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domenica 15 ottobre 2023

La luce che illumina il vuoto (delle idee)

Rieccoci a discutere su una cosa che trovo sconfortante, mi riferisco alla banalità dei dipinti che invadono le varie piattaforme sul web.

Il “giro che conta”, controllato dalle grandi gallerie che a loro volta orientano il mercato (che comunque promuovono grandi artisti, al netto di molte “cadute”) lascia poco spazio ad aspiranti pittori che senza l’aiutino delle suddette gallerie non riescono ad emergere.

Goffredo Dalmonte - Fessura con vista, 2023 - Acrilico e cemento su tavola 30x40


A questi artisti (cosi si definiscono in molti) emergenti non resta che tentare la via delle vetrine online, ormai i vari social hanno dato vita a gruppi o pagine (chiamatele/i come volete) che danno visibilità alle loro opere (purtroppo danno spazio ai commenti ma questo è un altro discorso).

Ogni tanto vado alla ricerca di qualcosa che mi colpisca, lavori che sappiano destare interesse (in questo caso il mio, per quello che vale) in un mare prevalentemente piatto.

Da molto tempo non visitavo queste pagine/gruppi e ci sono tornato con la speranza di trovare qualcosa di nuovo, come sempre ho trovato moltissimi dipinti, e come sempre poco o nulla di interessante.

Le solite cose, i soliti soggetti, in alcuni casi dalla tecnica imbarazzante, mediamente meno che discreta, fino a punte ottime fino all’eccellenza, ma stiamo parlando solo di tecnica, il resto è nullo.

Paesaggi bucolici, ritratti di bambini, attori e cantanti famosi, animali, nudi in tutte le salse, insomma niente che non si sia già visto, rivisto e stravisto, alla banalità dei quadri si aggiunge la “piattezza” delle descrizioni, per non parlare dei titoli (chi mi segue sa quanto io li ritenga importanti).

Nella nebbia creativa ecco che spunta un dipinto che cerca di dire qualcosa senza buttarci tutto in faccia con quel realismo da superficie, oggi tanto di moda, mi riferisco all’opera di Goffredo Dalmonte (nell’immagine).

Davanti a questo quadro è impossibile non soffermarci a chiedere, chiederci, dove siamo, prima ancora di chiederci cosa rappresenti. I materiali, in particolare il cemento, e il titolo, “Fessura con vista”, hanno il compito di indicarci un determinato percorso, quale sia è difficilissimo da comprendere.

La fessura che ci permetterebbe di vedere oltre la materia non è chiaro dove sia situata, il gioco di ombre porta l’occhio là dove la personale percezione ci conduce, trovare il pertugio però è tutt’altro che semplice.

Non va certamente ignorato il fatto che sia il quadro stesso la “fessura”, un passaggio materiale, solo visivo, mentale o spirituale, un autentico portale che solo chi è in grado di comprenderne la struttura può utilizzare.

La tecnica nella realizzazione del quadro è ottima, a questo va aggiunta l’idea di non mostrarla palesemente lasciando all’osservatore il compito di cercarla, nonostante non sia scontato che ci sia (o meglio, l’idea c’è, potrebbe però essere lontana da quello che gli indizi ci portano a pensare).

Non sono propenso a descrivere queste opere come se si trattasse di dipinti figurativi, è fastidioso sentire descrizioni di opere astratte dove l’osservatore cerca a tutti i costo il paesaggio, il ritratto, o qualsiasi cosa materiale, ignorando totalmente la sfera incorporea, spirituale, psicologica.

Davanti al dipinto di Dalmonte sento delle vibrazioni che non si trasformano in descrizioni, c’è un messaggio che è diretto a chi lo osserva e che viene elaborato in base allo stato d’animo dello spettatore stesso, è il famoso specchio che riflette, non tanto il volere dell’autore quanto l’essenza di chi lo osserva.

sabato 27 agosto 2022

Oltre la tecnica, dentro l'idea

 

Gianpiero Riccobello – Golgota, Getsas, Gesù e Disma

Legno, vernice, corda e chiodi

Continuo il mio peregrinare tra le pagine "virtuali" dedicate a chi vuole mostrare i propri lavori di carattere artistico.

Tra le centinaia di opere, per lo più si tratta di dipinti, spuntano autentiche dimostrazioni di talento, ritratti, paesaggi, nature morte, realizzati in maniera impeccabile (per quanto si possa comprendere da una riproduzione fotografica).

Ciò che è veramente difficile da trovare è l’idea, l’espressione di un sentire intimo che va al di là del “bello visibile”.

Scorrendo le decine di opere pubblicate giornalmente mi ha colpito questo lavoro,  un manufatto dal concetto originale, un’opera che emerge dalle banalità che ci sommergono, mi ha colpito perché riesce a trasmettere una sensazione claustrofobica, angosciante, un senso di violenta oppressione, più psicologica che fisica , un “disegno” ineluttabile che si compie malgrado tutto.

Tecnicamente ci sono opere di maggior spessore, ma il risultato si raggiunge quando si riesce a trasmettere un messaggio andando oltre l’apparenza, oltre la bellezza estetica. 

