“In realtà Hopper è semplicemente un cattivo pittore, ma se fosse un pittore migliore, probabilmente non sarebbe un artista cosi grande”.
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Edward Hopper – Gas, 1940 – Olio su tela cm 66,7 x 102,2 – The Museum of Modern Art (MoMA) New York |
Questa
frase, apparentemente paradossale, di Clement Greenberg, mi spinge all’ennesima
riflessione: è sempre più evidente che non tutti quelli che dipingono si
possono definire pittori, a maggior ragione sono pochi i pittori che si possono
definire artisti.
L’illusoria semplicità, un “disordine” tecnico o una cromia “sporca”, o al contrario, la
complessità descrittiva, una tecnica inappuntabile o una pulizia assoluta, non
sono un parametro sufficiente per considerare o meno “artista” chi si dedica
alla pittura.
L’artista
è colui che “dice” quello che fino ad allora nessuno aveva nemmeno pensato.
Hopper
sicuramente non è un cattivo pittore (come sostiene provocatoriamente
Greenberg) ma non possiamo nemmeno definirlo un’eccellenza tecnica, Hopper è un
artista che tramite la pittura ha “detto” qualcosa che fino ad allora nessuno
aveva pensato di fare.
Ha
raccontato l’animo umano come nessuno aveva fatto fino ad allora, ne ha mostrato le
debolezze, ha dato volto alla solitudine, ha descritto la “strada” della
modernità dal punto di vista delle emozioni o della limitazione delle stesse.
Se
il pittore americano è riuscito ad entrare negli occhi e nel cuore di
moltissimi appassionati d’arte non è per la sua tecnica pittorica ma per la
capacità di comunicare, attraverso le sue opere, con l’osservatore in cerca di
sé stesso, grazie ad un linguaggio solo apparentemente semplice ma estremamente
efficace.