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giovedì 31 luglio 2025

Siamo solo di passaggio

Non penso ci sia il bisogno di commentare le parole del testo del Brano di Franco Battiato Di Passaggio, pezzo che, inserito nell’album L’imboscata, vede la luce nell’ottobre del 1996.

Lascio a voi ogni considerazione sul testo e sulle musiche, quanto mai attuali.

Il dipinto che vi propongo è stato utilizzato per la copertina dell’album.

La battaglia delle Piramidi - Antoine-Jean Gros - La battaglia delle Piramidi, 1810 – Olio su tela cm 331 x 389 – Reggia di Versailles


Di passaggio

 

Passano gli anni
I treni, i topi per le fogne
I pezzi in radio
Le illusioni, le cicogne

Passa la gioventù
Non te ne fare un vanto
Lo sai che tutto cambia
Nulla si può fermare

Cambiano i regni
Le stagioni, i presidenti
Le religioni
Gli urlettini dei cantanti

E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita
Si cambia amore, idea, umore
Per noi che siamo solo di passaggio

L'Informazione
Il coito, la locomozione
Diametrali delimitazioni
Settecentoventi case

Soffia la verità
Nel libro della formazione
Passano gli alimenti
Le voglie, i santi, i malcontenti

Non ci si può bagnare
Due volte nello stesso fiume
Né prevedere
I cambiamenti di costume

E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita
Ci cambiano capelli, denti e seni
A noi che siamo solo di passaggio




domenica 20 luglio 2025

Il mito che oscura la realtà

Se chiedete cosa ha fatto Giotto da renderlo cosi famoso avrete, nella maggioranza dei casi, una risposta univoca, Giotto ha disegnato il cerchio perfetto!

Vasilij Kandinskij – Several circes, 1926 – Olio su tela 140,3 x 140,7 – Solomon Guggenheim, New York


Naturalmente un appassionato d’arte, per non scomodare chi l’arte la studia, virerebbe verso altre risposte, gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, quelli realizzati ad Assisi o i crocifissi lignei che possiamo ammirare a Firenze, Rimini o ancora a Padova, più in generale la rivoluzione del pensiero artistico a cui da vita.

Ma lo storitelling alla fine vince sempre, la leggenda del famigerato cerchio emerge inesorabilmente, se facciamo qualche ricerca sul web ecco fiorire una marea infinita di siti che raccontano la vicenda, a parte qualche caso isolato nessuno premette che si tratti di una narrazione senza fondamento (sia che l’autore ne sia al corrente o meno).

Tutto parte dalle parole di Giorgio Vasari che nel celebre “Le vite de’ più eccellenti pittori, scvltori e architettori”, narra la vicenda del giovane pittore toscano che si trovò si fronte a sua santità.

Vasari cita papa Benedetto IX, ma Teofilatto III non era contemporaneo di Giotto, questo spinge a pensare che si tratti di un errore di stampa o dello stesso Vasari che inverte le cifre, più vicino all’artista fiorentino è Benedetto XI. Ma anche qui qualcosa non quadra, nel periodo in cui è ambientata la “storia” sul soglio pontificio siede Bonifacio VIII, è dunque quest’ultimo che chiama Giotto al proprio cospetto.

Fare affidamento sulle parole di Vasari quando racconta gli artisti suoi contemporanei non è scontato, se poi le sue ricostruzioni vanno indietro nel tempo di qualche secolo …

Cosa successe, o si dice sia successo, lo sappiamo benissimo, alla richiesta di una dimostrazione di cosa sapesse fare con il pennello, Giotto dipinse un cerchio assolutamente perfetto.

Alcune versioni ci dicono che la cosa entusiasmò il pontefice al punto di rimanere senza parole davanti a tale perfezione, altre raccontano del papa contrariato da quello che definì un affronto.

Solo questo è sufficiente per mettere in crisi la veridicità del racconto, d’altro canto nessuno, tra quelli che hanno studiato a fondo la storia dell’arte (salvo le solite naturali eccezioni) ha mai preso sul serio questa vicenda.

Perché allora per molti non ci sono dubbi sulla veridicità del celebre “Cerchio”?

La tanto celebrata AI, alla domanda: “dove è custodito il Cerchio di Giotto” risponde indicando una località, anche se non la stessa, Roma, Padova, Parigi.

