Visualizzazione post con etichetta Cattelan Maurizio. Mostra tutti i post
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venerdì 20 giugno 2025

Per soldi e per amore (dell'arte)

Il precedente post, dedicato all’istallazione di Maurizio Cattelan a Bergamo, mi ha dato uno spunto di riflessione (suggerimento offertomi dagli amici Franco Alberto e Pia, che grazie anche ad alcune divergenze di vedute sono fonte di idee interessanti) ha messo in luce la percezione della gente riguardo alle opere d’arte contemporanee.

Tiziano Vecellio – Amor sacro e amor profano, 1515 – Olio su tela cm 118 x 278 – Galleria Borghese, Roma


Di fronte ad un dipinto, ad una scultura o ad altre espressioni artistiche che non siano pittura figurativa, spesso la reazione porta alla conclusione che il fine ultimo sia quello che porta al guadagno e/o alla fama, insomma se qualcuno realizza un’opera poco comprensibile nell’immediato lo fa per soldi o per farsi notare.

Non è mia intenzione negare questa possibilità anzi, posso anche condividerla ma c’è differenza tra le opere contemporanee e quelle del passato?

Grandi artisti come Tiziano non lavoravano certo gratuitamente, si facevano pagare profumatamente tanto che non tutte le persone, anche benestanti, potevano permettersi i loro dipinti.

Cosa dire del tanto celebrato, anche da chi non ha il minimo interesse per l’arte, Michelangelo Buonarroti che, chiamato da Papa Giulio II per affrescare la volta della Cappella Sistina, si lasciò convincere solo dopo l’offerta di un lauto compenso, infatti inizialmente aveva rifiutato la commissione in quanto: “sono uno scultore, non sono un pittore”.

Mentre riguardo a Tiziano e Michelangelo a nessuno viene in mente che abbiano realizzato i loro capolavori per fama o denaro, succede esattamente il contrario se i dipinti o le istallazioni sono realizzate da artisti del nostro tempo.

Siamo tutti affascinati dall’idea che il nostro lavoro venga apprezzato da più gente possibile, l’ego umano è smisurato, cosi come tutti cerchiamo di monetizzare il nostro lavoro, ma questo non impedisce che dietro gli sforzi ci sia qualcosa in più.

L’arte andrebbe “vista” con lo sguardo più ampio possibile, tralasciando quei retro pensieri che oggi vanno tanto di moda, vedere di ogni cosa solo il lato oscuro, considerandolo il solo lato possibile.

Gli artisti da sempre hanno legato le loro opere al profitto ma un appassionato deve andare oltre, a me non interessa se Picasso ha guadagnato un sacco di soldi vendendo i suoi quadri, ne tantomeno se i dipinti di Cezanne vengono battuti all’asta per milioni di euro, sono più attratto dai concetti che questi pittori hanno espresso, sono interessato dalle dinamiche emerse dalle loro opere, dinamiche che hanno influenzato l’arte a venire, ma non solo l’aspetto artistico, anche, e soprattutto, quello sociale e culturale.

Il presente è e sarà sempre figlio del passato e genesi del futuro.

domenica 8 giugno 2025

Abbandoniamo la superficie per comprendere le profondità

All’alba del 6 giugno, al centro della Rotonda dei Mille che ospita il monumento di Giuseppe Garibaldi a Bergamo, gli abitanti della città lombarda hanno avuto una sorpresa (piacevole o meno dipende dai punti di vista).



Sulle spalle della statua del “Re dei due mondi” appare un bambino che con la mano destra mima una pistola, dopo i primi attimi di smarrimento ecco svelato l’arcano: si tratta di un’installazione di Maurizio Cattelan.

Come ogni opera realizzata dall’artista padovano anche questa suscita immediatamente reazioni differenti, anche se soprattutto negative, alla mente tornano i bambini impiccati apparsi a Milano nel 2004 (ne ho parlato qui)

L’installazione inaugura la mostra diffusa “Season” che dal 7 giugno al 26 ottobre sarà visibile nella città “Dei Mille”.

