venerdì 14 novembre 2014

Il simbolo dell'arte pittorica americana, American Gotic, Grant Wood.


Autore: Grant Wood
 
Titolo dell’opera:  American Gotic – ca. 1930

Tecnica: Olio su tavola

Dimensioni: 74,5 cm x 62,5 cm

Ubicazione attuale: Art Institute of Chicago, Chicago.





Un semplice cottage in stile gotico visto in una cittadina dell’Iowa meridionale, ha affascinato Wood al punto di portarlo a creare il quadro basandosi sull’immagine che la casa evoca in lui.
Dipinge l'abitazione posizionando davanti alla stessa quelli che nel suo immaginario possono essere gli abitanti ideali.

Utilizza la sorella e il suo dentista come modelli per la coppia davanti alla casa bianca. Wood è criticato per aver trattato con ironia i valori del Midwest americano, il pittore a sempre affermato di avere, al contrario, voluto fare un omaggio alla dignità puritana, semplice e concreta, trovata nelle piccole città americane.
L’uomo con il forcone in mano è interpretato come il simbolo del lavoro manuale, interpretazione mai negata dall’autore. Attrezzo richiamato nel dipinto dal vestito del vecchio contadino, nelle finestre dell’abitazione e nel volto stesso dell’uomo.

L’opera inizialmente derisa da pubblico e critica diventa il simbolo dell’arte americana nel mondo.



lunedì 10 novembre 2014

Se ti incontrassi in paradiso, Eric Clapton, Tears in heaven.




Eric Clapton pubblica nel 1992 questa intensa ballata dedicata alla tragica scomparsa del figlio Conor avuto da Lory del Santo e morto a soli 4 anni nel 1991 cadendo dal 53º piano di un palazzo dove si trovava con la madre. Clapton non è mai più entrato in quella stanza dell’appartamento.

Eric non esegue più questa canzone da molti anni, da quando dice di aver finalmente superato il dolore per la perdita del figlio.



Il brano nel 1993 gli vale tre Grammy Awards, ed è stata dedicata alle vittime dello tsunami del 2004, cantata da Phil Collins, Elton John, Mary J. Blige, Ozzy Osbourne e la figlia Kelly, Steven Tyler, Andrea Bocelli, Ringo Star, Robbie Williams, Gwen Stefani, Scott Weiland, Josh Groban, Katie Melua e Slash alla chitarra.
 

 

 

Tears in heaven (traduzione)

 Ricorderesti il mio nome se ti vedessi in paradiso?
Sarebbe lo stesso se ti vedessi in Paradiso?
Devo essere forte ed andare avanti

Perché lo so, io non appartengo qui, al Paradiso
 
 Mi terresti la mano se ti vedessi in Paradiso?
Mi aiuteresti a stare in piedi se ti vedessi in Paradiso?
Troverò la mia via attraverso la notte e il giorno
Perché lo so, io non posso restare qui, in Paradiso
 Il tempo può buttarti giù; il tempo può piegarti le ginocchia
Il tempo può spezzarti il cuore, farti implorare pietà, implorare pietà
 Oltre la porta c'è pace ne sono sicuro
E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso
Ricorderesti il mio nome se ti vedessi in Paradiso?
Sarebbe lo stesso se ti vedessi in Paradiso?
Devo essere forte ed andare avanti
 
Perché lo so, io non appartengo qui, al Paradiso
Perché lo so, io non appartengo qui, al Paradiso
 
 

giovedì 6 novembre 2014

Il mondo di Cristina, Andrew Wyeth.


Autore: Andrew Wyeth

Titolo dell’opera: Il mondo di Christina – ca. 1948

Tecnica: Tempera e gesso su tavola

Dimensioni: 82 cm x 121 cm

Ubicazione attuale: Museum of Modern Art, New York






La ragazza ripresa di schiena e seduta su un prato, alza lo sguardo verso una fattoria sulla collina, la posizione della giovane lascia trasparire un senso disagio come se la costruzione fosse in qualche modo irraggiungibile.
La malinconia e la solitudine traspaiono nella scena sottolineate dallo spazio tra la figura femminile e la casa lontana.

