Visualizzazione post con etichetta Fotografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fotografia. Mostra tutti i post

venerdì 8 agosto 2025

La dipartita dell’uomo, l’eternità dell’artista.

Un viaggio e un dono.

Gianni Berengo Gardin ci lascia.

Lascia questo monto imperfetto (il viaggio) ci lascia la perfezione dell’arte (il dono).



giovedì 10 aprile 2025

Da che "lato" si guarda un'opera?

1967, l’artista genovese Giulio Paolini scatta una fotografia al dipinto di Lorenzo Lotto, “Ritratto di giovane”, esposto alla Galleria degli Uffizi a Firenze.

Da sinistra a destra: Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane - Giulio Paolini, Giovane che guarda Lorenzo Lotto

Lo scatto riprende il dipinto del pittore veneziano e lo riproduce mantenendo le misure originali.

Decide cosi di esporre la fotografia con un titolo preciso “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”.

Emerge cosi, con estrema dirompenza, il tema del punto di vista, tema che lo stesso Paolini elaborerà ulteriormente nel 1981 sostituendo gli occhi del giovane con i propri, a questo punto non solo abbiamo il ribaltamento dl principio soggetto-opera-artista ma è l’artista che quasi cinque secoli dopo utilizza il dipinto per trasportarsi indietro nel tempo e porsi di fronte al Lotto.

Chi guarda chi, lo stesso Paolini ha sempre sostenuto che l’opera non guarda l’osservatore, non è minimamente interessata a ciò che pensiamo, a quello che intuiamo, ovunque la nostra interpretazione sia diretta al quadro non può fregare di meno.

Siamo sempre noi dunque, autori e fruitori dell’opera d’arte, alla continua ricerca di un senso (se vogliamo a tutti i costi  darne uno) o di un percorso, spesso puramente filosofico, che ci conduca in un luogo che nemmeno immaginiamo esista, l’idea che la destinazione non sia totalmente preclusa basta e avanza per cercarne l’ubicazione.

Se ci lasciamo influenzare dal concetto di Paolini possiamo andare oltre, il giovane guarda Lorenzo Lotto, e questo è oggettivo, ma potrebbe anche concentrarsi sull’osservatore che ne ammira le fattezze.

E se la fotografia si fosse intitolata “Giovane, ritratto da Lorenzo Lotto, che guarda il fotografo”?

lunedì 13 gennaio 2025

La dipartita dell'uomo, l'eternità dell'artista, Oliviero Toscani

C’è una sola cosa che non posso fare, una mia foto da morto.



Oggi, 13 gennaio 2025 non ci resta altro da fare che confermare ciò che disse anni fa Oliviero Toscani.

Era il suo mantra, con una macchina fotografica diceva di poter fare qualsiasi cosa tranne quella che oggi non gli è riuscita.

Persona discutibile, quantomeno negli atteggiamenti, presuntuoso, arrogante, a volte maleducato nei confronti di chi mette in discussione alcuni dei suoi lavori (anche se davanti a certe affermazioni restare nei confini dell’educazione non è facile) ma è l’artista che voglio ricordare, visionario, geniale, la sua fotografia era, ed è, arte anche quando si metteva al servizio della pubblicità.

Quasi 10 anni fa scrissi sul blog esprimendo il mio punto di vista riguardo la celebre e discussa campagna per Benetton, probabilmente il suo più alto punto mediatico, nonostante questo riuscì a coniugare la campagna pubblicitaria con l’arte della fotografia e la riflessione sul degrado della società del tempo.

Se qualcuno fosse interessato a quel post lo può trovare qui


mercoledì 5 giugno 2024

Chi l'ha fatto?

La fotografia è una forma d’arte nata recentemente, dopo il naturale “rodaggio” oggi è considerata alla pari delle altre arti definite nobili.



Quest’immagine, simile ad altre che possiamo trovare sul web, è un’istantanea del delirio in atto in Ucraina (ma può valere per molti altri luoghi, come il Medioriente).

Se parliamo di arte fotografica viene da chiedersi chi sia l’autore di questa immagine, al giorno d’oggi spesso sono i droni a premere il pulsante che permette di catturare un’immagine, chi è dunque l’artista?

Come non andare, a questo punto, al celebre aneddoto che vede protagonista Picasso e la sua “Guernica”, alla domanda di un gerarca nazista davanti al dipinto: “Ha fatto lei questo orrore?” il pittore risponde: “No, l’avete fatto voi”.

Chi ha dato vita a questa immagine? Semplice, Putin, Zelenski, Biden, i leader europei, quelli cinesi, quelli mediorientali … (potremmo andare avanti parecchio) le multinazionali fabbricanti di armi, le banche, i fondi che finanziano le varie missioni e quelli che già pregustano la ricostruzione.