Chiudo con una considerazione, Vasari ha scritto ciò basandosi su pochi documenti e spesso difficili da decifrare, oggi abbiamo accesso ad infinite informazioni, in entrambi i casi giungiamo alla stessa (errata) conclusione, siamo certi che lo sviluppo tecnologico sia sufficiente per ampliare la nostra conoscenza è la capacità critica di valutarne le sfumature?




giovedì 10 luglio 2025

Chi, cosa e quando

 

Richard Oelze - L’attesa, 1935-36 - Olio su tela 81,6 cm x 106,6 cm - The Museum of Modern Art, New York

Un gruppo di persone ben vestite, sembrerebbe la rappresentazione della borghesia, rivolgono lo sguardo in una direzione, ad eccezione del secondo uomo da sinistra, che guarda dalla parte opposta, e la donna davanti a lui, che sembra persa nei suoi pensieri, tutti sono intenti ad osservare qualcosa che non riusciamo ad identificare.

Il dipinto, realizzato con le sfumature di un unico colore, trasmette un’atmosfera cupa, quasi asfissiante, in un prato dai confini indefiniti ma al contempo riconoscibili, queste persone volgono lo sguardo verso il cielo coperto di nuvole, l’aspetto cromatico ci condiziona tanto da pensare che non stanno guardando qualcosa ma stanno aspettando.

D’altro canto il titolo non lascia spazio ad equivoci, la scena rappresenta l’attesa, ma cosa stanno attendendo?

Oelze è tedesco e l’anno in cui viene realizzato il dipinto (1936) potrebbe farci pensare ad una popolazione in attesa di eventi di cui allora non si conoscevano gli sviluppi, ma l'arte va "vista" anche a posteriori, da qui possiamo giungere a scontate conclusioni.

Le influenze artistiche invece aprono a nuovi orizzonti, infatti, pur non avendo aderito ufficialmente al movimento surrealista, le frequentazioni con Ernst, Tzara, Dalì e Breton non possono non aver lasciato tracce.

Spinti alla curiosità dal titolo, vorremmo sapere chi o cosa stavano aspettando queste persone, nessuno ce lo dice, non resta altro da fare che dare vita a supposizioni, tenendo presente che a qualsiasi conclusione possiamo giungere è il nostro vissuto a tracciare la via, è difficile fare supposizioni liberi dalle nostre esperienze.

venerdì 20 giugno 2025

Per soldi e per amore (dell'arte)

Il precedente post, dedicato all’istallazione di Maurizio Cattelan a Bergamo, mi ha dato uno spunto di riflessione (suggerimento offertomi dagli amici Franco Alberto e Pia, che grazie anche ad alcune divergenze di vedute sono fonte di idee interessanti) ha messo in luce la percezione della gente riguardo alle opere d’arte contemporanee.

Tiziano Vecellio – Amor sacro e amor profano, 1515 – Olio su tela cm 118 x 278 – Galleria Borghese, Roma


Di fronte ad un dipinto, ad una scultura o ad altre espressioni artistiche che non siano pittura figurativa, spesso la reazione porta alla conclusione che il fine ultimo sia quello che porta al guadagno e/o alla fama, insomma se qualcuno realizza un’opera poco comprensibile nell’immediato lo fa per soldi o per farsi notare.

Non è mia intenzione negare questa possibilità anzi, posso anche condividerla ma c’è differenza tra le opere contemporanee e quelle del passato?

Grandi artisti come Tiziano non lavoravano certo gratuitamente, si facevano pagare profumatamente tanto che non tutte le persone, anche benestanti, potevano permettersi i loro dipinti.

Cosa dire del tanto celebrato, anche da chi non ha il minimo interesse per l’arte, Michelangelo Buonarroti che, chiamato da Papa Giulio II per affrescare la volta della Cappella Sistina, si lasciò convincere solo dopo l’offerta di un lauto compenso, infatti inizialmente aveva rifiutato la commissione in quanto: “sono uno scultore, non sono un pittore”.

Mentre riguardo a Tiziano e Michelangelo a nessuno viene in mente che abbiano realizzato i loro capolavori per fama o denaro, succede esattamente il contrario se i dipinti o le istallazioni sono realizzate da artisti del nostro tempo.

Siamo tutti affascinati dall’idea che il nostro lavoro venga apprezzato da più gente possibile, l’ego umano è smisurato, cosi come tutti cerchiamo di monetizzare il nostro lavoro, ma questo non impedisce che dietro gli sforzi ci sia qualcosa in più.

L’arte andrebbe “vista” con lo sguardo più ampio possibile, tralasciando quei retro pensieri che oggi vanno tanto di moda, vedere di ogni cosa solo il lato oscuro, considerandolo il solo lato possibile.

Gli artisti da sempre hanno legato le loro opere al profitto ma un appassionato deve andare oltre, a me non interessa se Picasso ha guadagnato un sacco di soldi vendendo i suoi quadri, ne tantomeno se i dipinti di Cezanne vengono battuti all’asta per milioni di euro, sono più attratto dai concetti che questi pittori hanno espresso, sono interessato dalle dinamiche emerse dalle loro opere, dinamiche che hanno influenzato l’arte a venire, ma non solo l’aspetto artistico, anche, e soprattutto, quello sociale e culturale.

