Visualizzazione post con etichetta Magritte Renè. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Magritte Renè. Mostra tutti i post

domenica 21 aprile 2024

La direzione dello sguardo

"Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo sentendoci parte del firmamento, ora invece lo abbassiamo preoccupati di far parte del mare di fango".

(da Interstellar)

 

René Magritte – I misteri dell’orizzonte, 1955 – Olio su tela cm 50 x 65 

Quando pensiamo al film di Nolan, Interstellar appunto, andiamo con la memoria al pianeta di Man e alle sue gigantesche onde, al tempo che scorre lentamente nei pressi di un buco nero rispetto a ciò che succede sulla terra, pensiamo a Gargantua, forse la più realistica rappresentazione dei giganteschi Black Hole.

Ma è proprio la frase sopra citata che rivela il “limite” umano, sia nel film che nella nostra quotidiana realtà.

Cooper esclama quelle parole dopo che l’insegnante della figlia stigmatizzava il fatto che la giovane ragazza sostenesse la tesi della veridicità dell’allunaggio del programma Apollo.

L’insegnate sostiene che le missioni sono state una finzione atta a mettere in crisi l’Unione Sovietica, e denuncia il fatto che la ragazza si azzuffasse con i compagni per: “questa assurdità dell’Apollo”.

Queste assurdità, una teoria che ha molti seguaci oggigiorno, e che, se stiamo all’esito raccontato nel film, non ci condurranno molto lontano.

Tornando alla frase iniziale, non possiamo non accorgerci che stiamo abbassando sempre più la testa, sono pochi quelli che hanno ancora il coraggio di guardare in alto, o forse sembrano pochi perché lo fanno in silenzio, in contrapposizione dei cultori del nulla che non fanno altro che urlare.


giovedì 25 maggio 2023

Ma non lo abbiamo ancora capito.

“Mi hanno rimproverato abbastanza! Eppure, puoi riempirmi la pipa? No perché è solo una rappresentazione. Se sotto il mio quadro avessi scritto “Questa è una pipa” avrei mentito”.

In sintesi bastano queste parole di René Magritte per fare luce su uno dei dipinti più illuminanti del novecento.

René Magritte  - Il tradimento delle immagini, 1928-29 - Olio su tela cm 63,5 x 93,9 - Los Angeles Country Museum of Art (LACMA) 


Certo oggi il concetto dell’artista belga è assimilato ma non si può certo dire lo stesso per le reazioni di quasi un secolo fa, questa dunque non poteva non essere una pipa in quanto era ciò che si vedeva.

L’opera, erroneamente conosciuta con il titolo “Questa non è una pipa” svela il suo intento con il titolo reale, quello dato dal suo autore, è proprio in quel “Il tradimento delle immagini” che si snoda la narrazione dell’idea dell’opera, l’immagine è solo una rappresentazione della realtà, non la realtà stessa.

La fotografia, in continua evoluzione in quegli anni,  aveva la pretesa, e ce l’ha tutt’ora, di mostrare ciò che è reale (per l’esattezza questa pretesa è più dei media di informazione in quanto i fotografi sostengono esattamente il contrario) Magritte ci dice il contrario, fa una netta distinzione tra l’oggetto e la sua rappresentazione (frase che risulta inflazionata dalle parodie della critica d’arte ma che è il fondamento dell’arte stessa).

Quante volte davanti ad un dipinto di un paesaggio o di una qualsiasi rappresentazione realistica tendiamo a concepirli come qualcosa di tangibile anziché una rappresentazione degli stessi?

Con questa semplice tela Magritte chiarisce un fatto che con una semplice riflessione è chiarissimo, la realtà è diversa dalla sua rappresentazione.

Il dipinto senza il titolo e, soprattutto, senza la scritta in basso, non è certo memorabile, è dipinta una pipa, cosa che qualsiasi buon pittore è in grado di fare, se però lo prendiamo nel suo insieme, nella sua completezza, tutto cambia, uno dei capolavori del pittore belga sta proprio in quelle parole e in ciò che rappresentano.

sabato 7 aprile 2018

Il percorso naturale, da Manet a Magritte, con uno sguardo al passato.