Il retro di un telaio in legno, della vernice scura, spago e tre chiodi usati e piegati, tutto assemblato senza una logica apparente ma evidentemente seguendo un disegno preciso.

Il titolo non da adito a fraintendimenti, siamo idealmente proiettati in una dimensione mistica senza però riuscire ad emergere dall’oppressiva visione della realtà, imprigionati dalla fitta rete e bloccati dal freddo metallo dei chiodi.

Il portale non sembra avere pertugi che ci permettono di sperare in una imminente apertura, ci dice che non siamo pronti, che la strada è ancora lunga, possiamo oltrepassarlo solo se lasciamo la nostra forma corporea e se il nostro essere spirituale si è liberato dalle catene del pensiero “materiale".


sabato 30 aprile 2022

I tormenti nascosti ... alla luce del sole

Moreno Ovani – Mirami (2021)  Acrilico su carta intelata - cm 180 x 125


Sono sempre alla ricerca di opere contemporanee che trasmettano sensazioni, che vadano oltre la bellezza canonica, opere in grado di trasmettere "messaggi", più o meno celati, opere alla ricerca di comunicazione.

Quest’opera di Moreno Ovani potrebbe sembrare uno dei tanti ritratti, dal vero o idealizzati, che vediamo spesso, ma basta una sguardo più attento e ci rendiamo conto che di “comune” ha ben poco.

Il titolo, Mirami, e la posa della protagonista ci riportano alle migliaia di selfie che inondano i social, pose volutamente provocanti (anche se spesso i risultati sono tutt’altro) dove è importante come ci si presenta a scapito di come si è veramente.

Ma c’è qualcosa che disturba la scena, le pieghe del supporto, le sfumature rossastre che circondano le pieghe stesse, la carta increspata che va a “segnare” la pelle delle giovanissima ragazza.

Perché vuole essere guardata? L’artista pesarese accompagna il dipinto con la frase: “Gli occhi vedono soltanto ciò che è limitato, tutti possono guardare, ma vedere è un arte”.

Dunque dobbiamo vedere in profondità, guardare in superficie è superfluo, inutile, dobbiamo entrare nel pensiero del pittore e scavare nell’anima della protagonista.

Inutile tentare strade alternative, la pelle “rovinata”, il rosso che ne consuma la freschezza, sono dettagli tutt’altro che rassicuranti, ma lo sguardo della donna cosa ci dice?

Ci comunica una falsa sicurezza o ci chiede aiuto? Se consideriamo la seconda ipotesi chi o cosa affligge la giovane protagonista?

La sofferenza femminile dovuta alla ricerca di una parvenza di bellezza, dover piacere ad ogni costo o cercare l’attenzione dei milioni di “guardoni” che imperversano sulle varie piattaforme “sociali”, una disperata fame di like, che si traducono in approvazione.

La condizione della donna, in questo caso delle giovanissime, che donne (intese come adulte)  forse non lo sono ancora, è più complessa di quanto pensiamo, non c’è solo la terribile piaga della violenza maschile ma dobbiamo fare i conti con i fantasmi generati dalla mente delle ragazzine che cercano, spesso mortificandosi, il loro attimo di celebrità.

L’opera di Ovani non è un semplice ritratto, non è la riproduzione del corpo femminile, è lo specchio di un disagio che potrebbe trasformarsi in tragedia … o forse la trasformazione è già in atto.

sabato 26 febbraio 2022

Guardare avanti ... sempre

Durante i miei viaggi esplorativi, nel web, alla ricerca di qualcosa di nuovo, mi sono imbattuto in questo dipinto realizzato da Rosa Andreottola.



Il titolo, “Studi di Arlecchino”, fa capire che si tratta di un abbozzo, di uno studio appunto, anche se viene presentato come opera finita.

Pubblicato all’interno di uno dei numerosi gruppi dove pittori, più o meno dotati, espongono i propri lavori, è stato accolto, dai colleghi, in modo tutt’altro che benevolo.

La cosa divertente di questi gruppi è la possibilità di andare a visionare i dipinti di chi commenta, ebbene i commenti negativi (spesso esposti con estrema maleducazione) vengono dai pittori peggiori, non tanto riguardo alla tecnica (sono riproduzioni fotografiche impossibile dare un giudizio) quanto all’idea, dipinti banali, senz’anima e senza quella visione “aperta” che dovrebbe essere il requisito basilare.

Appurato che l’invidia e l’incompetenza partoriscono la maleducazione (le persone intelligenti motivano i loro pareri con rispetto) trovo che questo lavoro cerchi quantomeno una fuga in avanti rispetto alle ripetizioni di un’arte che si trascina da troppo tempo uguale a sé stessa.

La pittrice nella risposta ai commenti, tra il dispiaciuto e l’imbarazzato, giustificava il suo lavoro accostando i suoi personaggi alle opere di Basquiat, commettendo, secondo me, l’errore di guardare troppo indietro e fuori contesto (quest’opera è del 2021 e il graffitismo degli anni 70-80 è altra cosa, oggi non avrebbe senso riproporlo) penso invece che la Andreottola abbia il potenziale per guardare avanti e trasmettere il suo pensiero senza ancorarsi troppo a “ciò che fu”.

