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sabato 11 giugno 2022

Doppio negativo, la visione "positiva" dell'arte

Non si tratta certamente di un’opera che cattura lo sguardo dello spettatore che, più o meno casualmente, capita da quelle parti (ancora più ostica se si considera la visione per immagini).



Tra il 1969 e il 1970, Michael Heizer, realizza nel deserto del Nevada la sua opera più nota, Doppio negativo: due lunghi solchi profondi 15 metri scavati con le ruspe come a formare due canyon artificiali in asse tra loro e solcati nel mezzo dal declivio naturale del terreno.

Uno degli esponenti più importanti della “Land art” o “Earth art”, corrente artistica che si pone l’obbiettivo di portare l’arte fuori dalle gallerie e utilizzare la terra come “tela” sulla quale “dipingere” le proprie emozioni.

Double Negative è stato anche accostato ad una ipotetica “architettura del paesaggio” dove il paesaggio è in sintonia con l’opera realizzata, ma fondamentalmente non si tratta di un lavoro inserito in uno scenario, è la scena stessa che viene plasmata, la lavorazione dello spazio ne implica un cambiamento, l’obbiettivo di Heizer è però, probabilmente, un altro, in una zona praticamente deserta, da vita al vuoto, all’assenza di materia laddove c’è solo materia.

Resta il dubbio se siano i due solchi l’essenza dell’opera o se gli stessi solchi ne siano solamente la cornice.

Doppio Negativo è la coppia di “assenze materiali”, dove la doppia negazione annulla la negazione stessa proiettandone l'opposto, ma potrebbe fungere da amplificatore per tutto quello che sta attorno ai canyon artificiali.

La risposta ufficiale è la prima ma non possiamo escludere a priori la seconda ipotesi.

Dopo più di mezzo secolo anche le indicazioni dell'autore, sempre se riusciamo a trovarle (in mezzo a dichiarazioni difficilmente autenticabili) non hanno più la valenza che potevano avere allora, il tempo la collocazione temporale ha preso possesso del concetto dell'opera, plasmandone il pensiero, o venendo plasmato a sua volta, fino a cadere nell'oblio.


sabato 16 maggio 2020

Inseguendo la perfezione, Walter De Maria

The Lightning Field è un’opera dell’artista californiano Walter De Maria.
Siamo di fronte ad un’installazione che crea un ponte ideale tra la Land Art e l’arte concettuale.


De Maria, nel 1977, dopo cinque anni di studio del territorio, passati a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti, decide di installare la sua gigantesca opera nel deserto del New Mexico.

In un’area di circa tre chilometri quadrati ha conficcato nel terreno 400 pali metallici dalla sommità appuntita, ordinati come in una griglia attirano e moltiplicano i fulmini dando vita ad uno spettacolo straordinario.

Qui si chiude l'aspetto vicino alla Land Art e inizia un percorso intimamente concettuale che rende l’opera più complessa, sia da apprezzare che da capire.


La logica suggerirebbe la scelta di un luogo dove si concentrano le formazioni temporalesche dando così la possibilità a più persone di osservare dal vivo lo spettacolo.

De Maria invece ribalta questo concetto, sceglie un sito dove i temporali sono molto rari, permette le visite solo da maggio a ottobre, inoltre sono pochi i posti disponibili che si sommano alle enormi difficoltà logistiche che scoraggiano spesso i visitatori.

La domanda che ci possiamo porre è: perché rendere quasi impossibile la “visione” invece di facilitarla?

Penso che questa sia la differenza che distingue l’opera d’arte da un’attrazione turistica fine a sé stessa, un campo di fulmini situato in una zona ricca di temporali sarebbe più sensata se ci si limitasse ad ammirare lo spettacolo “pirotecnico”.

De Maria inserisce nell’opera l’aspetto dell’attesa, la sensazione che in qualsiasi momento l’opera giunga a compimento ma senza escludere il fatto che nulla possa accadere.

L'installazione se concepita fondamentalmente per essere vista ha bisogno del temporale per ottenere il massimo risultato, ma l'opera, profondamente di concetto, necessita che niente accada per completarsi, per raggiungere l'obbiettivo.

sabato 22 giugno 2019

La memoria, fondamento di una cultura evoluta, Alberto Burri


Autore:   Alberto Burri
(Città di Castello1915 – Nizza, 1995)

Titolo dell’opera: Grande cretto (Cretto di Gibellina) – 1984-89, 2015

Tecnica: Cemento su terreno

Dimensioni: cm 160 x cm 35000 x cm 28000 ca.

Ubicazione attuale:  Gibellina

Opera di Land Art che mette in risalto la storia e l’abbandono di una cittadina, la scomparsa delle radici e l’oblio della propria cultura.


Gibellina Vecchia  (Gibellina Nuova è il nome del centro ricostruito venti chilometri più a valle) era un comune di circa seimila abitanti che venne spazzato via dal terribile terremoto del 1968 che colpì la valle del Belice.

La cittadina si trovò al centro del sisma e la distruzione fu totale, all’inizio si pensò alla ricostruzione in loco ma in seguito si decise di erigere il paese più a valle, vicino all’autostrada allora in costruzione.

L’idea di non abbandonare definitivamente il vecchio luogo venne all’allora sindaco di Gibellina Ludovico Corrao che volle erigere un monumento artistico a memoria di ciò che era Gibellina e ciò che ne resta dopo il sisma.

Tra i molti artisti che accorsero, senza chiedere alcun compenso, la scelta cadde su Alberto Burri che ebbe l’intuizione di erigere su vasta scala un soggetto che aveva già proposto su quadri di differenti dimensioni.

Il cretto in pittura è una screpolatura che si crea sulla superficie causata dalla diminuzione di elasticità dei materiali, un segno del trascorrere del tempo.

Burri vuole cosi coprire, come una lapide, i resti del centro abitato, il cemento viene “scalfito” riproponendo le vecchie vie del paese, infatti chi si reca a Gibellina Vecchia può ripercorrere le antiche strade, la dove c’erano le case ora troviamo degli enormi sudari di cemento che attribuiscono una forte solennità al luogo.

La costruzione dell’opera si è svolta in due periodi, dal 1985 al 1989 ne venne eseguita una parte, dopo una lunga interruzione, durata fino al 2015, si decise di completarla nell’occasione del centenario della nascita dell’artista  umbro.