Cos’è che scatena il fastidio di molti? Un bambino che “spara”? Il gesto dissacratorio che tocca uno dei simboli cittadini? O lo sdegno per qualsiasi cosa non sia comprensibile nell’immediato?

Non sarò certo io a scandalizzarmi per un’opera d’arte anzi, sono proprio queste occasioni, dove al primo sguardo non si hanno le giuste coordinate, in cui possiamo iniziare ad esplorare gli anfratti di una visione, nostra e altrui, che rimangono in ombra.

Chi o cosa rappresenta il bambino “armato” a cavalcioni sul monumento di una figura simbolo della città ma non solo? La difesa o l’aggressione delle nuove generazioni a tutto ciò che è il passato, oppure il bambino che impugna un’arma, anche solo metaforica, ci riporta ai tristi fatti di cronaca che denunciano un degrado morale in cui sono proprio i bambini a farne le spese (qui l’accostamento all’opera di Milano pare evidente).

Naturalmente non possiamo escludere l’aspetto giocoso ma sembra più legato alle generazioni passate, semmai è il tentativo di emergere, con la forza, in un mondo che non sembra conoscere alternative alla forza stessa.

Dietro alle opere di Cattelan c’è sempre un messaggio anche se fatica ad emergere, la totale assenza di riferimenti da parte dell’autore ingarbuglia ulteriormente i tentativi di darne una definizione logica, in fondo Cattelan ha sempre fatto della provocazione un suo cavallo di battaglia, ma solo se ci si ferma alla superficie non si vede altro. Dai “bambini” già citati al dito medio in Piazza Affari, dal papa colpito da un meteorite fino alla celeberrima “banana” (curioso che le opere siano conosciute con nomi differenti dal titolo scelto dall’artista) apparentemente sembra che l’unico obbiettivo sia provocare ma in ogni singolo caso dietro c’è un preciso percorso, artistico, sociale e culturale.

Come richiesto a qualsiasi un’opera d’arte anche questa fa discutere, se riuscisse anche a far riflettere …

venerdì 20 ottobre 2023

La linea di confine è stata oltrepassata? L'arte tra etica e trasgressione

Dal 1997 quest’opera di Cattelan, intitolata “Novecento”, fa inevitabilmente discutere, può irritare, infastidire, ci può lasciare indifferenti o incuriosire.

Maurizio Cattelan - Novecento

Possiamo definirla di cattivo gusto, posiamo dubitare che sia arte o credere che sia tale, è impossibile avere un giudizio uniforme, ognuno di noi può trarne delle conclusioni (la conclusione dipende dalla quantità e qualità di informazioni in nostro possesso, quantità è qualità non fanno propendere per forza verso un giudizio positivo, anzi avere le giuste informazioni può spingerci a rifiutare l’opera come artistica).

Ma non è questo il punto, a lasciarmi perplesso è il fatto che dopo più di 25 anni ci sia ancora qualcuno che chiede: “ma il cavallo è vivo?”.

Onestamente sono domande che lasciano basiti, trovo incredibile che, con l’accesso ad un’infinità quantità di informazioni, ci sia ancora qualcuno (sono moltissimi, le stesse domande le hanno fatte per un’opera simile esposta qualche anno fa sulle rive del lago d’Iseo) incapace di valutare ciò che vede ed eventualmente informarsi.

Spesso a queste domande corrispondono le risposte più disparate, da chi conferma che Cattelan esponga un cavallo vivo e di conseguenza aumenta l’indignazione, a chi da la stessa risposta ma in modo ironico.

In entrambi i casi chi ha posto il quesito non distingue il “tono” della risposta, da per scontato che la propria impressione sia l’unica esatta ed è per questo che non vengono poste le domande "giuste" (virgolettato perché la domanda giusta non esiste) ma si innescano futili polemiche ignorando quelli che forse sono quesiti fondamentali. 

Infatti non è questa sterile diatriba l'obbiettivo del mio scritto (è evidente che il cavallo non sia vivo) la questione è un’altra, il cavallo di Cattelan è una scultura o si tratta di un animale imbalsamato?

