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giovedì 11 giugno 2026

Aprire gli occhi e ascoltare

“Aprire gli occhi e ascoltare”, è l’invito di Jacopo Veneziani a chi si pone davanti ad un dipinto di Piet Mondrian.

Piet Mondrian – New York City, 1942 – Olio su tela, cm 119,3 x 114,2 – Centre Pompidou, Parigi


Il suggerimento è quanto mai prezioso per quest’opera New York City” del 1942.

“È la New York che mi apparve dalla nave”, sono le prole dello stesso Mondrian che ci spiega la sua visione dello schema urbanistico della grande mela.

Le linee che si sovrappongono ricalcano la viabilità di Manhattan, i colori si accavallano, il giallo in primo piano, il rosso in quello intermedio, il blu in lontananza, con questa struttura si crea la profondità prospettica ed emerge il flusso incessante della vita della città statunitense.

La griglia è composta dai soli colori primari, tanto cari al pittore olandese, la differenza con i dipinti precedenti sta nell’assenza del nero, una mancanza tutt’altro che secondaria, nella visione di Mondrian le “tenebre” europee vengono sostituite dalla luce del nuovo mondo, una nuova possibilità di rinascita.

Come dobbiamo dunque comportarci di fronte ad un lavoro apparentemente incomprensibile? Le parole di Veneziani ci vengono in soccorso, aprire lo sguardo oltre le nostre abitudini, osservare al di là dell’osservabile, ma non basta, a quel punto dobbiamo iniziare ad ascoltare, solo in questo modo possiamo percepire l’essenza di un’opera che è semplice e al contempo terribilmente complicata.

sabato 30 maggio 2026

Muro contro muro

Qualche anno fa avevo parlato di Piss Christ un’opera del fotografo Andres Serrano (ne ho parlato qui) che dal lontano 1987 suscita infinite polemiche.



Torno su questo lavoro partendo dall’anno di esposizione al pubblico passando dal 2011 fino alle recenti, immancabili, proteste che emergono ad ogni esposizione della fotografia.

Per chi non conoscesse l’opera in questione, e non avesse tempo e/o voglia di andare al post indicato dal link, si tratta di un crocifisso di plastica immerso nelle urine dello stesso artista, il tutto immortalato in quella che possiamo definire una delle opere più discusse di sempre.

Nel 2011, nella galleria d’arte di Y. Lambert ad Avignone nel sud della Francia, viene esposta l’opera incriminata, tre uomini si presentano all’ingresso armati di martelli e cacciaviti (o punteruoli da ghiaccio) minacciano gli addetti all’ingresso e si dirigono verso lo scatto di Serrano, con il martello rompono la protezione in plexiglass e con il cacciavite si accaniscono sull’opera.

I tre fanno parte di un gruppo di un migliaio di cristiani che i giorni precedenti hanno protestato per la presenza della fotografia nella galleria.

Perché ne accenno dopo tanti anni dall’accaduto? Poco tempo fa ho letto un articolo sulle continue proteste che la fotografia scatena e mi ha colpito una delle tante dichiarazioni dei malcontenti “dovevano bruciarla nel 2011, non solo danneggiarla”.

Questo ci fa capire quanto l’assenza di equilibrio possa fare danni immensi, quanto l’istinto impedisce anche un minimo ragionamento al punto che non si presta attenzione al punto di vista di chi vede le cose in modo differente da noi.

Innanzitutto è curioso che qualcuno si augurasse la distruzione della fotografia invece del solo sfregio, infatti quella che circola dopo quel 2011 è una nuova foto, non si tratta di un dipinto unico, di una scultura difficile da replicare, è una fotografia, il negativo permette continue repliche.

Già questo fa capire l’assenza di riflessione, ma è la mancanza di ricerca di comprensione del messaggio di Serrano che ci accompagna in questo, e in molti altri, frangenti.

L’arte del novecento ha spesso scatenato autentiche rivolte, in tutti i casi dietro la protesta c’è un’ideologia che non permette il confronto, ideologia che non dovrebbe esistere in un contesto come quello artistico.