Il presente è e sarà sempre figlio del passato e genesi del futuro.

lunedì 21 aprile 2025

La percezione e gli equilibri instabili

Qualche anno fa, in occasione di una visita ad una mostra itinerante dedicata alla follia, mi sono imbattuto in un dipinto che si inseriva benissimo nel contesto della manifestazione, il quadro ci mostra due persone una seduta, l’altra appoggiata allo stipite di quella che sembra una porta d’accesso ad una dimensione “altra”, l’entrata era solo una delle tante che si susseguono costruendo cosi un corridoio quasi infinito, il tema della mostra, la follia o la pazzia, ci indirizza verso una direzione precisa, quella del viaggio della mente.



Il dipinto non è certo un’opera di grande valore tecnico, ho visto decisamente di meglio ma c’è in giro anche di peggio.

Al di là della sensazione di disagio, di un claustrofobico fastidio, la tela non ci dice molto, non entra nell’anima dell’osservatore, si limita a dirci qualcosa ma lo fa senza convinzione.

Superato il primo approccio visivo vado con lo sguardo sulla targhetta che descrive l’opera, il titolo è “Untitled”, l’autore Adolf Hitler.

Inutile dire che la percezione del dipinto non può essere la stessa se lo accostiamo ad un nome che è l’incarnazione della pazzia nella sua versione più tragica, conoscendo il nome del pittore non muta il giudizio estetico e tecnico, il concetto che sta dietro (o dentro) al quadro prende un’altra forma.


Il cortile della vecchia residenza di Monaco, 1907

Oltre a quel quadro ne propongo un altro dello stesso autore, un acquerello dai toni meno opprimenti, un’opera che se realizzata da qualcun altro  potremmo anche definirla gradevole. Ma sapendo che anche questo paesaggio è opera di Hitler le ombre sulla parete della costruzione prendono forma trasformandosi in qualcosa di malvagio?

Quanto siamo condizionati dal nome di un artista? Quante volte davanti ad una tela la nostra interpretazione e il nostro apprezzamento non muta, anche solo in minima parte, nell’istante in cui conosciamo l’autore?

Un grande artista innalza un’opera in quanto siamo propensi ad approfondire il perché è stata realizzata in quel modo, non dico che cambiamo opinione ma le conoscenze di chi la realizza ne moltiplica i punti di osservazione.

Nel caso specifico delle opere di Hitler è praticamente impossibile scindere l’oggetto dal suo creatore, cosi come è impossibile separare l’artista dall’uomo, al punto che in moltissimi hanno chiesto la rimozione del dipinto in quanto realizzato da tale essere e non per ciò che voleva rappresentare.

Lo stesso curatore della mostra, Vittorio Sgarbi, disse che il quadro era un’autentica porcheria (ha usato altri termini ma il senso è quello) ma che ha deciso di inserirlo in quanto lo steso pittore era parte integrante della narrazione della mostra.

Questo dimostra che non solo l’uomo dietro l’artista, e a sua volta dietro il quadro, riesce ad influenzare la percezione ma addirittura è l’aspetto umano a prendere il sopravvento.

Non so se sia più o meno giusto ma la tela non era esposta perché rappresentava la follia, era parte della mostra in quanto il suo autore ne ere un tragico e sconvolgente esempio.

giovedì 10 aprile 2025

Da che "lato" si guarda un'opera?

1967, l’artista genovese Giulio Paolini scatta una fotografia al dipinto di Lorenzo Lotto, “Ritratto di giovane”, esposto alla Galleria degli Uffizi a Firenze.

Da sinistra a destra: Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane - Giulio Paolini, Giovane che guarda Lorenzo Lotto

Lo scatto riprende il dipinto del pittore veneziano e lo riproduce mantenendo le misure originali.

Decide cosi di esporre la fotografia con un titolo preciso “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”.

Emerge cosi, con estrema dirompenza, il tema del punto di vista, tema che lo stesso Paolini elaborerà ulteriormente nel 1981 sostituendo gli occhi del giovane con i propri, a questo punto non solo abbiamo il ribaltamento dl principio soggetto-opera-artista ma è l’artista che quasi cinque secoli dopo utilizza il dipinto per trasportarsi indietro nel tempo e porsi di fronte al Lotto.

Chi guarda chi, lo stesso Paolini ha sempre sostenuto che l’opera non guarda l’osservatore, non è minimamente interessata a ciò che pensiamo, a quello che intuiamo, ovunque la nostra interpretazione sia diretta al quadro non può fregare di meno.