La fotografia, in quanto opera d’arte, dovrebbe far riflettere, scuotere le coscienze, svegliare una umanità dormiente ma … ma l’umanità continua indifferente il proprio deambulare, adiafora a tutto ciò che non porta benefici, insensibile, apatica di fronte all’arte e di conseguenza indifferente a ciò che la circonda.

Chi dunque ha fatto questa fotografia? ... Noi.


mercoledì 20 marzo 2024

il contrario di "Arte"

Qualche giorno fa, parlando con l’unica persona che mi sopporta, cioè me stesso (anche se spesso non ci rivolgiamo la parola) mi sono posto una domanda: cos’è o come possiamo definire il contrario di arte?

Foto di Edward Steichen – Auguste Rodin osserva il “Pensatore”

Ogni dizionario dei sinonimi e dei contrari ne dà una definizione diversa, cartacei o elettronici hanno visioni simili ma espresse in maniera leggermente differente.

Ad esempio lo Zingarelli “vede” il contrario di arte partendo dal presupposto che arte sia un sinonimo di artificioso (cosa effettivamente vera ma che esula dalla considerazione artistica come espressione spirituale).

La Treccani online parla anch’essa di arte come: “artificio, bravura, talento” ma alla voce contrari ecco che appare. “incapacità, inettitudine”.

Ma come potevo accontentarmi di tutto questo che, pur riconoscendo il valore, non da una risposta? L’arte è qualcosa di più alto, di più profondo, è difficile, se non impossibile, darne una definizione, figuriamoci per il contrario.

L’altra sera però la risposta è arrivata, un giovane amico, calciatore dilettante mi invita a vederlo giocare, lui milita in una squadra di un comune più lontano e la sfida era con la compagine di un altro centro poco distante da dove risiedo e che ospitava l’incontro, “quando vengo a giocare vicino a casa tua vieni a vedermi?”. Cosi è stato.

Mi piace il calcio ma non gradisco l’ambiente che sta attorno ai capetti dilettantistici (non che a livello professionistico le cose siano migliori anzi) dunque mi preparo al peggio.

Nonostante fossi partito prevenuto, che mi aspettassi una cornice fatta di squallore e becerume, le persone assiepate sugli spalti sono riuscite a sorprendermi, erano presenti individui dall’età più disparata, si partiva dai quindicenni fino ai settantenni, maschi e femmine (anche se i primi si facevano notare maggiormente) che per tutto il tempo della partita si sono esibiti in ululati, insulti, bestemmie e ogni genere di abominio linguistico. Con tutta onestà va riconosciuto che c’era anche qualche essere civile, categoria che, come spesso accade, se ne sta in silenzio.

In quelle due ore ho realizzato che il contrario di arte era proprio quello in cui ero immerso, maleducazione, incapacità di vedere con obbiettività, mancanza di rispetto per il pensiero altrui, linguaggio, moralmente e grammaticalmente indecente. Se l’arte è bellezza, idee, poesia e introspezione, il suo contrario non può non essere quello che ho visto quella sera.

La risposta certa al quesito che io e me stesso ci siamo posti non esiste, ma una parziale forse si: il contrario di arte si potrebbe riassumere in una tribuna di un campo di calcio.

sabato 10 febbraio 2024

[Aforismi e Arte] L'istante infinito

"Se non c’è seduzione, non c’è fotografia. Devo essere sedotto e sedurre la persona che ritraggo per 1/125 di secondo. Tutto si azzera nell’istante del flash. Tutti pensano che l’eterno istante sia la fotografia, e invece è l’esplosione del flash, quell’attimo di bianco assoluto e di totale pulitura. Poi c’è un mondo nuovo. Ho anche imparato a eliminare il senso del tempo".

(Giovanni Gastel)

Foto by G. Gastel - serie:  Angeli caduti


lunedì 15 gennaio 2024

Dieci anni di arte (da un punto di vista personale)

Dieci anni di blog, dieci anni passati a raccontare il mio punto di vista, un piccolo angolo visivo sull’arte, alla ricerca del concetto che sta dietro e, soprattutto, dentro l’opera.

Pierre Duquoc - Ghost, 2022 - Fotografia digitale su carta 50 x 75 cm.

Quale sia il modo giusto per festeggiare questo traguardo non mi è chiaro, si potrebbero tirare le somme del decennio trascorso ma queste cose si fanno a fine corsa e, per quanto riguarda la mia volontà a fine corsa non ci sono ancora arrivato.

