venerdì 20 ottobre 2017

Se stesso e l'elevazione sociale, Albrecht Dürer.

Autore:  Albrecht Dürer
(Norimberga, 21 maggio 1471 – Norimberga, 6 aprile 1528)
 
Titolo dell’opera: Autoritratto (con guanti) – 1498
 
 
Tecnica: Olio su tavola
 
 
Dimensioni: 52 cm x 41 cm
 
 
Ubicazione attuale:  Museo del Prado, Madrid.





L’autoritratto era un genere non comune in quel periodo ma Dürer, un po’ controcorrente, ne ha eseguiti parecchi.

Lo stratagemma di collocare il braccio il primo piano fino ad avere l’illusione che appoggi sulla cornice permette di annullare la distanza tra l’osservatore ed il protagonista dell’opera.

Non è escluso, anzi è molto probabile, che si sia ispirato alla “Gioconda” di Leonardo osservata in un viaggio in Italia avvenuto nel 1494.

Il fatto che, nonostante il ritratto non fosse frequente nella pittura di quegli anni, l’essere immortalato sulla tela era comunque un onore riservato a pochi, e questo spinge Dürer a raffigurare se stesso promuovendo la propria posizione sociale.

Abbigliamento, capigliatura e barba sono estremamente accurati, la posizione a “tre quarti” dona una certa importanza. Dürer sicuramente fiero della propria posizione mantiene un certo distacco senza però dare alcun segno di arroganza.

Interessante lo scorcio del paesaggio che si intravede alla finestra, immediata la percezione dell’influenza dei paesaggisti fiamminghi, è presente la “mano” di artisti come il geniale “Maestro di Flémalle” o Jan van Eyck.

Sotto la finestra Dürer ha autografato l’opera con la scritta:”Das malti ch nach meiner gestalt, Ich War Sex Und zweig Jor alt – Albrecth Dürer” che si può tradurre in : “ho fatto questo (oppure ho dipinto) secondo le mie sembianze all’età di ventisei anni”.

Oltre alla firma appare anche il consueto monogramma.

domenica 15 ottobre 2017

Il "monocromatico" sogno americano, Jasper Johns.


Autore:   Jasper Johns
(Augusta, 15 maggio 1930)
 
Titolo dell’opera: White Flag – 1955
 
Tecnica: Collage
 
Dimensioni: 199 cm x 307 cm
 
Ubicazione attuale:  Metropolitan Museum of Art, New York.





Johns da vita a “Bandiera bianca” poco dopo aver realizzato la sua prima opera dedicata alla bandiera americana, opera intitolata semplicemente “Flag”.

"White Flag" è il più grande dipinto che il pittore ha realizzato tra quelli che vedono come protagonista il vessillo statunitense, ed è il primo monocromatico.

I colori consueti sembrano sbiadire lasciando comunque intravedere, grazie a sottili ma nette gradazioni di tono, le strisce e le stelle.

Il dipinto si staglia su tre pannelli separati, le stelle, il rettangolo con le strisce più corte e la parte inferiore con le strisce più lunghe, Johns lavora separatamente sui tre pannelli per poi unirli a lavoro compiuto, si ha cosi l’insieme pur sottolinendone le divisioni.

Da notare che le stelle sono 48, infatti solo dopo il 1959 si annetteranno all’unione lo stato dell’Alaska e le Hawaii.

Una bandiera monocromatica vuole indicare l’utopia di un paese senza distinzioni di razza, di ceto, di religione dove tutti possano “contare” nello stesso modo mantenendo le proprie tradizioni e convinzioni, un’interpretazione che forse limita il pensiero del pittore americano, concetto sicuramente più elaborato ma che lascia spazio anche a questo punto di vista.
Una curiosità: “White Flag” è stato il primo acquisto  di un’opera di Jasper Johns da parte del Metropolitan Museum, non si conosce la somma versata dal museo newyorkese ma la stima attuale supera i venti milioni di dollari.


martedì 10 ottobre 2017

Omaggio all'arte e ai suoi maestri, John Constable.


Autore:   John Constable
(East Bergholt, 1776 - Londra, 1837)

Titolo dell’opera: Cenotafio – 11836

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 132 cm x 108,5 cm

Ubicazione attuale:  National Gallery, London.





Un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio trasmette sensazioni di una pace quasi irreale.

La scena si svolge nella proprietà di Sir Beaumont, noto collezionista e protagonista fondamentale nella nascita della National Gallery, dove lo stesso Beaumont fa erigere questo monumento in onore di Sir Joshua Reynolds.

