Un
viaggio e un dono.
Gianni
Berengo Gardin ci lascia.
Lascia
questo monto imperfetto (il viaggio) ci lascia la perfezione dell’arte (il
dono).
Un
viaggio e un dono.
Gianni
Berengo Gardin ci lascia.
Lascia
questo monto imperfetto (il viaggio) ci lascia la perfezione dell’arte (il
dono).
1967, l’artista genovese Giulio Paolini scatta una fotografia al dipinto di Lorenzo Lotto, “Ritratto di giovane”, esposto alla Galleria degli Uffizi a Firenze.
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Da sinistra a destra: Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane - Giulio Paolini, Giovane che guarda Lorenzo Lotto |
Lo
scatto riprende il dipinto del pittore veneziano e lo riproduce mantenendo le
misure originali.
Decide
cosi di esporre la fotografia con un titolo preciso “Giovane che guarda Lorenzo
Lotto”.
Emerge
cosi, con estrema dirompenza, il tema del punto di vista, tema che lo stesso Paolini
elaborerà ulteriormente nel 1981 sostituendo gli occhi del giovane con i propri,
a questo punto non solo abbiamo il ribaltamento dl principio soggetto-opera-artista
ma è l’artista che quasi cinque secoli dopo utilizza il dipinto per
trasportarsi indietro nel tempo e porsi di fronte al Lotto.
Chi
guarda chi, lo stesso Paolini ha sempre sostenuto che l’opera non guarda l’osservatore,
non è minimamente interessata a ciò che pensiamo, a quello che intuiamo,
ovunque la nostra interpretazione sia diretta al quadro non può fregare di meno.
Siamo
sempre noi dunque, autori e fruitori dell’opera d’arte, alla continua ricerca
di un senso (se vogliamo a tutti i costi darne uno) o di un percorso, spesso puramente
filosofico, che ci conduca in un luogo che nemmeno immaginiamo esista, l’idea
che la destinazione non sia totalmente preclusa basta e avanza per cercarne l’ubicazione.
Se
ci lasciamo influenzare dal concetto di Paolini possiamo andare oltre, il
giovane guarda Lorenzo Lotto, e questo è oggettivo, ma potrebbe anche
concentrarsi sull’osservatore che ne ammira le fattezze.
E
se la fotografia si fosse intitolata “Giovane, ritratto da Lorenzo Lotto, che
guarda il fotografo”?
C’è una sola cosa che non
posso fare, una mia foto da morto.
Oggi,
13 gennaio 2025 non ci resta altro da fare che confermare ciò che disse anni fa
Oliviero Toscani.
Era
il suo mantra, con una macchina fotografica diceva di poter fare qualsiasi cosa
tranne quella che oggi non gli è riuscita.
Persona
discutibile, quantomeno negli atteggiamenti, presuntuoso, arrogante, a volte
maleducato nei confronti di chi mette in discussione alcuni dei suoi lavori
(anche se davanti a certe affermazioni restare nei confini dell’educazione non
è facile) ma è l’artista che voglio ricordare, visionario, geniale, la sua
fotografia era, ed è, arte anche quando si metteva al servizio della
pubblicità.
Quasi
10 anni fa scrissi sul blog esprimendo il mio punto di vista riguardo la
celebre e discussa campagna per Benetton, probabilmente il suo più alto punto
mediatico, nonostante questo riuscì a coniugare la campagna pubblicitaria con l’arte
della fotografia e la riflessione sul degrado della società del tempo.
Se
qualcuno fosse interessato a quel post lo può trovare qui
La
fotografia è una forma d’arte nata recentemente, dopo il naturale “rodaggio” oggi
è considerata alla pari delle altre arti definite nobili.
Quest’immagine, simile ad altre che possiamo trovare sul web, è un’istantanea del delirio in atto in Ucraina (ma può valere per molti altri luoghi, come il Medioriente).
Se
parliamo di arte fotografica viene da chiedersi chi sia l’autore di questa
immagine, al giorno d’oggi spesso sono i droni a premere il pulsante che
permette di catturare un’immagine, chi è dunque l’artista?
Come
non andare, a questo punto, al celebre aneddoto che vede protagonista Picasso e la sua “Guernica”,
alla domanda di un gerarca nazista davanti al dipinto: “Ha fatto lei questo
orrore?” il pittore risponde: “No, l’avete fatto voi”.
Chi ha dato vita a questa immagine? Semplice, Putin, Zelenski, Biden, i leader europei, quelli cinesi, quelli mediorientali … (potremmo andare avanti parecchio) le multinazionali fabbricanti di armi, le banche, i fondi che finanziano le varie missioni e quelli che già pregustano la ricostruzione.
