Metzinger ha sempre
legato le sue esperienze creative a quello che lui stesso definiva il “creatore”
del cubismo, Cezanne.
E’ evidente in
questo dipinto la presenza dell’artista provenzale, le bagnanti di Cezanne si
reincarnano in quelle di Metzinger pur isolate in un angolo rispetto alla
struttura del quadro.
Anche Griss e
Picasso, ma soprattutto Braque, “entrano”, più o meno in punta di piedi, nell’immaginario
cubista di Metzinger, che riesce comunque, nonostante le numerose ed importanti
“citazioni” a costruire un suo stile che unisce i resti del post-impressionismo
alla visione più moderna.
L’opera parte da un
punto fermo ossia il titolo, le bagnati sono il centro ideale della
rappresentazione ma il contesto rurale è limitato ad un’area ristretta attorno
alle due figure.
Salendo con lo
sguardo gli alberi si fanno più imponenti ma al centro si apre uno squarcio che
ci permette di osservare, pur con una sensazione di estrema tranquillità,
qualcosa che va oltre l’essenza naturale del paesaggio, una struttura simile ad
un ponte ferroviario appare imperiosa dietro le chiome degli alberi, viene
spontaneo pensare al progresso tecnologico che si mostra, all’inizio con
cautelama che inevitabilmente prenderà
il sopravvento, sotto una nuova luce.
«Fedele al principio della”regola che corregge
l'emozione”, la pittura di Braque è la più rigorosarielaborazione e messa a punto dei mezzi espressivi
della pittura tradizionale;una nuova
poetica raggiunta attraverso il progressivo affinarsi del mestierepittorico; un artigianato di altissima elezione,
infine, tutto affidato all'alchimiadei
colori e delle forme».
«Il suoatteggiamento [riferito a Picasso] è a priori
rivoluzionario,estremista ... sa di
avere in mano uno strumentoterribile, il
disegno, che disintegra l'oggetto erestituisce
la forma nuda della coscienza; e nondella
coscienza in astratto, ma della coscienza inquell'attimo in cui disintegra e distrugge l'oggetto»
E riguardo al cubismo nel suo insieme Argan sottolinea: «Il
suo assunto è rivoluzionario, ma non eversivo: respinge il principio
dell’imitazione e nega il valore e l’autorità della natura come realtà
rivelata, ma proprio perciò esalta
la creatività dell’arte e indaga e valorizza tutti i processi attraverso i
quali nel corso della storia questa creatività si è realizzata: linea, forma,
colore, ecc.»
Il noto storico Giulio Carlo Argan continua cosi: «non è
l’antico che serve da guida all’arte moderna, ma l’arte moderna che costituisce l’esperienza formale senza la
quale non è possibile intendere, o rendere attuale nella coscienza o porre come
un problema, l’arte antica».
Argan dunque riversa sul “cubismo” una responsabilità ed un’importanza
infinite, ne fa la chiave per comprendere l’arte antica e lo promuove a
fondamento per quella futura.
Ma è difficile pensare che solo Picasso e Braque possano
essere annoverati tra i padri di questo “pensiero artistico” Cezanne prima e
Griss poi sono un altro punto di contatto, il primo come vero pioniere del
cubismo, il secondo come il “continuatore”, l’appendice futura di
un’espressione cubista nella sua purezza nonostante i mutamenti dell’avvenuta
modernità.
(nell'immagine: George Braque - Case a L'Estaque, 1908. Olio su tela. Rupf Foundation, Berna)
Tipico di Redon anche questo dipinto lascia molti spazi
interpretativi, le forme ed i colori si prestano a letture multiple, la
profondità espressiva e l’intima essenza dell’insieme rende l’opera di grande
impatto spirituale.
Il piccolo formato, l’intensità del blu e lo sfondo quasi
interamente dorato fa pensare ad una riproduzione carica di misticismo, quasi
ad un’icona.
L’aspetto ultraterreno prende il sopravvento, il tema legato
ad una concezione religiosa lo è altrettanto ma è difficile orientarsi con
facilità, il profilo femminile può rimandare alla Vergine Maria ma l’atmosfera
creata dal gioco di luci fa pensare al buddismo o al misticismo indiano.