Constable parte da questo tranquillo angolo immerso nella natura per celebrare il proprio tributo alla memoria del grande pittore britannico.

Il lento e meticoloso lavoro (Constable impiega più di tre anni) produce un paesaggio dove la poesia pittorica raggiunge livelli altissimi.

Al centro della fitta vegetazione troviamo il cenotafio che ricorda la grandezza artistica di Reynolds, vero protagonista del dipinto, ai lati due apparizioni eteree, presenze discrete che vegliano sul monumento.

Si tratta dei busti di Michelangelo a sinistra, artista che Constable considerava come vero maestro e ispirazione, mentre a destra appare il busto di Raffaello uno dei più grandi maestri del rinascimento.

I due artisti italiani sono inseriti nella scena per mostrare la grandezza di Reynolds, come il pittore inglese fosse degno di essere incluso nel gotha dei grandissimi maestri d’arte.

Interessante la figura del cervo che si gira all’improvviso verso l’osservatore, quasi spaventato dall’inconsueta presenza, un accorgimento che coinvolge lo spettatore che si sente parte della scena.

giovedì 5 ottobre 2017

La voce di chi non ha voce, Barnet Newman


Autore:   Barnett Newman
(New York, 1905 - New York, 1970)
 
Titolo dell’opera: The Voice – 1950
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 244,1 cm x 268 cm
 
Ubicazione attuale:  The Museum of Modern Art, New York.








 
Barnett Newman racconta l’orrore della guerra, il senso di vuoto che il conflitto mondiale ha lasciato. Vuole rappresentare il viaggio introspettivo alla ricerca, all’apparenza vana, dell’essenza dell’uomo e della natura.

L’artista americano racconta cosi il proprio “sentire”: «… non possiamo più dipingere uomini che suonano il violoncello o mazzi di fiori … il soggetto è l’elemento primo della pittura, la storia della mia generazione comincia con il problema di cosa dipingere …»

Altro tema caro a Newman è il linguaggio meditativo, l’incontro con il divino, Dio e la sua immensa grandezza opposto alla miseria delle sue creature.

La grandezza dei dipinti trasmette all’osservatore una sensazione di assoluta inferiorità, chi guarda il quadro “sente” la distanza che corre tra se stesso ed il resto dell’universo, distanza che pare incolmabile.

Il quadro è concepito come una forma monocromatica, uniforme, unica rottura una linea, una sottile fenditura che funge da confine tra il cielo e la terra.

Ma al contempo rappresenta un’apertura, la possibilità per tutti noi, non senza un’adeguata preparazione, di tentare un’ascesa trascendentale, un’opportunità d’incontro con la nostra e altrui spiritualità.


sabato 30 settembre 2017

Il respiro vitale di Dio, Caspar David Friedrich.


Autore:   Caspar David Friedrich
(Greifswald, 1774 - Dresda, 1840)
 
Titolo dell’opera: Paesaggio invernale con chiesa – 1811
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 35,5 cm x 45 cm
 
Ubicazione attuale:  National Gallery, Londra.





Paesaggio dall’essenza spirituale, all’atmosfera irreale si contrappone l’estremo realismo dell’immagine centrale del quadro.

Tutto è ammantato di neve, si avverte il silenzio assoluto, un istante fuori dal tempo.

Il dipinto si svela lentamente davanti all’osservatore, un piccolo gruppo di abeti ed alcune rocce sono l’unica presenza “viva” nella scena. Ma qualcosa sta succedendo: un viandante solitario lascia a terra le stampelle e si abbandona ad una mistica visione davanti al crocifisso.

Attraverso la fitta foschia si intravede una cattedrale gotica, al contrario del boschetto di abeti la chiesa appare immateriale, essenzialmente simbolica.

Friedrich aveva sesso spiegato che gli abeti rappresentano il respiro vitale di Dio, infatti nel dipinto l’unica presenza tangibile sono gli alberi mentre la chiesa, simbolo religioso più “umano”, si presenta priva di sostanza, lievemente rarefatta.

Resta la sensazione di forza della natura e del silenzio che la avvolge, l’uomo deve abbandonare il suo rumoroso incedere per poter comunicare con le forze superiori, un atto di umiltà alla ricerca dello spirito.

lunedì 25 settembre 2017

Il sogno dell'artista, Marc Chagall.