L’ipotetico inizio nel 1869 la naturale conclusione nel 1950, Magritte rilegge la celeberrima opera di Manet proiettandola nel “quotidiano”, la costante presenza della morte, un epilogo naturale nel percorso “vitale”.

da sinistra: Edouard Manet – Il balcone, 1868-69. Olio su tela cm 170 x 124. Musée d’Orsay Parigi
René Magritte – Il balcone di Manet, 1950. Olio su tela cm 81 x 60. Museum voor Schone Kunsten, Gand

Manet, seguendo un percorso differente rispetto ai canoni cari agli impressionisti, presenta un ritratto “classico” che segue un’indicazione “modernista”.

Pur allontanandosi dai dettami accademici non si abbandona alla ricerca del colore ma insiste sul contrasto tra il bianco ed il nero, questa interpretazione cromatica conferisce una forza di rara intensità ai protagonisti che prendono pienamente possesso della scena.

Le due donne in primo piano catturano l’attenzione ma anche l’uomo dietro di loro, nonostante l’abito scuro, si erge a protagonista. Solo la quarta figura alle loro spalle si perde nel buio dello sfondo, sarà proprio Magritte, ottant’anni dopo, ad avvicinare i quattro personaggi.

Il pittore belga rielabora il ritratto sul balcone, a distanza di molti anni i quattro personaggi vengono sostituiti da altrettante bare.

Fisicamente non ci sono più, resta il loro ricordo, unico segno del loro passaggio e ineluttabile simbolo della precarietà della vita.

Lo sfondo è lo stesso, le suppellettili e le cornici sono ancora al loro posto cosi come il vaso e la sedia, il fiore azzurro viene sostituito da uno bianco, naturalmente il balcone è lo stesso con le persiane aperte e l’identica ringhiera.

A parte il fiore non vi è altra traccia di vita, è scomparso il cagnolino e restano appunto le bare a simboleggiare il tempo passato che non c’è più.

Surreale e, apparentemente, assurda la lettura di Magritte che, se approfondita, si ammanta dell’unica sostanziale verità nell’effimero percorso umano.


La struttura delle opere di Manet e Magrit inevitabilmente crea un collegamento diretto tra le due tele ma non possiamo ignorare l'influenza che ha avuto sul pittore francese l’opera di Francisco Goya “Majas al balcone”.

Il dipinto di Goya ha ispirato sicuramente Manet, le due figure femminili in primo piano, la sedia sulla quale siede la donna a sinistra e la ringhiera, sono fedelmente riportati sulla tela da Manet stesso, i personaggi maschili invece, nell'opera dello spagnolo, sono più sfuggenti, cercano di celarsi nell'ombra, al contrario l'artista parigino mette in posa l’uomo alle spalle delle giovani fanciulle.


Il quadro di Goya è servito come fonte d'ispirazione per Manet mentre Magrit ha rielaborato i dipinti dando agli stessi un’impronta irreale e al contempo realisticamente "futura".

Qui sopra:
Francisco Goya - Majas al balcone, 1808-14. Olio su tela cm. 195 x 125,5. Metropolitan Museum of Art, New York

lunedì 30 ottobre 2017

La percezione oltre il "reale", René Magritte.


Autore:   René Magritte
 (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967)
 
Titolo dell’opera: Le relazioni pericolose – 1936
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 72 cm x 64 cm
 
Ubicazione attuale:  Collezione privata.





Una donna nuda tiene tra le mani uno specchio rivolto verso l’osservatore, ma invece di riflettere l’immagine dello spettatore riproduce il lato nascosto della donna.

Ma è lo specchio stesso a nascondere il corpo della protagonista, senza il quale non mostrerebbe comunque la scena riflessa.

Magritte ci mostra le due facce, due visioni differenti del corpo femminile, quella apparentemente diretta che viene parzialmente celata, e quella immaginaria riflessa appunto dallo specchio.