Serrano, essendo ancora tra noi, da quarant’anni ci spiega cosa volesse rappresentare con quell’opera, se nei lontani anni ottanta erano in pochi a voler ascoltare l’opinione altrui cosa possiamo aspettarci oggi dove anche quei pochi sono introvabili?

mercoledì 20 maggio 2026

In nostro sguardo è unico?

Quest’immagine potrebbe capovolgere l'ordine nella percezione artistica di ciò che vediamo.

Immagine dal web

La fotografia racconta di una visitatrice davanti ad una creazione di Warhol al Tate Modern di Londra.

A questo punto la protagonista è l’opera del padre della pop-art o la donna seduta al centro, il dipinto di Warhol o lo scatto dell’anonimo fotografo?

Senza dubbio è la fotografia l’opera in questione, ma cosa voleva rappresentare chi l’ha scattata? Non l’opera di Warhol ma la donna di spalle che osserva il dipinto.

La narrazione dunque è lineare e immediata, di “artistico”, come viene concepito questo vocabolo, non c’è nulla, si tratta solo di raccontare un istante.

Ma se fotografo un dipinto, escludendo tutto ciò che lo circonda ecco che la fotografia si trasforma e cede il posto d’onore all’opera raffigurata, non è più un racconto di un dipinto ma è il dipinto stesso (almeno cosi è percepito) basti pensare alle visite virtuali dei più importanti musei.

Qualcuno dirà che si tratta di dettagli di poca importanza, e probabilmente ha ragione nel sostenere questa ipotesi, ma d’altro canto perché fermarsi all’ovvio privandoci del piacere dell’approfondimento, anche se apparentemente inutile?

In sostanza, quello che vediamo è uguale per tutti (al netto dell’approccio di ognuno) o è la stessa base di partenza ad essere diversa?

Se davanti ad una riproduzione di un celebre (o anche sconosciuto, non è questo il punto) dipinto alcuni sostengono che si tratti di una rappresentazione del quadro ma l’opera è la fotografia mentre altri possono riferirsi direttamente al dipinto, entrambi vedono la stessa cosa? La percezione cambia a seconda della visione di partenza?

domenica 10 maggio 2026

Il tempo si è fermato?

“Un edificio grande, grandissimo, piccolo o medio diviso in varie stanze. Alle pareti tele piccole, grandi, medie. Spesso, migliaia di tele.

Pinacoteca di Brera, Milano - Salone napoleonico

Su di esse il colore ha riprodotto frammenti di “natura”: animali in luce e in ombra che bevono acqua, che stanno vicine all’acqua, sdraiati nell’erba; accanto ad essi una Crocifissione dipinta da un artista che non crede in Cristo, fiori, figure sedute o in piedi o in movimento, spesso nude, molte donne nude (spesso viste di scorcio di schiena) mele e vassoi d’argento, il ritratto dell’eminenza grigia N., un tramonto, una signora in rosa, un volo d’anatre, il ritratto della baronessa X., vitelli all’ombra con macchie abbaglianti di sole, il ritratto di sua eccellenza Y.

Tutto è accuratamente riprodotto in catalogo: i nomi degli artisti, i titoli dei quadri.

La gente tiene in mano i cataloghi, li sfoglia, legge i nomi passando da una tela all’altra. Poi se ne va, povera o ricca com’era venuta, ed è subito riassorbita dai suoi interessi che non hanno niente a che fare con l’arte.

Perché è venuta?

[…] l’armonia d’insieme è la strada che conduce all’opera d’arte. Eppure quest’opera viene osservata  con sguardi freddi e indifferenti.

I conoscitori ammirano la fattura e gustano la pittura […] La grande massa gira per le sale e trova le tele “carine” e “meravigliose”, chi poteva parlare non ha detto nulla, chi poteva sentire non ha udito nulla …”

Se, in questo “passaggio” tratto da Lo spirituale nell’arte di Vassilij Kandinskij del 1910, aggiungiamo le contemporanee audio guide in sostituzione (o in aggiunta) ai cataloghi, possiamo tranquillamente pensare che sia stato scritto in questi giorni.