 

 
Autore:   Marc Chagall
(Vitebsk, 1887 - Saint Paul-de-Vence, 1985)
 
Titolo dell’opera: Il pittore: alla luna – 1917
 
Tecnica: Tempera e acquerello su carta
 
Dimensioni: 32 cm x 30 cm
 
Ubicazione attuale:  Collezione Marcus Diener, Basilea.


  

L’opera è datata 1917 ma è stata eseguita, quasi sicuramente, nel 1919.

Proprio per l’anniversario della rivoluzione la sua città natale, Vicebzk, viene addobbata con una grandiosa e colorata decorazione che richiama fedelmente i bozzetti di Chagall, la reazione alla vista dei risultati fu unanime: “Perché un cavallo vola e perché la mucca è verde? Cosa ha a che fare tutto questo con Engels e Marx?”.

A Chagall non piaceva l’idea che la sua pittura venisse utilizzata per scopi politici e propagandisti, la reazione a questi “obblighi” artistici prende la forma di questo quadro: Il pittore: alla luna.

Il pittore con in mano l’inseparabile tavolozza  fluttua nell’immensità del cielo, immerso nei suoi sogni e nei suoi più profondi pensieri.

Netto è il distacco dal mondo, vediamo infatti molto lontano in basso la sfera terrestre dove spiccano le case della sua città.

L’incontro ravvicinato con la luna, quasi un colloquio con il “divino”, in antitesi al limite umano, avviene con estrema leggerezza senza il minimo sforzo, l’arte che viene in contatto con un’entità superiore lo fa con naturalezza.

Il capo dell’artista è cinto da una corona d’alloro vecchio simbolo glorioso del poeta, evidenzia il desiderio dello stesso Chagall di “creare” una realtà propria, un mondo ideale.

Il telo finemente ricamato che accarezza il lato destro del dipinto costituisce un idealizzato sipario, l’artista entra nella scena e chiusa la tenda il poeta-pittore resta solo nello spazio con la luna mentre il mondo con le sue miserie rimane escluso da ogni sogno “superiore”.

mercoledì 20 settembre 2017

Il genio "teatrale" di Joshua Reynolds.


Autore:   Joshua Reynolds
(Plymton, 1723 - Londra, 1792)
 
Titolo dell’opera: Garrick fra Tragedia e Commedia – 1761-62
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 148 cm x 183 cm
 
Ubicazione attuale:  Collezione privata.





David Garrick è l’attore più popolare del diciottesimo secolo, la sua fama è dovuta, oltre alla maestria recitativa e alle indubbie qualità sceniche, al talento senza eguali nel mettersi in mostra e alla grande capacità di essere sempre al centro dell’attenzione.

Ha fatto in modo che molti pittori facessero la fila per ritrarlo, tra gli altri si ricordano ritratti di P. Batoni, T. Gainsborough, W. Hogart e Angelica Kauffmann.

Anche Reynolds, amico di Garrick, lo ritrae inserendolo in un contesto particolare, un rifacimento di un tema spesso presente nell’arte europea, la figura di Eracle posto dinnanzi al simbolico bivio della condotta morale, vizio o virtù.

Reynolds inserisce il mito nel contesto più congeniale a Garrick, l’attore è conteso dalla Commedia e dalla Tragedia, la scelta del funambolico attore appare chiara già al primo sguardo.

La geniale maestria di Reynolds rende viva la scena che mostra Garrick mentre con un’espressione teatrale si scusa, senza essere troppo convincente, con la Tragedia per aver scelto la rivale.

Di grande effetto le figure ai lati, a destra la Tragedia si presenta severa ed elegante, lo stile è elevato la personalità tenta di imporsi, forse la fredda presenza intimorisce e la rende meno accattivante.

A sinistra la Commedia è decisamente più invitante, la morbidezza della figura, la sensualità dell’espressione e della presenza, anche in questo caso teatrale, convincono l’uomo a prendere una decisione. Non è un caso che nelle mani della Commedia troviamo una maschera che incarna l'essenza artistica del teatro, ci si rende conto che la scelta di Garrick non poteva essere differente.
 
Reynolds ne fa una parodia dell’arte “passata”, infatti le due donne incarnano nei tratti pittorici la “mano” di Guido Reni per la Tragedia sottolineandone l’atteggiamento classico ed imperioso, mentre la Commedia ricorda Correggio, più lieve e sensuale.