Siamo sempre noi dunque, autori e fruitori dell’opera d’arte, alla continua ricerca di un senso (se vogliamo a tutti i costi  darne uno) o di un percorso, spesso puramente filosofico, che ci conduca in un luogo che nemmeno immaginiamo esista, l’idea che la destinazione non sia totalmente preclusa basta e avanza per cercarne l’ubicazione.

Se ci lasciamo influenzare dal concetto di Paolini possiamo andare oltre, il giovane guarda Lorenzo Lotto, e questo è oggettivo, ma potrebbe anche concentrarsi sull’osservatore che ne ammira le fattezze.

E se la fotografia si fosse intitolata “Giovane, ritratto da Lorenzo Lotto, che guarda il fotografo”?

giovedì 20 marzo 2025

Visioni soggettive

“L’universo in realtà è buio! Le stelle non brillano, non c’è alcuna luce, il sole non è luminoso, la luna non riflette i suoi raggi, tutto è nero. Perché?

Perché la luce esiste se ci sono degli occhi e un cervello capace di trasformare le onde elettromagnetiche in segnali luminosi, come fa appunto il cervello umano.

Le onde elettromagnetiche, di per sé, non generano luce, tutto è spaventosamente buio”.

(Piero Angela)

Vincenzo Galati – Città strana n.1 – Acrilico su tela di lino, cm 80 x 180 – Collezione privata

Il cosmo dunque si presenta, come lo vediamo, nella forma e nei colori che solo noi riusciamo a percepire, tutto questo vale naturalmente per ciò che osserviamo quotidianamente sul nostro piccolo pianeta, parte infinitesimale dell’universo.

Ma cosi come il sistema solare è una piccola tessera del mosaico universale, noi, in quanto esseri umani, presi singolarmente, siamo allo stesso modo una piccolissima parte dell’insieme dell’umanità.

In quanto soggetti unici e non replicabili abbiamo occhi e cervello che vedono in modo unico?

Lasciamo da parte la differenza tra specie animali, anche tra esseri umani ci sono delle piccole o grandi variazioni, nessuno probabilmente vede allo stesso identico modo di un’altra persona.

A questo punto viene da chiedersi quanto la visione differente influisca sulla percezione delle opere d’arte.

Naturalmente sono molti i fattori che ci portano ad apprezzare un dipinto, una scultura o una fotografia, l’aspetto puramente estetico, le conoscenze, il bagaglio culturale, la società in cui viviamo, i gusti personali, ecc.

Se a tutto ciò aggiungiamo una “visione”, e la conseguente elaborazioni di quello che riceviamo, diverse da chiunque altro, è possibile che influisca sulla differente valutazione rispetto ai giudizi altrui?

Sicuramente anche questa ipotesi va ad aggiungersi ai fattori soggettivi già menzionati, questo dovrebbe farci riflettere quando tendiamo ad emettere sentenze definitive, guardiamo e vediamo un’opera come nessun altro ha mai fatto, è solo uno degli infiniti angoli di osservazione, non ci resta che impegnarci cercando di capire quale sia la prospettiva da un altro angolo.

domenica 9 marzo 2025

Alla fine è sempre l'idea a prevalere.

“Sono stato in stretto contatto con artisti e con giocatori di scacchi e sono arrivato alla conclusione personale che mentre non tutti gli artisti sono giocatori, tutti i giocatori di scacchi sono artisti”. (M. Duchamp)

“La bellezza degli scacchi è più vicina a quella della poesia; i pezzi sono l’alfabeto stampato che dà una forma ai pensieri, e questi pensieri, pur formando un disegno visivo sulla scacchiera, esprimono una loro bellezza astrattamente, come una poesia”. (M. Duchamp)

Marcel Duchamp – Ritratto di giocatori di scacchi, 1911 – cm 108 x 101 - Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris

Marcel Duchamp ha sempre considerato il gioco degli scacchi, o perlomeno il senso dello stesso, una forma d’arte che fonde la profondità della poesia, della pittura e della scultura.

Gli scacchi come metafora dell’arte nella sua narrazione, i giocatori muovono i pezzi dando vita ad un “quadro”, sia dal punto di vista visivo sia da quello delle idee.

L'artista francese anticipa l’importanza del gesto del “dipingere”, che diverrà celebre qualche decennio più tardi, esaltando il “movimento” del pezzo sulla scacchiera, al punto da renderlo emozione, sensazione quasi fisica: ”piacere sensuale dell’esecuzione ideografica dell’immagine sulla scacchiera”.

A confermare tutto ciò c’è la dichiarazione dello stesso Duchamp che sottolinea come un pittore, se non è soddisfatto del suo dipinto, può cancellarlo e ricominciare da capo, cosi come un giocatore di scacchi può cancellare quello che si è fatto.