Di tempo ne è trascorso parecchio ma nessuno se n’è accorto.

 

 

giovedì 30 aprile 2026

Da dove arrivano le idee (breve concetto d'artista)

 

Meret Oppenheim – Capelli rossi corpo blu, 1936 – Olio su tela cm 80,2 x 80,3 – MoMA (Museum of Modern Art) New York

“Le idee nascono da qualche parte nel mondo, nella mente degli uomini, si formano e crescono.

Poi gli uomini muoiono, le idee si liberano e continuano a circolare nelle atmosfere su altri pianeti.”

Meret Oppenheim



martedì 21 aprile 2026

La natura è un'opera d'arte?

La natura non è in grado di produrre opere d’arte, quelle sono appannaggio del genere umano, la natura va oltre, crea dal nulla la bellezza, ogni istante è unico e irripetibile, ogni momento è l’espressione suprema della luce, l’essenza assoluta dell’irraggiungibile.

Foto by Camilla Roggeri - Okanagan Falls, Canada

Perché allora davanti ad un tramonto, ad un paesaggio montano, alle limpide acque di un atollo tropicale, ci lasciamo andare alla fatidica frase: “è un’opera d’arte”?

La risposta è nel fatto che si considera arte tutto ciò che istintivamente ci piace, quella bellezza estetica che ci fa stare bene nell’immediato.

A confermare tutto questo è la repulsione che molti provano davanti ad opere che non hanno lo stesso effetto immediato, quei dipinti o sculture che si scontrano con il comune concetto di “bello” al punto che non vengono considerate opere d’arte, anzi.

La bellezza è si soggettiva ma in fondo definire tale una qualsiasi cosa è difficile e spesso va a scontrarsi con il punto di vista altrui.

È bello solo quello che ci piace o una cosa è bella anche se per noi non lo è? E poi l’opera d’arte è solo quello che consideriamo bello o è arte anche ciò che apparentemente non ha nulla che si allinei al nostro personale canone di bellezza?

Ma la domanda principale è un’altra, può essere bello qualcosa di “brutto”?

Una giornata uggiosa è comunemente definita brutta, un paesaggio sotto la pioggia può essere definito bello, la fotografia o il dipinto di tale paesaggio possono essere definiti opere d’arte, nonostante il paesaggio stesso, da alcuni punti di vista, non lo sia.

La natura è affascinante, ci piace o ci disturba, è comunque meravigliosa, un dipinto è ipnotizzante o sconcertante, ci piace o lo detestiamo, è comunque opera d’arte, almeno partendo dai dati che abbiamo elencato, cosa non lo sia … beato (o dannato) chi ha la risposta.

Spoiler: io non ce l’ho (per quanto questa informazione possa avere un valore).

venerdì 10 aprile 2026

L'evoluzione come innalzamento culturale

L’arte moderna è colta quanto quella antica, forse lo è ancora di più, l’arte contemporanea è invece condannata alla cultura”.

Anselm Kiefer – Osiride e Iside, 1985-87, Tecnica mista su tela cm 379,7 x 561,3 – Museum of Modern Art, San Francisco


Questo pensiero di Massimo Cacciari può apparire esageratamente forzato ma se l’esperienza è un valore imprescindibile e l’approccio filosofico all’arte permette un’evoluzione della stessa è innegabile che ciò che raccoglie le “contaminazioni” del passato ha una visione più “completa” nel presente.

Abbiamo la convinzione, non si sa bene su cosa si basi, che il passato sia migliore del presente che a sua volta sarà meglio del futuro, non si capisce come questo può essere vero anche solo per ciò che rappresenta nell’evoluzione naturale delle cose.

Tutto ciò che viene dopo è la somma di ciò che è venuto prima con l’aggiunta di nuove idee, com'è possibile dunque che la somma di più idee sia peggio di una singola idea per giunta antiquata?

Qualcuno obietterà che l’evoluzione dell’arte ci ha portati ad una degenerazione della stessa, ma come possiamo confermare questa teoria con certezza?