La
fotografia, in quanto opera d’arte, dovrebbe far riflettere, scuotere le
coscienze, svegliare una umanità dormiente ma … ma l’umanità continua
indifferente il proprio deambulare, adiafora a tutto ciò che non porta
benefici, insensibile, apatica di fronte all’arte e di conseguenza
indifferente a ciò che la circonda.
Chi dunque ha fatto questa fotografia? ... Noi.
Qualche giorno fa, parlando con l’unica persona che mi sopporta, cioè me stesso (anche se spesso non ci rivolgiamo la parola) mi sono posto una domanda: cos’è o come possiamo definire il contrario di arte?
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Foto di Edward Steichen – Auguste Rodin osserva il “Pensatore” |
Ogni dizionario dei sinonimi e dei contrari ne dà una
definizione diversa, cartacei o elettronici hanno visioni simili ma espresse in
maniera leggermente differente.
Ad esempio lo Zingarelli “vede” il contrario di arte
partendo dal presupposto che arte sia un sinonimo di artificioso (cosa
effettivamente vera ma che esula dalla considerazione artistica come
espressione spirituale).
La Treccani online parla anch’essa di arte come:
“artificio, bravura, talento” ma alla voce contrari ecco che appare.
“incapacità, inettitudine”.
Ma come potevo accontentarmi di tutto questo che, pur
riconoscendo il valore, non da una risposta? L’arte è qualcosa di più alto, di
più profondo, è difficile, se non impossibile, darne una definizione,
figuriamoci per il contrario.
L’altra sera però la risposta è arrivata, un giovane
amico, calciatore dilettante mi invita a vederlo giocare, lui milita in una
squadra di un comune più lontano e la sfida era con la compagine di un altro
centro poco distante da dove risiedo e che ospitava l’incontro, “quando vengo a giocare vicino a casa tua
vieni a vedermi?”. Cosi è stato.
Mi piace il calcio ma non gradisco l’ambiente che sta
attorno ai capetti dilettantistici (non che a livello professionistico le cose
siano migliori anzi) dunque mi preparo al peggio.
Nonostante fossi partito prevenuto, che mi aspettassi una
cornice fatta di squallore e becerume, le persone assiepate sugli spalti sono riuscite a sorprendermi, erano presenti individui dall’età più disparata, si partiva
dai quindicenni fino ai settantenni, maschi e femmine (anche se i primi si facevano notare maggiormente) che per tutto il tempo
della partita si sono esibiti in ululati, insulti, bestemmie e ogni genere di
abominio linguistico. Con tutta onestà va riconosciuto che c’era anche qualche
essere civile, categoria che, come spesso accade, se ne sta in silenzio.
In quelle due ore ho realizzato che il contrario di
arte era proprio quello in cui ero immerso, maleducazione, incapacità di vedere
con obbiettività, mancanza di rispetto per il pensiero altrui, linguaggio,
moralmente e grammaticalmente indecente. Se l’arte è bellezza, idee, poesia e
introspezione, il suo contrario non può non essere quello che ho visto quella
sera.
La risposta certa al quesito che io e me stesso ci
siamo posti non esiste, ma una parziale forse si: il contrario di arte si potrebbe riassumere in una tribuna di un campo di calcio.
"Se non c’è seduzione, non c’è fotografia. Devo essere sedotto e sedurre la persona che ritraggo per 1/125 di secondo. Tutto si azzera nell’istante del flash. Tutti pensano che l’eterno istante sia la fotografia, e invece è l’esplosione del flash, quell’attimo di bianco assoluto e di totale pulitura. Poi c’è un mondo nuovo. Ho anche imparato a eliminare il senso del tempo".
(Giovanni
Gastel)
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Foto by G. Gastel - serie: Angeli caduti |
Dieci anni di blog, dieci anni passati a raccontare il mio punto di vista, un piccolo angolo visivo sull’arte, alla ricerca del concetto che sta dietro e, soprattutto, dentro l’opera.
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Pierre Duquoc - Ghost, 2022 - Fotografia digitale su carta 50 x 75 cm. |
Quale sia il modo giusto per festeggiare questo
traguardo non mi è chiaro, si potrebbero tirare le somme del decennio trascorso
ma queste cose si fanno a fine corsa e, per quanto riguarda la mia volontà a
fine corsa non ci sono ancora arrivato.
