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lunedì 5 giugno 2023

Le amministrazioni locali e la cultura, storie di (rare) eccellenze.

Nel mare dell’incompetenza, della burocrazia che immobilizza, dell'incultura, che soffocano il nostro paese, emergono, nonostante tutto e tutti, realtà che sanno andare oltre le solite “pessime abitudini”.

Antonio Mancini - Florence Phillips, 1909 
(Florence Phillips è la fondatrice della Johannesburg Art Gallery)

L'arte e il lago d’Iseo si erano già incontrati nel 2016, in quell’estate incredibile dove Christo e Jean-Claude hanno dato vita al celebre “Floatin piers”, in zona meglio conosciuta come “la passerella”.

A distanza di sette anni le acque del Sebino tornano a lambire la grande arte, non si tratta di una gigantesca installazione ma di una mostra dove si racconta, grazie ad una sessantina di opere, il percorso che l’arte ha effettuato dalla metà dell’ottocento fino agli anni sessanta del secolo successivo.

Da Monet a Warhol”, questo è il titolo della rassegna, propone dipinti, disegni, litografie, provenienti dalla “Johannesburg Art Gallery”, dal 19 maggio al 3 settembre (parlando con i responsabili è emerso che c’è l’intenzione di prorogarla almeno fino a fine settembre) si possono ammirare opere realizzate dai più grandi artisti occidentali e con una parte dedicata ai pittori sudafricani.

Qualcuno potrebbe ribattere che questo tipo di mostre si trovano spesso nelle grandi città italiane, quotidianamente in infatti possiamo visitare esposizioni di questo livello a Milano. Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Genova ecc. ma appunto si tratta di grandi città, in questo caso però non si tratta di città grandi medie, o anche piccoli capoluoghi di provincia, stiamo parlando di Sarnico, un comune con poco più di seimila abitanti, una piccola realtà che ha investito moltissimo nell’arte e che in questi giorni raggiunge un obbiettivo che sembrava solo una chimera.

Nelle sale della “Pinacoteca Gianni Bellini” possiamo incontrare artisti che hanno scritto la storia dell’arte, da Turner a Courbet, Monet, Degas, Boudin, Fantin-Latour, Sisley, Surat, Cezanne, Van Gogh, Modigliani, Rodin, Millais, Rossetti, Picasso, Alma Tadema, solo per citarne alcuni.

Naturalmente l’eco di questo evento non è paragonabile a quello del 2016 ma ciò non significa che sia meno importante anzi, un viaggio che inizia negli anni della più clamorosa rottura artistica e si protrae fino all’arte Pop, movimento che ha dato vita ad una lunghissima scia che arriva ai giorni nostri.

Questo evento dimostra che se ci sono la volontà, la competenza e il desiderio di andare fino in fondo, a costo di scontrarsi con chi non è d’accordo (purtroppo c’è sempre qualcuno che alza il muro davanti alla cultura) si possono raggiungere traguardi che si credevano utopici.

A seguire alcune opere, in ordine sparso, presenti alla mostra.


Dante Gabriel Rossetti-Regina Cordium-1860

Eugene Louis Boudin-Il porto di Trouville -1893

Joseph Mallord William Turner - Hammerstein sotto Andernach, 1817

Paul Signac - Barche a Locmalo, 1922

Selby Mvusi - Measure of the city, 1962

William Kentridge - Soho in una stanza allagata, 1999

Alfred Sisley - Sulla riva del fiume a Veneux, 1881

Claude Monet -Primavera, 1875

Pablo Picasso - Testa di Arlecchino II, 1971


sabato 22 maggio 2021

Le stagioni della vita

Questi quattro dipinti su muro, trasportati su tela, sono tra le prime opere di un poco più che ventenne Paul Cezanne.

Non sono pochi i libri che le ignorano, possiamo trovarle all’interno di qualche catalogo ma sembra che l’interesse degli storici “parta” da dipinti successivi.

Realizzate tra il 1859 e il 1862 (le fonti sono in disaccordo) le “Quattro stagioni” hanno la stessa altezza (314 cm.) e una larghezza variabile (97 cm. per la Primavera, 109 per l’Estate, 104 per Autunno e Inverno) e sono custodite a Parigi nelle sale del Musée du Petit Palais.


Cezanne  in questi lavori sembra irriconoscibile, anti accademico per eccellenza e precorritore della modernità artistica, il suo sembra un viaggio a ritroso nel tempo ma di difficile collocazione, naturalmente l’insegnamento “accademico” alla scuola di disegno non può che dare vita a questo percorso ma probabilmente qualcosa si stava già muovendo, infatti i dipinti sono firmati “Ingress” e datati 1811, uno scherzo, come verrà poi definito, non sappiamo quale sia stato l’apprezzamento di allora per Ingres ma sappiamo che col tempo la stima, se c’era stata si era affievolita parecchio.

Cezanne racconta con questi quattro dipinti lo scorrere delle stagioni ma è evidente fin dal primo sguardo che si tratta della rappresentazione del corso della vita, in particolare quella femminile, anche se a raffigurare la Primavera non c’è una bambina ma una giovane donna.

Non vi troviamo la nascita e la morte ma la giovinezza e la vecchiaia, un ciclo ridotto che vuole rappresentare un limitato ma fondamentale “tempo” femminile che si fonde con il concetto di “natura”.

Al di là dei simboli canonici delle stagioni (i fiori in primavera, estate e autunno con i frutti tipici e l’inverno con il freddo) sono le donne le assolute protagoniste della serie.

La cosa che colpisce di più non è tanto l’età che avanza ma la “figura” della donna, infatti l’estate è rappresentata con un fisico più florido, la donna simbolo della fertilità, l’accostamento alla dea Era è tutt’altro che remoto.

Una Primavera giovane e spensierata, un’estate florida e “immensa” nel suo donarsi al mondo, l’autunno della saggezza e l’inverno che conduce al’epilogo, in tutte le fasi si nota un’assoluta serenità, l’umanità, la natura stessa (madre natura qui è rappresentata da un punto di vista “raggiungibile” da chi osservava le opere a metà ottocento) si accinge a chiudere un cerchio sapendo che ne avrebbe aperto immediatamente un altro.