La donna vista di fronte si nasconde dietro il “paravento” sicura di nascondersi da sguardi indiscreti, la giovane riflessa dallo specchio cerca di coprirsi con le mani nonostante venga ripresa di spalle.

Ma il pittore belga vuole andare ben oltre il visibile, vuole dimostrare l’infedeltà dello specchio che non fa altro che mostrarci una rappresentazione di un’altra rappresentazione anche se siamo convinti che riproduca la realtà, realtà che cessa di essere tale nell’istante stesso che viene emulata.

L’immagine diviene surreale partendo dall’illusione di realtà, le due figure si differenziano per dimensione ma soprattutto perché ci raccontano scene diverse, anche se tra l’osservatore e lo specchio non vi è traccia di presenze femminili.

L’occhio vede la donna coperta dallo specchio e immagina riflessa la parte nascosta della donna stessa illudendosi di avere un pieno controllo della “visione” senza accorgersi che in fondo altro non è che un’illusione.

venerdì 27 maggio 2016

La "giovinezza", René Magritte.


Autore:   René Magritte

Titolo dell’opera:   Jeunesse (Giovinezza) – 1924

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 50,5 cm x 41 cm

Ubicazione attuale:   Berkeley Art Museum, Berkeley.





Il “futurismo” magrittiano, un modo poco ortodosso di approcciarsi ad un movimento conosciuto attraverso le riproduzioni più che per contatti diretti.

In quest’opera traspare un percorso che attraversa il cubismo e sfocia nell’astrattismo, ma non è esente dalle peculiarità del pensiero artistico di Magritte.

La poesia si respira ad ogni tratto, ogni pennellata ci trasmette una sensazione piacevole, solo la figura della giovane donna è riconoscibile, tutto il resto viene lasciato all’immaginazione e forse sono i tumultuosi pensieri della ragazza che ruotano vorticosamente attorno alla stessa.

Sensualità, fascino innocente e passione mistica, tutto ci appare chiaro e confuso allo stesso tempo, ma una cosa rimane impressa, un’aura di benessere che illumina la scena e che ci conduce per mano nei ricordi giovanili dove tutto appare possibile e affascinante.

venerdì 3 luglio 2015

L'impero delle luci, Renè Magritte.


Autore:   Renè Magritte

Titolo dell’opera: L’impero delle luci – 1953-54

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 195,4 cm x 131,2 cm

Ubicazione attuale:  Peggy Guggenheim Collection, Venezia.







«Nell' "Impero delle luci" ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia».

(Renè Magritte)


Difficile aggiungere altro alle parole del pittore francese, se non l’incredibile effetto che l’insieme della notte e del giorno creano agli occhi dell’osservatore.

In primo piano un laghetto antistante una casa illuminata dalla tenue luce di un lampione, due finestre con le persiane aperte mostrano l’interno illuminato mentre fuori il buio avvolge parzialmente il maestoso albero posto davanti alla casa e il boschetto dietro l’abitazione.

Spicca il contrasto tra questo scorcio notturno è il cielo azzurro cosparso di leggere nuvole bianche, è evidente che il paesaggio sullo sfondo è diurno anche se il confine non appare definito soprattutto al primo sguardo.

L’artista fonde le due sensazioni: più positiva quasi radiosa quella dovuta alla luminosità del sole che si contrappone al sentimento di turbamento e angoscia che quasi naturalmente è associato all’oscurità.

Quella descritta qui è una delle quattro versioni della serie “L’impero delle luci”, una è precedente realizzata nel 1950 e conservata nel Museum of Modern Art di New York, l’altra è esposta al Musèe Royaux des Beaux-Arts in Belgio ed è datata 1954, la quarta è realizzata nel 1967 e fa parte di una collezione privata.

Magritte fa suo il metodo conosciuto come ossimoro, cioè l’utilizzo di una figura retorica che mostra nello stesso istante due concetti opposti, la costruzione dell’opera raffigura la tipica composizione dei sogni, dove il sogno stesso rappresenta l’essenza dell’animo umano.