Il dipinto in alto rappresenta le due anime del pittore normanno, Ritratto di giocatori di scacchi è la sintesi del pensiero artistico del giovane Duchamp (allora vicino al cubismo prima di abbandonare il movimento e la pittura stessa per manifesta “ipocrisia”)

Qualche tempo fa ho parlato (qui) proprio della celebre immagine che vede Ducham davanti alla scacchiera pronto ad accettare la sfida di Eve Babiz in occasione dell’inaugurazione di una sua personale.

Se il “gioco” degli scacchi non è arte a prescindere, lo è nel momento in cui sulla scacchiera si “disegna” l’idea, d’altro canto se avviciniamo qualsiasi cosa al nome di Duchamp non può che essere cosi, l’idea rende uno scacchista un artista, non sempre un pittore lo è.  

venerdì 28 febbraio 2025

Liberiamoci dei nostri demoni (e paghiamone le conseguenze)

“Già da quando avevo 17 anni ero convinto che sarei diventato famoso. Pensavo a tutti i miei miti: Charlie Parker, Jimi Hendrix … Avevo una curiosità romantica di sapere come la gente ce l’aveva fatta.”

Jean Michel Basquiat

 

Jean Michel Basquiat – Autoritratto 1982 – Acrilico e pastello – Collezione privata


Ce l’ha fatta ha raggiungere il suo obbiettivo? La risposta non può che essere affermativa, il prezzo da pagare è stato alto, ne valeva la pena?

A questa seconda domanda può rispondere solo Basquiat, questo significa che la risposta non c’è.

Ma perché il pittore newyorkese è diventato uno dei simboli fondamentali dell’arte dell’ultimo mezzo secolo? Davanti alle sue opere spesso si pensa ad una deriva artistica contemporanea, ma di contemporaneo c’è ben poco, non certo per il concetto espresso ma dal tempo trascorso da allora.

Se un artista è riconosciuto come snodo basilare per un percorso culturale, dopo quasi cinquant’anni, come possiamo ignorarne il valore basandoci su ciò che ci limitiamo a vedere e, spesso, senza capirne il senso?

Jean Michel era figlio della cultura della discriminazione, è il simbolo di chi, con forza, determinazione e un poco di fortuna, può abbattere, o perlomeno aprire delle brecce, in quei muri sociali che l’umanità ha sempre costruito.

Ha pagato tutto ciò per un qualcosa che andava contro il sistema? Ha pagato per qualcosa che andava al di là delle proprie forze? Forse ne l’uno ne l’altro, semplicemente non aveva accanto qualcuno che lo riparasse dall’uragano emozionale che l’ha travolto.

Ma se avesse avuto vicino le persone giuste sarebbe stato in grado di riversare sulla tela tutti i suoi demoni?

Niente è per caso, a volte servono dei compromessi per sopravvivere, qualcuno li trova chiudendo i propri fantasmi in cassetti sigillati, altri aprono il vaso di Pandora lasciando fluire tutto ci che hanno dentro, ma questo presenta sempre il conto.

A noi il compito di fare in modo che tutto questo non vada perduto.


lunedì 10 febbraio 2025

In alto, in attesa del tempo

Le scale mobili ci accompagnano al penultimo piano del Museo del 900 a Milano, salendo iniziamo immediatamente ad ammirare il soffitto che, a sua volta, fa da pavimento all’ultima sala.



L’opera che si erge a portale verso l’infinito è uno dei capolavori di Lucio Fontana, legato al concetto dei “buchi” e dei “tagli”, il Soffitto Spaziale sorregge la grande stanza dedicata allo stesso artista e al contempo apre un varco verso l’immaginazione.

L’impatto visivo del visitatore è di grande forza, il soffitto accompagna lo sguardo fino alla vetrata che da sul Duomo, avvicinandoci alla parete di vetro ci accorgiamo che il “tetto” spaziale lascia il posto ad una struttura luminosa, anch’essa realizzata da Fontana, un arabesco di luce che non è da meno a tutto il resto.

Come detto è l’anteprima alla stanza situata più in alto dedicata completamente al pittore nativo di Buenos Aires, sono infatti esposte alcune opere realizzate negli anni che vanno dal 1951 al 1962, quadri e sculture che hanno come comune denominatore l’attesa di una spazialità concettuale.

Il “Soffitto” è stato realizzato inizialmente per la sala da pranzo di un hotel sull’Isola d’Elba nel 1956, viene ricollocato nel museo milanese nel 2010.

martedì 21 gennaio 2025

Pittura e arte (quando l'una esclude l'altra)

“Schifano non era solo un ottimo pittore, era un artista”. Con queste parole Achille Bonito Oliva sottolinea un concetto che spesso sfugge a chi approccia l’arte, in particolare la pittura.