Tra le molteplici “visioni” molto interessante quella che
sottolinea l’essere visionario insito nell’artista in quanto tale, l’artista
vede ciò che non si può vedere con gli occhi di un comune osservatore, tale
“veggente” è rappresentato in questo quadro che ne sottolinea l’aspetto
solitario, chi vede oltre viaggia da solo in una dimensione dove tutto è
impalpabile, una ricerca interiore che sfocia nell’astrazione dei sentimenti.
(Münchenbuchsee, 18 dicembre 1879 –
Muralto, 29 giugno 1940)
Titolo
dell’opera: Castello e sole - 1928
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni:
50 cm x 59 cm
Ubicazione attuale: Collezione privata
Paul Klee racconta nel suo “ Castello e sole” un ideale città dove il
castello diviene il simbolo di una grandezza arcaica che torna a rivivere
nell’immaginario.
Opera che rimanda le influenze culturali e stilistiche dei viaggi che il
pittore svizzero intraprende tra il 1914 e il 1926.
Il primo in Tunisia che rivela una visione dell’esistenza del tutto nuova
per Klee ed il secondo, dodici anni dopo, in Italia dove prende coscienza di un
contesto artistico e paesaggistico che non può prescindere dalle contaminazioni
rinascimentali.
Castello e sole dunque è l’insieme di culture e sensazioni, i colori
intensi che fanno riferimento al mondo arabo e le forme che ci postano vicino
ai mosaici che Klee ha ammirato a Ravenna.
Non possiamo comunque ignorare l’intimo pensiero artistico dello stesso
artista, una visione oggettiva che viene rielaborata e si trasforma in un
concetto quasi astratto dove è l’osservatore ad immergersi per poi riemergere
con un’idea del tutto personale (pur contaminata dalle informazioni che
inevitabilmente l’artista lascia emergere).
La forma e la conseguente immagine che ne scaturisce, fa parte di una
riflessione interiore, oltre che di una sperimentazione concettuale e di stile,
sulle forme geometriche inserite in alte forme simili, il risultato è un ibrido
che, nonostante vada verso una parziale astrazione, lascia ampio spazio ad un
realismo nemmeno troppo celato.
Autore: Antonello da Messina (Antonio di Giovanni de
Antonio)
(Messina, 1430 –
Messina, 1479)
Titolo
dell’opera: Pietà (Cristo in pietà e un angelo) – 1476-78
Tecnica: Olio su tavola
Dimensioni:
74 cm x 51 cm
Ubicazione attuale: Museo del Prado,Madrid
Opera realizzata
negli ultimi anni di vita dell’artista che torna nella città natale dopo un
lungo peregrinare tra le infinite "sfumature" artistiche della penisola italica.
Pietà è senza dubbio, con l’Annunciata
di Palermo, l’apice di un percorso artistico che fa di Antonello da Messina il
più importante pittore siciliano del suo tempo e uno dei più grandi nella
storia dell’arte italiana.
Intensa e
profondamente emozionante la scena, sospesa nel tempo, mostra l’istante
prima della deposizione di Gesù nel sepolcro.
Nessuna scrittura
racconta ciò che vediamo ma possiamo pensare che l’istantanea sia bloccata nel
momento in cui gli amici e famigliari di Gesù, dopo averlo tolto dalla croce si
accingono a seppellirlo.
Tutte le persone
che solitamente vediamo nelle scene che rappresentano la deposizione
svaniscono, rimane il corpo del Cristo morto sorretto da un angelo.
Il Salvatore è
seduto, la bocca aperta, il volto stravolto dalla sofferenza e dalla fatica,
il tutto ci da la sensazione che la morte non sia effettivamente sopraggiunta,
tanto che dalla ferita al costato sgorga ancora del sangue.
L’incarnato però ci
dice altro, il colorito di Gesù contrasta con quello dell’angelo ed è proprio
quest’ultimo che irrompe prepotentemente nella scena.
