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| R. Roggeri - Untitled, 2024 - Tecnica mista su carta cm 21 x 14,8 |
martedì 27 gennaio 2026
martedì 20 gennaio 2026
L'importante è esagerare
In un’intervista il pittore bresciano Luca Dall’Olio ha pronunciato la fatidica frase che risuona spesso nei discorsi legati al mondo dell’arte: “L’Italia possiede il settanta percento delle opere d’arte del mondo”!
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Giuseppe Santomaso – Paese, 1962 – Olio su tela cm 114 x 146
La
suddetta frase ha numerose varianti che però non cambiano il senso, le
percentuali vanno dal 60 al 75 fino a punte, un po’ più rare, dell’ottanta.
Questa
è una convinzione diffusa tra la gente, ma a stupire è che ha sottolinearla è
un artista in presenza di addetti ai lavori, erano infatti presenti un
gallerista e uno storico dell’arte.
La
stucchevole bufala che nel nostro paese risiedano i tre quarti dell’arte
mondiale è assurda anche solo ad immaginarla, viviamo in un continente molto
più esteso e questo basterebbe a confutarla, se poi ci spingiamo oltre …
Com’è
possibile immaginare che in nazioni come la Cina, paese dalla cultura millenaria, non ci
siano opere d’arte in numero sufficiente da ribaltare questo concetto?
L’Asia,
le americhe, l’Africa, l’Oceania (aggiunte al resto dell’Europa al di fuori dei
nostri confini) basta fermarsi (per pochi istanti) a riflettere per trovare
assurdo che tutti questi popoli possiedano solo un terzo, quando va bene,
dell’arte globale.
Non
ci sono fonti che quantificano la percentuale d’arte per ogni singolo stato, l’unico
parametro, comunque parziale, è l’Unesco con i suoi celebri siti che fanno
parte dell’omonimo patrimonio, ma anche questo, che come già ribadito non
include moltissime forme d’arte, ci attesta al 5 percento.
Sicuramente
primeggiamo in numero di opere proporzionate all’estensione territoriale ma
nulla che giustifichi questa puerile credenza.
Siamo
una nazione dall’alto contenuto artistico? Sicuramente si, siamo una nazione
che possiede più dei due terzi dell’art mondiale? assolutamente no!
Siamo
la nazione che più maltratta la propria arte? La risposta è affermativa, non so
se siamo i primi, se non altro perché ci sono luoghi dove le guerre, di confine
o interne, ci tolgono questo “merito”.
In
conclusione possiamo affermare di avere a disposizione un numero elevatissimo
di opere d’arte e di trattarle piuttosto male, non andiamo però oltre, siamo
importanti ma non gira tutto intorno a noi, nemmeno artisticamente.
sabato 10 gennaio 2026
Libertà di pensiero
Era in buona compagnia, nelle sale erano esposte, tra le altre, opere di Kandinskji, Chagall, Dix, Feininger, Marc, Ernst, Richter, El Lissitzky, Klee, Klein, Van Gogh, Mondrian, Grotz, Picasso, Braque, solo per citarne una piccola parte.
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Jean Metzinger – L’ora del te, 1911 – Olio su cartone cm 75,9 x 70,2 – Museum of Art, Philadelphia
Jean
Metzinger non era solo nel 1937 quando il regime nazista decise di “creare”
un’esposizione di opere passate ai posteri come “Arte degenerata”.
L’intento
era di mostrare tutto quello che non era arte (secondo i canoni del regime) la
gente doveva vedere quello che era considerato contrario all’estetica e ai
valori dell’arte ariana.
Come
sempre il tempo ha dato il suo verdetto, se c’era qualcosa di “degenerato” non
era certamente in quelle sale, forse senza rendersene conto hanno dato
un’etichetta ai loro concetti, alle loro ideologie, facile oggi (anche se non
per tutti) capire cosa fosse degenerato.
Nelle
stanze i dipinti erano volutamente ammassati, appesi l’uno sopra l’altro,
esposti senza una minima logica, l’obbiettivo era ridicolizzare le opere, i
pittori e, soprattutto, il loro pensiero.
Allestire
una mostra è complicato, è necessario fare in modo che le opere risaltino al
meglio, comunichino tra di loro e con il pubblico, il regime puntò proprio sul
contrario, dovevano apparire come un’accozzaglia di dipinti (di scarso o nullo
valore, cosa sottolineata ripetutamente) senza capo ne coda.
Qual
è stata la reazione dei visitatori? Facile intuirlo, i fanatici del regime, che
ne condividevano i dettami, si lasciavano andare a risate di scherno (perlopiù
forzate) mentre chi vedeva qualcosa di interessante reagiva allo stesso modo,
andare controcorrente voleva dire subire ritorsioni tutt’altro che simboliche.