Un’altra moda che spopola da tempo (le mode che non
tramontano facilmente sono le più banali) tra i siti dedicati (sommariamente) all’arte
e i video dello stesso tenore è quella di stilare le più improbabili
classifiche, da “i 10 dipinti più famosi” a “i 20 quadri più costosi” fino al
celeberrimo “i (il numero mettetecelo
voi) quadri più belli di sempre” come se la cosiddetta, e abusata, bellezza
fosse classificabile.
Escludendo una "classifica" dell’arte che è sempre fine a
sé stessa e fondamentalmente impossibile da stilare, cerco di ribaltare i ruoli
e mi rivolgo ai visitatori del blog, sarebbe interessante capire qual è
l’artista, pittore, scultore, musicista, fotografo, poeta (il tutto declinato anche
al femminile) ecc. che vi ha suscitato le più intense emozioni, che vi ha
aperto gli occhi sul mondo dell’arte, magari molti anni fa, quale artista o
opera ritenete fondamentale per l’arte nella sua storia, indipendentemente dal
fatto che essa vi piaccia o meno (trovo interessante capire il potenziale di
un’opera anche se questa non è nelle nostre corde).
In quanto a me non sto a ripetermi, la mia visione è
stata ribadita più volte in questi due lustri, rischierei di essere ripetitivo,
cosa tra l’altro che accade fin troppo sovente.
A questo punto devo fare la cosa più importante, colgo l’occasione
del compleanno del mio piccolo blog per ringraziare tutti quelli che hanno
partecipato a questo viaggio, la presenza, anche saltuaria, i commenti, che
hanno arricchito la discussione rendendo
la “visione” sempre più ampia, ho sempre cercato di offrire spunti che ritenevo
interessanti e che erano pronti a prendere strade più ampie, spesso
differenti da quella da me tracciate.
Ringrazio inoltre per le critiche e naturalmente per i
complimenti, le prime aiutano a crescere, i secondi fanno sempre piacere.
L’album d’esordio del poliedrico e geniale musicista britannico è senza dubbio il punto più alto di una carriera che ha "viaggiato" costantemente su livelli eccellenti.
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Siamo nel 1973, Mike
Oldfield, allora diciannovenne, rivoluziona il panorama musicale proponendo una
visione nuova in un panorama in costante evoluzione.
Sono
due i brani all’interno del “33 giri”, Tubular bells (part. I) e Tubular bells
(Part.2) entrambi sono prevalentemente strumentali, ad eccezione di
inserimenti di voci “elaborate” e cori diretti dallo stesso Oldfield.
Il
mito racconta che Mike Oldfield ha suonato da solo tutti gli strumenti nella
registrazione dell’album, mito fino ad un certo punto perché in effetti la
maggior parte della strumentazione è utilizzata da lui ma non vanno ignorati
altri musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco.
L’album
inizialmente viene accolto timidamente ma l’uscita nelle sale nello stesso anno
del celebre film L’esorcista, della cui colonna sonora fa parte il primo brano
dell’album, lo proietta al primo posto nelle vendite del Regno Unito.
La musica di Tubular bells (o quantomeno l'intro del primo pezzo) porta inevitabilmente al film di William Fredkin, cosi come è innegabile che lo stesso percorso si possa fare al contrario, musica e film sono legati indissolubilmente l’uno all’altro.
Ma
“l’opera d’arte”, che da il titolo al post, non è legata solamente ai brani di
Oldfield, se si parla di capolavoro non possiamo non riferirci alla copertina realizzata
dal fotografo Trevor Key, su suggerimento dell’allora addetta stampa di Oldfield
Sue Steward (almeno per quanto riguarda lo sfondo marino).
Le
“campane tubolari” piegate a triangolo sono nate da un'intuizione di Key dopo che lo
stesso Mike ne aveva danneggiate alcune durante la registrazione dell’album, il risultato è visivamente e concettualmente perfetto.
Oggi,
nel 2023, il "tubo" di Key proietta lo sguardo al futuro, una visione
che si spinge oltre il nostro contemporaneo, se pensiamo che è stato realizzato
cinquant'anni fa ...
Sembra
che dopo aver visto la cover Oldfield abbia voluto ridurre al minimo le scritte
che citavano il titolo e l’autore dell’album, oltre ad averle volute colorate di arancione, questo per evitare di distogliere
lo spettatore dall’immagine.
In
questo caso musica e grafica viaggiano sui binari dell’eccellenza, se
aggiungiamo le suggestioni cinematografiche che ci accompagnano il triangolo
artistico è completato.