Un’altra moda che spopola da tempo (le mode che non tramontano facilmente sono le più banali) tra i siti dedicati (sommariamente) all’arte e i video dello stesso tenore è quella di stilare le più improbabili classifiche, da “i 10 dipinti più famosi” a “i 20 quadri più costosi” fino al celeberrimo “i  (il numero mettetecelo voi) quadri più belli di sempre” come se la cosiddetta, e abusata, bellezza fosse classificabile.

Escludendo una "classifica" dell’arte che è sempre fine a sé stessa e fondamentalmente impossibile da stilare, cerco di ribaltare i ruoli e mi rivolgo ai visitatori del blog, sarebbe interessante capire qual è l’artista, pittore, scultore, musicista, fotografo, poeta (il tutto declinato anche al femminile) ecc. che vi ha suscitato le più intense emozioni, che vi ha aperto gli occhi sul mondo dell’arte, magari molti anni fa, quale artista o opera ritenete fondamentale per l’arte nella sua storia, indipendentemente dal fatto che essa vi piaccia o meno (trovo interessante capire il potenziale di un’opera anche se questa non è nelle nostre corde).

In quanto a me non sto a ripetermi, la mia visione è stata ribadita più volte in questi due lustri, rischierei di essere ripetitivo, cosa tra l’altro che accade fin troppo sovente.

A questo punto devo fare la cosa più importante, colgo l’occasione del compleanno del mio piccolo blog per ringraziare tutti quelli che hanno partecipato a questo viaggio, la presenza, anche saltuaria, i commenti, che hanno arricchito la discussione rendendo la “visione” sempre più ampia, ho sempre cercato di offrire spunti che ritenevo interessanti e che erano pronti a prendere strade più ampie, spesso differenti da quella da me tracciate.

Ringrazio inoltre per le critiche e naturalmente per i complimenti, le prime aiutano a crescere, i secondi fanno sempre piacere.


sabato 30 dicembre 2023

Un’autentica opera d’arte

L’album d’esordio del poliedrico e geniale musicista britannico è senza dubbio il punto più alto di una carriera che ha "viaggiato" costantemente su livelli eccellenti.

Siamo nel 1973, Mike Oldfield, allora diciannovenne, rivoluziona il panorama musicale proponendo una visione nuova in un panorama in costante evoluzione.

Sono due i brani all’interno del “33 giri”, Tubular bells (part. I) e Tubular bells (Part.2) entrambi sono prevalentemente strumentali, ad eccezione di inserimenti di voci “elaborate” e cori diretti dallo stesso Oldfield.

Il mito racconta che Mike Oldfield ha suonato da solo tutti gli strumenti nella registrazione dell’album, mito fino ad un certo punto perché in effetti la maggior parte della strumentazione è utilizzata da lui ma non vanno ignorati altri musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco.

L’album inizialmente viene accolto timidamente ma l’uscita nelle sale nello stesso anno del celebre film L’esorcista, della cui colonna sonora fa parte il primo brano dell’album, lo proietta al primo posto nelle vendite del Regno Unito.

La musica di Tubular bells (o quantomeno l'intro del primo pezzo) porta inevitabilmente al film di William Fredkin, cosi come è innegabile che lo stesso percorso si possa fare al contrario,  musica e film sono legati indissolubilmente l’uno all’altro.

Ma “l’opera d’arte”, che da il titolo al post, non è legata solamente ai brani di Oldfield, se si parla di capolavoro non possiamo non riferirci alla copertina realizzata dal fotografo Trevor Key, su suggerimento dell’allora addetta stampa di Oldfield Sue Steward (almeno per quanto riguarda lo sfondo marino).

Le “campane tubolari” piegate a triangolo sono nate da un'intuizione di Key dopo che lo stesso Mike ne aveva danneggiate alcune durante la registrazione dell’album, il risultato è visivamente e concettualmente perfetto.

Oggi, nel 2023, il "tubo" di Key proietta lo sguardo al futuro, una visione che si spinge oltre il nostro contemporaneo, se pensiamo che è stato realizzato cinquant'anni fa ...

Sembra che dopo aver visto la cover Oldfield abbia voluto ridurre al minimo le scritte che citavano il titolo e l’autore dell’album, oltre ad averle volute colorate di arancione, questo per evitare di distogliere lo spettatore dall’immagine.

In questo caso musica e grafica viaggiano sui binari dell’eccellenza, se aggiungiamo le suggestioni cinematografiche che ci accompagnano il triangolo artistico è completato.