Le copiose lacrime
che solcano il viso angelico evidenziano le emozioni, tristezza, sgomento e
rassegnazione che vengono emanate dalla bellezza naturale e candida
dell’angelo. Naturalmente è improbabile che l'angelo pianga la morte di Gesù, in quanto entità "divina" conosce l'epilogo che porta alla resurrezione, l'angelo stesso sembra sfinito dalle sofferenze del Cristo e si lascia andare ad un pianto liberatorio sapendo che finalmente la "notte" sta volgendo al termine e si annuncia un'alba luminosa.
Non sfugge
all’osservatore il gioco cromatico delle ali, autentica prova di talento
assoluto.
Dietro i
protagonisti del quadro si apre un paesaggio che sembra diviso idealmente dal
muro cadente sulla destra, infatti proprio dietro alle due figure il terreno è
brullo e cosparso di detriti e resti umani, anche i primi alberi sono spogli. La
morte è sovrana assoluta.
In secondo piano
fino allo sfondo la vita sembra riprendere o continuare, gli alberi dal verde
intenso ci accompagnano fino al centro abitato che sembra godere di ottima
salute.
Il paesaggio in
lontananza richiama la resurrezione in risposta alla morte che sembra prendere
il sopravvento nel breve termine ma che nel tempo cede inesorabilmente il passo
ad una gioiosa rinascita.
(Maiderich,
4 gennaio 1881 – Berlino, 25 marzo 1919)
Titolo
dell’opera: Il caduto – 1915-16
Tecnica: Bronzo
Dimensioni:
78 cm x 239 cm x 83 cm
Ubicazione attuale: Staatsgalerie Modern Kunst, Monaco
Dal 1910 al 1914,
anno in cui venne richiamato in patria causa l’inizio della guerra, Lehmbruk
ebbe l’occasione di conoscere e frequentare artisti come Matisse, Modigliani e
Archipenko, ma è l’incontro con Costantin Brancusi che ne indirizza l’ideale
artistico.
Nel 1915 presta
servizio in un ospedale da campo, negli anni del conflitto realizza alcune
opere e fra queste c’è “Il caduto” emblema della discesa morale e fisica dell’umanità
in guerra.
La scultura mette
in evidenza la fine delle energie fisiche e mentali dei tanti giovani
fagocitati dalla follia bellica.
Il corpo allungato
che sprigiona le ultime energie ala ricerca dell’ultimo respiro, l'estremo tentativo di risollevarsi.
La figura scarna e
senza forze è in procinto di cedere definitivamente nonostante gli sforzi, il
movimento di braccia e gambe permettono solo di strisciare, simbolo assoluto
della fine della dignità umana.
Ma c’è un punto di
vista che non dev’essere trascurato, l’uomo è allo stremo delle forze ma non è
ancora definitivamente sconfitto, la posizione del corpo sembra formare un
ponte, un passaggio, un messaggio di speranza, il sacrificio di molti uomini e
donne può servire per trasportare l’umanità al di la dell’orrore, scavalcare la
mostruosità ideologica della guerra e raggiungere cosi una terra di pace.
Il Giudizio
Universale di Michelangelo Buonarroti è un’opera di infinita grandezza nel suo
insieme e al contempo è una fonte inesauribile di particolari, simbologie più
o meno nascoste che estrapolano dalla “narrazione ultima” infiniti spunti.
In
questo caso mi voglio concentrare sul gruppo in basso al centro appena sopra
gli scenari futuri del paradiso e dell’inferno.Siamo
di fronte agli angeli cosiddetti tubicini, angeli con le trombe che annunciano
la fine dei tempi, il suono richiama i vivi ed i morti alle loro
responsabilità. Dovranno presentarsi al cospetto di Gesù che deciderà la
destinazione delle anime in base al comportamento terreno.
Adagiati
sulle nuvole troviamo due angeli che
tengono tra le mani due libri aperti, ma non sono rivolti verso chi li apre ma
verso il basso.
I libri
sono di dimensioni differenti, a destra un grande volume guarda verso l’inferno,
il libro è grande perché grandi sono i peccati dell’uomo, grande perché sono
molti i peccatori.
