domenica 30 aprile 2017

L'alba della materia, Aleksandr Rodčenko.

Autore:   Aleksandr Rodčenko
 
Titolo dell’opera: Composition (Wining Red) – 1918
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 78,5 cm x 62 cm
 
Ubicazione attuale:  Annely Juda Fine Art, Londra.





Una sfera nell’atto di scomporsi sta trasformando se stessa, e il mondo che la circonda, in qualcosa di definitivamente diverso, niente potrà mai più essere come prima.

Ma non è per forza questa l’unica interpretazione, la pittura astratta geometrica ci permette lunghi “viaggi” introspettivi, continui cortocircuiti che ci avvicinano, e allo stesso tempo allontanano, dalla soluzione di questo apparente enigma.

Lo sfondo totalmente buio ci fa pensare ad un universo ancora agli albori dove tutto deve ancora materializzarsi, solo la figura circolare rossa e gialla sembra in grado di dare un senso alla totale mancanza di materia.

Dalla mutazione o evoluzione del “cerchio” prendono vita altre forme, i triangoli si distaccano dalla figura “madre” cambiando l’aspetto e dando inizio ad una nuova forma, ad un nuovo concetto visivo.

Sicuramente Rodčenko, legato al gruppo costruttivista, aveva ben altre intenzioni concettuali, il pittore russo aspirava a trasformare l’essenza di ciò che conosciamo in figure geometriche in grado di condensare in uno spazio limitato l’universo, dare a ciò che è infinito dei confini, anche se teorici.

mercoledì 26 aprile 2017

L'orgoglioso lato selvaggio della natura, Edwin Landseer.

Autore:   Edwin Landseer
 
Titolo dell’opera: Bestiame brado a Chillingham – 1867
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 228 cm x 156 cm
 
Ubicazione attuale:  Laing Art Gallery, Newcastle upon Tyne.
 


 
Il dipinto è occupato quasi completamente dai tre bovini, solo una piccola rana riesce a mostrare la propria presenza disturbando la madre e spaventando il vitellino che osserva il piccolo anfibio con timore.
Ma è la posa fiera e orgogliosa dell’animale più in alto a catturare l’attenzione, infatti, incurante della rana, sembra mostrare al mondo il proprio coraggio quasi a sfidare chiunque cerchi di infastidire l’inconsueta famiglia.
Sullo sfondo troviamo, in lontananza, le montagne non chiaramente definite, una cornice paesaggistica che non distoglie lo sguardo dell’osservatore dai protagonisti del quadro.
Il cielo plumbeo sembra giocare a favore dei tre animali soprattutto del più grande, che rafforza il proprio potere ergendosi a scudo di fronte ad una possibile tempesta in arrivo.
Landseer mostra la qualità della propria tecnica e il gusto prevalentemente vittoriano. Nei suoi dipinti, come in questo caso, il pittore londinese tende ad attribuire agli animali espressioni e suggestioni tipiche dell’uomo.

 
 

venerdì 21 aprile 2017

Lady of Shalott, Lord Alfred Tennyson

Alfred Tennyson


Struggente, tragico e intenso poema di Tennyson, la storia della dama del lago che per una maledizione non può volgere lo sguardo verso la mitica Camelot pena la perdita della propria vita. Sarà l'amore per un cavaliere che muterà il corso della sua esistenza.
Ci lascia senza parole la frase finale del giovane che, malgrado il tragico epilogo, ammanta il tutto di romanticismo.
La storia ha ispirato numerosi pittori tra cui  John William Waterhouse, William Holman Hunt e Dante Gabriel Rossetti.
 

 
 

La signora di Shalott.

Arthur Hughes
Lungo entrambe le rive del fiume si stendono
vasti campi di orzo e segale
che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada
verso la turrita Camelot;
e la gente va e viene,
guardando dove i gigli sbocciano
attorno all’isola, lì sotto,
l’Isola di Shalott.
 
Salici impalliditi, pioppi tremuli,
lievi brezze si oscurano e fremono
nella corrente che scorre perpetua
intorno all’isola nel fiume,
fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grigie
sovrastano un prato di fiori,
e l’isola silenziosa dimora

G. E. Robertson
la Signora di Shalott.
 
Solo i mietitori, falciando mattinieri,
nell’orzo barbuto
odono una canzone che echeggia lietamente
dal fiume che limpido si snoda,
verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore,
ammucchiando covoni sull’arioso altipiano,
ascoltando sussurra «È la maga»
la Signora di Shalott.
 
