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venerdì 29 agosto 2025

Tributo a … al declino della musica

In questa estate, come di consueto, siamo stati travolti dalle numerose sagre e dalle immancabili manifestazioni musicali che allietano (???) le calde serate di una stagione climaticamente capricciosa.

Pablo Picasso – Il vecchio chitarrista cieco 1903 (part.)


“Festa della birra”, “Sagra della birra”, “Bier fest”, “Festival bier”, “Summer bier” ecc. (la fantasia non va particolarmente di moda in questi tempi e a queste latitudini.

Le serate in questione sono deliziate (dipende dai punti di vista) esclusivamente da: “Tributo a …”, metteteci voi chi più vi garba.

Tributo a Celentano, a Vasco, a Jovanotti, a De Andrè, agli Abba, ai Pooh, a Renato Zero, ad Alan Parson, ai Pink Floyd, alla Pausini, agli 883, ai Modà, a Zucchero fino al tributo a chiunque (un medley di brani popolari senza un minimo senso logico).

Il tutto eseguito, almeno nel 90% dei casi, in modo imbarazzante, per non dire peggio.

Ho preso spunto da ciò che succede dalle mie parti per sottolineare ciò che ormai accade ovunque, l’invasione delle “cover band”, il fatto che canzoni del passato non sono più “reperibili” nei concerti (alcuni artisti non sono più tra noi, altri non reggono l’esibizione live, altri ancora sono difficili da raggiungere) sembra non ci sia alcuna alternativa.

Perché succede tutto questo? Certo la musica contemporanea fa breccia nei più giovani ma non riesce ad emergere come fece negli anni 60/70 dove trovò terreno fertile per un’epocale rivoluzione.

Ma basta la considerazione che il panorama musicale odierno sia sterile per spingere tutti a seguire musicisti, più o meno bravi, che copiano il lavoro altrui? Avrebbe senso se nei musei venissero esposte delle copie di opere del passato?

Naturalmente no, ma allora perché la gente corre a vedere Tizio, Caio e Sempronio che copiano (spesso male) i grandi della musica di ieri?

Tra un tributo (che se anche fosse realizzato discretamente deve fare i conti con un’acustica orribile) raffazzonato e l’ascolto di un disco originale penso che non ci siano dubbi, ma la motivazione di chi ci va è legata all’ascolto in compagnia della musica che piace, ho visto alcune registrazioni di amici che vanno a questi concerti e devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi sono terribili, la cosa peggiore è che spesso non se ne accorgono.

È sufficiente la motivazione legata alla compagnia o c’è qualcosa di più profondo in questa “moda”?

Il quesito andrebbe posto anche a chi sta dall’altra parte, si cantano le canzoni degli altri perché non si è capaci di farne di proprie o perché in quel caso nessuno andrebbe ad ascoltarli?

Il titolo del post è volutamente provocatorio ma temo che questo sia un sintomo tutt’altro che positivo, la musica che si è evoluta dagli anni cinquanta fino ai novanta del secolo scorso ha esaurito il suo percorso?

Paul McCarney disse che negli anni 60 era più facile scrivere cose nuove perché c’era un territorio vergine da conquistare, oggi è più complicato perché è arduo dare vita a qualcosa di nuovo, o forse (mia considerazione) non ci sono più la capacità, la perseveranza e il desiderio di farlo.

martedì 20 febbraio 2024

Questo lo sapevo fare anch'io!

Questo lo sapevo fare anch’io”, quante volte abbiamo dovuto ascoltare la frase simbolo di chi, pur non conoscendo nulla, è convinto di possedere la verità assoluta, il senso fondamentale dell’arte?

Purtroppo centinaia di volte, e non è finita, questa frase riecheggia ogni qualvolta si cerchi di approfondire l’arte contemporanea (ma vengono pronunciate anche davanti ad opere risalenti al primo novecento).

Un esempio può essere quello raffigurato nelle due immagini che accompagnano questo mio scritto, il soggetto è un cane, lo stile e la concezione sono differenti.

Nell’immagine sopra il cane è tratteggiato con una singola linea, niente di particolarmente complesso, servono una mano ferma e un po’ di … idee.

La seconda immagine è meno alla portata di tutti, per questo dipinto servono una tecnica di base, cosa che non appartiene a tutti, e una conoscenza del colore.