Un contrasto di stili che, aggiunto al favoloso talento di Reynolds, rende l’opera semplicemente meravigliosa.
 

venerdì 15 settembre 2017

Il contesto ed il punto di vista, Pieter Bruegel (Il Vecchio)


Autore:   Pieter Bruegel (il vecchio)
(Brogel, 1525 ca - Bruxelles, 1569)
 
Titolo dell’opera: La caduta di Icaro – 1558
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 73 cm x 112 cm
 
Ubicazione attuale:  Musée des Beaux Arts, Bruxelles





Geniale opera del maestro fiammingo dove la rappresentazione del paesaggio e dei personaggi che popolano la scena sembra estranea al suggerimento del titolo.

L’occhio dell’osservatore va dritto al contadino che è impegnato ad arare il proprio campo, lo sguardo basso attento all’andatura e alla direzione del cavallo.

Vicino al contadino notiamo un pastore affiancato dal proprio cane, il pastore è attratto da qualcosa in alto a sinistra che non possiamo vedere.

Un terzo personaggio si trova in basso a destra del dipinto, anche lui appare indaffarato nella pesca, come gli altri due è profondamente concentrato e perso nei suoi pensieri.

Il resto del dipinto è un meraviglioso paesaggio, il mare con le rocce che emergono dall'acqua, grandi navi che lo solcano e, in fondo, il sole che si accinge a sorgere.

Sullo sfondo, sia a destra che a sinistra, si vedono alte le montagne che fanno da cornice alla maestosa città con il porto pronto ad accogliere gli imponenti velieri.

Ma il titolo ci dice altro, Bruegel vuole rappresentare la caduta di Icaro.

Ed è proprio in basso a destra, appena sopra il pescatore, che vediamo le gambe di Icaro nell’istante in cui si inabissa a causa della caduta, attorno al corpo semisommerso vediamo quel che resta delle piume utilizzate per tentare il volo.

L’interpretazione del dipinto non è dunque cosi scontata, Bruegel mostra l’intrusione della storia in un’altra storia, da una parte l'apice, il culmine narrativo del mito, dall'altra una "normale" scena di vita quotidiana, accadono nello stesso istante anche se le due "cose" si ignorano.

Ma possiamo anche interpretare il dipinto dandone un giudizio morale, l’indifferenza della gente impegnata nei propri affanni davanti alla tragedia altrui, Icaro compie il proprio tragico percorso in assoluta solitudine. 
 

domenica 10 settembre 2017

L'enigma o l'arte del mistero, Jackson Pollock.


Autore:   Jackson Pollock
(Cody,1912 - Springs,1956)
 
Titolo dell’opera: Guardians of the secrets– 1743
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 122,9 cm x 191,5 cm
 
 
Ubicazione attuale:  Museum of Modern Art, San Francisco.





“Forse ci sono pittori più dotati o che dipingono con maggior continuità, ma nessuno come Pollock riesce ad esprimersi con altrettanta forza, verità o pienezza”

Si esprime cosi il critico Clement Greenberg alla prima mostra di Pollock nel novembre del 1943

L’opera è un’infinita raccolta di simboli, tutto è rappresentazione, metafora, emblema di un mondo segreto.

Fra i tanti “enigmi” spiccano i due custodi ai lati della tela, a sinistra quella che pare una figura femminile, il seno pronunciato ci mostra la femminilità ma la testa a forma di cavallo ci rimanda a presenze ultraterrene.

A destra la figura maschile, la barba e la postura che ricorda le guardie reali. Entrambe le figure rimandano ai Totem che i nativi americani erigevano per proteggersi dagli spiriti negativi.

Il vero nucleo segreto sta nel centro del dipinto, una serie di segni simili ai geroglifici dell’Egitto antico, solo la capacità di decifrare e interpretare tali messaggi ci permette di svelarne l’essenza.

In basso troviamo un cane dalle orecchie a punta, anche l’animale è a guardia dei misteri dell’opera, in questo caso potremmo trovarci davanti alla rappresentazione di Anubi il dio egiziano custode del regno dei morti.

La parte alta presenta altri simboli, tra cui spicca una maschera africana, anch’essa rappresenta, nella simbologia di questo continente, il custode dell’aldilà.

Maschere come questa si trovavano facilmente nei musei di New York negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso e hanno influenzato in modo significativo l'arte del novecento. Influenze che, in continua evoluzione, sono presenti nella concezione artistica contemporanea.

martedì 5 settembre 2017

La semplicità della perfezione, Federico Zeri


"Quando un’opera d’arte esce dalla norma e si avvicina all’assoluto accade che possa fare l’effetto di qualcosa di semplificato, perfino di rozzo.