Il quadro è dipinto con precisione in toni sommessi, ma con una calda luce solare, tipica dello stile di Wyeth, caratterizzato da un realismo minuzioso, ispirato probabilmente alla fotografia nella precisione dei particolari e nella scelta delle angolazioni.
I temi consueti della pittura di Wyeth sono paesaggi deserti, scene che evocano un senso di solitudine, a cui il pittore da una nota inquietante dipingendo quei soggetti patetici con estrema precisione.

L’opera di Wyeth, che lavora principalmente in Pennsylvania e nel Maine, è popolarissima ed esercita un grande fascino sul pubblico.

 

domenica 2 novembre 2014

Creare il momento magico, Gregory Crewdson.

Al contrario di molti fotografi che colgono l’attimo con la loro macchina fotografica, Gregory Crewdson l’attimo lo crea.

Nato a Brooklyn il 26 settembre del 1962, le sue oper sono conosciute in tutto il mondo, più che semplici immagini, le foto di Crewdson sono dei racconti.

Un uso virtuosistico della luce gli permette di creare immagini di grande impatto visivo e grande fascino artistico.

Ogni fotografia richiede una costruzione complessa, per ogni creazione si avvale di un team pari ad una troupe cinematografica: truccatori, scenografi, tecnici della luce e varie comparse.

Non è un caso, quindi, che per alcune delle sue serie l’artista abbia ingaggiato, nel ruolo di interpreti, star del cinema come Gwyneth Paltrow, Julianne Moore e William H. Macy. Allo stesso tempo, è impossibile non paragonare le fotografie di Gregory Crewdson al linguaggio visivo di celebri registi americani, come David Lynch, Alfred Hitchcock e Steven Spielberg.


Gregory Crewdson
Le foto di Crewdson sono tuttavia il risultato di elaborati montaggi digitali, la perfetta mesa a fuoco è ottenuta con ripetuti interventi su piccole parti dell’immagine stessa fino ad ottenere una quasi irreale profondità a tutto il campo figurativo. Ogni singolo dettaglio e resocon precisione maniacale come se si trattasse di un dipinto.

Laddove foto-garfia significa  disegnare con la luce Crewdson si può definire a tutti gli effetti un fotografo nel senso letterale del termine, riesce a descrivere con uno scatto la vita quotidiana della città o della provincia americana evidenziando i valori pratici e spirituali dei personaggi ritratti con le miserie e le paure reali e psicologiche.

Vi propongo alcune delle "creazioni" di Crewdson.


 
 
 
 
 
 




 
 
 













"costruzione" dell'immagine

martedì 28 ottobre 2014

William Hogarth, La carriera di un libertino.


La parabola discendente di un arrampicatore sociale, otto tele ospitate dal 1802 al Soane’s Museum di Londra. Sir John Soane le acquista, versando al precedente proprietario la cifra di 598 sterline e 10 scellini, quasi cento sterline in meno di quanto aveva pagato il precedente e pentitissimo proprietario.
Autoritratto con cane
Prima ancora le tele erano state acquistate dal sindaco di Londra, Lord Beckford, direttamente presso il pittore.
E’ difficile trovare un parallelo nella pittura “continentale” nello stesso periodo per lo stile di Hogarth: narrativo e mordente, ironico, didascalico soprattutto libero ed indipendente da qualsiasi suggestione, pregiudizio o modello.

Amante del teatro, amico e ritrattista di registi, impresari e celebri attori, il pittore inglese impagina una vera sceneggiatura, dotando i personaggi principali di un nome e di una personalità ben riconoscibile, entro ambienti carichi di riferimenti espliciti o sottilmente allusivi.

Un materiale scenico che Stravinskij ha “tradotto” nel libretto per l’opera lirica che porta lo stesso nome della serie pittorica.
 
 

 

Nella prima scena (L’eredità) si conosce il protagonista, Tom Rakewell rimasto orfano dall’avarissimo padre. I dettagli della stanza evidenziano la grettezza del defunto. Mentre un sarto prende le misure al giovane ereditiero e un contabile sgraffigna qualche soldo, sulla porta compare la giovane Sarah Young accompagnata dalla madre. Tom ha messo incinta Sarah, con gesto impacciato offre alla ragazza una manciata di monete come risarcimento.
 