Mario Schifano – Paesaggio anemico, 1973-78 – Smalto su tela cm 97 x 77


Non voglio entrare nel merito dell’arte di Mario Schifano, almeno non in questa occasione, sottoscrivendo, per quanto mi riguarda, il pensiero del critico salernitano, voglio soffermarmi sul concetto che differenzia il pittore dall’artista, anche se in molti casi le due cose combaciano.

Quante volte viene attribuito lo status di artista ad una pittrice o pittore solo per il fatto di possedere una discreta tecnica? E quante volte gli stessi pittori e pittrici si autodefiniscono artisti per il medesimo motivo?

“Non sempre un pittore è anche un artista, mentre quasi sempre un artista è un pittore” (naturalmente rimanendo nell’ambito della pittura, cosa che vale anche per altre discipline, fotografia, scultura ecc.) questa frase, la cui attribuzione è incerta, fa il paio con le parole di Bonito Oliva, è arte se il pittore racconta qualcosa di interessante, di innovativo, di originale, altrimenti si tratta solo di ottima pittura.

Un'altra frase di questo tenore viene storicamente riportata ai primi del novecento e attribuita ad un membro, non esattamente identificato, delle cosiddette avanguardie storiche: "Alcuni pittori hanno deciso di abbandonare l'arte per continuare semplicemente a riprodurre la realtà". Concetto estremo ed evidentemente forzato ma che spiega in poche parole qual era l'idea rivoluzionaria di quel tempo. 

Davanti all’opera di Schifano, che propongo esclusivamente come compagna di viaggio in questo post, la reazione di molti va verso una direzione: “questa non è ne pittura ne tantomeno arte”, non essendoci alcuna certezza in questo mondo anche in questo caso non si può essere certi che la definizione sia errata. Ma perché Mario Schifano è considerato un grande artista?

Tralasciamo la stucchevole storia del mercato che indirizza da una parte o dall’altra, motivazione che non va totalmente ignorata ma che decade dopo mezzo secolo (il tempo non mente) ci dovremmo chiedere perché un dipinto come questo (non questo perché come già detto non è l’arte di Schifano al centro della scena) è a tutti gli effetti un’opera d’arte.

Lo è per il semplice motivo che ha qualcosa da dire, cosa ha da raccontare non ha importanza in questo momento, ha qualcosa da dire e questo basta.

Certo se ci limitiamo ad osservare il dipinto sperando che inizi a raccontare è naturale che non ci giunga alcunché, è nostro dovere, e piacere, iniziare un’indagine che non sappiamo quanto dura ne dove ci porterà ma sappiamo che ad un certo punto cominceremo a percepire i primi sussurri che con il tempo diventeranno vere e proprie narrazioni.

Ci piaceranno? non ci piaceranno? proviamoci e vediamo come va a finire.

domenica 5 gennaio 2025

L'arte è "negoziabile"? (part. 1)

Libero dal giogo asfissiante del lavoro, in queste ultime settimane ho potuto dedicarmi alla “ricerca” di sfumature disseminate nel mondo della mia passione, l’arte.


Hans Hartung – Rayonnement, 1962 – Olio su tela cm 65 x 177 – Musei Vaticani, Città del Vaticano


Ho incontrato alcuni addetti ai lavori, insegnanti, galleristi e, naturalmente, artisti, discorrendo con loro ho cercato di sviluppare un tema che ultimamente mi incuriosisce, l’opera d’arte e il mercato.

Lo spunto è nato seguendo un’intervista di una pittrice che sosteneva la differenza tra il dipinto da vendere e quello artistico, sottolineando che se dipingeva seguendo una precisa narrazione, un fine puramente artistico, senza pensare ad un eventuale vendita, la percentuale di probabilità che l’opera potesse essere venduta è estremamente bassa.

Al contrario se alla base del dipinto c’è la ricerca di un soggetto commerciabile le probabilità di vendita si impennano.

Questo mi ha portato immediatamente ad una prima conclusone, se è arte non si vende, se segue dettami ornamentali e/o legati alla moda del momento le possibilità di guadagno sono molto più alte.

Ho proposto questa mia teoria alle persone che ho incontrato e in linea di massima l’hanno confermata, qualcuno a denti stretti (l’hanno fatto capire anche se non lo hanno detto apertamente) altri senza mezzi termini hanno ribadito il concetto che ho proposto.

Spesso confondiamo il bel paesaggio, la bella natura morta, con l’arte nel suo concetto spirituale, questo è spesso dovuto all’ancoraggio della gente verso il secolo antecedente il 900, ritratti, scene di genere, tramonti, marine, sono soggetti che vengono considerati artistici, altre forme meno “reali” fanno storcere il naso.

Dobbiamo però evitare di considerare il mercato una cosa unica, compatta, c’è mercato e mercato.