A
seguire vi propongo l’album per intero, l’intro ci porta direttamente al film
ma non dobbiamo fermarci a questo, l’intero disco è una scoperta continua, soprattutto
se sappiamo andare, con la mente, indietro nel tempo, cercando di “vedere” in
quale contesto si è inserito questo capolavoro.
Il famosissimo
storico dell’arte statunitense Bernard Berenson (Bernhard
Valvrojenski) elegantemente ammirato dalla scultura di Antonio Canova, la
statua raffigura Paolina Borghese, altrettanto nota sorella di Napoleone
Bonaparte.
La
scultura è ripresa di spalle, al centro della scena c’è dunque Berenson.
L’opera
in questione è senza dubbio la fotografia di David Seymour, il soggetto è il
critico americano, mentre il capolavoro di Canova funge da “narrazione”.
Spesso,
per non dire quasi sempre, ci imbattiamo in fotografie che immortalano opere
d’arte, se l’opera è l’unico soggetto ripreso la fotografia non viene
minimamente presa in considerazione (davanti ad uno scatto che riprende i
Girasoli di Van Gogh, ad esempio, per noi si tratta del dipinto del pittore
olandese e non di una riproduzione dello stesso) nel caso un’opera faccia parte
di una “scenografia” più complessa allora è la fotografia ad essere l’opera
d’arte.
In
questo caso l’artista non è Canova ma Seymour, il soggetto non è la scultura e
nemmeno Berenson, al centro della scena è il concetto di “osservazione
dell’arte”, l’ammirazione dell’opera, fino all’estasi (evento rarissimo ma di
un’intensità sconvolgente).
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Grace Jones si trasforma in “tela”, Keith Haring dipinge il suo mondo, Robert Mapplethorpe cristallizza l’evento con uno scatto che fa parte della storia della fotografia, della pittura e del costume.
1984,
la diva, l’artista e il fotografo, l’immagine di un periodo (gli anni 80) che
con i suoi eccessi ha trasformato il nostro modo di vivere, l’inizio della
decadenza che ha condotto il mondo verso l’evoluzione tecnologica.
Ma
allora com'è possibile che un trio geniale possa diventare l’espressione di
un’ascesa del vuoto?
Forse
perché sono gli ultimi grandi artisti prima della rivoluzione contemporanea?
Oppure si tratta di una decadenza culturale, mediatica, sociale, dove anche gli
artisti faticano a fuggire?
Gli
anno ottanta non sono certamente ricordati per il grande sviluppo culturale,
sono anni in cui la maschera prende il sopravvento, dove l’essere è sostituito
dall’apparire, tutto incentrato sulla sete inestinguibile di denaro,
nascondendo il tutto dietro ad una vuota “evoluzione tecnologica”.
Quest’immagine
dunque potrebbe rappresentare uno spartiacque che chiude un periodo di ricerca,
di sperimentazione, di studio e di voglia di futuro, aprendone uno che ne è
l’esatto opposto.
I
nostalgici di un passato dove si guardava oltre il proprio naso, dove si “pensava”
a lungo termine vedono lo scatto di Mapplethorpe come un’icona o una porta che
si è definitivamente chiusa, i “follower” del nostro tempo inquadrano l’opera
come l’inizio di una rivoluzione.
Con
una sguardo più ampio è difficile collocare questa fotografia senza
approfondirne le sfumature, tre grandi artisti di quarant’anni fa
ricostruiscono la simbologia del tempo, un passato che, in quanto tale, non c’è
più, un presente che si trascina ormai da tempo immemorabile sempre uguale a sé
stesso e un futuro che perde ogni visione, nella speranza che qualcuno si (ci)
svegli cosi che si possa ricominciare a camminare(in avanti).
Un’icona casuale, come entrare nella storia dell’arte (o del costume) malgrado l’obbiettivo fosse tutt’altro.
Nel
1957 a Los Angeles il giovane Walter Hopps, fonda la Ferus Gallery, luogo d’arte
che supplisce alla mancanza di un movimento, una “scuola” artistica, in una
città nota per l’emergente movimento hollywoodiano in contrapposizione alla più
impegnata, artisticamente, culturalmente e socialmente, New York.
Hopps
grazie alla propria tenacia e alle capacità oratorie tesse una rete di amicizie
che gli permettono di esporre nella propria galleria opere di grandi artisti
contemporanei.
Nel
1963, per l’esattezza nel mese di ottobre, Hopps, da poco assunto al Museo d’Arte
di Pasadena, riesce a dare vita ad un evento epocale, allestisce una personale
di quello che era definito il più grande artista contemporaneo, Marcel Duchamp.