Il passato ci ha proposto uno schema che si è ripetuto, uguale, in ogni epoca, chiunque cercasse di proporre una visione nuova, che ha comunque sempre le basi che poggiano nel passato, veniva denigrato in quanto autore di un pensiero incomprensibile e in quanto tale ben lontano dalla “bellezza” di ciò che già si conosceva.

Al di là che pensare che l’arte antica sia di semplice lettura ci fa deragliare in quanto pensare di capire è tutt’altra cosa che comprendere, l’arte contemporanea parla con un linguaggio corrente, perché allora se si rivolge a noi parlando la nostra lingua non capiamo quello che ci dice?

Non è che siamo noi a non volerla capire?

lunedì 30 marzo 2026

Congiunzione astrale

Siamo nel 1973, il gruppo rock progressive italiano Le Orme pubblica il suo quinto album, “Felona e Sorona”, dopo l’enorme successo dell’anno precedente con “Uomo di pezza”.



Il gruppo veneto, tra i pionieri di questo “genere” musicale e fondamentali per ciò che il “prog” ha lasciato i posteri, escono con un 33 giri che ne consacra la grandezza e ne sancisce l’ingresso tra gli immortali della musica italiana.

Ma non è dei brani che questo concept-album contiene che voglio parlarvi, voglio mettere in luce la copertina, l’album aperto con a sinistra il retro e a destra il lato principale, la cosiddetta "front cover", è una riproduzione del pittore surrealista Lanfranco Frigeri.

Il quadro dell’artista mantovano si fonde con il concetto espresso da Le Orme, il tema del dualismo, la luce e le tenebre, il bene e il male.

I due pianeti, Felona e Sorona rappresentano questa visione filosofica e l’opera di Frigeri la veste alla perfezione.

Il dipinto è ipnotico, le figure sembrano seguire un ritmo lieve ma continuo, senza sbavature, senza margini d’errore, la perfezione che solo l’unione di due contrapposizioni riesce a creare.

Il dipinto di Frigeri attraversa il tempo viaggiando spedito verso il futuro, il gruppo veneziano non lo ferma, non cerca di coinvolgerlo, semplicemente lo assimila e al contempo si lascia assorbire senza che l’opera pittorica venga rallentata e senza modificare lo spazio che il concetto dell’album e la musica hanno occupato.

Felona e Sorona sarebbe stato lo stesso senza il dipinto e l’opera di Frigerio avrebbe seguito altre destinazioni senza l’intervento della band?

Coerentemente con quello che ho appena scritto la risposta probabilmente è negativa ma quando si naviga tra i pensieri nati da dimensioni altre rispetto alla visione canonica è impossibile sostenere qualsiasi cosa con certezza.

venerdì 20 marzo 2026

Il bello, il brutto e ... l'arte

Matt Haig sostiene che “se pensi che qualcosa è brutto, stai guardando male”, il giudizio è dunque distorto? Solo un’attenta osservazione ti fa notare particolari che ribaltano la prima impressione?

Edvard Munch – Abbraccio sulla spiaggia, 1904 – Olio su tela cm 90,5 x 195 – Alte Nationalgalerie, Berlino


Certo, ogni giudizio è strettamente personale, ognuno “vede” con occhi diversi ma il rischio è che ci si soffermi al primo sguardo e si giunga cosi ad una conclusione affrettata.

Il bello ed il brutto esistono nella misura in cui dobbiamo etichettare le nostre emozioni, le nostre sensazioni.

Se fossimo capaci di armonizzare i nostri “sguardi” dando valore alle nostre percezioni allora ci accorgeremmo che ciò che ci circonda è molto di più di un semplicistico “bello” o “brutto”.

Dunque secondo il pensiero di Haig nell’arte non c’è niente di brutto, e su questo posso essere d’accordo, ma si pone un problema, se non c’è il “brutto” non può esserci nemmeno il “bello” (l’uno non esiste senza l’altro) cosa rimane?

Rimane l’arte, l’arte non è bellezza estetica, e di conseguenza non è “bruttezza”, l’arte è una condizione che trascende dai nostri vecchi, logori e limitati canoni, l’arte è una proiezione spirituale, è un invito a spingerci in un “luogo” di cui ignoriamo l’esistenza.