Siccome si tratta appunto di un animale imbalsamato ci dobbiamo interrogare se l’esibizione di un animale impagliato (o “in tassidermia” per rendere la cosa più accettabile) sia corretta, infatti il “Rinoceronte appeso” di Stefano Bombardieri, che ho ammirato sulle rive del lago d’Iseo, citato poco fa, è in resina, in questo caso si elimina la questione legata all'utilizzo di un essere "organico".


Stefano Bombardieri - Tempo sospeso

Da una parte la discutibile scelta di Cattelan, dall’altra quella di Stefano Bombardieri, entrambe artisticamente e concettualmente ineccepibili, al di là del fatto che le si possa o meno considerare opere d’arte, ma materialmente diverse.

Questo ci porta ad un’altra opera, per l'esattezza A Thousand Years di Damien Hirst, dove lo scontro tra l’artista è chi ha a cuore il rispetto degli animali raggiunge l’apice.

Damien Hirst, - A Thousand Years

La struttura consiste in una teca di vetro e acciaio di grandi dimensioni divisa al centro da una lastra in plexiglas forata, da una parte vi è una scatola contenente delle larve di mosca, dall’altra la testa di una mucca appena acquistata, e ancora abbondantemente grondante di sangue, da un mattatoio (Hirst si difende sostenendo che la mucca non è stata soppressa apposta ma che la testa sarebbe stata gettata come rifiuto organico) le larve si trasformano in mosche che a loro volta si dirigono verso la carcassa sanguinolenta (la testa è reale, il sangue no in quanto acqua zuccherata e colorata di rosso, per rendere l'effetto più duraturo).

Ma la cosa che ha fatto infuriare gli animalisti è il fatto che sopra la testa era posizionata una lampada anti zanzare che uccideva sistematicamente le mosche accorse verso la carne in decomposizione.

Riepilogando, tre modi di esprimere un pensiero artistico, in tutti e tre i casi emerge un concetto sicuramente profondo, tutti partono dalla stessa idea ma utilizzando metodi differenti.

Se vogliamo evitare di fare del falso moralismo e limitare un’immancabile ipocrisia dovremmo constatare che nel nostro quotidiano non ci comportiamo molto meglio, è sicuramente il caso di sottolineare le storture di queste opere d’arte (tali per ciò che esprimono) senza eccedere in false indignazioni.

Pur apprezzando tutti e tre gli artisti citati non posso non provare un certo fastidio per le opere di Cattelan e Hirst, la domanda che mi faccio è: si potevano “costruire” diversamente queste opere?

Per quanto riguarda Novecento di Cattelan sicuramente si, infatti Bombardieri lo ha fatto, riguardo a Hirst è il discorso è più complesso, la testa era uno scarto di macelleria (anche le larve delle mosche erano destinate alla pesca ma stranamente nessuno ha alcunché da eccepire, nonostante la si possa affiancare alla caccia) ma l’eliminazione sistematica delle mosche per un futile motivo non è accettabile, questo ci porta a più profondi ragionamenti, qual è il limite che possiamo raggiungere? Forse il vero significato di queste opere è questo: Il limite è abbondantemente superato? sarebbe forse il caso di prenderne coscienza e fare un passo indietro?

Partendo dalle puerili domande che in molti si fanno davanti al cavallo di Cattelan ho cercato di andare oltre, porci ulteriori domande che alla fine ci portano alla conoscenza dei nostri lati oscuri.


venerdì 5 maggio 2023

La fiera delle banalità. Nel tempo effimero dei social la moltiplicazione dell'ovvietà.

Nel 2019, a Miami all’interno di Art Basel, Maurizio Cattelan espone Comedian, l’opera consiste in una banana (vera) fissata alla parete con un pezzo di nastro adesivo grigio, l’interesse si è immediatamente “alzato”, al punto che un anonimo collezionista sborsa la ragguardevole cifra di 120 mila dollari per accaparrarsela, l’opera verrà poi donata dal misterioso filantropo al Guggenheim di New York.