Il
giovane e intraprendente curatore della
mostra aveva un piccolo segreto da celare, la moglie Shirley, cofondatrice
della Ferus Gallery, aveva una giovane rivale in amore, una certa Eve Babiz,
che in seguito diventerà una celebre scrittrice, è l’amante del marito, finora
tutto era andato per il meglio (almeno per l’ingenuo Walter).
Al
cocktail di inaugurazione della mostra Hopps invita numerose personalità che hanno il compito di elevare l'importanza dell’evento (non che ce ne fosse bisogno visto il nome
in cartello) la serata glamour non poteva non attirare l’attenzione della
ventenne Eve, alla ricerca spasmodica di celebrità, una vetrina come questa era
irrinunciabile.
Ma
Hopps la pensava diversamente, in fondo non poteva fare altrimenti, all’inaugurazione
si è fatto accompagnare dalla moglie, cosa che all’amante non è piaciuta.
Eve
Babiz non si arrende facilmente, deve presenziare a tutti i costi, inoltre c’era un conto da saldare
con l’amato, qualcosa doveva inventarsi. Durante il ricevimento Hopps, da buon
padrone di casa, ha invitato Duchamp ad una partita a scacchi, sotto gli occhi
degli ospiti i due si sono sfidati amichevolmente, ma tra le dozzine di sguardi
c’era anche quello del fotografo Julian Wasser, amico della Babiz, che ha un’idea
illuminante, mette al corrente la giovane ragazza del proprio piano, idea che
Eve avalla con entusiasmo.
Con
qualche bicchiere di vino in corpo la Babiz si avvicina a Duchamp e lo sfida ad
una partita a scacchi (sembra che lo abbia sfidato dicendogli che lo avrebbe
battuto, ma queste voci non sono mai state confermate) l’allora
ultrasettantenne Duchamp, tutt’altro che impermeabile al fascino femminile e
capace di cogliere al volo le intuizioni geniali, proprie e altrui, accetta, la
ragazza si siede al tavolo della sfida aggiungendo una variabile inattesa, lo fa completamente nuda mettendo in vista le
generose curve, Julian Wasser immortala l’istante rendendolo iconico al punto
che l’immagine simbolo di quella mostra diventa questo scatto, cosa che Duchamp
non intende ostacolare anzi, cavalca il momento rendendolo suo.
Per
la cronaca la partita a scacchi viene vinta dall’artista francese in pochissime
mosse, a nulla vale il tentativo della donna di distrarre l'avversario, ma in fondo il vero obbiettivo della giovane e intraprendente Eve era tutt'altro.
“ … le vecchie abitudini muoiono prima di quanto pensiamo, rapidamente vengono sostituite da nuove […] tra poco potrei addirittura abituarmi al frastuono dei clacson e dei venditori ambulanti.
Esiste un altro posto al mondo che riesca a stravolgerti i sensi più dell’India?
Chi
conosce il paese fa le sue cose tranquillamente, ma niente può preparare il
profano a questo assalto di rumori e colori, al caldo, al movimento, al
perpetuo movimento della folla.
All’inizio
ne sei sopraffatto ma a poco a poco ti rendi conto che è come un’onda, se le
opponi resistenza ti rovescerà, ma se ti butti dentro riemergerai facilmente
dall’altra parte.
(da:
Marigold Hotel)
A seguire alcuni scatti che Steve McCurry ha dedicato all'universo indiano
La differenza tra la fotografia a colori e quella in bianco e nero sta nella trasmissione di un concetto, ci sono "cose" che si possono dire solo con il colore e altre che si esprimono esclusivamente con una scala di grigi.
Un esempio, tra i tantissimi a disposizione, ce lo offrono
questi due scatti, il colore di Tiziana e Gianni Baldizzone e il bianco e nero
di Elliott Erwitt.
La prima è la rappresentazione della forza del colore stesso
che prende il “comando” ai danni di ciò che si vuole raccontare, nel secondo
caso l’assenza di colore è addirittura necessaria, è la narrazione a prevalere.
Certo la fotografia dei Baldizzone non esclude una costruzione visiva, la donna (non ne abbiamo la certezza ma ciò che vediamo ci spinge a considerare il personaggio al femminile) e soprattutto il paesaggio sullo sfondo (anche se sfocato) sono l’emblema di un continente, l’Africa, che emerge dai nostri canoni.
L’immagine realizzata da Erwitt invece vuole essere “letta”, ci impone un'interpretazione, dietro c’è una storia, una situazione particolare che ci lascia e si lascia immaginare.