Nonostante la seconda opera sia più difficile da realizzare, necessita comunque di un'abilità senza la quale non è possibile darle "vita", ma anche questa non è sfuggita alla celeberrima esclamazione, davanti a questo quadro qualcuno, evidentemente più bravo degli altri (o perlomeno convinto di esserlo) non ha resistito, la frase fatidica, sinonimo di incompetenza e pressapochismo, ha preso il volo.

Se chi esclama queste "magiche" parole si fosse fermato a riflettere anche per pochi secondi sarebbe arrivato alla stessa conclusione? Basterebbe infatti pensare a cosa si cela dietro questi dipinti/disegni per capire che una semplice linea o una apparente accozzaglia di colori sono l’espressione di qualcosa di più grande, il primo cane è l’essenza di sé, il secondo esprime le proprie emozioni, il personale stato d’animo.

Se poi qualcuno si sente in grado di farlo benissimo, complimenti, ma si dovrà accontentare di ri-farlo e di conseguenza avrà realizzato qualcosa di vuoto, senz’anima.

Non è assolutamente vero che queste opere possono essere realizzate da chiunque, quello che emerge dai due “lavori” è molto più potente di quanto ci si possa immaginare, perché alla fine è proprio l'immaginazione che manca ... 

PS. Le due opere di cui abbiamo parlato sono rispettivamente di Pablo Picasso e di Edvard Munch, la storia artistica dei due pittori non necessita certo di essere ribadita, hanno dimostrato costantemente di poter fare ciò che volevano, questo rafforza il concetto contrario alla fatidica frase.


lunedì 5 giugno 2023

Le amministrazioni locali e la cultura, storie di (rare) eccellenze.

Nel mare dell’incompetenza, della burocrazia che immobilizza, dell'incultura, che soffocano il nostro paese, emergono, nonostante tutto e tutti, realtà che sanno andare oltre le solite “pessime abitudini”.

Antonio Mancini - Florence Phillips, 1909 
(Florence Phillips è la fondatrice della Johannesburg Art Gallery)

L'arte e il lago d’Iseo si erano già incontrati nel 2016, in quell’estate incredibile dove Christo e Jean-Claude hanno dato vita al celebre “Floatin piers”, in zona meglio conosciuta come “la passerella”.

A distanza di sette anni le acque del Sebino tornano a lambire la grande arte, non si tratta di una gigantesca installazione ma di una mostra dove si racconta, grazie ad una sessantina di opere, il percorso che l’arte ha effettuato dalla metà dell’ottocento fino agli anni sessanta del secolo successivo.

Da Monet a Warhol”, questo è il titolo della rassegna, propone dipinti, disegni, litografie, provenienti dalla “Johannesburg Art Gallery”, dal 19 maggio al 3 settembre (parlando con i responsabili è emerso che c’è l’intenzione di prorogarla almeno fino a fine settembre) si possono ammirare opere realizzate dai più grandi artisti occidentali e con una parte dedicata ai pittori sudafricani.

Qualcuno potrebbe ribattere che questo tipo di mostre si trovano spesso nelle grandi città italiane, quotidianamente in infatti possiamo visitare esposizioni di questo livello a Milano. Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Genova ecc. ma appunto si tratta di grandi città, in questo caso però non si tratta di città grandi medie, o anche piccoli capoluoghi di provincia, stiamo parlando di Sarnico, un comune con poco più di seimila abitanti, una piccola realtà che ha investito moltissimo nell’arte e che in questi giorni raggiunge un obbiettivo che sembrava solo una chimera.

Nelle sale della “Pinacoteca Gianni Bellini” possiamo incontrare artisti che hanno scritto la storia dell’arte, da Turner a Courbet, Monet, Degas, Boudin, Fantin-Latour, Sisley, Surat, Cezanne, Van Gogh, Modigliani, Rodin, Millais, Rossetti, Picasso, Alma Tadema, solo per citarne alcuni.

Naturalmente l’eco di questo evento non è paragonabile a quello del 2016 ma ciò non significa che sia meno importante anzi, un viaggio che inizia negli anni della più clamorosa rottura artistica e si protrae fino all’arte Pop, movimento che ha dato vita ad una lunghissima scia che arriva ai giorni nostri.

Questo evento dimostra che se ci sono la volontà, la competenza e il desiderio di andare fino in fondo, a costo di scontrarsi con chi non è d’accordo (purtroppo c’è sempre qualcuno che alza il muro davanti alla cultura) si possono raggiungere traguardi che si credevano utopici.