A seguire vi propongo l’album per intero, l’intro ci porta direttamente al film ma non dobbiamo fermarci a questo, l’intero disco è una scoperta continua, soprattutto se sappiamo andare, con la mente, indietro nel tempo, cercando di “vedere” in quale contesto si è inserito questo capolavoro.


mercoledì 15 novembre 2023

Chi, o qual è, il soggetto principale? L'opera nell'opera

 


Il famosissimo storico dell’arte statunitense Bernard Berenson (Bernhard Valvrojenski) elegantemente ammirato dalla scultura di Antonio Canova, la statua raffigura Paolina Borghese, altrettanto nota sorella di Napoleone Bonaparte.

La scultura è ripresa di spalle, al centro della scena c’è dunque Berenson.

L’opera in questione è senza dubbio la fotografia di David Seymour, il soggetto è il critico americano, mentre il capolavoro di Canova funge da “narrazione”.

Spesso, per non dire quasi sempre, ci imbattiamo in fotografie che immortalano opere d’arte, se l’opera è l’unico soggetto ripreso la fotografia non viene minimamente presa in considerazione (davanti ad uno scatto che riprende i Girasoli di Van Gogh, ad esempio, per noi si tratta del dipinto del pittore olandese e non di una riproduzione dello stesso) nel caso un’opera faccia parte di una “scenografia” più complessa allora è la fotografia ad essere l’opera d’arte.

In questo caso l’artista non è Canova ma Seymour, il soggetto non è la scultura e nemmeno Berenson, al centro della scena è il concetto di “osservazione dell’arte”, l’ammirazione dell’opera, fino all’estasi (evento rarissimo ma di un’intensità sconvolgente).

domenica 5 novembre 2023

Il trio delle meraviglie e della discesa (culturale) all'inferno


Grace Jones si trasforma in “tela”, Keith Haring dipinge il suo mondo, Robert Mapplethorpe cristallizza l’evento con uno scatto che fa parte della storia della fotografia, della pittura e del costume.

1984, la diva, l’artista e il fotografo, l’immagine di un periodo (gli anni 80) che con i suoi eccessi ha trasformato il nostro modo di vivere, l’inizio della decadenza che ha condotto il mondo verso l’evoluzione tecnologica.

Ma allora com'è possibile che un trio geniale possa diventare l’espressione di un’ascesa del vuoto?

Forse perché sono gli ultimi grandi artisti prima della rivoluzione contemporanea? Oppure si tratta di una decadenza culturale, mediatica, sociale, dove anche gli artisti faticano a fuggire?

Gli anno ottanta non sono certamente ricordati per il grande sviluppo culturale, sono anni in cui la maschera prende il sopravvento, dove l’essere è sostituito dall’apparire, tutto incentrato sulla sete inestinguibile di denaro, nascondendo il tutto dietro ad una vuota “evoluzione tecnologica”.

Quest’immagine dunque potrebbe rappresentare uno spartiacque che chiude un periodo di ricerca, di sperimentazione, di studio e di voglia di futuro, aprendone uno che ne è l’esatto opposto.

I nostalgici di un passato dove si guardava oltre il proprio naso, dove si “pensava” a lungo termine vedono lo scatto di Mapplethorpe come un’icona o una porta che si è definitivamente chiusa, i “follower” del nostro tempo inquadrano l’opera come l’inizio di una rivoluzione.

Con una sguardo più ampio è difficile collocare questa fotografia senza approfondirne le sfumature, tre grandi artisti di quarant’anni fa ricostruiscono la simbologia del tempo, un passato che, in quanto tale, non c’è più, un presente che si trascina ormai da tempo immemorabile sempre uguale a sé stesso e un futuro che perde ogni visione, nella speranza che qualcuno si (ci) svegli cosi che si possa ricominciare a camminare(in avanti).

 

 

domenica 10 settembre 2023

L'immortalità delle idee

Un’icona casuale, come entrare nella storia dell’arte (o del costume) malgrado l’obbiettivo fosse tutt’altro.

Nel 1957 a Los Angeles il giovane Walter Hopps, fonda la Ferus Gallery, luogo d’arte che supplisce alla mancanza di un movimento, una “scuola” artistica, in una città nota per l’emergente movimento hollywoodiano in contrapposizione alla più impegnata, artisticamente, culturalmente e socialmente, New York.

Hopps grazie alla propria tenacia e alle capacità oratorie tesse una rete di amicizie che gli permettono di esporre nella propria galleria opere di grandi artisti contemporanei.

Nel 1963, per l’esattezza nel mese di ottobre, Hopps, da poco assunto al Museo d’Arte di Pasadena, riesce a dare vita ad un evento epocale, allestisce una personale di quello che era definito il più grande artista contemporaneo, Marcel Duchamp.