L’arte è conoscenza, senza conoscenza non possiamo comprendere quello che l’artista vuole rappresentare, spesso cerchiamo di scoprire quello che l’autore dell’opera d’arte vorrebbe dirci, ma un artista non vuole dirci alcunché, apre uno scenario complesso, apparentemente incomprensibile, sta alla sensibilità di ognuno di noi e alle necessarie conoscenze, trovare il giusto percorso.


martedì 10 marzo 2026

I lati oscuri (alla luce del sole) dell'arte

“Il mercato dell’arte non chiede opere originali, chiede opere riconoscibili”.

Mister E – Il colore dei soldi


Questa frase, che si ripresenta sempre e ovunque là dove l’arte deve fare i conti con il mercato, è la sintesi di quei ragionamenti che emergono in un settore dove i soldi sono più importanti dell’arte stessa.

L’innovazione artistica poggia le sue basi sull’originalità, se noi togliamo l’unica cosa che conta cosa altro ci può rimanere se non l’ovvietà, la banalità?

Naturalmente il mercato non è solo denaro ma il suo essere predominante oltre il lecito affossa il senso stesso di ciò che rappresenta.

La frase che inizia il post l’ho sentita durante un’intervista ad un gallerista, ma non ha formulato queste parole per giustificare l’andazzo, ha espresso questo concetto con sicurezza, con convinzione, come se fosse la cosa più naturale, evidentemente naturale lo è per chi “vede” l’arte esclusivamente come fonte di guadagno, se avesse avuto anche solo una piccola passione per l’arte stessa sarebbe inorridito al cospetto di tale dichiarazione.

Il mercato e l'arte sono due cose differenti che quando si uniscono lo fanno per mettere la seconda al servizio del primo, al contrario se si parla di concetti e manufatti esclusivamente artistici, cambia la visione d'insieme, e l'originalità riprende il sopravvento.

Quest'ultimo aspetto è l'unico che un semplice appassionato, uno studioso o chi dedica il suo tempo a questa disciplina, prenderanno in considerazione, ma più il terreno diviene una professione ecco che il lato economico diviene sempre più preponderante, e più i soldi in palio aumentano più si abbassa l’interesse artistico.

Tornando alla fatidica frase non ci resta che l’augurio che l’opera originale susciti più interesse di quella riconoscibile, in termini di movimento generale sappiamo che è impossibile che succeda, speriamo almeno che siano sempre più numerose le persone con il desiderio di saltare oltre l’ostacolo (dei canoni materiali sempre più forti).

sabato 28 febbraio 2026

Poesia, la luce sul cammino che verrà

 

Ogata Gekkō - Luna piena e fiori autunnali presso un ruscello (1895 ca.)

“Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso e ragionato sgretolamento di tutti i sensi.

Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, egli esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che le quintessenze.

Ineffabile tortura, in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, in cui diviene tra tutti il gran malato, il gran criminale, il gran maledetto e … il saggio supremo!

Perché egli arriva all'ignoto”.


Arthur Rimbaud, Lettera a P. Demeney (1871)


venerdì 20 febbraio 2026

Ripartenze artistiche

Dopo Paul Klee l’arte non è stata più la stessa, non importa come si è evoluta, ciò che conta è che la metamorfosi iniziata alla fine del diciottesimo secolo ha raggiunto il suo apice, tracciando cosi una nuova strada, un nuovo modo di “pensare” la pittura.

Paul Klee – Paesaggio in verde con mura (Costruzione boschiva) 1919 – Acquerello su lino su cartone

Tutto si è fermato per poi ripartire con una nuova concezione, con una rinnovata forza, il passato viene assorbito e proiettato in avanti.

La nuova frontiera di un’utopia che diviene realtà.

Spesso Klee viene percepito come uno dei tanti passaggi “moderni”, uno dei tanti appunto, non ci si rende conto che la sua visione è rivoluzionaria, è innovativa, e di conseguenza fondamentale per l’arte che ne è seguita.