A seguire alcune opere, in ordine sparso, presenti alla mostra.


Dante Gabriel Rossetti-Regina Cordium-1860

Eugene Louis Boudin-Il porto di Trouville -1893

Joseph Mallord William Turner - Hammerstein sotto Andernach, 1817

Paul Signac - Barche a Locmalo, 1922

Selby Mvusi - Measure of the city, 1962

William Kentridge - Soho in una stanza allagata, 1999

Alfred Sisley - Sulla riva del fiume a Veneux, 1881

Claude Monet -Primavera, 1875

Pablo Picasso - Testa di Arlecchino II, 1971


mercoledì 15 marzo 2023

L'abbandono della bellezza (nella percezione canonica)

Senza alcun dubbio siamo di fronte ad uno dei più famosi dipinti di Picasso (superato per fama solo da Guernica) ma possiamo, con altrettanta sicurezza, affermare che è l’opera più importante del panorama artistico del pittore catalano.

Pablo Picasso, Le demoiselles d’Avignon, 1907  Olio su tela, 243,9 cm x 233,7 cm  The Museum of Modern Art (MoMA), New York


Le demoiselles d’Avignon è un’opera che «ha ucciso il diciannovesimo secolo»(Livio Partiti) dando vita ad un percorso innovativo mettendo fine ad un’idea artistica accademica.

Se accostiamo questo quadro a I due fratelli, (nell'immagine in basso) realizzato dallo stesso Picasso solo un anno prima, ci rendiamo conto della rivoluzione in atto in quei giorni.

Il 1907 è un anno particolare per Picasso, scopre l’arte “oceaniana”, le maschere e la pittura africana nel suo insieme, si avvicina al primitivismo iberico, conosce, e ne diviene amico, Braque.

Passato il malinconico periodo blu e la rinascita del periodo rosa Pablo si lascia alle spalle tutto ciò che conosceva e intraprende una strada dove l’unico punto fermo è l’assenza di qualsiasi punto fermo.

La progettazione del dipinto è uno dei lavori più complessi e faticosi del suo infinito “mondo artistico”, sono più di un centinaio gli schizzi e i disegni preparatori che per mesi hanno impegnato l’artista prima della realizzazione definitiva del dipinto, anche dopo una prima stesura apparentemente definitiva ha modificato la scena ribaltandone il concetto.

All’inizio infatti sulla scena apparivano due personaggi maschili, un giovane studente di medicina faceva il suo ingresso a sinistra affacciandosi dalle tende mentre un marinaio, o cosi sembra, stava al centro circondato dalle donne.

I due uomini, oltre ad un teschio e ad un mazzo di fiori, spariscono dal dipinto lasciando sole le cinque figure femminili.

Ma il quadro si è appena messo in moto, con i sette personaggi la rappresentazione orizzontale costruisce una narrazione, il dipinto racconta una scena di vita quotidiana.

Eliminate le figure maschili la struttura da orizzontale diviene verticale passando dalla narrazione ad una raffigurazione iconica, prima un tentativo di raccontare qualcosa, dopo il desiderio di dare vita ad un simbolo.


Uno degli abbozzi iniziali dell'opera dove erano presenti due figure maschili



Pablo Picasso – Due fratelli, 1906 Guazzo su cartone cm 80 x 59 Museé Natipnal Picasso, Parigi


sabato 21 maggio 2022

Le basi di un'evoluzione epocale

“Sono tre i periodi artistici di Picasso, il periodo blu, il periodo rosa e il periodo in cui aveva perso gli occhiali”.

Questa simpatica battuta riassume la percezione che si ha dell’arte di Pablo Picasso, i celebri periodi blu e rosa e quello cubista.

Ritratti del padre e della Madre (1896)

Naturalmente quest'idea è lontanissima da quella che sostanzialmente è la sua “carriera”, i periodi blu e rosa sono durati meno di cinque anni (dal 1901 al 1904 il primo fino al 1906 il secondo) mentre il periodo cubista è stato solo l’inizio di un lunghissimo viaggio che si è concluso solo nel 1973, anno della scomparsa.

Se ci limitassimo a questa stringata disamina mancherebbe il fondamentale periodo post proto-cubista, quasi settant’anni, dove ha dato una svolta alla storia dell’arte del novecento.