 
 
Nel secondo episodio (La sveglia) Tom è impegnato nei numerosi incontri che la vita mondana del giovane gentiluomo impone. Il maestro di musica esegue al clavicembalo la sua ultima opera, due maestri d’arme illustrano i propri servigi mentre un maestro di danza avanza sulle punte. Il giovane sembra confabulare con un minaccioso uomo armato accanto al quale si nota un uomo che soffia in un corno da caccia mentre ai piedi di Tom un fantino con tanto di frusta. E’ un teatrino dall’effetto comico ma anche amaro: con tutti questi figuri che offrono sevizi, le sostanze del libertino evaporano in fretta.
 
 
 
 
Nel terzo episodio (La taverna) il libertino reduce da una rissa, siede scompostamente. Si occupano di lui due prostitute che non perdono l’occasione di rubargli l’orologio, in un ambiente  squallido una coppia amoreggia e c’è chi beve, sputa e si scambia battute. Accanto alla porta una ragazza incinta intona una canzone.
 
 
 
 
Nel quarto episodio (L’arresto) compare sullo sfondo il palazzo di Saint James, residenza reale, dove il libertino si reca per l’udienza del compleanno della regina. Il giorno è deducibile dal gallese sulla destra con un porro sul cappello: segno che è la ricorrenza della festa nazionale, il primo marzo. Due magistrati individuano Tom e lo arrestano per insolvenza, scoperchiando la portantina. A nulla vale l’intervento di Sarah Young.
 
 
 
 
Siamo al quinto episodio (Il matrimonio). Per rimpolpare le finanze Tom contrae un matrimonio d’interesse. Davanti ad un imbolsito celebrante il libertino infila l’anello nuziale al dito di una vecchia inghirlandata, occhieggiando la graziosa cameriera. Mentre due cagnolini mimano la scena (uno è Trump amatissimo cagnolino di Hogarth), sullo sfondo si vedono Sarah Young e la madre che cercano di impedire il matrimonio ma vengono respinte dalla custode.
 
 
 
Nel sesto quadro (La bisca) la sala da gioco mostra una galleria di visi e gesti “abbruttiti” dal vizio. Il libertino in ginocchio impreca contro la malasorte, ma nessuno s’accorge della catastrofe imminente, infatti sul fondo si nota il fumo causato dall’incendio che distrugge il locale.
 
 
 
 
Nella settima tela (La prigione) Tom è in carcere per i debiti contratti con il gioco: con lo sguardo terrorizzato e gli occhi fuori dalle orbite, deve anche sopportare gli urli della vecchia moglie. Sarah Young sviene alla vista dell’antico seduttore.
 
 
 
 
Siamo all’ultimo atto (Il manicomio). Tom si rotola a terra quasi nudo mentre due infermieri cercano di bloccarlo, si notano legacci ai polsi e alle caviglie. Due dame visitano i folli come un passatempo divertente: il loro terribile sorriso è il passaggio più disumano di tutta la serie.

 

sabato 25 ottobre 2014

La donna vera, Enrico Ruggeri.


Testo di grande impatto purtroppo accompagnato da una musica poco affine all’argomento, in particolare le versioni dello stesso Ruggeri risultano slegate e arrangiate in modo approssimativo.

Sono stati incisi brani la cui melodia accompagna in modo quanto meno adeguato quello che è il vero e unico motivo di questo post, il testo.

Vladimir-Volegov - Donna che legge (1970)
Ruggeri sottolinea quelli che
sono i requisiti, i pregi della donna ideale, indipendentemente dall’aspetto fisico, L’impatto visivo non centra, l’ideale femminile lambisce la perfezione, cercata fino all’eccesso, una donna che ti accompagna, ti segue e si fa guidare.
Ma Ruggeri poi racconta la sacrosanta verità, per ambire alla perfezione bisogna “essere” il più vicino possibile alla stessa, se uno vuole al proprio fianco una donna “vera” deve garantire le stesse qualità, che quasi sempre non ci sono.

Per aspirare all’eccellenza bisogna allo stesso tempo eccellere, e forse anche qualcosa di più.

La donna vera.
Cayetano De Arquee Buigas -Catherine La Rose (1933)
La donna vera non ti fa spiegare
quello che c'è che non va.
La donna vera non ti fa ricordare
e non offende la tua dignità.
La donna vera non si vendica,
se necessario dimentica.
La donna vera non ti compera
facendoti morire, facendosi seguire.

