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sabato 22 giugno 2019

La memoria, fondamento di una cultura evoluta, Alberto Burri


Autore:   Alberto Burri
(Città di Castello1915 – Nizza, 1995)

Titolo dell’opera: Grande cretto (Cretto di Gibellina) – 1984-89, 2015

Tecnica: Cemento su terreno

Dimensioni: cm 160 x cm 35000 x cm 28000 ca.

Ubicazione attuale:  Gibellina

Opera di Land Art che mette in risalto la storia e l’abbandono di una cittadina, la scomparsa delle radici e l’oblio della propria cultura.


Gibellina Vecchia  (Gibellina Nuova è il nome del centro ricostruito venti chilometri più a valle) era un comune di circa seimila abitanti che venne spazzato via dal terribile terremoto del 1968 che colpì la valle del Belice.

La cittadina si trovò al centro del sisma e la distruzione fu totale, all’inizio si pensò alla ricostruzione in loco ma in seguito si decise di erigere il paese più a valle, vicino all’autostrada allora in costruzione.

L’idea di non abbandonare definitivamente il vecchio luogo venne all’allora sindaco di Gibellina Ludovico Corrao che volle erigere un monumento artistico a memoria di ciò che era Gibellina e ciò che ne resta dopo il sisma.

Tra i molti artisti che accorsero, senza chiedere alcun compenso, la scelta cadde su Alberto Burri che ebbe l’intuizione di erigere su vasta scala un soggetto che aveva già proposto su quadri di differenti dimensioni.

Il cretto in pittura è una screpolatura che si crea sulla superficie causata dalla diminuzione di elasticità dei materiali, un segno del trascorrere del tempo.

Burri vuole cosi coprire, come una lapide, i resti del centro abitato, il cemento viene “scalfito” riproponendo le vecchie vie del paese, infatti chi si reca a Gibellina Vecchia può ripercorrere le antiche strade, la dove c’erano le case ora troviamo degli enormi sudari di cemento che attribuiscono una forte solennità al luogo.

La costruzione dell’opera si è svolta in due periodi, dal 1985 al 1989 ne venne eseguita una parte, dopo una lunga interruzione, durata fino al 2015, si decise di completarla nell’occasione del centenario della nascita dell’artista  umbro.

domenica 20 agosto 2017

Qual è il confine? (ammesso che sia possibile dimostrarne l'esistenza)


Qual è il confine che delimita la pittura dalla scultura?

Alberto Burri - Sacco e rosso, 1954
Tate Gallery Londra
La pittura è l’arte di dipingere, di raffigurare il reale o l’irreale applicando linee e colori su superfici piatte di qualsiasi materiale (tela, carta, legno, vetro ecc.).

Il risultato è un “quadro” bidimensionale, altezza e larghezza. La profondità è solo immaginata, creata dall'abilità prospettica dell’artista.

Ma cosa succede se un pittore, l’esempio emblematico potrebbe essere Lucio Fontana, da vita alla profondità con dei tagli che aprono la tela dando la possibilità di vedere oltre, creando in questo caso la terza dimensione?

Un dipinto che va oltre la bidimensionalità può essere ancora definito tale o la definizione di arte pittorica è confermata dalla base di partenza: il supporto piatto e i pigmenti di colore?
Lucio Fontana, «Concetto spaziale. Attese», 1968

Un quesito che forse lascia il tempo che trova ma che potrebbe allargarsi anche alle opere cosiddette materiche, infatti in molti casi l’accumulo di materiali su più strati (metalli, stoffe, minerali polverizzati o spezzettati, e molto altro) tendono ad aumentare il volume dando al quadro uno spessore che induce a notare una, seppur lieve, profondità.

L’effetto può ricordare alcuni bassorilievi, mentre questi ultimi nascono dalla sottrazione di materiale i primi prendono vita con la continua aggiunta degli stessi.

L’aggiunta di profondità reale cambia la struttura del dipinto uscendo dal sistema “pittorico” o è solamente una variabile che modifica la percezione dell’opera senza che la stessa si trasformi in un altro genere artistico?


lunedì 20 febbraio 2017

I segni del tempo, Alberto Burri.

Autore:   Alberto Burri
 
Titolo dell’opera:  Sacco – 1954
 
Tecnica:  Tela ruvida, lino, olio e oro su tavola
 
Dimensioni: 33 cm x 38 cm
 
Ubicazione attuale:  Collezione privata
 
 
 
 
 
Materiali consumati dal trascorrere del tempo e destinati ad essere buttati, a trasformarsi in rifiuti.
Burri li raccoglie, scarti lacerati e in disfacimento vengono ricuciti e dipinti e benché ancora in condizioni tutt’altro che ottimali, riprendono vita.
Forse l’esperienza di medico nell’esercito durante la seconda guerra mondiale, dove giornalmente si confrontava con feriti di ogni genere tra bende insanguinate e lacerazioni di qualsiasi “forma” e gravità, ha contribuito all’influenza della futura carriera artistica.
Il materiale grossolano e le cuciture sommarie aggiunte ai vistosi strappi creano un confronto-scontro tra la bellezza della ricostruzione e il decadimento dei materiali stessi.
Chi si accinge a “guardare” quest’opera ne può essere disorientato, le reazioni vanno dallo sdegno iniziale al desiderio di comprenderne il significato, è comunque quasi impossibile restarne indifferenti.