Il pittore tedesco (o svizzero in quanto successivamente cittadino elvetico) d vita ad un mondo che può sembrare incomprensibile, molte volte la sua arte viene considerata astratta, ma Klee con l’astrattismo ha ben poco a che fare, racconta la vita reale mettendo in luce gli aspetti più reconditi, le emozioni che solo inconsciamente riportiamo in vita, Paul Klee ha riscritto il concetto artistico perché è la genesi di un nuovo linguaggio, dove la bellezza delle forme si fonde con la ricchezza del pensiero più profondo.

martedì 10 febbraio 2026

E luce sia.

A nove anni dalla personale di Venezia, alla Peggy Guggenheim Collection, ciò che resta di Tobey è la meraviglia che proviamo davanti alle sue  “scritture bianche” ma anche all’oblio a cui sembra relegato.

Mark Tobey - Threading-Light, 1942 – Tempera su tavola cm 74,5 x 50,1 - MOMA (Museum of Modern Art) New York


Il pittore americano non è meno importante di molti suoi compatrioti che hanno scritto la storia dell’arte del novecento ma non ha goduto della medesima fama.

Non che l’essere conosciuto ai più sia fondamentale per lasciare una traccia indelebile per lo sviluppo della pittura ma penso che i meriti vadano riconosciuti.

Precorritore, o pioniere se preferite, dell’espressionismo astratto, si differenzia dall’artista simbolo di questa corrente, Pollock, per l’approccio emotivo opposto, se l’artista, icona del dripping, agisce con frenesia e senza un apparente “disegno”, Tobey fa correre il pennello con la mente, ogni movimento sembra ponderato, nulla è istintivo, tutto emerge da concetti profondi.

Lo studio del buddismo Zen lo porta ad una meditazione artistica profonda, l’approccio, che lo condusse ad una certa padronanza dell’arte giapponese lo porta a camminare su un sentiero lontano da quello dei membri della celebre “New York School”, ideale che rifiutò sistematicamente ma che deve la sua genesi proprio a Tobey.

Cos’è che, davanti ad un reticolo apparentemente disordinato di linee, ci fa pensare ad un concetto di tranquillità, di pace interiore?

La conoscenza dell’opera e del suo autore, dinnanzi a questa tavola la nostra reazione è soggettiva, lo stato d’animo di chi osserva è fondamentale per una lettura superficiale, se invece approfondiamo quello che abbiamo di fronte …

venerdì 30 gennaio 2026

Non rimandare a domani ... (variazione letteraria)

 

Immagine dal web

Tema:

Esegesi di un concetto

Titolo:

Cos’è l’accanimento terapeutico

Svolgimento:

Un asteroide si sta dirigendo ad alta velocità verso la Terra, la massa dell’oggetto è tale che l’impatto causerebbe l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita del nostro pianeta, mammiferi in primis.

L’uomo, grazie ad una imprevista collaborazione e ad un inaspettato impegno comune, riesce ad intervenire e a deviare la traiettoria del corpo celeste abbastanza da evitare l’impatto.   

martedì 27 gennaio 2026

27 gennaio 1945, il ricordo (a modo mio)

R. Roggeri - Untitled, 2024 - Tecnica mista su carta cm 21 x 14,8

 

martedì 20 gennaio 2026

L'importante è esagerare

In un’intervista il pittore bresciano Luca Dall’Olio ha pronunciato la fatidica frase che risuona spesso nei discorsi legati al mondo dell’arte: “L’Italia possiede il settanta percento delle opere d’arte del mondo”!

Giuseppe Santomaso – Paese, 1962 – Olio su tela cm 114 x 146

La suddetta frase ha numerose varianti che però non cambiano il senso, le percentuali vanno dal 60 al 75 fino a punte, un po’ più rare, dell’ottanta.

Questa è una convinzione diffusa tra la gente, ma a stupire è che ha sottolinearla è un artista in presenza di addetti ai lavori, erano infatti presenti un gallerista e uno storico dell’arte.

La stucchevole bufala che nel nostro paese risiedano i tre quarti dell’arte mondiale è assurda anche solo ad immaginarla, viviamo in un continente molto più esteso e questo basterebbe a confutarla, se poi ci spingiamo oltre …

Com’è possibile immaginare che in nazioni come la Cina, paese dalla cultura millenaria, non ci siano opere d’arte in numero sufficiente da ribaltare questo concetto?