Ma c’è un altro “periodo” che viene sovente omesso, quello precedente agli anni del cosiddetto periodo blu.

Nel 1901 Picasso aveva vent’anni e spesso i manuali e le biografie iniziano, artisticamente, proprio in quei frangenti, ma cosa aveva fatto prima d’allora il pittore di Malaga?

Il nostro Pablo Ruiz, che in seguito aggiunse al cognome Picasso (cognome della madre) per poi sostituirlo a quello del padre, si distingue come pittore eccelso già in giovanissima età, e sono proprio questi gli anni, meno celebrati, a cui mi riferisco, questi dipinti evidenziano l’enorme talento del giovane pittore spagnolo che diventerà uno dei più importanti artisti di sempre.

Forse troppo vicini ad uno stile accademico per essere fondanti nel suo percorso, ma sono fondamentali per comprendere il suo valore tecnico (spesso degli artisti che si allontanano dal "realismo" si dice che lo fanno per mancanza di talento, per l'assenza di una tecnica accettabile).

Da “Torso maschile” realizzato quando aveva 12 anni fino al suo capolavoro giovanile “Scienza e carità” del 1897, quando di anni ne aveva  16.

In questi anni troviamo gli autoritratti, il “Ritratto della madre”, e del padre, la bellissima “Prima comunione” che ritrae la sorella Lola accompagnata dai genitori, il ritratto di un pescatore, studi accademici e vedute, montane e marine.

Da queste basi, lontane concettualmente dal pensiero che Picasso sviluppa in seguito, parte un percorso che ha attraversato quasi un secolo, decenni che inevitabilmente sono indirizzati dalla sua infinita ricerca.

Partendo da questi dipinti, passando per tutte le opere che ha realizzato, ci rendiamo conto che solo una mente geniale poteva allargare i propri orizzonti senza sosta, non si è mai accontentato dei risultati raggiunti, ha sempre voluto andare oltre i concetti e i canoni universalmente riconosciuti, andando ben oltre la propria visione, cercando, e spesso trovando, l’introvabile.

Per raggiungere certi obbiettivi si devono gettare delle solide basi e queste sono le migliori basi da cui partire.

D’altro canto da qui nasce la celeberrima (e purtroppo abusata) frase in cui sostiene che a dodici anni dipingeva come Raffaello ma ha dovuto lavorare duramente una vita per dipingere come un bambino, libero da qualsiasi “legame” mentale.

Torso maschile 1893

Studio accademico 1895

Il vecchio pescatore 1895

Autoritratto 1896

Autoritratto 1896

Prima comunione 1896

Madre di Picasso 1896

Chierichetto 1896



Cave 1896

Scienza e carità 1897

Veduta del porto di Valencia 1895

sabato 2 ottobre 2021

Il traguardo artistico, la meta agognata.

Inutile ribadire la celebre frase di Pablo Picasso sul saper dipingere come Raffaello e come un bambino, ma è da questo che dobbiamo partire per comprendere, o cercare di interpretare, la sequenza “picassiana” dei tori.

Realizzata tra il 1945 e il 46 questa “evoluzione” rappresenta la sintesi del concetto artistico di Picasso.

Alla prima apparizione in pubblico dell’ultimo segmento della serie il pubblico si è scatenato in un’infinita serie di giudizi: da chi pensava ad una rappresentazione di un “graffito” preistorico a chi collegava il disegno all’arte primitiva. Naturalmente la maggior parte degli astanti ha dato vita alla fiera delle banalità con il classico e disarmante “lo sapevo fare anch’io” (quelli che sanno già tutto sono sempre esistiti).

Per realizzare questi disegni serve la capacità di rappresentare il reale, conoscere l’anatomia del soggetto, avere le competenze tecniche del disegno, saper coglier l’essenza di ciò che si vede.

La percezione che possiamo avere davanti a questa sequenza varia a seconda di come affrontiamo i disegni, possiamo passare direttamente dal primo all’ultimo, saltando quelli intermedi o, invertendo il percorso, dal nucleo finale al soggetto reale, in entrambi i casi noteremmo immediatamente la differenza, in quanto a coglierne le sfumature …

Possiamo seguire il percorso seguendo quello fatto dal pittore scomponendo il toro fino ad apprezzarne (non necessariamente dobbiamo apprezzare, almeno possiamo comprendere) l’essenza o al contrario partire da quest’ultima per tornare alla realtà.