Lì intesse giorno e notte
una magica tela dai colori vivaci.
Ed aveva sentito una voce secondo cui
una maledizione l’avrebbe colpita
se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente,
ed altre preoccupazioni non aveva,
la Signora di Shalott.
 

John William Waterhouse
E muovendosi attraverso uno specchio limpido
appeso di fronte a lei tutto l’anno,
ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra
snodarsi verso Camelot;
ed a volte attraverso lo specchio azzurro
i Cavalieri giungono cavalcando a due a due
lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele,
la Signora di Shalott.

Ma con la tela ancor si diletta
ad intessere le magiche immagini dello specchio,
perché spesso attraverso le notti silenti
un funerale con pennacchi e luci
e musica andava a Camelot;
o quando la luna era alta,
venivano due innamorati sposati di recente.
«Mi sto stancando delle ombre» disse
la Signora di Shalott.
 

J. A. Grimshaw
A un tiro d’arco dal cornicione della sua dimora,
lui cavalcò fra i mannelli d’orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie,
e splendente sui gambali di ottone
del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato
ad una dama nel suo scudo,
che scintillò sul campo giallo,
presso la remota Shalott.

La sua fronte ampia e chiara scintillò al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava,
i suoi riccioli neri come il carbone,
Mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume
egli brillò nello specchio di cristallo,
“Tirra lirra” presso il fiume
cantò Sir Lancelot.
 

Walter Crane
Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio,
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
«La maledizione mi ha colta» urlò
la Signora di Shalott.
 
Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice,
e intorno alla prua scrisse
la Signora di Shalott.

Dante Gabriel Rossetti
 
Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un’audace veggente in estasi,
che contempli tutta la propria mala sorte -
con una espressione vitrea
guardò verso Camelot.
E sul finir del giorno
mollò gli ormeggi, e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Signora di Shalott.
 
Si udì un inno triste, sacro
cantato forte, cantato sommessamente
finché il suo sangue si freddò, lentamente
ed i suoi occhi furono oscurati completamente,
volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla corrente,
raggiungesse la prima casa lungo l’argine
canticchiando il proprio canto morì
la Signora di Shalott.


William Holman Hunt
Sotto la torre ed il balcone
vicino il muro del giardino e la loggia
lei galleggiò, figura splendente
di un pallor mortale, tra le case alte
silente dentro Camelot.
Vennero sulla banchina
il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
e intorno alla prua lessero il suo nome
La signora di Shalott

 
 
Chi è? Che c’è qui?
Nel vicino palazzo illuminato
si spensero i regali applausi
e, per la paura, si segnarono
tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto rifletté per un po’
E disse «Ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace
La Signora di Shalott».

lunedì 17 aprile 2017

I simboli e la trasmissione dell'energia, Josef Beuys.

Autore:   Josef Beuys
 
Titolo dell’opera: Abito di feltro– 1970
 
Tecnica: Feltro cucito
 
Dimensioni: 170 cm x 100 cm
 
Ubicazione attuale:  Collezione privata.




Difficile dire cosa questo abito, appeso ad una gruccia, possa trasmettere nell’immediato, qualcuno avverte una sensazione di calore, altri di protezione, altri ancora intravedono un simbolo di eleganza, anche se fuori moda.

La percezione che si ha davanti a quest’opera prende una forma precisa quando si viene a sapere che il vestito è la copia esatta di quello che l’artista indossò durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam.

Altro non è che un simbolo strettamente legato al vissuto personale di Beuys, la creazione in feltro è una reminiscenza, del tutto parziale, di un concetto “no war” che si fa via via più nitida con la comprensione del "pensiero" di questo abito.

Lo scultore e pittore tedesco ha sempre considerato l’arte un mezzo fondamentale per dare vita ad un cambiamento sociale e politico.

Era convinto che l’utilizzo di diversi materiali (il feltro era sicuramente tra i suoi preferiti) avesse un fondamentale potere terapeutico, attribuiva ai diversi componenti una preziosa dimensione spirituale.

Gli artisti, come gli sciamani, convogliano l’energia degli oggetti nell’opera artistica dando al risultato una nuova interpretazione che a sua volta trasmette l’energia ai fruitori dell’opera stessa.

giovedì 13 aprile 2017

Il vizio e l'inevitabile epilogo, Jeronymus Bosch.