Federico Zeri in un ritratto di Luciano Ventrone
E’ quello che molti incompetenti non riescono a capire, per esempio, nei disegni di Raffaello che, a prima vista, possono sembrare semplicemente degli schizzi gettati sulla carta  senza un’adeguata preparazione.

In realtà, si tratta della finta semplicità, della finta povertà di ciò che è estremamente elaborato.

E’ quello che accade anche per certa musica di Verdi che a chi non è ben preparato all’ascolto può fare l’effetto della canzonetta popolare. Persino certi versi di Dante possono fare questo effetto ...
… questa è anche la reazione delle persone non preparate; ma è anche la reazione di molti intellettuali di professione, molti critici di professione, i quali preferiscono le cose oscure.

Esiste, infatti, ai giorni nostri una certa sottocultura, che preferisce alla semplicità ciò che è involuto, oscuro, ciò che ha bisogno dell’esegeta di professione.
Quel che viene compreso dalle masse irrita questi intellettuali, che vivono proprio dell’ignoranza del pubblico e dell’oscurità dei testi, perché finisce col togliere loro il lavoro".

(Federico Zeri)


mercoledì 30 agosto 2017

Il centro gravitazionale, Giovanni Segantini.


Autore:   Giovanni Segantini
(Arco di Trento, 1858 - Monte Schafberg, 1899)
 
Titolo dell’opera: Le due madri – 1889
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 157 cm x 280 cm
 
Ubicazione attuale:  Galleria d’arte moderna, Milano.





La maternità come unico vero simbolo, essenza dell’essere umano, come parte fondamentale nella costruzione della vita nel senso più assoluto. Considerazione all’apparenza ovvia ma che Segantini trasforma nel centro gravitazionale dell’esistenza, inizio e fine di tutto.

La perdita della madre a soli sette anni influisce irrimediabilmente sulla percezione che il pittore ha della maternità, un legame affettivo, artistico e spirituale che non lo abbandonerà mai.

Nonostante il deciso rifiuto delle regole religiose imposte dalla Chiesa cattolica (l’artista non sposò mai l’amore della sua vita che gli diede quattro figli) ha sempre dato un’interpretazione cristiana al rapporto umano.

Quest’opera va al di la della rappresentazione del legame tra la madre e i figli, l’accostamento e l’annullamento delle differenze tra la madre “umana” e quella “animale” mostrano l’essenza naturale dell’evento.

Entrambe le madri sono raffigurate nell’istante in cui “dimenticano”, momentaneamente, il piccolo, a significare che il ciclo vitale continua, si svolge anche a loro insaputa, le due madri distolgono lo sguardo dai figli solamente per riprendere le forze, l’animale per nutrirsi, la donna per riposarsi.

La lanterna crea una condizione di luce che da al dipinto un’ulteriore senso di intimità, illumina il centro della scena lasciando in ombra le zone remote della stalla, la lampada illumina il vitellino, il bambino in fasce, il viso della donna addormentata e le mammelle della mucca, quest'ultimo forse il simbolo più forte di questa rappresentazione.

venerdì 25 agosto 2017

L'evasione dei colori, Sam Francis.

Autore:   Sam Francis
(San Matteo, 1923 - Santa Monica, 1994)
 
Titolo dell’opera: Composition – 1957
 
Tecnica: Acquerello e gouache su carta
 
Dimensioni: 77 cm x 56,5 cm
 





Francis, fra gli artisti americani, e sicuramente quello con l’ideale artistico più internazionale, convoglia nelle proprie opere sia il metodo dell’Action Painting sia quello del Color Field.

Il pittore californiano vuole mostrare la “forza” dello spazio pittorico mediante la fuga del colore che va oltre la tela e tende al invadere lo spazio.

Il risultato sono le fresche e ampie configurazioni dove risulta preponderante la forza gravitazionale che agisce inesorabile sulla materia cromatica.

Francis, con quest’opera, divide in due l’idea, o più precisamente, occupa con la propria concezione artistica solo la parte superiore del supporto, infatti riempie la metà soprastante con i propri colori preferiti, il blu, il giallo e il rosso, lasciando al colore stesso il compito di dipingere la metà inferiore.

Naturalmente l’effetto “gocciolante” è, consciamente o meno, controllato dal pittore stesso a seconda della forza con cui viene applicato o scagliato il colore.

Prende vita il frutto della collaborazione tra l'interpretazione pittorica di Francis, il gesto "manuale" dell'artista e la presunta casualità nel “movimento” dei colori.