La donna vera non ti fa del male
per ottenere potere.
La donna vera non si mette a giocare
per poter farti cadere
La donna vera non si libera:
lei è già libera con te.
La donna vera non recrimina;
ti tiene per la mano e parla molto piano.

Ma un donna così merita tanto,
non può vivere con mezzo uomo accanto,
non può vivere soltanto di parole,
non può credere a chi non sa cosa vuole,
non può stare con chi pensa per se,
non può stare con me.

La donna vera non si fa aspettare
per darti tutto il suo amore.
La donna vera ti farà passare
ogni profondo dolore.
La donna vera ti dà l'anima
e se ti guarda si illumina.
La donna vera non si sente mai
ma è sempre lì vicino, è sempre più vicino.

Ma un donna così merita tanto,
non può vivere con mezzo uomo accanto,
non può vivere soltanto di parole,
non può credere a chi non sa cosa vuole,
non può stare con chi pensa per se,
non può stare con me.
 

martedì 21 ottobre 2014

Taci oppure dì cose migliori del silenzio, Salvator Rosa.


Autore: Salvator Rosa

Titolo dell’opera: Autoritratto – 1640

Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 116 cm x 94 cm

Ubicazione attuale: National Gallery di Londra

 
 

L’espressione triste e sdegnosa quasi che l’artista voglia ammonirci. La tavoletta che tiene in mano riporta infatti la frase “Aut tace aut loquele meliora silentio” (Taci oppure dì cose migliori del silenzio).
Il severo messaggio contenuto nel cupo dipinto è accentuato dall’abbigliamento del personaggio, che gli da un’aria quasi sinistra; mentre lo strano cielo senza orizzonte sembra sollevarlo sopra di noi.
Rosa è fortemente attratto dal crudo realismo di Jusepe de Ribera, che si stabilisce a Napoli nel 1616.

Il suo personale , e molto ammirato, spirito “selvaggio”, che appare evidente anche nei paesaggi più poetici, esercita un influsso fondamentale sui paesaggisti romantici del tardo settecento e del ottocento.
Oltre alla pittura Rosa è stato un incisore di ottimo livello e si è cimentato anche nell’arte della poesia, del teatro e della musica.

sabato 18 ottobre 2014

Uno scatto, per fare la storia. Stuart Franklin

“Alla fine di maggio del 1989, in viaggio verso Pechino, Stuart Franklin comprò un teleobiettivo catadiottrico all'aeroporto di Dubai. La sua agenzia, la Magnum, lo aveva spedito in fretta e furia a coprire le proteste di piazza Tiananmen. Qualche giorno più tardi, il 5 giugno, quell'obiettivo gli tornò assai utile quando si ritrovò a scattare dalle finestre del Beijing Hotel, insieme con il collega Charlie Cole, le foto che sarebbero diventate il simbolo della più vasta protesta nella storia della Cina comunista: quelle di un uomo solo che fronteggia a una colonna di carri armati T59 in Piazza Tienanmen.




 
 
Abbiamo chiesto a Franklin di raccontarci quegli storici eventi di cui fu testimone e di cosa significano per lui oggi.

ALEXA KEEFE:
L'immagine dell'uomo di fronte ai carri armati fu scattata il giorno dopo la massiccia reazione dell'esercito, durante la quale un numero imprecisato di manifestanti furono uccisi e feriti. Cosa provavi in quei momenti?

STUART  FRANKLIN:
Soprattutto un gran senso di impotenza. Quello che avrei davvero voluto fare sarebbe stato uscire dall'albergo e andare negli ospedali per avere le dimensioni di quello che era successo la sera prima. Il fatto di non poter lasciare l'albergo era estremamente frustrante. 
Nella mia mente avevo ancora le immagini incancellabili dei civili cechi davanti ai carri armati sovietici che entravano a Praga nel 1968. Ma io non ero lì davanti, stavo guardando da un balcone attraverso un potente teleobiettivo.
 
Quello che ha reso quell'immagine così celebre e simbolica non sono le mie capacità come fotografo, ma il filmato televisivo che fece il giro del mondo: quell'uomo stava quasi ballando davanti al mezzo corazzato, e fu questo a catturare l'immaginazione collettiva. La fotografia che io e pochi altri riuscimmo a scattare fu una specie di souvenir - una sorta di fermo immagine - di quel filmato.”

                                                                                        ( testo: National Geographic . it )