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sabato 23 maggio 2020

La realtà, l'illusione e ... Joseph Kosuth

Autore:   Joseph Kosuth

(Toledo (U.S.A.) 1945)

 Titolo dell’opera: Una e tre sedie, 1965

 Tecnica: Installazione, tecnica mista

 Ubicazione attuale:  Museum of Modern Art (MoMA), New York





L’opera di Kosuth presenta una comune sedia pieghevole in legno posta al centro, a sinistra, appesa alla parete, troviamo la riproduzione fotografica della sedia medesima, a destra un pannello con stampata la definizione del termine “sedia” tratta da un dizionario in lingua inglese.

La domanda che si (e ci) pone l’artista americano è: qual è la sedia “reale”?

D’istinto senza alcun dubbio indichiamo quella in centro, la sedia che possiamo utilizzare, ma se volgiamo lo sguardo verso un passato “filosofico” andiamo a Platone che sosteneva che prima viene l’idea, solo in seguito l’artigiano la realizza.

Seguendo questa indicazione la nostra percezione si modifica, la sedia originale è nel pannello di destra, lì troviamo la descrizione della sedia, in un secondo tempo viene realizzata (artigianalmente o a livello industriale) per ultima la fotografia dove l’artista ne realizza il ritratto.

Siamo a metà degli anni sessanta del novecento, non esiste ancora internet e anche i cataloghi illustrati sono poco conosciuti, per questo motivo devo viaggiare nel tempo e giungere fino a noi, è nel ventunesimo secolo che prende forma un’idea che Kosuth  aveva solo ipotizzato.

Ormai moltissimi di noi acquistano gli oggetti più disparati facendo riferimento ad un’immagine, se dobbiamo comprare una sedia online ci affidiamo alla sua riproduzione fotografica, ne leggiamo la descrizione e solo alla fine, quando riceviamo l’oggetto possiamo ammirarlo e utilizzarlo.

Se seguendo il concetto filosofico la sedia originale è nella descrizione, una lettura contemporanea ci dice che è la fotografia la matrice della sedia stessa, mentre, come sottolineavo prima, la logica ci porterebbe dritto alla sedia di legno.

Ognuno ha una propria risposta, quale sia quella giusta non saprei, ogni conclusione è valida, fondamentalmente non ritengo sia importante che si giunga ad una decisione definitiva, penso che il senso di quest’opera sia quello di spingere ad una riflessione, non importa dove il ragionamento ci può portare, non necessariamente ci deve essere  un fine ultimo, penso, al contrario che la “discussione” con noi stessi, prima ancora che con gli altri, possa essere infinita.