Quante
volte abbiamo assistito a scene del genere, naturalmente facendo le dovute
distinzioni tra i vari momenti storici, dove le ideologie dei singoli, o di
gruppi ristretti, vengono imposte con metodi a volte subdoli altre in modo
drammaticamente diretto.
La libertà sta proprio nel poter andare in direzione contraria indipendentemente dal pensiero corrente, prendo in prestito una frase attribuita a Frank Zappa: “Perché devi aver per forza torto solo se alcuni milioni di persone pensano cosi?”. (Citazione all’interno della sua autobiografia)
martedì 30 dicembre 2025
Dove, come e quando
Quando chiediamo cosa rende grande Caravaggio nella maggior parte dei casi ci sentiamo rispondere che è la sua eccelsa maestria nella tecnica del chiaroscuro, altri, a ragione, mettono in luce l’aver messo al centro dell’opera la gente comune, in particolare gli emarginati.
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Jacopo Bassano Jacopo dal Ponte) – Adorazione dei pastori con Santa Corona, san Vittore e un devoto, 1568 – Olio su tela cm 239 x 150 – Museo Civico, Bassano del Grappa.
Chi
non ha impressa nella memoria la “Madonna dei pellegrini” con le figure della
copia adorante vestita in con abiti consunti e con i piedi nudi sporchi di
terra?
Sicuramente
per il secondo motivo, più del primo che però non va ignorato, Caravaggio deve
la sua grandezza nell’aver messo la gente che vive ai margini della società al
centro del mondo (artistico e non).
Si
dice che sia stato il primo a portare avanti questa rivoluzione, e chi lo
afferma non lo fa senza ragione, ma c’è chi questa idea l’aveva partorita
qualche anno prima.
Nella
miriade di articoli dedicati alla natività, che nel periodo natalizio affollano
il web, ecco apparire l’opera di Jacopo Bassano dedicata all’adorazione dei
pastori (che è anche il titolo del dipinto) il quadro, che è realizzato due anni prima della
nascita dell’artista di Caravaggio, ci mostra alcuni pastori in visita alla
sacra famiglia intenti ad adorare il neonato figlio di Dio.
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Michelangelo Merisi (Caravaggio) – Madonna dei pellegrini (o di Loreto)1904-06 – Olio su tela cm 260 x 150 – Basilica di sant’Agostino, Roma.
In
primo piano un uomo, dalle vesti logore è inginocchiato a terra proteso verso
il Salvatore, oltre alla posizione, che ritroveremo quasi quarant’anni dopo, si notano i piedi
sporchi, d’altro canto solo i più abbienti si potevano permettere delle calzature.
Le
scene dei due dipinti, pur in contesti differenti, si assomigliano moltissimo, Caravaggio
aveva visto l’opera di Bassano prima di realizzare la propria?
Quale
sia la risposta, quasi scontata, non ha alcuna importanza, questo confronto,
che non vuole portare da nessuna parte, è lo spunto per sottolineare l’inevitabile
influenza del passato nella costruzione del futuro, la novità, anche la più
rivoluzionaria, ha sempre una “madre”, la differenza la fa il modo in cui la si
pone e il fatto che la genesi dell’idea stessa sia stata dimenticata.
sabato 20 dicembre 2025
Poesia concettuale
Paolo Giovanetti, professore di
Letteratura italiana, sostiene che la poesia nell’attuale periodo storico è
prevalentemente concettuale, la poesia si avvicina moltissimo alle arti
figurative.
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Agnes Martin – Nigth Sea, 1963 – Pastello e foglia d’oro
su tela di lino, cm 183 x 183
Sono molti i “paletti” da collocare,
innanzitutto bisogna evitare di mischiare il tutto come se si trattasse di una
poesia omologata, seconda cosa si dovrebbe chiarire meglio il termine
“concettuale”, nella pittura il confine, pur essendo labile, possiamo
tracciarlo, nella poesia è molto più difficile.
Cosa si intende con poesia
concettuale? Una poesia che è sostanzialmente teorica, ideale, astratta? Questo
significa che non è “presente” una poesia reale, concreta, sostanziale?
Da sottolineare che definire
qualsiasi cosa concettuale e al contempo figurativa può confondere le idee
dando cosi la possibilità a chiunque di dire tutto e il suo contrario.
Naturalmente l’arte di concetto e
quella figurativa non si escludono ma ho l’impressione che si cerchi una strada
aperta a tutto in modo che qualsiasi pensiero la possa percorrere senza tema di
smentita o, meglio ancora, che nessuno possa confutarne il “tracciato”.
La teoria esposta da Giovannetti non
è chiara, almeno nella spiegazione (probabilmente sono io a non capirla) e non
lo è non tanto perché il professore non sia riuscito a renderla tale ma perché
i confini sono labili al punto che si sovrappongono fino a diventare
invisibili.