«Sono un popolo insensato e in essi non c’è intelligenza. Se fossero saggi capirebbero, rifletterebbero sulla loro fine»

«Io nasconderò loro il mio volto; vedrò quale sarà la loro fine»

Sono le parole che appaiono, in alto la prima frase in basso la seconda, in questa tavola realizzata da Jieronimus Bosch a cavallo tra il quattrocento ed il cinquecento (alcune fonti optano per il 1485 ca. altre datano l’opera dal 1500 al 1525).


Jeronymus Bosch, I sette vizi capitale e i quattro novissimi.
Olio si tavola cm. 120 x 150.
Museo del Prado, Madrid

La tavola rappresenta i Sette vizi capitali e i Quattro novissimi.

I primi appaiono in uno scema circolare, probabilmente rappresenta la continuità del peccato che tende a ripetere se stesso all’infinito.

Bosch al centro del cerchio inserisce la figura di Gesù che è a sua volta contenuta in quello che sembra essere l’occhio di Dio, infatti troviamo la scritta «Cave cave deus videt» (Attenti attenti Dio vede).

Attorno alla “pupilla” divina si diramano un’infinità di raggi a ricordare che Dio può vedere ovunque e in qualsiasi momento.

Alla base di ognuna delle sette scene vi è il nome in latino del vizio raffigurato ma basta l’immagine stessa a spiegare di quale peccato si tratta.

Tutte le classi sociali sono rappresentate, solo l’avidità sembra incentrata su un ceto preciso, infatti troviamo raffigurato un giudice ingiusto, incline alla corruzione.

La condotta morale, più o meno retta, trova il suo epilogo nei quattro cerchi situati agli angoli della tavola: i Quattro novissimi.

L’inequivocabile fine è rappresentata, in senso orario, dalla morte seguita dal giudizio universale che dividerà definitivamente i buoni dai dannati, i primi avranno accesso al paradiso gli altri saranno condannati per l’eternità all’inferno.

Tutte le scene, soprattutto quelle legate ai vizi capitali, sono ambientate in paesaggi olandesi dell’epoca o in interni curati e arredati con sobria e lineare bellezza.

In seguito le scene estrapolate dall’opera:


I sette vizi capitali
 


Superbia: Una donna si rimira concentrando l’attenzione su se stessa al punto di ignorare un demone che le regge lo specchio aiutandola a perdersi definitivamente.


 

Avarizia (nella sua concezione più moderna; Avidità) Un giudice corrotto accetta sottobanco una somma di denaro e modifica il proprio giudizio a seconda di quanto questo può rendere in denaro.
 
Lussuria: Due coppie amoreggiano sotto una tenda attorniate da giullari, cibarie e musiche che inducono alla dissolutezza.
 
Invidia: Un innamorato respinto osserva con invidia e gelosia il rivale più fortunato.
 
Gola: Alcuni commensali divorano senza ritegno ogni portata servita dalla donna.
 
Ira: Due uomini davanti ad una locanda si fronteggiano con sguardi minacciosi brandendo ogni tipo di arma più o meno convenzionale.
 
Accidia: Un uomo sazio oltremisura sonnecchia davanti al caminetto ignorando le richieste di impegno provenienti dalla donna con in mano un rosario e che lo richiama ai propri doveri morali che vengono, per pigrizia, trascurati.
 
I Quattro novissimi
 

La Morte
 
 
Il giudizio universale
 
 
Il paradiso
 

L'inferno

domenica 9 aprile 2017

Le creature invisibili di Yves Tanguy.


Autore:   Yves Tanguy
 
Titolo dell’opera: Gli invisibili – 1951
 
Tecnica: Olio su tela
 
Dimensioni: 98,5 cm x 81 cm
 
Ubicazione attuale:  Tate Gallery, Londra.





Tanguy ha fatto propria la teoria di André Breton che sosteneva l’esistenza di forme animali invisibili capaci di nascondersi allo sguardo dell’uomo, interiore ed esteriore, grazie a sottili e ingegnosi travestimenti.

Il dipinto è un’opera visionaria che si lega con evidenza alle teorie del movimento surrealista, Tanguy  lascia che sia il suo subconscio a dare vita a queste creature sapendo che l’esistenza delle stesse è incerta ma che non esiste nessuna prova certa che possa negarne la presenza.

Lo sfondo del quadro si presenta nelle sembianze di un cielo coperto da nubi che minacciano un’imminente tempesta, minaccia che appare più evidente nella parte inferiore del dipinto.

Strane figure sembrano arrampicarsi su altrettanto strane forme simili a lame affilate, le “creature” cercano con ogni mezzo di risalire verso la parte relativamente più tranquilla del cielo, un tentativo di sfuggire alla tempesta in arrivo?

