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sabato 20 novembre 2021

Le tre linee della trascendenza

Vorrei completare quella che per me è la trilogia della “Vita immateriale” di Pierpaolo Vici.

Ho già proposto in passato due opere che, sempre da un mio personalissimo punto di vista, sono impercettibilmente legate da un “filo” che le unisce dando cosi vita alla terza opera che potrebbe considerarsi il “terminale” di un percorso spirituale-filosofico.

Il primo tassello è senza dubbio la scultura-installazione “Senza titolo”, dove il concetto della nascita e della rinascita emerge da una costruzione apparentemente astratta che lascia allo spettatore l’onere e il piacere della decodificazione del messaggio.

La seconda opera di questa ipotetica trilogia (ipotetica in quanto non considerata tale dall’autore e frutto di una mia personale “visione”) è Taj Mahal (Una vertigine dell’anima) in questo caso la via da seguire è tracciata ma non sappiamo in quale direzione ci porterà e quale sia il costo da pagare nell’affrontare la “costruzione mentale” del nostro Io, ci si deve specchiare per capire se siamo pronti ad affrontare noi stessi, azione imprescindibile per passare al livello successivo.

L’opera che voglio mostrarvi è il raggiungimento di una dimensione altra, o sarebbe meglio dire “oltre”.

Bagan-Angkor (La radura) è il traguardo spirituale raggiungibile solo dopo un incessante peregrinare al di là del tempo lineare, il raggiungimento di un equilibrio interiore che ci permette di vedere, sentire, assaporare, ciò che non possiamo ottenere in un’intera vita “materiale”.

Il “tratto” quasi incorporeo del pittore riminese, una velata foschia che ammanta il paesaggio, fanno da cornice e al contempo danno vita all’albero che domina la radura.

La minuscola figura immobile sotto le fronde si erge a centro gravitazionale del quadro ma non cela la distanza dimensionale tra il “minuscolo” dell’uomo, il “grande” di ciò che lo circonda e “l’infinito” che sta oltre l’orizzonte.

La nostra presenza metafisica al centro di un personale sentimento che entra a far parte di un “tutto” armonico, un completamento spirituale che dovrebbe essere l’unico grande obbiettivo di una vita che altrimenti continuerebbe a cercarne il senso.

nell'immagine: Pierpaolo Vici - Bagan-Angkor (La radura) 2019 - Collezione privata


sabato 13 febbraio 2021

Viaggi e illusioni, Pierpaolo Vici

Ho già avuto l’occasione di parlare dell’artista riminese Pierpaolo Vici, pittore che “viaggia” nella profondità del pensiero creando così un suo personale percorso artistico dove l’invisibile si insinua nel “reale” modificandone l’essenza.

Questa volta però voglio affrontare una sua opera in modo completamente diverso, innanzitutto perché non si tratta di un dipinto ma di quella che possiamo considerare un’installazione-scultura dove Vici non interviene manualmente ma con l’idea (chi mi conosce sa quanto sia per me fondamentale l’idea che da vita ad un’opera).

Altra differenza rispetto al dipinto che ho proposto in passato sta nella quasi assenza di “realismo”, mentre nella pittura, pur insinuandosi oltre i confini della fisicità umana e addentrandosi  nel profondo dello spirito, il percorso figurativo è palese, in questo frangente qualcosa si intravede ma solo dopo alcune informazioni.

L’opera in questione è composta da quattro strisce, ognuna di misura diversa, e da un ovale in marmo incastonati nel muro, non ci sono altre indicazioni, nessun titolo, nessun accenno al nome dell’autore ma soprattutto niente che metta in risaldo la scultura, persino il colore del muro non fa nulla per attirare l’attenzione sull’opera.

Il manufatto di Vici cerca lo sguardo di chi è predisposto all’incontro con quest’ultimo, l’obbiettivo dell’opera è quello di passare inosservato agli occhi distratti dei passanti lasciandosi catturare da chi riesce ad entrare in simbiosi.

Ma questo può non bastare, non va trascurato il fatto che non siamo in un luogo deputato all’arte, il muro non è parte di un museo o di un luogo comunque deputato all’arte, per questo motivo l’opera rischia di mimetizzarsi con l’ambiente circostante, lontani dunque da un luogo “artistico” viene da chiedersi: di cosa si tratta? Cosa vuole “raccontarci”? Ammesso che voglia dire qualcosa.

Finché ad un certo punto mi sono deciso e ho chiesto informazioni (solo allora ho saputo il nome dell’autore) e di conseguenza ho chiesto a Pierpaolo di cosa si trattasse e la risposta è stata breve e precisa: “Si tratta del sole sul mare”.