Il giovane e intraprendente curatore della mostra aveva un piccolo segreto da celare, la moglie Shirley, cofondatrice della Ferus Gallery, aveva una giovane rivale in amore, una certa Eve Babiz, che in seguito diventerà una celebre scrittrice, è l’amante del marito, finora tutto era andato per il meglio (almeno per l’ingenuo Walter).

Al cocktail di inaugurazione della mostra Hopps invita numerose personalità che hanno il compito di elevare l'importanza dell’evento (non che ce ne fosse bisogno visto il nome in cartello) la serata glamour non poteva non attirare l’attenzione della ventenne Eve, alla ricerca spasmodica di celebrità, una vetrina come questa era irrinunciabile.

Ma Hopps la pensava diversamente, in fondo non poteva fare altrimenti, all’inaugurazione si è fatto accompagnare dalla moglie, cosa che all’amante non è piaciuta.

Eve Babiz non si arrende facilmente, deve presenziare a tutti i costi, inoltre c’era un conto da saldare con l’amato, qualcosa doveva inventarsi. Durante il ricevimento Hopps, da buon padrone di casa, ha invitato Duchamp ad una partita a scacchi, sotto gli occhi degli ospiti i due si sono sfidati amichevolmente, ma tra le dozzine di sguardi c’era anche quello del fotografo Julian Wasser, amico della Babiz, che ha un’idea illuminante, mette al corrente la giovane ragazza del proprio piano, idea che Eve avalla con entusiasmo.

Con qualche bicchiere di vino in corpo la Babiz si avvicina a Duchamp e lo sfida ad una partita a scacchi (sembra che lo abbia sfidato dicendogli che lo avrebbe battuto, ma queste voci non sono mai state confermate) l’allora ultrasettantenne Duchamp, tutt’altro che impermeabile al fascino femminile e capace di cogliere al volo le intuizioni geniali, proprie e altrui, accetta, la ragazza si siede al tavolo della sfida aggiungendo una variabile inattesa, lo fa completamente nuda mettendo in vista le generose curve, Julian Wasser immortala l’istante rendendolo iconico al punto che l’immagine simbolo di quella mostra diventa questo scatto, cosa che Duchamp non intende ostacolare anzi, cavalca il momento rendendolo suo.

Per la cronaca la partita a scacchi viene vinta dall’artista francese in pochissime mosse, a nulla vale il tentativo della donna di distrarre l'avversario, ma in fondo il vero obbiettivo della giovane e intraprendente Eve era tutt'altro.

giovedì 15 giugno 2023

[aforismi cinematografici] India, la grandezza di un "continente" affascinante e complesso.

“ … le vecchie abitudini muoiono prima di quanto pensiamo, rapidamente vengono sostituite da nuove […] tra poco potrei addirittura abituarmi al frastuono dei clacson e dei venditori ambulanti.

Esiste un altro posto al mondo che riesca a stravolgerti i sensi più dell’India? 

Chi conosce il paese fa le sue cose tranquillamente, ma niente può preparare il profano a questo assalto di rumori e colori, al caldo, al movimento, al perpetuo movimento della folla.

All’inizio ne sei sopraffatto ma a poco a poco ti rendi conto che è come un’onda, se le opponi resistenza ti rovescerà, ma se ti butti dentro riemergerai facilmente dall’altra parte.

(da: Marigold Hotel)


A seguire alcuni scatti che Steve McCurry ha dedicato all'universo indiano









 









mercoledì 10 maggio 2023

Forma e colore nella narrazione fotografica

La differenza tra la fotografia a colori e quella in bianco e nero sta nella trasmissione di un concetto, ci sono "cose" che si possono dire solo con il colore e altre che si esprimono esclusivamente con una scala di grigi.


Un esempio, tra i tantissimi a disposizione, ce lo offrono questi due scatti, il colore di Tiziana e Gianni Baldizzone e il bianco e nero di Elliott Erwitt.

La prima è la rappresentazione della forza del colore stesso che prende il “comando” ai danni di ciò che si vuole raccontare, nel secondo caso l’assenza di colore è addirittura necessaria, è la narrazione a prevalere.



Certo la fotografia dei Baldizzone non esclude una costruzione visiva, la donna (non ne abbiamo la certezza ma ciò che vediamo ci spinge a considerare il personaggio al femminile) e soprattutto il paesaggio sullo sfondo (anche se sfocato) sono l’emblema di un continente, l’Africa, che emerge dai nostri canoni.

L’immagine realizzata da Erwitt invece vuole essere “letta”, ci impone un'interpretazione, dietro c’è una storia, una situazione particolare che ci lascia e si lascia immaginare.

