la montagna, la pace sia con voi e con te, adesso io vivo” (questa è l’approssimativa traduzione) le altre strofe indicano una nostalgica visione apparentemente legata al passato ma che si limita a sottolineare le storture di un percorso mal delineato.

Le tre strofe sono geniali, la prima è un’evidente accusa al sistema mediatico (siamo nel 1980 e dopo più di quarant’anni siamo nella stessa situazione, con più realismo possiamo dire che siamo messi peggio) l’illusione giovanile di vivere in un mondo libero diviene disillusione con il trascorrere degli anni.

La seconda frase è più enigmatica, inizia con la descrizione di un innocente gioco infantile e si conclude con un maestoso La mia parte assente si identificava con l'umidità.

L’identificazione con un problema irrisorio ci distoglie dalle vere problematiche, la tendenza a concentrarci su ciò che è effimero ci permette di evitare l’impegno di approfondire il vero senso della nostra esistenza.

La terza strofa inizia con una frase apparentemente scollegata dal contesto, stessa cosa è quella successiva, sono però le parole conclusive a mettere tutto a posto: “L'uomo è l'animale più domestico e più stupido che c'è”.

Questo ultimo verso non ha bisogno di alcun commento, semmai è necessaria una profonda riflessione …



Arabian Song (testo)


كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...

La mia classe fu allevata con il latte di una capra e del pane di frumento
A quei tempi per divertimento non avevano inventato il telegiornale
Quando ero più giovane credevo che esistesse libertà

قال معلم القريةِ
كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...

Da bambini si giocava sulle spiagge con degli aquiloni a gara sotto il sole
Mentre guardavamo il mio salire verso l'alto preoccupati che non si sciupasse
La mia parte assente si identificava con l'umidità

قال معلم القريةِ
كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...

Gli orchestrali sono uguali in tutto il mondo, simili ai segnali orario delle radio
Le domeniche e nei giorni di vacanza ci si organizzava per le feste in casa
L'uomo è l'animale più domestico e più stupido che c'è

قال معلم القريةِ
كان الجبل في جبل
السلام عليكم، عليكي
الآن أنا أسكن...