Il geniale artista veneto ha al suo attivo moltissime opere che sono diventate icone rappresentative dell’arte contemporanea, Comedian è forse quella meno originale e, se non fosse per il titolo che ne ribalta il concetto, quella più banale.

Ma da un’opera che pecca di originalità non possono che nascere situazioni ancor meno uniche, banali appunto.

Sempre durante Art Basel del 2019 un artista, David Atuna, non si sa quanto spontaneamente, stacca la banana, la sbuccia e la mangia, nulla di eclatante ma è la giustificazione ad essere quantomeno interessante: “Amo il lavoro di Maurizio Cattelan e adoro questa installazione. È deliziosa”.

La frase di Atuna è sicuramente la cosa più sensata di tutta la messa in scena, resta il fatto che tutto questo è servito per dare all’opera una fama internazionale che va oltre ogni aspettativa.

Ma la fiera delle banalità era solo agli albori, a distanza di quattro anni a Seul, nelle sale del Leeum Museum of Art, all’interno di “WE”, personale dedicata a Cattelan, troviamo esposta la discussa opera. Uno studente coreano, in cerca del warholiano quarto d’ora di celebrità o tanto ignorante da non sapere che quello che stava facendo era già stato fatto, stacca la banana e la mangia, la giustificazione è puerile e tutt’altro che illuminata: “Ho saltato la colazione e avevo fame”.

Se davanti ad un gesto scontato, che è una patetica copia di qualcosa di già visto, aggiungiamo una frase che è una via di mezzo tra il ridicolo e lo squallido a quale risultato giungiamo?

Il risultato sono gli articoli che appaiono su tutte le testate online del mondo, naturalmente quelle del nostro paese non possono mancare là dove c’è il nulla da esaltare, infatti, a parte qualche sito artisticamente serio, è partita la celebrazione del “gesto di ribellione”, ribellione a cosa non è dato sapere.

L’opera di Cattelan Comedian (il titolo ne è la chiave di lettura) si era già proposto come una forma di ribellione al mercato dell’arte (anche se ne fa parte a tutti gli effetti) questa puerile sceneggiata non è altro che la spasmodica ricerca di “visualizzazioni” di qualcuno che, senza arte ne parte, non ha nulla da offrire, questo gesto potrebbe essere paragonato ad un “imbrattamento” di una tela famosa fatto per protesta verso il sistema, in questo caso non ci sono danni (Cattelan ha anticipato tutti quattro anni orsono dichiarando che per mantenere viva l’opera si devono sostituire periodicamente nastro e banana) e in fondo non c’è null’altro

venerdì 20 gennaio 2023

Quali sono le "basi" dell'arte?

Maurizio Cattelan sostiene di non saper dipingere, di non saper disegnare o scolpire, solo il vuoto riesce a dargli le idee.

E’ sufficiente?

Maurizio Cattelan - Untitled, 2001


Istintivamente potremmo rispondere con una negazione, se un artista non ha le competenze tecniche per “creare” arte non dovrebbe essere considerato un artista.

Ma, perché c’è sempre un ma, dobbiamo per forza prendere in considerazione l’idea, nel caso di Cattelan le idee nascono quando non ci sono imput esterni, quando appunto ci si trova circondati dal vuoto.

È difficile estraniarsi completamente da ciò che ci circonda, riuscire in questa impresa e dare vita a concetti artistici nuovi, rivoluzionari, è sinonimo di grande arte, saper trasformare l’idea in qualcosa di tangibile è a sua volta un’impresa tutt’altro che semplice.

C’è un altro passo da compiere, se non sappiamo dipingere, scolpire, disegnare, se non siamo in grado di costruire materialmente alcunché ma abbiamo nella testa un’idea dobbiamo rivolgerci ad altri per poterla realizzare.

Il concetto che sta alla base dell’opera d’arte è ben chiaro nella testa dell’artista ma se è difficile metterla in pratica per chi ne ha le capacità è ancora più complicato trasmettere l’idea stessa a qualcun altro, far capire cosa si vuole realizzare, e farlo seguendo un preciso percorso mentale, è di una difficoltà estrema.