Entrambe raccontano un vissuto, entrambe lo fanno con le “parole” silenziose dei rispettivi autori, con o senza il colore hanno colto l’essenza della propria percezione, hanno saputo convogliare in un’immagine il proprio sentire.
Sylvia von Harden,
la giornalista che deve la sua immortalità al pittore Otto Dix e che a sua
volta è il soggetto più noto dell’artista tedesco.
Siamo a metà del
secondo decennio del 900, Dix con la sua pittura vuole rappresentare la realtà
in cui lui stesso e tutto il popolo tedesco si trovano immersi.
Il ritratto della
von Harden ne è la perfetta sintesi, la raffigurazione di un mondo al limite
del grottesco, un’auto caricatura del regime, che deve ancora mostrare il suo
peggio.
Il presunto dialogo
tra il pittore e la giornalista, che i posteri ci hanno lasciato, è l’emblema
di ciò che Dix voleva raccontare con questo ritratto:
“Devo dipingerti. Rappresenti un’intera epoca!
Vale a dire, che vuoi dipingere i miei occhi spenti, le mie
orecchie bizzarre, il mio lungo naso e le labbra sottili. Vuoi dipingere le mie
mani grandi, le mie gambe corte e i piedi enormi. Nessuno ne sarebbe deliziato,
semmai molti si potrebbero spaventare.”
Che il nostro Otto
abbia calcato la mano è evidente, il ritratto fotografico di August Sander,
nell’immagine in basso, ci svela la forzatura, ma il ritratto non è quello
della giornalista e nemmeno della donna von Harten, è l’immagine simbolo della
Repubblica di Weimar.
Nel dipinto non vi
è nulla che faccia emergere la professione di Sylvia, si nota una “femminilità”
emergente che scombussola ogni visione canonica, tutto è rigido, artefatto,
tutt’altro che naturale, la bellezza e la bruttezza (termini che dicono tutto e
niente) sono scomparsi, esiste solo una costruzione artificiosa, senz’anima.
Che questo ritratto
sia un simbolo di un determinato periodo storico viene confermato da una scena
del film Cabaret (1972) di Bob Fosse dove in un angolo fumoso di un locale
troviamo la perfetta riproduzione della von Harten targata Dix.
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a sinistra:“ Il volto del nostro tempo ” Ritratto fotografico di Sylvia Von Harden (1925) di August Sander. a destra una scena dal film Cabaret di Bob Fosse (1972) |
"Quel granello di polvere perso nel buio dello spazio è la migliore dimostrazione di quanto sia folle la vanità umana".
Con
queste parole Carl Sagan, astronomo e scrittore, ha riassunto il concetto
legato a questa incredibile fotografia.
L’immagine
è stata scattata dalla sonda Voyager 1 il 14 febbraio del 1990, la sonda aveva
superato da poco l’orbita di nettuno e si apprestava a lasciare il sistema
solare (non prima di aver attraversato la fascia di Kuyper) questa immagine fa
parte di una serie di scatti che ha immortalato i pianeti del sistema solare,
siamo a circa sei miliardi di chilometri dalla terra.
Se
cerchiamo in questa foto la bellezza del cosmo che ci hanno regalato le varie
sonde e i molteplici telescopi (su tutti Hubble, il telescopio orbitante che ha
svelato molte delle meraviglie “cosmiche” che conosciamo) sicuramente ne saremo
delusi, quest’immagine capovolge il nostro punto di vista, quel piccolissimo oggetto che vediamo nello spazio stavolta … siamo noi.
Davanti
a questa immagine pensare che ci siano altre forme di vita come la nostra
nell’universo è una palese dimostrazione di arroganza, di presunzione,
significa credere di essere al centro di un progetto che probabilmente tale non
è.
Basterebbe
questa fotografia (e altre fotografie simili, per tutte ricordiamo la Terra
vista dalla sonda Cassini dall’orbita di Saturno, foto in basso) per smontare
qualsiasi ipotesi dell’uomo al centro dell’universo (non materialmente ma come
idea dominante) ma sembra che l’ego umano non arretri di un millimetro nemmeno
davanti all’evidenza (terrapiattisti e creazionisti a parte).
Possiamo
annoverare questo scatto nell’ambito dell’astronomia, della filosofia,
dell’arte o di tutte e tre le cose?
