Siamo a Berlino, più precisamente al Museo Ebraico, l’architetto Daniel Libeskind, che ha progettato l’edificio ha voluto inserire quelli che conosciamo come gli “Spazi vuoti della memoria” dove il significato si fa ampio, dove racconta le molte sfaccettature dell’integrazione mai accettata degli ebrei in Germania in particolare e nel mondo in generale.
Questi spazi vuoti simboleggiano l’assenza della cultura ebraica nella società tedesca, un vuoto che si fa inquietante e assordante alla luce di ciò che è successo.
In uno
di questi vuoti , l’unico in cui si possa entrare, prende vita Shalechet, l’opera di Menashe Kadishman,
diecimila dischi in metallo che raffigurano altrettanti volti dalle espressioni
diverse.
Camminando in questo angusto e claustrofobico luogo, calpestando i volti metallici, si entra in una dimensione dove è l’angoscia a prevalere, il suono (o frastuono) che si leva diventa quasi insopportabile, al rumore metallico si aggiunge il significato simbolico che attivando le coscienze spesso spinge i visitatori a cercare una via di fuga, ma per raggiungere l’uscita si deve camminare ulteriormente sul pavimento che nel frattempo sostituisce i volti metallici con i volti delle innumerevoli vittime della Shoah ma anche di tutte le guerre che continuano ad esistere.
Premetto
che la mia rappresentazione non è basata su una visita personale ma su una
ricerca delle reazioni emozionali dei moltissimi visitatori che sono entrati in
contatto con l’opera. Da una parte non mi permette di esprimere un punto di
vista legato all’esperienza diretta, dall’altra posso vedere l’insieme,
cercando, dove possibile, un quadro più ampio e più lucido.
Se
tutti fossimo in grado di fermarci ogni tanto a riflettere su quello che è
stato avremmo risolto tutti i nostri problemi, non ripetere gli errori e
sfruttandoli per innovare vivremmo in un mondo completamente diverso.