A questo punto, pur avendo la classica idea geniale ma in assenza di capacità manuali il talento dell’artista emerge nella capacità di convogliare il proprio pensiero nell’altro, in chi realizzerà la propria visione.

Alla domanda posta all’inizio ho praticamente dato una mia risposta che non vuole essere la risposta ma solo un’interpretazione, ad ognuno la libertà di esprimere la propria ma soprattutto il piacere, per chi lo trova piacevole, di cercare una via d’uscita (o d’entrata).

 

sabato 4 dicembre 2021

Pause di riflessione prima della tempesta ... artistica.

“Non si può stare fermi su un punto per tutta la vita, a volte la scelta di non agire è più importante della scelta di fare qualcosa, è il momento di prendersi una pausa.

Poi arriva il giorno che la scelta di fare qualcosa è più importante della scelta del non fare niente … e cosi ricomincio”


Queste parole sono la sintesi del pensiero di Maurizio Cattelan, artista, tutt’altro che prolifico, che ha dato vita alle proprie opere solo quando riteneva di avere qualcosa da dire, mettendo su un piatto della bilancia l’idea artistica spinta dalla necessità di creare, e sull’altro piatto l’altrettanto importante bisogno di astenersi da ogni “lavoro”.

Il “peso” dei due concetti fondamentali variava di volta in volta e Cattelan agisce a seconda della forza scaturita dai concetti stessi.

Per questo motivo possono passare anni tra un’opera e la successiva, andando controcorrente rispetto alla convinzione che un artista non deve mai interrompere il filo conduttore della propria arte.

Questo tempo naturalmente non scorre inutilmente, le idee prendono forma e l’artista milanese ne organizza ogni piccola sfumatura, nulla è lasciato al caso, anche le polemiche, che puntualmente nascono ad ogni apparizione, sono cavalcate ad arte, spesso è proprio Cattelan a dare vita a queste ultime e non necessariamente interviene a cercare di moderarle.

Quale sia l’approccio di ognuno di noi alle opere del discusso artista padovano è innegabile che difficilmente possiamo passare oltre senza notarle, al di là dell’aspetto esteriore è il messaggio che ne emerge ad essere interessante, questo ci riporta alla frase iniziale, se ciò che si crea parte da un’idea, che può evolvere o addirittura generarsi durante la “creazione”, è su quest’idea che ci dobbiamo soffermare.

L’opera in questione, dal titolo enigmatico Bibidibobidiboo del 1996, è surreale da un lato ma al contempo è quanto mai “realistica” e attuale.

Sono passati venticinque anni dalla realizzazione ma l’opprimente sensazione di abbandono, di solitudine, investe lo spettatore, quali siano i motivi che hanno spinto l’animale al suicidio (questo appare ad un primo sguardo ma non è la sola interpretazione) non è dato saperlo, l’idea ci porta in una direzione, ognuno di noi trae le personali conclusioni.

Anche in questo caso le discussioni alla prima apparizione sono state molte e feroci (non che in seguito sia cambiato granché) ma il messaggio è passato con forza, la costruzione di un’opera come questa, e del suo concetto, necessitano di tempo, ecco il perché delle “pause”.

domenica 7 marzo 2021

La crescita esponenziale del parassitismo "artistico"

E’ risaputo che quando non si sa fare nulla ci si appropria delle idee altrui.

Nella notte tra il 4 e il 5 marzo un certo Ivan ha applicato dello smalto fucsia al dito medio della scultura di Maurizio Cattelan “L.O.V.E.” situata in piazza Affari a Milano.

Il presunto artista ha motivato il gesto dedicandolo alle donne in vista della “Giornata internazionale della donna”.

Naturalmente, in un paese dove il parassitismo è la norma, l’operazione è stata accolta da numerosi consensi, in particolare dal movimento femminista (sembra che il geniale (????) artista lo abbia dedicato proprio a loro) “Non una di meno” che si distingue per la lodevole e giusta causa femminile ma anche per qualche deturpamento di troppo.