La
fotografia, in quanto forma d’arte, rappresenta un punto dell’universo
(astronomia) ma spinge ad un pensiero sempre più profondo (filosofia) il
soggetto è “rappresentativo” di una situazione di fatto, ma è innegabile che il
concetto trasporta con sé l’essenza poetica di qualcosa di più grande, l’idea
che dobbiamo rimodulare i nostri canoni è l’atto conclusivo di un messaggio che
viene dallo spazio profondo e al contempo dal profondo di ognuno di noi.
Se
un’immagine è in grado di spingere a delle riflessioni (il peso delle stesse è
irrilevante) allora lo possiamo dire con certezza: questa fotografia è
un’autentica opera d’arte.
“Per ottenere
quella precisa situazione ho dovuto aspettare tutto il giorno!”
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foto by Elliott Erwitt - Prado Museum, Madrid, 1995 |
Queste parole di Elliott Erwitt
confermano che la fotografia non è mai lo specchio di ciò che succede ma il momento in cui si decide di fermare il tempo.
1995, siamo all’interno di una sala
del Museo del Prado a Madrid dove sono esposte due tra le più celebri opere di
Francisco Goya, La maja vestida e La maja desnuda.
Il tempo viene “bloccato” dal
fotografo, dietro uno scatto c’è sempre un comportamento arbitrario, non parlo
delle fotografie costruite a tavolino, infatti Erwitt non mette in posa i
visitatori (almeno cosi afferma) ma attende pazientemente che si crei quell’insieme desiderato.
Questa celebre fotografia incarna i
comportamenti, in parte reali e in parte frutto di un’idealizzazione che ci
siamo costruiti nel tempo, fatta di stereotipi più o meno suffragati dalla
realtà, raccontando ciò che lo stesso artista “vede” o quello che vuole che gli
altri vedano.
Il fotografo attendeil momento opportuno per "costruire l'istante", avrebbe potuto scattare
ripetutamente lasciando che il risultato, casuale, prenda il sopravvento, ma
Erwitt aveva ben chiaro l’obbiettivo di quella giornata, assecondare l’ideale
della donna impegnata artisticamente e l’uomo impegnato … in altri ambiti.
Il risultato finale è decisamente
suggestivo (ammetto che seppur forzato è un concetto, purtroppo, tutt’altro che
campato in aria) ma non è su questo che voglio focalizzarmi, ad interessarmi
maggiormente è l’idea che la fotografia sia (come spesso viene definita) lo
specchio della realtà, arrivando alla conclusione che la realtà stessa sia una
mera illusione e di conseguenza anche la fotografia si riveli tutt'altro.
Non mi permetto di mettere in
discussione le parole del fotografo ma se prestiamo attenzione non possiamo
escludere che i personaggi che popolano la fotografia, in particolare per come
sono disposti, qualche “indicazione” l’abbiano ricevuta.
L’uomo di San Pietroburgo. Non credo alle premonizioni ma ci sono opere che spesso indagano il futuro, alcuni artisti riescono a farlo consciamente grazie ad una visione non comune, altri, inconsciamente, danno vita a proiezioni che rilette nel tempo aprono a scenari inimmaginabili.
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Gennady Blokhin - Black crow, Night St. Petersburg |
Questa
immagine realizzata dal fotografo russo Gennady Blokhin è carica di energie negative,
naturalmente la lettura è “contaminata” dagli eventi di queste ultime
settimane, anche se “l’uomo di San Pietroburgo” a cui mi riferisco, da tempo è
foriero di sventura.
Il
corvo in primo piano e sullo sfondo la strada affiancata da numerose abitazioni,
ci appare tetra, tutt’altro che rassicurante (e ben lontana da quella che è
realmente, una città meravigliosa).
L’arte,
a volte, illumina gli angoli bui della storia futura, in questo caso la rappresentazione ha colto
nel segno.
Sicuramente
l’intento di Blokhin non era quello a cui mi riferisco ma … non posso nemmeno escludere
il contrario.
Cosa ci
voglia (o non voglia) dirci quest’opera non lo sappiamo con certezza ma, con
gli occhi “contemporanei” il buio morale di San Pietroburgo, o meglio di un suo
celebre, aimè, cittadino, traspare con una forza dirompente.
The green ray è il titolo del video realizzato dall’artista
britannica Tacita Dean, quello che all’apparenza sembra una ripresa amatoriale
di un tramonto in vacanza si trasforma nel risultato di un’autentica caccia al
tesoro.
Su una spiaggia in Madagascar, di fronte al mare nell’ora
del tramonto la Dean decide di riprendere il sole mentre si adagia in mare per
scomparire dietro l’orizzonte.