Questa “lezione” che il pittore di Malaga ci ha impartito ha valore ancora oggi, viviamo in un contesto dove tutti cerchiamo accanitamente il superfluo, amiamo la sovraesposizione, accumuliamo inutilità, di conseguenza copriamo, fino a soffocarla, la sostanza, siamo seppelliti da ogni tipo di orpello, siamo indirizzati dalla parte opposta, come se il nostro essere interiore sia troppo “pesante” da sopportare.

Una delle frasi che il pubblico di allora, e quello di oggi, non si è mai risparmiato è: “questo lo sa fare anche un bambino”, penso che queste parole siano il più grande complimento che si possa fare a Picasso, da piccolo sapeva dipingere come Raffaello, solo dopo tanti anni di lavoro e sacrificio finalmente è riuscito a dipingere come un bambino.














sabato 21 agosto 2021

Il quadro sotto il quadro

“Bisognerebbe poter mostrare i quadri che sono sotto il quadro.”

Partendo da queste parole, attribuite a Pablo Picasso, possiamo cercare di vedere il “quadro” con un occhio diverso.

Non sto certo parlando di un dipinto coperto da un altro dipinto ma di quello che vuole rappresentare il pittore senza essere estremamente palese.

La frase però non ci invita a guardare in profondità, in questo caso sarebbe giusto dire: “bisognerebbe guardare i quadri che sono sotto i quadri”, quel “poter mostrare” ha un altro significato, non ci resta che cercare di comprenderlo o quantomeno di afferrarne i concetti basilari.

Cosa cerca Picasso nel quadro sotto il quadro? O meglio, perché è impossibilitato a mostralo?

L’inconscio o un senso, anche solo velato, di pudore impedisce all’artista di raccontare e raccontarsi alla luce del sole? Probabilmente c’è nel profondo dell’animo del pittore qualcosa che, riversato sulla tela, si nasconde dietro un’immagine semplificata.

Un’altra teoria, che reputo più vicina alla verità, ci racconta dell’artista che si specchia nella tela ma il riflesso potrebbe essere incomprensibile all’occhio dello spettatore che in questo caso potrebbe distogliere l’attenzione e andare oltre.

“Bisognerebbe mostrare” perché chi sta di fronte al quadro comprenda le emozioni di chi lo ha realizzato, ma queste emozioni sono lecitamente “mostrabili”? Il pittore mettendosi a nudo (e facendo leva sulla capacità introspettiva dell’osservatore) non rischia di mostrarsi vulnerabile?

Picasso chiede agli artisti, e a sé stesso, un atto di coraggio o il medesimo coraggio lo chiede al mondo dell’arte, compreso il fruitore “visivo”?

Ma tutto gira attorno la "poter", chi o cosa impedisce anche al più coraggioso degli artisti di mostrare il cuore dell'opera (o meglio ancora del proprio pensiero)?

Forse la soluzione ideale è quella di nascondere il quadro “vero” sotto il quadro di facciata, ciò obbliga chi si pone davanti all’opera a prendere una decisione fondamentale. Può decidere di fermarsi davanti alla superficie e accontentarsi di quello che ci trasmette istintivamente, oppure immergersi (qui servono impegno e dedizione) fino a trovare il quadro nascosto.

L'arte è semplice e terribilmente complessa allo stesso tempo, l'artista vorrebbe renderla più accessibile ma a condizione che non ci si fermi alla prima impressione, questo probabilmente non sempre è possibile (direi che non è mai possibile).

Come sempre accade le domande che pongo non necessitano per forza di risposte, semmai spingono a riflettere portando ad altre intuizioni (che ignoro e che potrebbero aprire un sentiero a me sconosciuto) non so dove il discorso possa portare ma ovunque si vada sarà un posto meraviglioso.


nell’immagine: Pablo Picasso – La cucina, 1948.  Olio su tela - cm 175 x 250   Musée National Picasso, Parigi


sabato 27 febbraio 2021

Quando una semplice copia viene (arbitrariamente) considerata un capolavoro

Rokefeller Junior ha richiesto la restituzione dell’arazzo che il padre aveva commissionato nel 1984 e prestato all’ONU, l’arazzo in questione rappresenta il celebre dipinto di Picasso “Guernica”.