A
sinistra il piccolo libro è rivolto verso il paradiso, naturalmente le
dimensioni riflettono il numero limitato di meriti e delle virtù dell’umanità.
In questo punto risiede l'inizio della “lettura” di questo capolavoro, la base di partenza di un racconto pittorico che va oltre l'infinita e meravigliosa presenza scenica, il giudizio si apre con la chiamata e
con la presentazione della condotta, più o meno meritoria,tenuta nei giorni di vita terrena.
Nel 2008 il
cantautore lariano pubblica, all’interno dell’album “Pica”, la ballata folk “La
terza onda”.
Metafora dei
desideri più intimi dell’uomo, una toccante “espressione” del sentimento
atavico della ricerca di se stessi attraverso il viaggio.
Davide Van de
Sfroos, pseudonimo di Davide Bernasconi, porta nel nome d’arte il desiderio di
andare dove non è concesso dalle nostre stesse convinzioni (de Sfroos sta per “andare
di frodo”, non legato al significato di “caccia di frodo” ma nel senso più
intimo di ricerca di strade al di fuori dei dettami comuni)
Lo stesso cantante racconta
la simbologia delle tre onde, la prima l’onda che spinge al largo, la voglia di
partire alla ricerca di qualcosa che riempia il vuoto che le abitudini
quotidiane inevitabilmente lasciano, una spinta verso l’ignoto, verso qualcosa
di nuovo.
La seconda è l’onda
che spinge verso la riva, quella che ci indirizza verso il ritorno a casa
quando si fa sempre più pressante la nostalgia delle persone o dei luoghi che
abbiamo lasciato.
Ma protagonista del
brano è la terza onda, l’onda che aspettiamo, quella che, superati
gli ostacoli delle precedenti, rivela il nostro essere, la terza onda è quella
definitiva, è il futuro non svelato ma forse già scritto o da scrivere, è
quella che ti fa sentire vivo, quella che da un senso alla vita che, come le onde reali e non metaforiche, sale e scende continuamente ma che nonostante tutto non si ferma mai.
Per chi non ha
familiarità con il dialetto “laghee” (dialetto del lago di Como) propongo una
traduzione che naturalmente fatica a “sposarsi” con la melodia
(nell'immagine: Ivan Aivazovsky - Ship on Stormy Seas Giclee. part.)
La terza onda
Barca tocca la riva, sfrega la punta e gratta la spiaggia
Terra, terra arrabbiata che si lamenta per ogni mio passo,
Troppa, troppa la notte che ho trascorso sull’acqua
fantasma,
Terra, terra bastarda che sposerà il vento per soffiarmi
negli occhi
Onda, lama spezzata, labbra di dama e lingua di frusta
Onda, che accarezza, onda che rovista e mescola i riflessi
Onda, mano che mi prende e mi porta fino a casa mia,
Onda, onda seconda che mi spinge ancora in mezzo al lago
Vita, vita da fiocina, vita infilzata di punta sul fondo
Vita, vita mulagna che gira la ruota e tira la corda
Terra, terra che aspetta ogni spazzatura che il lago porta
a riva
Terra che ogni mattina con la stessa espressione aspetta
anche me
E sono qui ad aspettare la terza onda e sono qui per
vedere come sarà
E sono pronto a baciare la terza onda e sono pronto a
prendere tutti i suoi schiaffi
Donna, donna sbagliata, rosa tagliata e poi gettata via,
Donna, donna di terra rosa che non era la mia
Rosa che ti punge e intanto che punge ti lascia il
profumo,
Donna che impara dall’onda a ricordarti che eri un uomo
Rema, rema via il mondo fin dove l’acqua non ha più
memoria,
Scappa da quella corda che gira e che gira e ti lega al
pontile,
Onda, onda bugiarda, prima ti spinge e poi ti spruzza
Aria di carta vetrata che sfrega e che sfrega per farti
tornare indietro
Vita che si incastra e che è disegnata a lisca di pesce,
Vita che scivola verso quel luogo dove hai voglia di
essere,
Onda che ti porta fino all’altra sponda
Per farti sentire più forte la voglia di tornare a casa