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mercoledì 10 aprile 2024

L'eterogeneo universo dell'arte (al di là dei riferimenti personali)

“In realtà Hopper è semplicemente un cattivo pittore, ma se fosse un pittore migliore, probabilmente non sarebbe un artista cosi grande”.


Edward Hopper – Gas, 1940 – Olio su tela cm 66,7 x 102,2 – The Museum of Modern Art (MoMA) New York 

Questa frase, apparentemente paradossale, di Clement Greenberg, mi spinge all’ennesima riflessione: è sempre più evidente che non tutti quelli che dipingono si possono definire pittori, a maggior ragione sono pochi i pittori che si possono definire artisti.

L’illusoria semplicità, un “disordine” tecnico o una cromia “sporca”, o al contrario, la complessità descrittiva, una tecnica inappuntabile o una pulizia assoluta, non sono un parametro sufficiente per considerare o meno “artista” chi si dedica alla pittura.

L’artista è colui che “dice” quello che fino ad allora nessuno aveva nemmeno pensato.

Hopper sicuramente non è un cattivo pittore (come sostiene provocatoriamente Greenberg) ma non possiamo nemmeno definirlo un’eccellenza tecnica, Hopper è un artista che tramite la pittura ha “detto” qualcosa che fino ad allora nessuno aveva pensato di fare.

Ha raccontato l’animo umano come nessuno aveva fatto fino ad allora, ne ha mostrato le debolezze, ha dato volto alla solitudine, ha descritto la “strada” della modernità dal punto di vista delle emozioni o della limitazione delle stesse.

Se il pittore americano è riuscito ad entrare negli occhi e nel cuore di moltissimi appassionati d’arte non è per la sua tecnica pittorica ma per la capacità di comunicare, attraverso le sue opere, con l’osservatore in cerca di sé stesso, grazie ad un linguaggio solo apparentemente semplice ma estremamente efficace.

 

sabato 25 settembre 2021

L'abbandono, il congedo, l'addio. Edward Hopper

      

Edward Hopper – Two comedians (Due attori) 1966

Olio su tela - cm 73,7 x 101,6

Collezione privata


Universalmente riconosciuto come testamento pittorico dell’artista americano questo dipinto rivela l’idea artistica di Hopper permettendoci di uscire definitivamente dal fraintendimento che la sua pittura ha causato.

La conferma di una lettura quantomeno superficiale è venuta con gli avvenimenti di quest’ultimo anno e mezzo dove le città deserte sono state “accostate” alle opere di Hopper.

Non solo non ha mai confermato la teoria della “solitudine” nei suoi dipinti ma ha spesso ribadito il contrario, la rappresentazione dell’essenziale, l’unicità soggettiva più importante della “moltitudine che inevitabilmente soffoca l’individualità.

Two comedians, ultimo lavoro del pittore americano che morì l’anno dopo, è l’epilogo di una vita dedicata all’arte, un’esistenza che, grazie alla pittura, ha tracciato un sentiero che altri hanno cercato di percorrere cadendo però nella trappola della malinconica solitudine.

I due attori sul palco si accingono a salutare il pubblico, a ringraziare chi ha partecipato alla commedia, i volti dei personaggi sono quelli di Hopper e della amata Jo, vestiti da pierrot, un omaggio alla commedia dell’arte, svelano quella che è stata la loro vita artistica: recitazione.

La struttura del dipinto è semplice, lo sfondo scuro, anonimo, da risalto alle due figure che salutano la platea, il verde laterale costituisce l’allestimento scenografico, le due linee orizzontale e verticale delimitano il palco.

L’attore-Edward si rivolge al pubblico presentando l’attrice-Jo, riconoscendone i meriti maggiori nella riuscita dello spettacolo, al contempo lei, quasi intimidita si approccia al proscenio timidamente come se temesse di togliere spazio al compagno.