L’Asia, le americhe, l’Africa, l’Oceania (aggiunte al resto dell’Europa al di fuori dei nostri confini) basta fermarsi (per pochi istanti) a riflettere per trovare assurdo che tutti questi popoli possiedano solo un terzo, quando va bene, dell’arte globale.

Non ci sono fonti che quantificano la percentuale d’arte per ogni singolo stato, l’unico parametro, comunque parziale, è l’Unesco con i suoi celebri siti che fanno parte dell’omonimo patrimonio, ma anche questo, che come già ribadito non include moltissime forme d’arte, ci attesta al 5 percento.

Sicuramente primeggiamo in numero di opere proporzionate all’estensione territoriale ma nulla che giustifichi questa puerile credenza.

Siamo una nazione dall’alto contenuto artistico? Sicuramente si, siamo una nazione che possiede più dei due terzi dell’art mondiale? assolutamente no!

Siamo la nazione che più maltratta la propria arte? La risposta è affermativa, non so se siamo i primi, se non altro perché ci sono luoghi dove le guerre, di confine o interne, ci tolgono questo “merito”.

In conclusione possiamo affermare di avere a disposizione un numero elevatissimo di opere d’arte e di trattarle piuttosto male, non andiamo però oltre, siamo importanti ma non gira tutto intorno a noi, nemmeno artisticamente.

sabato 10 gennaio 2026

Libertà di pensiero

Era in buona compagnia, nelle sale erano esposte, tra le altre, opere di Kandinskji, Chagall, Dix, Feininger, Marc, Ernst, Richter, El Lissitzky, Klee, Klein, Van Gogh, Mondrian, Grotz, Picasso, Braque, solo per citarne una piccola parte.

Jean Metzinger – L’ora del te, 1911 – Olio su cartone cm 75,9 x 70,2 – Museum of Art, Philadelphia


Jean Metzinger non era solo nel 1937 quando il regime nazista decise di “creare” un’esposizione di opere passate ai posteri come “Arte degenerata”.

L’intento era di mostrare tutto quello che non era arte (secondo i canoni del regime) la gente doveva vedere quello che era considerato contrario all’estetica e ai valori dell’arte ariana.

Come sempre il tempo ha dato il suo verdetto, se c’era qualcosa di “degenerato” non era certamente in quelle sale, forse senza rendersene conto hanno dato un’etichetta ai loro concetti, alle loro ideologie, facile oggi (anche se non per tutti) capire cosa fosse degenerato.

Nelle stanze i dipinti erano volutamente ammassati, appesi l’uno sopra l’altro, esposti senza una minima logica, l’obbiettivo era ridicolizzare le opere, i pittori e, soprattutto, il loro pensiero.

Allestire una mostra è complicato, è necessario fare in modo che le opere risaltino al meglio, comunichino tra di loro e con il pubblico, il regime puntò proprio sul contrario, dovevano apparire come un’accozzaglia di dipinti (di scarso o nullo valore, cosa sottolineata ripetutamente) senza capo ne coda.

Qual è stata la reazione dei visitatori? Facile intuirlo, i fanatici del regime, che ne condividevano i dettami, si lasciavano andare a risate di scherno (perlopiù forzate) mentre chi vedeva qualcosa di interessante reagiva allo stesso modo, andare controcorrente voleva dire subire ritorsioni tutt’altro che simboliche.

Quante volte abbiamo assistito a scene del genere, naturalmente facendo le dovute distinzioni tra i vari momenti storici, dove le ideologie dei singoli, o di gruppi ristretti, vengono imposte con metodi a volte subdoli altre in modo drammaticamente diretto.

La libertà sta proprio nel poter andare in direzione contraria indipendentemente dal pensiero corrente, prendo in prestito una frase attribuita a Frank Zappa: “Perché devi aver per forza torto solo se alcuni milioni di persone pensano cosi?”. (Citazione all’interno della sua autobiografia)