A nove anni dalla personale di Venezia, alla Peggy Guggenheim Collection, ciò che resta di Tobey è la meraviglia che proviamo davanti alle sue “scritture bianche” ma anche all’oblio a cui sembra relegato.
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Mark Tobey - Threading-Light, 1942 – Tempera su tavola cm 74,5 x 50,1 - MOMA (Museum of Modern Art) New York
Il
pittore americano non è meno importante di molti suoi compatrioti che hanno
scritto la storia dell’arte del novecento ma non ha goduto della medesima fama.
Non
che l’essere conosciuto ai più sia fondamentale per lasciare una traccia
indelebile per lo sviluppo della pittura ma penso che i meriti vadano
riconosciuti.
Precorritore,
o pioniere se preferite, dell’espressionismo astratto, si differenzia dall’artista
simbolo di questa corrente, Pollock, per l’approccio emotivo opposto, se l’artista, icona del dripping, agisce con frenesia e senza un apparente “disegno”, Tobey fa
correre il pennello con la mente, ogni movimento sembra ponderato, nulla è
istintivo, tutto emerge da concetti profondi.
Lo
studio del buddismo Zen lo porta ad una meditazione artistica profonda, l’approccio,
che lo condusse ad una certa padronanza dell’arte giapponese lo porta a
camminare su un sentiero lontano da quello dei membri della celebre “New York
School”, ideale che rifiutò sistematicamente ma che deve la sua genesi
proprio a Tobey.
Cos’è
che, davanti ad un reticolo apparentemente disordinato di linee, ci fa pensare
ad un concetto di tranquillità, di pace interiore?
La
conoscenza dell’opera e del suo autore, dinnanzi a questa tavola la nostra
reazione è soggettiva, lo stato d’animo di chi osserva è fondamentale per una
lettura superficiale, se invece approfondiamo quello che abbiamo di fronte …

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