L’intimo atteggiamento della donna è l’ennesima  rappresentazione della concezione artistica di Hopper, l’essenziale che si distingue dalle masse, l’unicità e la grandezza del singolo che emerge nel silenzio.


sabato 25 aprile 2020

Nel titolo la lettura di un'opera, Edward Hopper


Autore:   Hedward Hopper
(Nyack, 1882 – Manhattan, 1967)

Titolo dell’opera: Domenica mattina presto (Mattina presto) 1930

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 89 cm x 50 cm

Ubicazione attuale:  Whithney Museum of America Art, New York






Il titolo è la chiave di lettura di quest’opera (e di quasi tutte le opere di Hopper) spesso infatti i titoli sono modificati in seguito o addirittura ricreati, il pittore americano non dava troppo peso al “nome” del dipinto e in questo caso ha ignorato il fatto che arbitrariamente qualcuno ne abbia cambiato il senso.

La lettura di questo quadro cambia completamente in base a quale titolo prendiamo in considerazione, se “Mattina presto” o solo “Mattina”, come decise lo stesso Hopper, o “Domenica mattina presto”, titolo definitivo deciso da altri.

La città deserta, lo scorcio di una via silente e immobile dove non c’è traccia dell’essere umano, tutto illuminato dal primo sole mattutino, i negozi chiusi cosi come le finestre  al piano superiore, in attesa che la comunità prenda vita.
Ma la differenza nell’interpretazione dell’opera la fa quel “Domenica” che costituisce un bivio di non poca importanza.

Il titolo unanimemente conosciuto, ma che non è parte integrante del quadro, ci dice che siamo immersi in una scena mattutina domenicale, tutto e tutti dormono, la frenesia dei giorni feriali lascia il posto al riposo del fine settimana.

Questa “visione” d’insieme rischia però di essere scontata, banale, scene come questa sono usuali ovunque, difficile pensare che Hopper si sia fermato a questo.

Togliendo “Domenica” e considerando che l’artista non l’aveva presa in considerazione, ecco che la scena muta, è un giorno qualunque, i raggi obliqui del sole ci confermano che è presto, ma se aggiungiamo il concetto caro ad Hopper, ne esce una ricostruzione fedele della situazione “umana” nel bel mezzo della grande depressione.

La luce, i colori, niente ci porta ad immaginare una stato “depressivo” ma l’assenza di ogni attività umana, considerando che siamo in città, e contestualizzando il dipinto, siamo portati a prendere quella strada.

Vero è che il pittore newyorkese ha realizzato le sue opere, raccontando il suo mondo, con intenti che non sempre hanno combaciato con l’interpretazione postuma. L'artista viene dunque idealizzato dalla critica, dal mercato e dal pubblico, vedendo in Hopper il cantore della solitudine umana ci siamo immersi in una dimensione artistica che probabilmente non è quella originale.

Ad un secolo di distanza dobbiamo ancora comprendere la profondità del lavoro di uno dei più importanti artisti americani.

sabato 17 agosto 2019

Un posto al sole, Edward Hopper


Autore:   Edward Hopper
(new York, 1882 – new York, 1967)

Titolo dell’opera: Gente al sole - 1960

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 102,5 cm x 153,5 cm

Ubicazione attuale:  Smithsonian Istitution, Washinghton






Tutte le persone presenti nel quadro sono posizionate in un angolo a sinistra, il resto del dipinto è appannaggio della luce del sole.

Gli amanti del calore solare sono seduti adoranti e immobili ad assaporarne il raggiante beneficio, solo la figura più a sinistra, pur non rinunciando al bagno di calore si distrae leggendo un libro.

Tutti sono completamente vestiti, immobili e in assoluto silenzio, l’immobilità ed il silenzio sono le caratteristiche peculiari di tutta l’opera.

Come in quasi tutti i dipinti che Hopper realizza negli ultimi anni della carriera artistica è la luce del sole riflessa sui muri delle case, sulla gente o sul paesaggio,  ad essere la protagonista.

L’apparente tranquillità, i campi che si estendono davanti alla casa e le montagne sullo sfondo non riescono a dare un senso di serenità ma al contrario trasmettono una vaga inquietudine dovuta forse alla solitudine che traspare dal dipinto.

Il tema della solitudine umana all’interno della società, città sovraffollate dove il senso di isolamento viene acuito, dove l'incomunicabilità prende il sopravvento nonostante l'aumento quotidiano della densità umana, questo tema è ricorrente nei lavori di Hopper ed anche in questo caso non si può non constatare la presenza di un “muro” apparentemente invisibile, che divide gli uni dagli altri.