Entrambe raccontano un vissuto, entrambe lo fanno con le “parole” silenziose dei rispettivi autori, con o senza il colore hanno colto l’essenza della propria percezione, hanno saputo convogliare in un’immagine il proprio sentire.


martedì 10 gennaio 2023

Ad ogni epoca il proprio simbolo, Otto Dix e Sylvia von Harten

Otto Dix – Ritratto di Sylvia von Harten - Olio e tempera su tavola cm 121 x 89 
Centre Pompidou, Parigi



 

Sylvia von Harden, la giornalista che deve la sua immortalità al pittore Otto Dix e che a sua volta è il soggetto più noto dell’artista tedesco.

Siamo a metà del secondo decennio del 900, Dix con la sua pittura vuole rappresentare la realtà in cui lui stesso e tutto il popolo tedesco si trovano immersi.

Il ritratto della von Harden ne è la perfetta sintesi, la raffigurazione di un mondo al limite del grottesco, un’auto caricatura del regime, che deve ancora mostrare il suo peggio.

Il presunto dialogo tra il pittore e la giornalista, che i posteri ci hanno lasciato, è l’emblema di ciò che Dix voleva raccontare con questo ritratto:

“Devo dipingerti. Rappresenti un’intera epoca!

Vale a dire, che vuoi dipingere i miei occhi spenti, le mie orecchie bizzarre, il mio lungo naso e le labbra sottili. Vuoi dipingere le mie mani grandi, le mie gambe corte e i piedi enormi. Nessuno ne sarebbe deliziato, semmai molti si potrebbero spaventare.”

Che il nostro Otto abbia calcato la mano è evidente, il ritratto fotografico di August Sander, nell’immagine in basso, ci svela la forzatura, ma il ritratto non è quello della giornalista e nemmeno della donna von Harten, è l’immagine simbolo della Repubblica di Weimar.

Nel dipinto non vi è nulla che faccia emergere la professione di Sylvia, si nota una “femminilità” emergente che scombussola ogni visione canonica, tutto è rigido, artefatto, tutt’altro che naturale, la bellezza e la bruttezza (termini che dicono tutto e niente) sono scomparsi, esiste solo una costruzione artificiosa, senz’anima.

Che questo ritratto sia un simbolo di un determinato periodo storico viene confermato da una scena del film Cabaret (1972) di Bob Fosse dove in un angolo fumoso di un locale troviamo la perfetta riproduzione della von Harten targata Dix.

a sinistra:“ Il volto del nostro tempo ” Ritratto fotografico di Sylvia Von Harden (1925) di August Sander. a destra una scena dal film Cabaret di Bob Fosse (1972)


venerdì 30 dicembre 2022

La fotografia rivelatrice dell'umanità "periferica"

"Quel granello di polvere perso nel buio dello spazio è la migliore dimostrazione di quanto sia folle la vanità umana".


Con queste parole Carl Sagan, astronomo e scrittore, ha riassunto il concetto legato a questa incredibile fotografia.

L’immagine è stata scattata dalla sonda Voyager 1 il 14 febbraio del 1990, la sonda aveva superato da poco l’orbita di nettuno e si apprestava a lasciare il sistema solare (non prima di aver attraversato la fascia di Kuyper) questa immagine fa parte di una serie di scatti che ha immortalato i pianeti del sistema solare, siamo a circa sei miliardi di chilometri dalla terra.

Se cerchiamo in questa foto la bellezza del cosmo che ci hanno regalato le varie sonde e i molteplici telescopi (su tutti Hubble, il telescopio orbitante che ha svelato molte delle meraviglie “cosmiche” che conosciamo) sicuramente ne saremo delusi, quest’immagine capovolge il nostro punto di vista, quel piccolissimo oggetto che vediamo nello spazio stavolta … siamo noi.

Davanti a questa immagine pensare che ci siano altre forme di vita come la nostra nell’universo è una palese dimostrazione di arroganza, di presunzione, significa credere di essere al centro di un progetto che probabilmente tale non è.

Basterebbe questa fotografia (e altre fotografie simili, per tutte ricordiamo la Terra vista dalla sonda Cassini dall’orbita di Saturno, foto in basso) per smontare qualsiasi ipotesi dell’uomo al centro dell’universo (non materialmente ma come idea dominante) ma sembra che l’ego umano non arretri di un millimetro nemmeno davanti all’evidenza (terrapiattisti e creazionisti a parte).

Possiamo annoverare questo scatto nell’ambito dell’astronomia, della filosofia, dell’arte o di tutte e tre le cose?

