Diego Velázquez – Venere Rokeby o Venere allo specchio, 1650. Olio su tela - cm 122,5 x 175
The National Gallery, Londra
Senza dubbio uno
dei nudi più sensuali, più eleganti e più enigmatici della storia dell’arte,
sicuramente uno dei più azzardati, infatti è l’unico superstite dei tre dipinti
di questo genere realizzati da Diego Velázquez, al tempo era particolarmente
rischioso raffigurare un corpo senza veli, meglio non farsi nemici all’interno
della Chiesa Cattolica spagnola che non li vedeva di buon occhio.
Sono moltissimi i
particolari che rendono questo dipinto un capolavoro assoluto, opera che ha
avuto anche un “aiuto” mediatico dal vandalo di turno, che se da un lato ha
rischiato di comprometterlo definitivamente dall’altro ne ha aumentato la fama
(ne parlerò più avanti).
Naturalmente le
sinuose curve della Venere balzano all’occhio, la protagonista è sicuramente
lei, da sottolineare il contrasto tra l’incarnato della donna e il grigio del
lenzuolo che l’accoglie, Velázquez crea un “conflitto” cromatico perfetto,
anche se da studi approfonditi sembra che il telo sia stato all’origine di un
viola scuro, scolorito nel tempo.
Venere è sdraiata
sul letto e si guarda allo specchio, quest’ultimo è sorretto dal figlio Cupido,
ma in fondo sono supposizioni in quanto mancano i simboli che caratterizzano i
personaggi.
Della Dea non si
scorgono alcuni degli oggetti che l’accompagnano nelle infinite realizzazioni
artistiche, conchiglie e delfini, le rose, il mirto, nulla ci dice che si
tratti di Venere, il titolo (idea dell’autore?) ci da questa indicazione ma non
c’è altro.
Lo stesso Cupido
non porta la faretra e l’arco con cui scocca le frecce “dell’amore”, ha le ali,
è un fanciullo, potrebbe essere chiunque, anche qui lo storytelling ha il
sopravvento, molto più probabilmente è l’escamotage del pittore per superare la
censura “ecclesiastica”.
Lo specchio, che
cattura l’attenzione solo in seguito, è si l’emblema ormai consueto della
cosiddetta “vanitas”, ci ricorda quanto sia effimera la vita e ancor più breve
la bellezza fisica, la prestanza della gioventù, ma se stiamo parlando di una
dea questo non dovrebbe avere alcuna valenza.
La donna ammira il proprio riflesso? L’angolatura ci dice di no, il volto, sfocato, indistinguibile, che fa pensare ad una donna precisa volutamente inserita nel dipinto dal committente ( Gaspar de Guzmán, Conte di Olivares, primo ministro di Ferdinando IV e uno dei politici più potenti del tempo) è visibile solo dalla posizione dell’osservatore, Venere dunque guarda nello specchio per vedere la reazione di noi spettatori, è più verosimile che chi ha commissionato il quadro volesse vedere negli occhi la donna ritratta di schiena.
Il nome Rokeby, che
appare nel titolo (il che conferma che non è stato l’autore a dargli un nome) è
dovuto al fatto che il quadro facesse parte della collezione Morritt a Rokeby
Park in Inghilterra.
Torno brevemente all’atto vandalico a cui ho accennato poco fa, nel 1914 una suffragetta, tale Mary Richardson, “accoltellò” ripetutamente la tela per protesta conto il governo, colpevole di aver arrestato una delle leader del movimento. Il dipinto, seppur gravemente danneggiato, è tornato al suo originale splendore grazie ad una laboriosa opera di restauro. Questo fatto naturalmente fece molto scalpore e rese quest’opera, non che ne avesse bisogno, ancora più celebre.