La poesia contemporanea, cosi come
ogni altra forma d’arte, risente della sovraesposizione mediatica, siamo invasi
da maree di scritti, di dipinti, di fotografie, ognuno può rendere pubblico il
proprio lavoro (e questo è positivo) ma in questo modo si satura lo spazio
disponibile al punto che tutto appare omologato, le novità rischiano di essere
soffocate.
Altro pericolo costante è dato dalle
mode, i media tendono a promuovere poeti che si allineano ad un preciso
pensiero, questo concentra l’attenzione delle masse su un binario, tutte le
altre diramazioni vengono ignorate, per questo motivo tutto ci appare uguale.
Ampliare lo sguardo prestando
attenzione a ciò che è meno conosciuto, in questo modo ci renderemo conto che
la poesia, come altre forme d’arte, è tutt’altro che “limitata”.
mercoledì 10 dicembre 2025
Quanto è importante ...
Un commento, ad un mio recente post, dell’amica Pia mi ha offerto lo spunto per una riflessione: quanto è importante sapere se un artista che crea opere prettamente concettuali sappia o meno disegnare?
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Naty (Natalia Caragherghi) – Il Dubbio – Olio su tela cm 60 x 80
La
nostra percezione cambia in base alla risposta che otteniamo?
Tralasciamo
naturalmente tutti quei pittori che pur non realizzando opere figurative non
lasciano dubbi sulle solide basi su cui la loro arte si regge.
Faccio
fatica a pensare che un artista sia completamente negato nel disegno, un
pittore astratto non realizzerà mai niente di convincente (che non significa
che ci piaccia) senza partire dalle fondamenta del disegno, non tanto nella
tecnica quanto nella conoscenza degli schemi che, se disattesi, non permettono
quell’armonia fondamentale per un lavoro quantomeno accettabile.
Anche
una performance nasce da basi simili o non necessita di queste competenze?
I
lavori di Christo e Jeanne Claude ci hanno regalato installazioni incredibili,
naturalmente sappiamo che erano degli eccellenti disegnatori, ma è importante
avere la certezza che sia cosi o la nostra “lettura” di “Floating Pearce” muta
completamente a seconda delle capacità del geniale duo?
Come
avevo già accennato in risposta all’intrigante spunto di Pia ho sempre
sostenuto che lo studio, la conoscenza dell’artista, siano fondamentali
nell’approccio alle opere, questo inevitabilmente influenza il nostro pensiero
che si fa più critico nel momento che abbiamo maggiori informazioni (anche se
c’è qualcuno che pensa, con il diritto di farlo, che sia più importante la
sensazione che proviamo al primo sguardo).
Chi
non conosce Picasso (sono molti di più di quello che immaginiamo) rimangono
stupiti nel vedere le opere giovanili dopo aver sostenuto che non sapeva
disegnare e di conseguenza realizzava dipinti “senza senso logico”.
Nel
momento in cui scoprono che il pittore spagnolo sa disegnare, e in modo
eccelso, si chiedono perché avesse preso la strada del cubismo, questo è
servito per approfondire, se fossero rimasti alla prima percezione non
avrebbero mai scoperto la grandezza dell'artista.
Ma
torniamo al quesito iniziale, quanto è importante sapere se Marina Abramovic
sappia o meno disegnare nel momento in cui le sue performance vanno in una
direzione differente? Maurizio Cattelan sa disegnare? Piero Manzoni sapeva
disegnare? (spoiler: si) ma davanti ai suoi “achrome” è importante saperlo?
Alla
fine la domanda di Pia ha una (mia) risposta, certo che è importante saperlo ma
l’esito del quesito non inficia e non convalida l’opera, in entrambi i casi il
giudizio va oltre questo particolare anche se conoscerlo aiuta a comprendere l’artista.
Il
commento della nostra cara amica si
chiude con “ecco perché prendo tutto con le pinze”, ed è questo il
comportamento che dobbiamo tenere, evitare di prendere tutto per buono (o
cattivo) in base al punto di vista altrui, dobbiamo tenere sempre alta la guardia e studiare a fondo per poter avere un nostro angolo visivo, ma per
arrivare a questo dobbiamo guardare molto in profondità sapendo che tale
“luogo” non riusciremo mai a raggiungerlo.
domenica 30 novembre 2025
I semplici tratti (caratteriali) dell'arte
Davanti a questa piccola tela difficilmente pensiamo di trovarci immersi nell’arte di inizio novecento, il semplice ritratto di una giovanissima donna dalla chioma ramata sembra realizzato nel tempo che stiamo vivendo.