Spesso il famigerato “mercato dell’arte” ci porta ad una dimensione precisa, quella delle aste a cifre astronomiche, delle provocazione fatte a suon di milioni, ma quello è solo uno il lato elitario, quello che mediaticamente solletica la fantasia e l’indignazione della gente. In ombra rispetto ai casi più eclatanti c’è un mercato minore (a livello economico, inteso come prezzo della singola opera) che vede impegnati migliaia di artisti e di collezionisti, a questo va aggiunto il mercato dove l’acquisto non è più spinto dall’investimento o dal piacere di possedere l’opera d’arte, l’unico scopo è quello di acquistare un dipinto che si “abbini” al colore delle preti o ai mobili, insomma un mercato decorativo.

Siccome il mondo non è solo quello che ci propinano i media non possiamo non pensare ai dipinti, alle sculture, alle fotografia, che entrano nelle nostre case, nelle abitazioni di chi non ha molto denaro da investire nell’arte, la domanda, come direbbe qualcuno, sorge spontanea: La gente comune non è interessata all’arte, preferendo la bellezza decorativa, o l’arte, nel suo essere “oltre” il tempo presente, non può essere apprezzata ed “utilizzata” per scopi ornamentali?

lunedì 23 dicembre 2024

Natale al museo

Anche quest’anno la tradizione è rispettata, da trent’anni (mia figlia Camilla di 10 mesi mise la prima statuina) padre e figlia si uniscono nella realizzazione del presepe.


 A volte la rappresentazione è classica, costruita con legno, muschio ecc. altre volte ci sbizzarriamo puntando su presepi “alternativi”, come tre anni fa con le bottiglie di plastica (ne ho parlato qui).

Questa volta abbiamo costruito la scena allestendo una sorta di museo, dove la Sacra Famiglia è al centro della rappresentazione circondata da manufatti che ci riportano al concetto museale, installazioni, dipinti, sculture.

Parenti e amici che hanno visto il presepe ci hanno rivolto, all’unanimità, la stessa domanda: “cosa rappresenta?” condito il tutto da uno sguardo perplesso e dal movimento oscillante della testa …

Ho deciso cosi di completare l’opera aggiungendo al presepe una descrizione, come si fa in un museo davanti ad un’opera.

La stessa cosa voglio farla in questo post, alle immagini aggiungo la descrizione, la reazione di chi lo guarderà sarà probabilmente la stessa di chi lo ha osservato dal vivo, resta però il piacere di aver realizzato qualcosa di diverso, l’aver condiviso con mia figlia l’idea iniziale (scaturita esclusivamente da Camilla) che è l’essenza stessa del presepe, oltre alla realizzazione materiale di tutti i manufatti presenti, statuine escluse.

Con questa “stramberia”, definizione usata da mia moglie, auguro a tutti un sereno Natale. 











Presepe concettuale

La rappresentazione di questo presepe parte da un concetto moderno, la visita ad un museo.

I personaggi che occupano la scena classica della Natività sono, grazie ad un salto temporale, proiettati nel XXI secolo mantenendo al contempo i piedi saldamente ancorati al loro tempo.

L’esposizione occupa tre “sale” una piccola in alto a sinistra, un’altra delle stessi dimensioni a destra mentre il nucleo della mostra è nella grande sala al centro ad un livello inferiore rispetto alle altre due.

Nella grande stanza centrale è assoluta protagonista la Natività classica che differisce da quella canonica dal fatto di essere in posizione elevata rispetto ai visitatori, invece di essere inserita all’interno di una capanna ribassata all’altezza del terreno.

Di fronte alla sacra famiglia troviamo un’installazione che rappresenta ciò è normalmente nascosto sotto uno strato di luci e colori, di addobbi e regale, siamo d’innanzi all’essenza stessa del Natale, lo spirito che emerge nonostante l’aspetto non  intrigante.

A sinistra due dipinti, in fondo la geografia dell’anima, Terre Emerse, il tentativo di riportare l’anima al di sopra delle miserie del corpo.

Sempre a sinistra in primo piano troviamo Materia, la forma originale del tutto composta dal bianco e dal nero, dal bene e dal male, parte integrante del tutto.

A destra in fondo la rappresentazione pittorica del lato profano del Natale, l’albero che regala illusioni con i suoi regali colorati.

Davanti ad esso un paesaggio marino che fa intravedere l’orizzonte lontano, tanto distante da spingerci a credere che oltre lì orizzonte ci sia ciò che veramente cerchiamo.

Nelle due piccole sale rialzate abbiamo due sculture, a sinistra un’altra raffigurazione dell’albero di Natale, questa è costruita riciclando pezzi in disuso, una chiara allusione alla necessaria pratica del riciclo dove nulla è irrimediabilmente perduto, l’opportunità di una nuova occasione.

