Davanti al nome di Jannis
Kounellis gli appassionati e la critica d’arte si schierano in due distinte
fazioni, da una parte c’è chi lo definisce un maestro assoluto, dall’altra un
cialtrone sopravvalutato che di artistico non ha mai presentato nulla.
Se ci accodassimo a uno di questi
schieramenti rimarcheremmo il clima da stadio e ignoreremmo ciò che le opere di
Kounellis (indipendentemente dal fatto che ci piacciano o meno) tentano di
spiegarci.
Voglio focalizzare l’attenzione
sulla performance del 1969 all’interno della galleria romana “L’attico”,
l’artista di origini greche “espone” dodici cavalli vivi, opera replicata successivamente in altre città tra cui Napoli e New York.
La reazione, legittima, che abbiamo nell’immediato è: “questo lo troviamo in una qualsiasi scuderia”.
E’ proprio questo il punto, perché
una dozzina di cavalli, che tali restano all’interno di una stalla, diventano
un’opera d’arte se “esposti” in una galleria?
Qui c’è il senso della lettura del
concetto di arte contemporanea, l’indicazione di una consapevolezza che funge da
base “comprensiva” dell’arte dal secondo dopoguerra ad oggi.
Kounellis espone i cavalli vivi
non in quanto animali ma in quanto forme, in un qualsiasi maneggio possiamo
ammirare i cavalli come esseri viventi, nella galleria ammiriamo la forma
perfetta della rappresentazione del cavallo.
L’artista vuole uscire dalla
cornice del dipinto classico, cornice che per secoli ha fatto da confine a
innumerevoli rappresentazioni di cavalli, sia come palcoscenico per il nobile
di turno, sia come “racconto” dell’animale inserito nel suo habitat naturale.
Dunque se il dipinto di un cavallo
che bruca l’erba in un prato o mangia della biada in una stalla è un’opera
d’arte, perché una rappresentazione ancor più realistica, come dei cavalli
autentici, non può esserlo?
Se poi aggiungiamo il fatto,
tutt’altro che secondario, dell’essere esposti in una galleria d’arte ecco che
il concetto si fa più chiaro (o meno nebuloso).
Da quest’idea dobbiamo partire per
comprendere l’arte dei nostri tempi, senza l’abbandono dei canoni artistici
ottocenteschi, che ancora oggi la fanno da padrone, sarà sempre complicato
capire quello che gli artisti contemporanei ci vogliono dire.
L’aspetto puramente estetico rischia
di scomparire se scisso dal concetto di base, difficile apprezzare l’insieme
limitandoci a cercare la sola bellezza “visiva”.
Ancora più importante l’aspetto
sollevato da chi si oppone all’utilizzo di animali vivi, proteste giustificate anche
se attenti controlli (soprattutto nella più recente esibizione newyorkese)
garantiscono il rispetto degli animali stessi.
L’uso di animali nell’arte (è non
solo) è, secondo me, da evitare assolutamente, la mia è un’analisi di un
pensiero “assoluto” che va letto seguendo una precisa direzione, se ci si
limita ad osservare passivamente restano solo i dubbi e le perplessità di un’operazione “complessa”.