La scena è fuori dal tempo, la desolazione e le sensazioni allucinate spingono alla rappresentazione della mente umana impegnata in un indefinito viaggio al di fuori di ogni canone reale.

mercoledì 5 aprile 2017

Da mondi incantati a feticci da esibire, la nuova (cattiva) strada dell'arte.


Riguardo alla divulgazione, ad ogni livello, delle conoscenze della storia dell’arte:
« … l’utilità è grande perché si tratta di comunicare a molte persone che di solito frequentano i musei, dove le opere non sono più poesie scritte in figura ma sono soltanto dei feticci … »

Antonio Natali, storico dell’arte, con queste parole ci permette di approfondire il discorso sulle mode “artistiche”, dove l’opera d’arte non è più tale ma si trasforma in un simbolo di “cultura di facciata”.


Sempre più spesso notiamo nei musei visitatori impegnati a fotografare l’opera più famosa, magari inserita alle loro spalle per un "modaiolo" selfie,  per poi pubblicare l’immagine sui social solo per dire “io c’ero”.

E’ naturalmente positivo il continuo aumento del numero dei visitatori alle grandi mostre ma purtroppo accade quando l’esposizione riguarda la star del momento, il dipinto famoso. Secondo alcune testimonianze di addetti ai lavori spesso i visitatori si accalcano davanti alle opere di maggior richiamo per poi scivolare velocemente verso l’uscita portando con se l’agognato scatto da esibire.

Uno dei casi più eclatanti è sta l’incredibile crescita di consensi di un’opera di Vermeer, “La ragazza col turbante”, non era certo sconosciuta ma l’uscita del romanzo di Tracy Chevalier prima e del film “La ragazza con l’orecchino di perla” dopo, l’ha trasformata in una sorte di diva pittorica al punto che il dipinto stesso ha preso, nell’immaginario  popolare, il nome del titolo della  pellicola di Peter Webber.

Quante piccole pinacoteche, deliziosi musei di provincia, quasi sempre con l’ingresso gratuito, sono vuoti, ignorati dai più per il semplice fatto di non poter esporre quadri di fama popolare, eppure possiamo trovarci grandi opere, quadri e sculture che, come afferma Natali, sono autentiche poesie. Basta saperle osservare.
(nell'immagine : Jan Vermeer, La ragazza col turbante , 1665-66– olio su tela cm. 44,5 x 39. Museo La Mauritshuis, L’Aia)

sabato 1 aprile 2017

La luce oltre le tenebre. Marc Chagall.


Autore:   Marc Chagall

Titolo dell’opera:  Crocefissione bianca (o in bianco) – 1938

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 155 cm x 140 cm

Ubicazione attuale:  The Art Institute, Chicago.





Chagall trova nell’immagine del Cristo morto un simbolo riconosciuto universalmente e trasmette a questa “icona” un significato ben preciso: la miseria umana, in particolar modo l’oppressione dell’uomo sull’uomo che in quel periodo vede il popolo ebraico, lo stesso di Chagall, subire le più violente forme di discriminazione. Chagall sembra anticipare gli orrori che vedranno la luce negli anni successivi.

A sinistra in alto si vedono le orde rivoluzionarie che, sventolando bandiere rosse assaltano un paese, compiono razzie e danno fuoco alle case.

Appena sotto un battello alla deriva carico di profughi che chiedono aiuto, mentre in primo piano scorgiamo delle figure spaventate che cercano la fuga portando con se il poco rimasto.

L’ebreo errante Ashaver, figura che ritroviamo spesso nei dipinti di Chagall, scappa con un sacco cercando di sfuggire alle fiamme scaturite da un rotolo della Torah abbandonato a terra.

Seguendo il senso antiorario incontriamo un uomo con l’uniforme nazista che profana una sinagoga e da alle fiamme ciò che ne rimane. Dietro la sinagoga svetta la bandiera tedesca.

Sopra la croce i testimoni dell’antica alleanza fluttuano senza meta in preda alla disperazione.

Nel mezzo di questi orrori una luce appare dal cielo e illumina la croce. Il fascio luminoso imbianca la figura di Cristo il cui viso trasmette calma e serenità. Non ci sono più tracce di sofferenza anzi, diventa una fonte di speranza, l’unico appiglio in mezzo ad un mare di sofferenze.

Il messaggio di Chagall appare chiaro, il profeta ebraico muore per ridare una possibilità all’uomo, la fede in lui può smuovere le enormi montagne della disperazione.