Ma il punto che più mi interessa è quello artistico, è curioso che Cattelan venga sistematicamente criticato per i suoi lavori per poi vedere i suoi detrattori esaltare “artisticamente” chi ne deturpa le opere (esempio lampante la famosa banana appesa al muro con del nastro che venne definita una pagliacciata mentre chi l’ha strappata dal suo contesto e mangiata è stato definito un artista).

E ’incredibile che chiunque cerchi di realizzare qualcosa di nuovo (che poi possa piacere o meno è un'altra cosa) venga sistematicamente stroncato, mentre chiunque, e sottolineo chiunque, si dedichi alla, parziale o totale, distruzione dei lavori altrui venga incensato come se si trattasse di un geniale visionario.

Il degrado odierno si evidenzia anche con queste situazioni, ci si attacca al “politicamente corretto” (vera piaga di questi anni) per poter fare ciò che si vuole, in particolare danneggiando il lavoro, materiale e concettuale altrui.

PS. A dimostrazione del livello tecnico (perché quello di concetto è inesistente) del suddetto Ivan basta guardare la cura con cui ha steso lo smalto.

sabato 20 giugno 2020

Provocazione e realismo, Maurizio Cattelan

Autore:   Maurizio Cattelan

(Padova, 1960) 

Titolo dell’opera: L.O.V.E - 2010 

Tecnica: Scultura in marmo di Carrara

Dimensioni: 460 cm. (a cui vanno aggiunti 640 cm. del piedistallo) 

Ubicazione attuale:  Piazza degli Affari, Milano





Opera che lascia infinite opzioni interpretative, inequivocabile il “simbolo” derivante dal dito medio alzato (da qui il nome con cui l’opera è conosciuta “Il Dito”) ma aperti a svariate letture altri particolari come il titolo (l’acronimo L.O.V.E. sta per Libertà, Odio, Vendetta, Eternità) o il fatto che le altre quattro dita sono mozzate.

La mano aperta quasi a rappresentare il saluto romano vede erose dal tempo tutte le dita eccetto il medio, l’accostamento tra il saluto romano e il palazzo di Mezzanotte, costruzione architettonica del ventennio, vanno di pari passo.

Siamo davanti alla sede della Finanza italiana, centro nevralgico dei destini economici del paese, luogo vissuto tutt’altro che con favore dai comuni cittadini.

Una versione, mai confermata dall’artista padovano, vuole la scultura come una critica al mondo della finanza, un mondo dove pochi decidono il destino di molti, ma c’è un particolare che può sfuggire allo sguardo superficiale e spesso infastidito, la direzione del dorso della mano, se guardiamo con attenzione notiamo che l’invito irriguardoso è rivolto alla città e non al centro degli “affari”.

Cattelan, come detto, non ha mai confermato o smentito qualsiasi ipotesi lasciando totale libertà interpretativa.

Le indicazioni del titolo sono vaghe e in conflitto tra loro, odio, vendetta, libertà ed eternità, oltre ad amore, ci conducono su sentieri a doppio senso di marcia, difficile scegliere una specifica direzione.

Per quanto possa sembrare una semplice e banale provocazione l’opera ha il potere di smuovere le acque e quasi obbligare l’osservatore a reagire, come spesso capita ai lavori dell’artista veneto la prima reazione della gente non è mai positiva, si va dall’insulto alla derisione, ma se ci fermiamo a riflettere ci accorgiamo che al di là dei gusti estetici (che troppo spesso sono l’unico canone di riferimento limitandone la lettura) l’opera ha molto da “raccontare”.



sabato 7 dicembre 2019

Ai posteri l'ardua sentenza.

S’intitola “Commedian” ed è esposta all’interno dell’importante fiera d’arte contemporanea “Art Basel Miami Beach”.


Naturalmente in molti avranno sentito parlare in questi giorni dell’ultima realizzazione di Maurizio Cattelan, una banana attaccata al muro con un pezzo di nastro adesivo argentato (definirlo grigio fa meno “artistico”).