Infine a destra la scultura più enigmatica, lo specchio rovesciato della società che corre in una direzione e al contempo viaggia in quella opposta, crediamo di salire mentre nella realtà stiamo scendendo, un viaggio attorno ad un punto fisso, la convinzione di evolverci mentre stiamo semplicemente percorrendo la stessa strada, più e più volte. 




domenica 15 dicembre 2024

Realismo oltre ..

Tigran Tsitoghdzya – Mirror V, 2017 - Olio su tela cm 190 x 127 



Ci stiamo avvicinando al Natale e per questo motivo cercherò di essere buono, o perlomeno di essere meno cattivo di quello che potrei essere se assecondassi ciò che “sento”.

Chi mi conosce sa cosa penso dell’iperrealismo, movimento artistico nato, e morto, negli anni settanta del secolo scorso, deceduto artisticamente ma in salute fuori dai confini dell’arte.

Sicuramente questo è un mio problema, anche se non sono solo a pensarla cosi anzi, ma questa è un’altra questione.

Il punto è un altro, la forzatura di chi cerca di inserirlo tra le “tecniche” artistiche contemporanee, motivando il proprio pensiero arrampicandosi sui famosissimi specchi.

Articoli che titolano: “Giotto era iperrealista” ignorando che cercare di essere realisti in pittura nulla ha a che fare con l’iperrealismo.

Un altro titolo dice: “Iperrealismo, più reale della realtà”, penso che si commenti da solo, se è diverso dalla realtà non è “iper”.

L’ultima variante del sensazionalismo iperrealista è l’articolo dedicato alla sovrapposizione di immagini (apparente) di Tigran Tsitoghdzya, nella foto, i casi sono due o l’artista armeno, di cui è innegabile la tecnica sopraffina, ha dato vita ad un capolavoro dipingendo ciò che non è assolutamente reale oppure ha solo copiato da una riproduzione fotografica.

In entrambi i casi l’arte è l’iperrealismo non possono convivere, se parte da una sua concezione originale basata su un disegno è un conto, se, al contrario, è la realizzazione di un quadro che è la copia di una fotografia mi chiedo qual è il bisogno di perdere tempo e denaro per fare ciò che ho già.

Con questo post non mi farò certo molti amici, ma non è questo il motivo del mio scrivere, semmai cerco un confronto (che su questo argomento è già attivo) partendo da posizioni diverse, senza che nessuno debba cambiare opinione, magari cogliendo l’occasione di “sentire” altre campane, fastidiose se non siamo abituati ad ascoltarle ma magiche nel momento in cui ne comprendiamo l’essenza.

 

giovedì 5 dicembre 2024

Se andassimo su un'isola deserta ...

Il post di Alberto del blog "Alberto Bertow Marabello" dedicato, a modo (geniale) suo, ai nostri libri preferiti, mi ha riportato alla mente un "gioco" di tanti anni fa.

Antonella Avataneo - L'isola d'Elba

Chi non ha mai partecipato al giochino: “vai su un’isola deserta e puoi portarti solo un libro, un film e un “disco” (inteso come album, un brano sarebbe troppo poco)?

Considerata la mia passione e l’argomento del blog aggiungerei un’opera d’arte (pittura o scultura) anche se il post va oltre la scelta che potremmo fare e si chiede cosa ne sarebbe delle nostre scelte se non ci fosse altro a disposizione?

L’isola deserta è un luogo stranamente visto positivamente da molti, è vero che ci garantisce una certa tranquillità, io ne sarei entusiasta, almeno all’inizio considerando il fastidio che mi provoca la presenza di molta gente, ma alla lunga …

La riflessione che voglio fare riguarda la limitata possibilità di scelta che la suddetta isola (luogo metaforico) ci può offrire.

Rileggere più e più volte lo stesso libro, o pochi libri, guardare a ripetizione uno o pochi film, ascoltare sempre gli stessi brani o trovarsi davanti ogni santo giorno lo stesso quadro o la medesima scultura.

Limitando la fruizione si rafforza l’affinità o alla lunga rende insopportabile ciò che amavamo alla follia?

Nella vita di tutti i giorni abbiamo accesso ad infinite serie di brani musicali, di letture di ogni genere e a tantissimi film, le opere sono meno facili da reperire se non in riproduzioni fotografiche, ci affezioniamo ai classici, rendiamo immortale ciò che più ci piace e al contempo scopriamo sempre cose nuove.

Il giochino dell’isola dunque vale per quello che in fondo è nato, ci permette di raccontare cos'è che più ci piace, ma se proviamo a giocare ora diremmo le stesse cose che avremmo detto dieci anni fa? o trenta anni fa?