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Helene Schjerfbeck – La ragazza dai capelli rossi,
1915 – Olio e grafite su tela cm 37 x 36 – Art Museum Gösta, Mänttä
Questo ci
può portare ad alcune considerazioni, è una fuga dagli stravolgimenti artistico
culturali dell’epoca (il dipinto è datato 1915) o la proiezione è spinta tanto
lontano che dopo oltre un secolo è fresca, attuale?
Gli
illustratori, i pittori in generale hanno subito l’influenza delle opere di
Helene Schjefbeck tanto da ripercorrerne il sentiero dando vita ad un’arte
contemporanea che si contrappone, o meglio, affianca quella più concettuale che
oggi va per la maggiore?
Il dipinto
è semplice (sempre apparentemente) niente fronzoli, niente esibizione di fredda
tecnica fine a sé stessa, è il ritratto di uno stato d’animo, di una
sensazione, il tempo si ferma per un attimo cogliendo la protagonista nella profondità di un’emozione.
Qual è
l’emozione che la pittrice finlandese decide di immortalare? La risposta sta
nello stato d’animo di chi osserva, ognuno di noi può, senza il rischio di
essere smentito, dare una propria lettura.
Ad un
primo sguardo, probabilmente per alcuni anche ai successivi, non sembra
trasparire nulla di particolarmente importante, ma è proprio questa apparente
semplicità, che sfocia nel quotidiano vivere, nel banale corso delle emozioni
personali che non appartenendoci perdono valore a causa della nostra superficialità,
un’attenzione ridotta allo zero quando non si tratta di noi. Troppo spesso non cogliamo l'intensità altrui, se non ci appartiene non notiamo alcunché di
ciò che ci circonda.
Eppure questo dipinto ci parla, lo fa con un linguaggio che non riconosciamo, o non vogliamo riconoscere, siamo chiusi da una morsa che ci vede da una parte ignorare ciò che sembra scontato, mente dall’altra ci aspettiamo che l’arte comunichi utilizzando un codice complesso, lamentandoci poi di non saperlo decifrare, e per questo passare oltre.
giovedì 20 novembre 2025
Qual è il risultato?
Questo lo facevo anch’io (odiosa affermazione che tutt'ora esce dalle bocche dei detrattori dell'arte dell'ultimo secolo)… e infatti l’ho fatto, o almeno ci ho provato, qual è però il risultato?
Non
avendo la minima possibilità di possedere un “taglio” di Lucio Fontana me lo
sono costruito in casa.
I
celebri, e bistrattati, concetti spaziali dell’artista italo argentino da
sempre mi affascinano e mi donano, quando ho la possibilità di ammirarli,
un’assoluta serenità, un pace interiore che solo poche altre opere riescono a regalarmi.
Dunque
è vero che un taglio di Fontana lo può fare chiunque? Tecnicamente sono in
molti a poter rifare (fondamentale quel “ri” davanti al “fare”) questo tipo di
opera ma qual è il risultato ottenuto?
Come
detto io ci ho provato, ho preso una tela, l’ho trattata e colorata di bianco
(i tagli bianchi e rossi sono i miei preferiti) con un taglierino, non avevo un
bisturi, strumento che il nostro Lucio alternava al taglierino stesso, con una
lama nuova ho fatto due tagli netti, seguendo le istruzioni raccolte nei libri
e sul web ho applicato dietro ai tagli delle garze nere che danno profondità
allo “spazio” e impediscono ai tagli di continuare la divisione della tela.
Tecnicamente
non è un granché, anche se a prima vista il senso è chiaro e in fondo anche
questa brutta copia un po’ di pace me la regala, concettualmente è il nulla
assoluto, semmai mi trovo di fronte ad un surrogato che goliardicamente ottiene
il suo posto a tavola (la mia tavola) ma niente di più.
Chiunque
di voi mi può far presente che il risultato tecnico è scarso perché scarsa è la
mia tecnica (ammetto che avrei potuto fare di più in quanto ho utilizzato il
colore acrilico al posto dell’idropittura usata da Fontana (che gli permetteva
di cogliere l’attimo in cui tagliare grazie al fatto che l’asciugatura è più
lenta) ma se il risultato visivo fosse stato migliore sarebbe cambiato
qualcosa? Naturalmente no, un opera esclusivamente concettuale va oltre la
tecnica, se anche avessi fatto i tagli più vicini alla perfezione di quelli di
Fontana non avrei mai avvicinato le opere originali per il semplice motivo che
l’ho fatto in ritardo.
Se
il mio “taglio” avesse anticipato quelli dell’artista di Buenos Aires, avrebbe
diritto ad essere al centro dell’attenzione indipendentemente dalla tecnica
utilizzata.
Anche
le opere apparentemente facili da copiare (cosa molto meno probabile di quanto
si pensi) perdono consistenza per il solo fatto di arrivare dopo, il tempismo è
fondamentale ma non si tratta solo di arrivare prima, ciò che conta è avere
l’idea giusta nel momento giusto.


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