C’è chi la definisce opera d’arte concettuale, chi un ritorno al ready-made duchampiano, chi una provocazione o una semplice boutade esibita per fare rumore e, perché no, smuovere un po’ di denaro.

Non sarò certo io a dare un giudizio, mi voglio solo soffermare sulla motivazione dello stesso artista che vuole invitare “il pubblico a riflettere sul concetto di valore delle opere d’arte, e soprattutto sul modo in cui noi diamo valore agli oggetti”.

Se il motivo di Cattelan è quello di smascherare il controverso mercato dell’arte e le sue contorte “visioni” indirizzate verso il facile e cospicuo guadagno, è difficile pensare che abbia centrato il punto riuscendo al tempo stesso ad essere credibile.

Non voglio denigrare la scelta, in fondo è un’idea che può avere un lato interessante ma che sa di “già visto”.

Oltre al già citato ready-made che ci porta indietro di un secolo abbondante, Cattelan propone il frutto che fece epoca con Andy Warhol e la copertina dell’album dei Velvet Underground nel, ormai lontano, 1967.

Naturalmente non possiamo dare un’interpretazione “artistica” basandoci su quanto hanno sborsato i collezionisti (120 mila dollari) ma possiamo cercare un significato più o meno nascosto.

Una cosa è certa, è presto per ogni conclusione, eviterei i facili entusiasmi e al contempo ogni accenno di stroncatura, anche in questo caso sarà il tempo a dare un giudizio più equilibrato, sempre che il frutto dell'amore resista fino ad allora.

sabato 23 giugno 2018

Arte e provocazione. Maurizio Cattelan

Arte provocatoria o provocazione artistica?

La storia dell’arte è piena di sperimentazioni provocatorie in particolare l’arte del 900 che ha il suo culmine in artisti come Duchamp o Manzoni ma, mentre questi ultimi inseriscono, più o meno nascosti, dei messaggi di denuncia legata a ciò che gira intorno al mondo dell’arte stessa,  Maurizio Cattelan va oltre o quantomeno "altrove".

I famosi “Tre bambini impiccati” sono un esempio delle performance-sculture che l’artista ha ha realizzato negli anni, la scultura in questione  viene esposta pubblicamente in Piazza XXIV maggio a Milano.



Siamo nel 2004 e come naturale reazione ad una qualsiasi provocazione ha scatenato un vespaio (un uomo nel tentativo di rimuovere l’opera è caduto ed è stato ricoverato in ospedale a dimostrazione che troppo spesso si agisce d’istinto senza cercare di capire il perché di una qualsiasi situazione).

Certo l’impatto è stato tutt’altro che “leggero”, vedere tre "manichini" che rappresentano altrettanti bambini pendere impiccati da una albero (in questo caso si tratta di una quercia e anche la scelta dell'albero non è del tutto casuale) non può lasciare indifferenti, cercare per forza un significato immediato è comunque complicato cosi come è sconsigliato limitarsi a dare un giudizio puramente estetico senza fermarsi a riflettere sul motivo di tale “scultura”, non tanto sul significato voluto dall’autore quanto sull’impressione che ne ha l’osservatore.

Approfondendo la “visualizzazione” i corpi appesi e le corde che li sostengono vengono messi in secondo piano dallo sguardo dei tre bambini, infatti non si nota alcun segno di sofferenza ma i volti rimandano un ammonimento accusatorio, come a puntare il dito verso il mondo degli adulti che hanno un “impatto” negativo verso il mondo infantile e giovanile.

Troppo spesso si cerca nel bambino una crescita precoce soffocando l'innocenza tipica di quell'età, una crescita forzata che "uccide" prematuramente l'infanzia e tutto ciò che essa rappresenta.

E' curioso che uno dei bambini abbia i lineamenti del viso dello stesso Cattelan, facendo del bambino una figura "adulta" una seppur lieve somiglianza con l’artista veneto che mette in risalto quella che è una crescita forzatamente prematura e che al contempo permette all'artista di stare in equilibrio tra il mondo adolescenziale e quello pseudo-maturo degli adulti.