La fotografia, in quanto forma d’arte, rappresenta un punto dell’universo (astronomia) ma spinge ad un pensiero sempre più profondo (filosofia) il soggetto è “rappresentativo” di una situazione di fatto, ma è innegabile che il concetto trasporta con sé l’essenza poetica di qualcosa di più grande, l’idea che dobbiamo rimodulare i nostri canoni è l’atto conclusivo di un messaggio che viene dallo spazio profondo e al contempo dal profondo di ognuno di noi.

Se un’immagine è in grado di spingere a delle riflessioni (il peso delle stesse è irrilevante) allora lo possiamo dire con certezza: questa fotografia è un’autentica opera d’arte.



giovedì 20 ottobre 2022

Situazioni casuali (quando il caso non è abbandonato a sé stesso)

“Per ottenere quella precisa situazione ho dovuto aspettare tutto il giorno!” 

foto by Elliott Erwitt - Prado Museum, Madrid, 1995

Queste parole di Elliott Erwitt confermano che la fotografia non è mai lo specchio di ciò che succede ma il momento in cui si decide di fermare il tempo.

1995, siamo all’interno di una sala del Museo del Prado a Madrid dove sono esposte due tra le più celebri opere di Francisco Goya, La maja vestida La maja desnuda.

Il tempo viene “bloccato” dal fotografo, dietro uno scatto c’è sempre un comportamento arbitrario, non parlo delle fotografie costruite a tavolino, infatti Erwitt non mette in posa i visitatori (almeno cosi afferma) ma attende pazientemente che si crei quell’insieme desiderato.

Questa celebre fotografia incarna i comportamenti, in parte reali e in parte frutto di un’idealizzazione che ci siamo costruiti nel tempo, fatta di stereotipi più o meno suffragati dalla realtà, raccontando ciò che lo stesso artista “vede” o quello che vuole che gli altri vedano.

Il fotografo attendeil momento opportuno per "costruire l'istante", avrebbe potuto scattare ripetutamente lasciando che il risultato, casuale, prenda il sopravvento, ma Erwitt aveva ben chiaro l’obbiettivo di quella giornata, assecondare l’ideale della donna impegnata artisticamente e l’uomo impegnato … in altri ambiti.

Il risultato finale è decisamente suggestivo (ammetto che seppur forzato è un concetto, purtroppo, tutt’altro che campato in aria) ma non è su questo che voglio focalizzarmi, ad interessarmi maggiormente è l’idea che la fotografia sia (come spesso viene definita) lo specchio della realtà, arrivando alla conclusione che la realtà stessa sia una mera illusione e di conseguenza anche la fotografia si riveli tutt'altro.

Non mi permetto di mettere in discussione le parole del fotografo ma se prestiamo attenzione non possiamo escludere che i personaggi che popolano la fotografia, in particolare per come sono disposti, qualche “indicazione” l’abbiano ricevuta.


mercoledì 15 giugno 2022

L'uomo (nero) di San Pietroburgo

L’uomo di San Pietroburgo. Non credo alle premonizioni ma ci sono opere che spesso indagano il futuro, alcuni artisti riescono a farlo consciamente grazie ad una visione non comune, altri, inconsciamente, danno vita a proiezioni che rilette nel tempo aprono a scenari inimmaginabili.

Gennady Blokhin - Black crow, Night St. Petersburg

Questa immagine realizzata dal fotografo russo Gennady Blokhin è carica di energie negative, naturalmente la lettura è “contaminata” dagli eventi di queste ultime settimane, anche se “l’uomo di San Pietroburgo” a cui mi riferisco, da tempo è foriero di sventura.

Il corvo in primo piano e sullo sfondo la strada affiancata da numerose abitazioni, ci appare tetra, tutt’altro che rassicurante (e ben lontana da quella che è realmente, una città meravigliosa).

L’arte, a volte, illumina gli angoli bui della storia futura,  in questo caso la rappresentazione ha colto nel segno.

Sicuramente l’intento di Blokhin non era quello a cui mi riferisco ma … non posso nemmeno escludere il contrario.

Cosa ci voglia (o non voglia) dirci quest’opera non lo sappiamo con certezza ma, con gli occhi “contemporanei” il buio morale di San Pietroburgo, o meglio di un suo celebre, aimè, cittadino, traspare con una forza dirompente.

domenica 16 gennaio 2022

Alla ricerca del Raggio Verde

The green ray è il titolo del video realizzato dall’artista britannica Tacita Dean, quello che all’apparenza sembra una ripresa amatoriale di un tramonto in vacanza si trasforma nel risultato di un’autentica caccia al tesoro.