L’artista non è
sola, un altro cineamatore faceva la stessa cosa, entrambi cercavano il “raggio
verde”, lei con una pellicola analogica, lui riprendendo in digitale.
Il Raggio Verde è
un evento rarissimo ed è legato al mito marinaresco e alla scaramanzia di chi
vive e lavora in mare, da secoli i marinai, quando il sole tramonta sul mare nel
preciso istante in cui scompare, a volte, emette un raggio luminoso di colore
verde, la visione dura solo una frazione di secondo, osservare questo fenomeno
naturale si dice che porti fortuna.
Sia la Dean che il “vicino”
di telecamera riprendono il tramonto ma nessuno dei due riesce a vedere il
raggio verde.
Mentre l’uomo, di
cui non si conosce il nome, visiona il video immediatamente, in quanto permesso
dalla ripresa “digitale”, senza trovare il frutto della ricerca, la donna se ne
torna in albergo rimandando la visione a dopo lo sviluppo della pellicola.
Solo qualche giorno
dopo, a sviluppo ultimato, Tacita vede e rivede il film, ad un certo punto ecco
il miracolo, nel video, per un attimo, appare il “Raggio verde” (nell’immagine
il frame della pellicola che ne certifica il successo) la ripresa analogica
riesce a catturare quello che il digitale non è stato in grado di fare.
La fotografia, ma
in questo caso i video, offrono una proiezione artistica inimmaginabile qualche
anno fa, l’immagine del raggio verde può passare inosservata o lasciare a bocca
aperta, dipende da come approcciamo l’opera.
Prendiamo una fotografia scattata in qualsiasi posto, con un qualsiasi soggetto, senza particolari “appostamenti”, in pratica uno scatto “a caso”.
Con una qualsiasi applicazione che permette di ritoccare l’immagine proviamo a scomporla cromaticamente, qual è il risultato?
Premetto che questo “esperimento” (so che il termine è
altisonante ed eccessivo ma non saprei come definirlo diversamente) avrebbe
avuto un riscontro maggiore con una fotografia dai colori più vari e vivi, ma
ho cercato di basare questo mio ragionamento partendo da un’immagine che ci
porta ad una visione “quotidiana”, tutt’altro che ricercata.
Altra premessa fondamentale, La teoria dei colori di Wolfgang Goethe (1810) e il capitolo
dedicato ai colori stessi in Lo
spirituale dell’arte di Vasilij Kandinskij (1910) mi hanno indirizzato a
questo maldestro tentativo di “vedere” oltre la forma (in presenza della forma)
e dentro il colore, preso singolarmente.
Mentre le teorie spiegate nei due libri sopra citati hanno
un peso specifico dove il colore è l’unico protagonista, ho cercato di prendere
in considerazione i colori stessi in una posizione secondaria, quando
osserviamo una fotografia la forma influisce inevitabilmente sul nostro
giudizio (l’alba tra i monti, un tramonto sul mare ci affascinano per i colori ma
li collochiamo immediatamente, mare o montagna appunto).
Questa banale fotografia, dove le varie sfumature si
presentano l’una senza le altre, è in grado di farci muovere in una qualsiasi
direzione?
Proviamo a “saturare” in modo innaturale i colori per rendere più evidente
lo “scorporamento”, l’effetto potrebbe essere più immediato ma perderebbe quel
suo essere “quotidiano”.
Il primo quartetto di fotografie
è naturale, il secondo è ritoccato (mi riferisco ai colori, solo una fotografia
è naturale) non so se riesco a cogliere, ma soprattutto a comunicare, l’essenza
dei colori secondo una profondità di pensiero che nasce nell’ottocento e si
sviluppa all’inizio del secolo scorso.
Una sfumatura tra l’arancione e il marrone (senza essere nessuno dei due) il blu e il verde, il primo colore tende ad andare incontro
all’osservatore, il secondo al contrario cerca di allontanarsene, il terzo è fermo
mantenendo un equilibrio materiale e psichico.
Non è detto che questa prova riesca nel suo intento (è anzi
probabile che l’intero discorso sia incomprensibile) ma …
Il colore, la forma, l’idea, il
soggetto (inteso come veicolo delle sensazioni che portano a determinate
emozioni) può l’immagine “vivere” senza alcune di queste componenti?
Cosa cambia, se cambia, nella nostra
visione l’assenza di un colore o l’isolamento degli stessi?
PS. si potrebbero
utilizzare tecniche di fotoritocco decisamente più "professionali" ma
non è questo il punto, non interessa il risultato "tecnico" ma
l'impressione visiva e soprattutto quella emozionale.