“Il capolavoro di Pablo Picasso non sarà più visibile al Palazzo di vetro” cosi titolano molti quotidiani ignorando (più o meno consciamente) che non si tratta del dipinto del pittore catalano ma di una, seppur costosa, copia.

Non so cosa spinga a credere che questo arazzo sia una grande opera, penso solo che la perdita artistica del palazzo delle Nazioni Unite sia pressoché irrilevante, il fatto che sia stato tessuto dal celebre atelier francese Jacquelin de La Baume-Dürrbach può accrescerne il valore economico non quello artistico.

Se all’ONU decideranno di appendere un’opera originale, non importa chi sia l’autore, avranno comunque fatto un passo avanti.


sabato 26 maggio 2018

Ritorno alle origini classiche ... o quasi, Pablo Picasso.


Autore:   Pablo Picasso
(Malaga, 1881 - Mougins, 1973) 

Titolo dell’opera: Gli amanti – 1922-1923


Tecnica: Olio su tela


Dimensioni: 130 cm x 97 cm


Ubicazione attuale:  National Gallery, Washinton






Superati i tumultuosi ed esaltanti anni delle avanguardie e giunta alla fine la tragedia della prima guerra mondiale, Picasso sente il bisogno di un periodo di meditazione, di un ritorno alla riflessione.

Il pittore spagnolo recupera il senso “classico” dopo un ventennio di continue sperimentazioni.

Naturalmente lo fa a modo suo, lascia che sia il disegno a richiamare la classicità del passato mentre l’aspetto cromatico prende una strada assolutamente personale, non tanto per  il colore in se quanto per come viene applicato.

I colori tenui riempiono parzialmente il quadro, ogni colore occupa un preciso spazio mentre il bianco si erge a protagonista occupando i volti degli innamorati ed il busto della donna.

E’ con il contorno tracciato con evidenza che Picasso trasmette il senso della scena, riesce a creare il “movimento “ emozionale dei due giovani, si nota il delicato approccio dell’uomo e la timida reazione di lei che è divisa tra il desiderio di assecondare l’amato e il tentativo, poco convinto, di prenderne le distanze.

La profondità della scena è data dalla grande finestra alle spalle che rompe il muro “rosato” che sembra soffocare l’insieme.

La dolcezza dei tratti e la “lievità” dei colori contribuiscono a creare una sensazione di appassionata tranquillità.

sabato 12 novembre 2016

Chagall e Picasso, l'incontro e lo scontro.


«Che genio era quel Picasso ... peccato che non abbia dipinto nulla»

Marc Chagall


Una curiosa interpretazione del mondo, artistico e non, di Pablo Picasso. Chagall, che conosceva bene il pittore spagnolo, non ha mai nascosto il suo distacco dall’arte del padre del cubismo, non si è mai tirato indietro quando si presentava l’occasione di criticarne le opere.

La frequentazione dei due ha comunque prodotto un confronto, Picasso e Chagall hanno spesso discusso di “arte” ma spesso in una sola direzione, infatti lo schema era sempre, o quasi, lo stesso, davanti alle opere di Picasso Chagall tendeva a smontarne il senso, criticando il concetto e le tecniche che costruivano la trama dei quadri del pittore di Malaga, immancabili le risposte di Picasso che interveniva con un semplice ed efficace: “perché no?”.

In fondo però la frase di Chagall  nasconde un’ammirazione per il collega, difficile non provare stima di una persona che viene considerata “geniale”.

Forse l’artista bielorusso si riferiva all’assenza, nell’arte dell’amico-rivale,  di quella poesia che si evince sistematicamente nelle sue opere.

D’altro canto Chagall ha sempre sottolineato quanto la propria arte non sia destinata all’uomo ma agli angeli.

Al contrario Picasso ha sempre “camminato” nella direzione opposta, facendo della denuncia sociale e dell’introspezione umana un suo marchio di fabbrica. Anche se ha rappresentato tutto questo in un modo alternativo ai canoni esistenti e proiettato in un futuro forse mai compreso nella sua unicità.

I due hanno raccontato se stessi partendo da basi differenti e percorrendo strade che, pur portando nella stessa direzione, attraversavano territori diversamente straordinari.

Ma la domanda conclusiva è: erano veramente così distanti?



 
Pablo Picasso - Maternità

Marc Chagall - Il pittore e la sua fidanzata