Su una  spiaggia in Madagascar, di fronte al mare nell’ora del tramonto la Dean decide di riprendere il sole mentre si adagia in mare per scomparire dietro l’orizzonte.

L’artista non è sola, un altro cineamatore faceva la stessa cosa, entrambi cercavano il “raggio verde”, lei con una pellicola analogica, lui riprendendo in digitale.

Il Raggio Verde è un evento rarissimo ed è legato al mito marinaresco e alla scaramanzia di chi vive e lavora in mare, da secoli i marinai, quando il sole tramonta sul mare nel preciso istante in cui scompare, a volte, emette un raggio luminoso di colore verde, la visione dura solo una frazione di secondo, osservare questo fenomeno naturale si dice che porti fortuna.

Sia la Dean che il “vicino” di telecamera riprendono il tramonto ma nessuno dei due riesce a vedere il raggio verde.

Mentre l’uomo, di cui non si conosce il nome, visiona il video immediatamente, in quanto permesso dalla ripresa “digitale”, senza trovare il frutto della ricerca, la donna se ne torna in albergo rimandando la visione a dopo lo sviluppo della pellicola.

Solo qualche giorno dopo, a sviluppo ultimato, Tacita vede e rivede il film, ad un certo punto ecco il miracolo, nel video, per un attimo, appare il “Raggio verde” (nell’immagine il frame della pellicola che ne certifica il successo) la ripresa analogica riesce a catturare quello che il digitale non è stato in grado di fare.

La fotografia, ma in questo caso i video, offrono una proiezione artistica inimmaginabile qualche anno fa, l’immagine del raggio verde può passare inosservata o lasciare a bocca aperta, dipende da come approcciamo l’opera.


sabato 28 agosto 2021

il colore e il movimento

Prendiamo una fotografia scattata in qualsiasi posto, con un qualsiasi soggetto, senza particolari “appostamenti”, in pratica uno scatto “a caso”.

Con una qualsiasi applicazione che permette di ritoccare l’immagine proviamo a scomporla cromaticamente, qual è il risultato?


Premetto che questo “esperimento” (so che il termine è altisonante ed eccessivo ma non saprei come definirlo diversamente) avrebbe avuto un riscontro maggiore con una fotografia dai colori più vari e vivi, ma ho cercato di basare questo mio ragionamento partendo da un’immagine che ci porta ad una visione “quotidiana”, tutt’altro che ricercata.

Altra premessa fondamentale, La teoria dei colori di Wolfgang Goethe (1810) e il capitolo dedicato ai colori stessi in Lo spirituale dell’arte di Vasilij Kandinskij (1910) mi hanno indirizzato a questo maldestro tentativo di “vedere” oltre la forma (in presenza della forma) e dentro il colore, preso singolarmente.

Mentre le teorie spiegate nei due libri sopra citati hanno un peso specifico dove il colore è l’unico protagonista, ho cercato di prendere in considerazione i colori stessi in una posizione secondaria, quando osserviamo una fotografia la forma influisce inevitabilmente sul nostro giudizio (l’alba tra i monti, un tramonto sul mare ci affascinano per i colori ma li collochiamo immediatamente, mare o montagna appunto).

Questa banale fotografia, dove le varie sfumature si presentano l’una senza le altre, è in grado di farci muovere in una qualsiasi direzione?

Proviamo a “saturare” in modo innaturale i colori per rendere più evidente lo “scorporamento”, l’effetto potrebbe essere più immediato ma perderebbe quel suo essere “quotidiano”.


Il primo quartetto di fotografie è naturale, il secondo è ritoccato (mi riferisco ai colori, solo una fotografia è naturale) non so se riesco a cogliere, ma soprattutto a comunicare, l’essenza dei colori secondo una profondità di pensiero che nasce nell’ottocento e si sviluppa all’inizio del secolo scorso.

Una sfumatura tra l’arancione e il marrone (senza essere nessuno dei due) il blu e il verde, il primo colore tende ad andare incontro all’osservatore, il secondo al contrario cerca di allontanarsene, il terzo è fermo mantenendo un equilibrio materiale e psichico.

Non è detto che questa prova riesca nel suo intento (è anzi probabile che l’intero discorso sia incomprensibile) ma …

Il colore, la forma, l’idea, il soggetto (inteso come veicolo delle sensazioni che portano a determinate emozioni) può l’immagine “vivere” senza alcune di queste componenti?

Cosa cambia, se cambia, nella nostra visione l’assenza di un colore o l’isolamento degli stessi?

PS. si potrebbero utilizzare tecniche di fotoritocco decisamente più "professionali" ma non è questo il punto, non interessa il risultato "tecnico" ma l'impressione visiva e soprattutto quella emozionale.