La rappresentazione di Arlecchino, celebre personaggio della commedia dell’arte, è solo accennata, tutti conosciamo la maschera e tutti la ricordiamo per il vestito multicolore, ma se andiamo a ritroso nel tempo, scavando nei meandri della leggenda scopriamo che la veste composta dai ritagli di altri costumi è recente, Arlecchino non esibiva la “figura” sgargiante, allegra, cromaticamente variegata, che vediamo oggi, le origini ci portano lontano, Arlecchino era un demone e le radici germaniche svelano un “Hölle König" tradotto letteralmente in "Re dell'Inferno o Re degli inferi".

Questo viaggio nel passato è quello che viene rappresentato nel dipinto? Non è dato saperlo e forse non ha nessuna importanza, va sottolineato invece l’approccio al personaggio, niente vestito a rombi colorati, nulla è lasciato trapelare dal volto, dalla maschera che è solo intuibile, un abbozzo che lascia spazio alle ricostruzioni personali, alle proprie conoscenze, ai propri gusti estetici.

Non voglio sostenere che questo dipinto sia un’opera d’arte, un capolavoro assoluto  (non sosterrò nemmeno il contrario) ma, e questa è una mia opinione, dietro si cela un’idea, una “forma” mentale decisamente interessante. 

Naturalmente in molti non saranno d’accordo, l’importante è motivare il proprio giudizio, farlo con la dovuta educazione e soprattutto valutarne il potenziale evitando di collocare l'opera in un punto fisso del tempo impedendo cosi che possa svilupparsi, non possiamo certo sapere se un ipotetico potenziale possa emergere o meno, questo lo vedremo solo in un prossimo futuro.

sabato 1 maggio 2021

Il salto nel buio, quando emergono le interpretazioni

Mi sforzo di comprendere l’incomprensibile, se non riesco (cosa che accade regolarmente) penso sia meglio approfondire, cercare qualcosa di diverso che mi permetta di comprendere, che mi porti ad esclamare: ho capito.

Quando penso di aver "afferrato" il concetto di base sono giunto al punto in cui fondamentalmente non ho capito alcunché.

Quest’opera, vista “online” senza alcuna descrizione, senza titolo, può essere l’esempio di come un’opera si presenta senza "credenziali", senza la pur minima informazione.

Se aggiungiamo che non si tratta di una riproduzione di un dipinto ma di una scultura (o installazione, l'assenza di qualsiasi ragguaglio lascia aperta ogni porta interpretativa) tutto si complica, prende corpo l’impossibilità di “contatto”.

L’autrice è Marisa Scicchitano, pittrice calabrese, tutto quello che so di lei è questo, servirebbero altri dati per avvicinarsi a questo lavoro senza i quali ogni tentativo di “lettura” è inevitabilmente arbitrario.

Una sedia sospesa in bilico su tre piani non allineati, sopra la sedia troviamo delle strisce (di stoffa, di carta, non lo sappiamo) cosa rappresentano? Perché la sedia è in bilico e i piani sono tre?

La sedia appoggia perfettamente sul piano sottostante, c’è dunque la solidità, la stabilità necessaria perché non si rovesci, ma i piani sottostanti ribaltano il concetto, la stabilità sopracitata scompare, la sedia, o per meglio dire, il ripiano che sorregge la sedia, è ancorato al pannello attiguo in un solo punto, il pannello stesso è in precario equilibrio rispetto al piano che lo divide dal pavimento, tutto è bloccato in un istante, non sappiamo se, superato l’attimo, la sedia cade con ciò che vi è posto sopra o se resiste alla gravità.

Stiamo guardando una fotografia che rappresenta una scultura che rappresenta … Stiamo (o forse è meglio dire sto) delirando in quanto senza alcuna informazione è come buttarsi nel vuoto con la pretesa di sapere durante la caduta cosa ci sia in profondità, lo potremmo scoprire una volta toccato il fondo ma se il salto nel vuoto fosse senza fine?

Normalmente quando scrivo di un’opera lo faccio dopo accurate ricerche, dopo aver studiato l’opera stessa e chi l’ha realizzata, cerco di documentarmi per poter esprimere un mio punto di vista che non sia campato in aria, quando ho visto quest’opera ho voluto cimentarmi in un approfondimento senza alcuna base di partenza, volevo solo capire che effetto faceva il fatto di non capirci nulla.

Trovo questa scultura favolosa ma non so spiegarne il motivo, per questo ho deciso di “parlarne”, la complessità del manufatto e l’assenza di indicazioni hanno liberato il mio approccio ad essa da qualsiasi forma di condizionamento.

Ho quasi la sensazione di comprenderne il senso ma al contempo guardo il “tutto” dall’alto, da una distanza siderale e l'unica cosa che mi è chiara è che c’è ancora molta strada da fare.