Queste le poche parole hanno aperto definitivamente l’opera ad un infinito numero di possibilità interpretative, l’opera ha dunque acquisito un titolo.

Il sole sul mare, potrebbe trattarsi dell’alba o del tramonto, siamo a Rimini, l’autore è riminese e il sole sull’Adriatico sorge (il tramonto è dedicato agli Appennini) l’arcano è presto svelato … forse.

Se osserviamo il levare del sole o un tramonto sull’acqua notiamo che la nostra stella, quando è in prossimità dell’orizzonte, tende ad allungarsi, sia che sorga o che si accinga a calare, il sole da l’illusione ottica di allungarsi a toccare l’acqua, diventa cosi un ovale ma l’allungamento è in verticale, perché Vici l’ha voluto orizzontale?

A questo punto la fantasia interpretativa prende il largo, la sfera è schiacciata, sembra che una forza invisibile prema per spingerla in acqua ma il sole si rifiuti di tramontare, il mare è quello della riviera romagnola dove il tramonto “marino” non è contemplato.

E’ la rappresentazione di una forzatura “esterna”, quasi aliena, nei confronti del sistema naturale delle cose o il messaggio dell’artista è più intimo, personale?

La risposta non c’è e in fondo non è quello che voglio, mi piace pensare che davanti ad un’opera che non ha il pressante desiderio di farsi notare si celino infinite varianti dove ognuno può sbizzarrirsi con le proprie letture.

Certo Pierpaolo non può non aver trasmesso parte del proprio essere nell’anima della scultura, quale sia la parte solo lui può saperlo (cosa non scontata in quanto si può inserire l’inconscio e tutto prende un’altra strada) a noi non resta che il piacere di un viaggio in una dimensione resa accessibile da quelle poche ma fondamentali parole.

Un tramonto forzato e rifiutato? Forse solo una visione “altra” dell’alba.

E se si trattasse di un altro mare? E se il mio viaggio portasse altrove?

E se tutto fosse un’illusione?

venerdì 9 agosto 2019

La profondità dell'anima, Pierpaolo Vici


Autore:   Pierpaolo Vici
( Rimini, 1946 )

Titolo dell’opera: Taj Mahal (Una vertigine dell’anima) - 2018

Tecnica: Olio e acrilico su tela

Ubicazione attuale:  Opera di proprietà dell’autore





Come in una proiezione caleidoscopica il tempio indiano Taj Mahal sembra vorticare lentamente apparendo e scomparendo ad intervalli irregolari.
Una visione, un miraggio da cogliere in un preciso istante, ne prima ne dopo, l’attimo è fondamentale.

L’osservatore che non si limita alla “superficie” ne viene attratto, il vortice di emozioni annulla tutto ciò che sta intorno mettendo in luce l’essenziale.

Un portale multidimensionale che apre l’accesso a mondi apparentemente sconosciuti, ma il viaggio non è verso il dipinto, il viaggio è del dipinto verso l’osservatore o per meglio dire, il viaggio di chi osserva è bidirezionale, va incontro all'opera ma di rimando verso se stesso: siamo di fronte ad uno specchio, uno specchio che riflette la nostra anima.

L’opera è un sublime e al contempo terribile percorso che può svelare ciò che abbiamo inconsciamente accantonato, può scatenare i nostri demoni o liberare le nostre emozioni fino ad un’estasi interiore, uno specchio appunto che illumina, anche solo per un istante, il nostro lato oscuro.

L’arte è una proiezione, e quest’opera si proietta in più direzioni, come convogliare la “spiritualità” è compito di chi osserva, comprenderne le sfumature (l'insieme di queste ultime è la struttura portante del dipinto) carpirne l’essenza, può essere facile o difficilissimo, dipende dal contatto che vogliamo attivare, un dialogo che può dare vita ad un incessante scambio di idee ed emozioni cosi come, nel caso non riuscissimo a “conversare” con l’opera, potremmo trovarci davanti ad un muro.

L’arte in questo caso ci parla, noi siamo in grado di capire?

A correre in aiuto all’osservatore potrebbe intervenire la figura di spalle, l’anima “femminile” (in quanto generatrice) è spogliata da ogni umana superficialità, alleggerita di ogni “bene” superfluo sembra attendere immobile in attesa che qualcosa succeda, l’attimo di cui sopra è raccontato con estrema precisione temporale, se siamo in grado di comprendere ciò che ci viene svelato tutto avrà compimento altrimenti l‘attimo potrebbe non essere più tale.

Rappresentazione  intima ed imperscrutabile sono i quattro gabbiani in volo, simbolo che troviamo in altre opere di Vici, potremmo tentare anche in questo caso un’interpretazione ma dovremmo scendere nella profondità spirituale dell’artista ma si tratta di un’operazione azzardata se non impossibile.